29/11/19

Pareti bianche, sguardi blu, amore accettato


Quello che vado cercando non sono fenomeni da baraccone, esempi per la comunità, eroi sorridenti, piacevoli occasioni di confronto.
Mi interessano le rughe. I volti che non nascondono la disillusione e più in generale la tragicità incomunicabile di certe disillusioni. Mi interessano le desolazioni non sommerse da formule e teoremi. Mi interessano le delusioni d’amore che sanno stare zitte e rifiorire nella dignità.

Si avvicina Natale e so bene che sarà, come tutti gli anni, un incubo a fosche tinte. Incomunicabile, pena un’assurda castrazione del pensiero e dei gesti.
Le strade della città iniziano, come sempre in questo periodo, a darmi un senso di nausea e costrizione.
Le persone sono nervose, i loro comportamenti pletorici. Sento puzza di morte nelle vetrine addobbate a festa. Le donne più belle sembrano nascondere dolori interrotti, quelle meno avvenenti patiscono la vera bruttezza di chi le annoia, tormenta, chi incombe su di loro.

Nei giorni di festa riscopro tutta la violenza che riesco invece a deviare nel corso dell’anno, nella scrittura, nei sogni, nelle passeggiate. C’è una sottesa, malinconica violenza anche nello scambiarsi gli auguri.
Se scambio opinioni formali per strada o al telefono, mi sento come una puttana intenta a discutere tariffe.
Vogliamo parlare di dischi? Di libri? Ancora? Vogliamo continuare a fare finta di niente per un altro anno?
Okay, vuoi che ti consigli un libro e anche un disco. Lo faccio. Poi scatta il silenzio, lo si è solo rimandato. Il silenzio arriva e non puoi fermarlo. Neanche con il sesso o con calde rappresentazioni.

Non potrò mai dimenticare l’espressione delusa e quasi raccapricciata di mio padre quando, un Natale di tantissimi anni fa, lo raggiunsi la mattina in cucina e, prendendo il caffè, gli dissi: “Oggi ci toccano tutte le telefonate ipocrite e stracciacazzi dei parenti. Per favore, tu e mamma dite che non ci sono”
Lo vidi spaventato da tanto apparente nichilismo. Fu anche una dichiarazione inutile, oltre che improvvida, considerato che non chiamava quasi nessuno e noi di certo non chiamavamo. Orsi? Strani? Adesso non ha più nessuna maledetta importanza.

Alcuni stupidi saggi sostengono che i depressi o presunti tali vanno in crisi ancor di più nei periodi festivi. Una banalità, un tiro telefonato, un uovo di Colombo. Non è così semplice. La depressione è un insieme di idee precotte nel cuore dell’estraneità, un facilitatore di definizioni. La situazione reale è molto più complessa.
Ogni giorno di festa porta con sé una malinconia dolorosa, sfuggente, un magone disintegrante, ti mette al muro con le sue voglie scandalose, la sua lingua bagnata, la sua propensione all’evasione come stile trasognato di sopravvivenza. Una vera merda.
Non a caso, è nei giorni di festa che le persone chiavano di più; come se nei feriali venisse a mancare l’energia della lascivia. Non avete capito proprio un cazzo, allora. Credetemi.

Le sere prima di Natale io vado all’Inferno. Non solo il mio. Odore di bruciato, di zolfo, di vendetta sublimata, di dissapori silenziosi, di disillusioni che farò pagare alla prima persona innocente di passaggio. Per poi pentirmi.
I giorni precedenti al Natale la mia città mi mette a disagio, la vivo come un bordello dove non potrò scegliere neanche la migliore puttana e finirò con la mia coscienza, quella vecchia sdentata che ti fa godere con abili mosse di vedovanza pur di tenerti zitto al cospetto di Dio e della sua claque.

Notti prima di Natale.
Stanza di motel. Sguardi blu prima di scendere a cena. Telefono muto. Chi doveva leggerti non lo ha mai fatto. Chi doveva restare si è distratto con rinunce e eccessi. E tu non sei migliore.
E perché non sei migliore?
Perché accetti di essere amato anche se con una mano tieni sempre aperta la tenda dell’Inferno, numero in mano, in attesa di una chiamata su cui costruisci la tua letteratura esistenziale da pavone al macero.

Notti prima di Natale.
Killer al cimitero, senza sorriso e con impegni neanche appuntati.
Tanta musica, molte idee, eccitazione intrecciata alla nausea, dovere del domani, diritto alle tenebre, noia per la statura bassa dei rinunciatari, dei codardi, dei voltagabbana.

Stanza di motel, sguardi blu alla parete bianca.
Il telefono tace.
I parenti sono morti e la voglia di rivedere quelli vivi è zero. Lo dici e lo sanno anche loro. Inutile rovistare tra vecchi amore per chiedere o concedere perdoni. Le persone che parlano spesso di vecchi amori sono da evitare, non procedono mai verso il nuovo buio. Errore di paura e limite di pensiero.
Stanza di motel, sguardi blu e non sai cosa c’è dopo.
Non c’è il prato verde che ti diceva quel cazzo di prete, quello che ti illuse spiegandoti che un giorno, nel grande prato verde, avresti rivisto i genitori, gli amici persi, le donne amate, gli animali di compagnia e i tuoi sogni.
Motel bianco, sere di Natale, sguardo blu e coraggio della prosecuzione con il grande rischio di aver accettato l’amore.
Tra la nevrosi del piacere e la lucidità rabbiosa della rinuncia, vince la carezza a chi ha tanta paura di una tua eventuale rinuncia.

©Luca De Pasquale 2019

26/11/19

Indigenza, cottimismo esistenziale e lotta di classe nel 2020


Per alcuni, spogliarsi momentaneamente dei propri beni e di un tenore di vita alto non è dovizioso francescanesimo moderno, bensì un grottesco tentativo per cogliere la vita nella sua verità. Guarda caso, però, la maggior parte di questi tentativi è solo di facciata, e finisce tra i vari hobby dismessi dei ricchi, tentati e lasciati più velocemente di un’insalivata a una festa.
Sono in pochi quelli sinceri, quelli che riescono a dire con asciutta decenza che la verità è che l’indigenza, e quel che ne consegue, fa schifo. È roba di merda che con la fede, il sacrificio e lo stoicismo non ha nulla a che vedere.
La povertà può essere molto più dignitosa della smisurata noia dei benestanti, ma non mi venite a parlare di cammino spirituale. Anche i cammini spirituali hanno bisogno del loro maledetto viagra.

Non è nelle rinunce che l’anima trova il suo compimento.
Non è nel farsi calpestare che risiede la saggezza schiumante dei casi persi.
La consapevolezza di classe, che cerco e propugno da anni, è lucidità della sconfitta ma non per questo resa.
Il divismo del riuscito è nausea da sgomberare molto presto, a qualsiasi costo.
E pazienza se buona parte delle classi disagiate finiscono nel carrozzone maleolente del razzismo, del classismo, del fasullo patriottismo ignorante, pazienza se alcuni ex compagni si divertono tra i miasmi dei nuovi movimenti, nella connivenza perniciosa con deliranti amministrazioni comunali, e pazienza anche se si sono imborghesiti, arricchiti, rincoglioniti.
Non è nell’elemosina del lavoro, nella carità a bocca di fogna degli agiati con senso di colpa che il lavoratore trova il suo tardivo eden.
Non è nel farsi sfruttare che dimostra la sua capacità di adattamento.
Non è nel reticolo di buone conoscenze lavorate di lingua e insistenza che dimostra la sua furbizia.
Non è con il suo salario smangiucchiato che si ripresenta al mondo in cerca di un perdono che non desidera, non riconosce e che anzi combatte con tutta l’energia degli eretici, dei disertori eterni, dei misconosciuti, delle pecore smarrite in un oceano di banalità a buon mercato sul saper vivere nella giungla moderna.

Non bacio la mano anellata e manicurata del pietista in favore di telecamera.
Penso che la maggior parte delle offerte di lavoro per i lavoratori in difficoltà siano trappole, inganni, equivoci, fallimentari prove di forza padronali.
Tempo fa, un tizio improbabile, per farmi andare a genio un lavoro porta a porta pagato peggio di un pompino nei viali alberati del quartiere senza fogne, mostrò a me e a un altro sventurato delle diapositive di ex loro impiegati alla guida di potenti auto, oppure impegnati in clamorosi selfie con presentatori Fininvest e con celebrità discutibili in rarefatti luoghi di relax e vacanze.
“Ancora oggi”, disse lo stronzo, “la statura sociale di un uomo si vede da quel che può permettersi”.
Certo, amico. Sicuramente. Nel tuo mondo di forme, altarini e vizi aggiornati i valori sono quelli che sai svendere con la tua voce monocorde e i tuoi modi affettati.
Nel mio mondo, invece, esiste ancora la dignità del lavoro e nel lavoro.
Chiamami allora come vuoi, operaio culturale, utopista, antiquato latore di istanze operaiste e egualitariste. Sono un cottimista esistenziale, siamo destinati a non comprenderci.
Nel mio mondo, che tu consideri così calpestabile e improbabile, la cultura è ancora lavoro, ora anche di più, e non sarà il tuo cinismo triviale (e la tua velocità di estrazione di banconote) a vanificare la lotta che conduciamo ad apparenti luci spente.
Esistiamo. Non siamo nei partiti, nei movimenti, quelli come te pensano che siamo nascosti nelle nostre case e mangiarci il cazzo e il cervello.
Quelli come te pensano che ci vergogniamo di qualcosa, a iniziare dai fallimenti personali e poi collettivi.
Sei in errore. Siamo nel tuo mondo, siamo infiltrazioni, siamo perdite, siamo numeri rovesciati appesi alle vostre inutilmente lussuose porte.
A presto, caro amico, a presto.

©Luca De Pasquale 2019

25/11/19

Dosi di piacere a sinistra del buio


Mi sveglio in piena notte, dopo aver sognato un mio ex cliente, uno peloso, tignoso, insopportabile. Veniva a casa mia, una casa mai conosciuta, per rubarmi tutti gli Echo&The Bunnymen. Il bastardo.
Vado a pisciare. Sono le tre e quarantacinque. Passo per il piccolo corridoio dove, sempre di notte, dovevo stare attento a non calpestare Stellina, la mia gatta. Stellina è morta cinque mesi fa, sono un po’ più solo.

Mi guardo allo specchio dopo aver sgrullato il cazzo senza voglia. Mi annuso le mani. Per fortuna sono pulito, infatti odoro di notte. Si tratta di un odore che non puoi comunicare e trasmettere, è un lampo doloroso nell’olfatto delle comparse del destino. Poco altro da aggiungere.
Sono le tre e quarantacinque del mattino. O dormono, o sono morti. È un orario inopportuno anche, come dicono alcuni, “per fare all’amore”. Se fai sesso a quest’ora, dopo devi aprire la finestra e ucciderti. Non puoi fare compromessi emozionali alle tre e quarantacinque del mattino.

Non torno in camera.
Penso a cosa mi piacerebbe fare adesso. Ci sto pensando spesso, ultimamente, ad attività in qualche modo correlate al piacere. Anche se veloce, anche se dose di dolore illuminato senza poesia brodosa annessa.
Vorrei ascoltare David Sylvian con i piedi fuori la finestra e il basso di Mick Karn a evocare e poi decapitare ricordi di pelle, ricordi di borse dimenticate in sale di attesa come promesse.
Vorrei volare su questa notte napoletana tutta morti e dormienti per imparare la visione della quiete senza la memoria del maremoto.
Vorrei rivedere per la cinquecentesima volta “La prima notte di quiete” di Zurlini per specchiarmi ancora e ancora in quel gioco con la vita, che prima mi ha affascinato con quel personaggio e poi mi ha trasformato in una sua moderna trasposizione, ovviamente meno avvenente.
Disincanto e disillusione vanno indossati bene, altrimenti puzzano di rinuncia e di fottuto vittimismo.

Mi siedo per terra.
Nel punto esatto in cui ho visto Stellina smettere di respirare, cinque mesi fa.
È vero. Un uomo adulto è una somma di lutti da assemblare come un puzzle; in più un uomo adulto passionale contiene a tutti gli effetti anche la sua morte, la sua vocazione alla fragilità da sublimare con sporcizia e coraggio.
Tira e molla notturno tra me e la morte.
Lei vuole farsi spazio nel mio modo di provare emozioni, e ci riesce, abile entraineuse a cosce spalancate su sedie vuote per sempre. Io chiedo spazio alla morte per continuare a scrivere, resistere, lavorare, vivere, riscoprirmi uomo al risveglio e fratello della mia ombra nei giorni di silenzio.
Sono le quattro del mattino. Mi alzo in piedi. Il soffitto è bassissimo, troppo. Andrò via anche da qui. Lascerò a fiorire disperazione controllata, nevrastenia souvenir e plastiche cadute di stile nel circolo dei convenevoli a culo stretto.
Mi interessa resistere, volare di notte, più che amare nel patetico tentativo di farmi considerare poesia imperfetta in asse di libertà.
Voglio mangiare la notte e lasciar morire distrazioni della morte nel mio modo di sentire le cose, la vita, le passioni trafitte che non coglie mai nessuno.

©Luca De Pasquale 2019

24/11/19

Quel libro di Knut Hamsun che non hai mai voluto leggere


“Magari uno di questi giorni andiamo a mangiarci una pizza”
Magari no.
Tutte le volte che gli inviti partono con un insincero “magari”, già so che non starò alla finzione. Non più. Magari non avremo niente da dirci e raccontarci davanti a una pizza. E nemmeno dietro la lettura comune di un libro. Quasi sempre c’è poco da dirsi anche dietro il paravento a cottimo dell’eccitazione sessuale o della frenesia sentimentale. L’importante è giocare a carte scoperte; non per amore della morale e dell’etica, che sono sovente congetture irrilevanti, ma per omaggio all’immensa, spietata anarchia del vivere stesso.

Pessima idea, quella di mangiare in trattoria il sabato a ora di pranzo.
L’uomo con giacca marrone, pipa e un bellissimo e mansueto cane al guinzaglio è insopportabile, mentre fa pressione perché gli si liberi il posto fuori. Lo fisso con odio, mentre ingollo la mia pasta, sapendo che dopo non ci potrò fumare sopra. Lo fisso e vorrei che il cane gli mangiasse i genitali, per poi portarlo a sperdersi, alla catena. Pensieri violenti. Mai negarli. Servono a non essere realmente violenti. Così come, con autentico disprezzo, osservo i due giovani genitori impegnati in grottesche relazioni sociali pre-prandiali mentre i due figli, poco meno che decenni, ci disintegrano i marroni con i loro giochi da smartphone. Lui è vestito da coglione minoritario, quelli che la città la vedono solo nel weekend e devono esibire, lei è vestita, se il verbo è adatto, da zoccola. Quel tipo di coppie che fanno figli perché devono farli, perché è la legge della società, proseguire, proseguire, insistere, accanire la specie.

Accelero, mi ingozzo, bevo d’un fiato la Coca Cola rimasta e sbaracco, con i ragazzini che urlano e lo stronzo con il cane che urla qualcosa del tipo “era ora che si sosassero”. Sosassero. L’indecenza incredibile del sabato vomerese, cani e compagni a passeggio, compere superflue, black Friday del cazzo, e quel che è peggio, fiumi di mancati borghesi a passeggio, nella speranza di essere catturati dall’istantanea migliore per loro, quella della presenza al mondo. Quella da vendere agli amici. Come le foto dei palmizi d’estate, degli atolli, dei paradisi a pagamento per ricchi e accumulatori. La stessa fulminante mancanza di qualsiasi talento esistenziale.
Sono in astinenza da tabacco e nicotina. In due mesi ho migliorato tasca e salute, ma peggiorato il carattere, inteso come resistenza ai fastidi. Pago alla cassa interna, stavolta non lascio mancia e per un istante mi sento un verme, perché so che per una sigaretta potrei fare quasi qualsiasi cosa. Avvilente.

Quasi dicembre, il circo del sabato. Lo sguardo è una feritoia aggrappata alla notte precedente. Si mescolano ricordi. La prima fuga di casa.
Quella volta che io e un amico fummo contattati da una coppia di scambisti, dopo aver pubblicato un annuncio di ricerca lavoro su Bric à Brac. Rifiutammo, ma in seguito ci confessammo di aver passato la serata, per fortuna separatamente, a masturbarci sulla fantasia con la coppia e ripensando alle frasi del marito, “a mia moglie piace farsi guardare tra le cosce nei luoghi pubblici”. Avevamo poco più di sedici anni.

Cosa cazzo può fare un uomo quando scopre, da adulto, che la disperazione fredda e intelligente è un sentimento vietato?
Cosa cazzo può fare un adulto non sottomesso e non innamorato dei vincenti quando scopre, già poco più che ragazzino, che l’equità sociale non esiste, che le scalate hanno senso solo per chi ne parla, e che l’amore è una chimera nevrotica liberamente associabile a ogni errore?
Cosa resta, se non la ribellione?
Cosa resta, se non un’invisibile insurrezione, un ammutinamento nascosto in un pullover di grande magazzino?
Cosa resta, se non il vizio di disgregare e mordere modelli preconfezionati?

Cammino per via Luca Giordano. Ho la nausea e tengo lo sguardo basso perché di fare incontri non mi va e del “ciao, che fine hai fatto?” non so cosa farmene.
C’è una cosa che mi piacerebbe fare. Oggi, una sola. Raggiungere a piedi il vecchio ufficio di mio padre al corso Vittorio Emanuele, senza dire una sola parola, con le mani in tasca, e senza occhiali, quindi non distinguendo altro che ombre.
Vorrei arrivare lì e accendere un piccolo bengala, uno solo, in suo onore, per salutarlo. E poi fumare una sigaretta, anche qui una sola, sempre per ricordarmi di lui e dello strano senso del vivere e del morire che regola, sagoma le nostre brevi e presuntuose vite.
E poi girarmi e tornare verso una casa che ho già dimenticato perché è tutto di passaggio, prim’ancora che io decida.
Girarmi verso la finestra sopra la stazione della cumana dalla quale mi salutava quando me ne andavo dopo brevi visite, alzare la mano sinistra da mancino che va via, sussurrargli, “sai papà, sono finito in quel libro di Knut Hamsun che non hai mai voluto leggere. Non è facile starci dentro, ma quel vento freddo è, ancora una volta, senso della vita e della lotta”.

©Luca De Pasquale 2019

17/11/19

Le principesse smemorate


Due argomenti che hanno tenuto banco durante diversi anni della mia esistenza non funzionano più. No, mi correggo, sono tre.
-         I problemi sentimentali elevati a codice morse dell’anima, balbettii notturni crepitanti, la scenica superbia delle aspettative e la sconcertante sopravvalutazione di gesti e segnali;
-         Il collezionismo di dischi come sublimazione del pene piccolo. Del collezionismo ne ho piene le palle, mi fa pensare alla morte. Preferisco la conoscenza dei dischi e la rivalutazione del sommerso;
-         Il discutere animatamente di politica e società. Una pratica che richiede dosi di pazienza che non ho. Non mi faccio convincere e non cerco di insinuare dubbi nei miei interlocutori. Nel noir esistenziale il dibattito politico non è previsto, soprattutto salivando per strada come ossessi.

Venuti meno questi argomenti cardine, con alcuni è scemata una parte del fuoco che animava le telefonate adulte, quelle tipiche per sapere se l’altro è ancora vivo. E anche certi amarcord sono di una tristezza infinita. Sono troppo malinconico per poterli sopportare. Certe epoche sono finite, come certe compagnie, amori, storie, prospettive. Rimestare in anni relativamente recenti ma lontanissimi è una forma di esaurimento nervoso dal quale mi sento dispensato.
Eppure succede ancora. Troppo per i miei gusti.
“Ricordi quando ti venivo a trovare in negozio e facevamo quelle bellissime chiacchierate sulla musica?”
No, mi spiace, non ricordo. Mi hanno lobotomizzato. Molti non riescono proprio ad accettare che ho sempre vissuto tenendo presente la porta di servizio, e qualificavano come originalità esotica un modo totalizzante di esorcizzare le rifrazioni interiori di una morte respirata sin da ragazzino.
Oggi è troppo tardi per le spiegazioni.
Troppo tardi per ricostruire rapporti, soprattutto parentali e coatti, che non ci sono mai stati, non sono mai partiti e non avrebbero più alcun senso. Mi reputo orfano, apolide, anarchico in tanti aspetti del vivere e senza ripari costruiti con la diplomazia e quel savoir vivre che somiglia sempre a una marchetta.

Questa condizione non mi pesa più di quanto si possa pensare. Mi appartiene. Mani in tasca, vento di tramontana e vaffanculo.
Manca solo la sigaretta in bocca e allora sì che sarei proprio io, per davvero.
Buona parte dei rapporti si basa su tremendi equivoci mai realmente approfonditi. Se ci si pensa, è qualcosa di tragico che sopravvive su una zattera dalle ridicole fattezze.

Gli anni scorsi, che belli gli anni scorsi, gli anni del passato. Certo.
Arrivi a Modena alle cinque del mattino. La sera stai scopando in un letto sporco, dici oscenità a una che è pure fidanzata e che dopo ti racconta la cazzata del grande orgasmo mai provato prima. Poi esci sul balcone, pensi a un pezzo dei Church e per dieci secondi ti viene in mente di buttarti di sotto.
Durante i pranzi di Natale e Pasqua con parenti usciti dalle cattive memorie di un perbenismo familistico rinnegato, tu ragazzo problematico sogni di spararti in testa mentre fanno pettegolezzi e parlano di soldi, carriere, viaggi. Così, vermi, imparate che il suicidio non è un trafiletto sul giornale. Così affonda il vostro pietistico e ipocrita afflato umanista senza cultura. E poi guardi gli occhi dei tuoi genitori e allora prosegui. Prosegui anche perché vuoi scrivere, ascoltare musica, innamorarti, godere, fare quel poco di bene che non si paga e che non finisce nelle boccucce a “o” degli sconosciuti.

A quasi cinquant’anni sento raccontare di tradimenti. Di ricchi che sognano le grandi mete dello spirito e poi finiscono a fare figli con i loro simili, perché loro devono pagare tutto quello che li porta a stare meglio. Chiunque vagheggi la libertà già avendo molto è destinato ad afflosciarsi nella propria casta di appartenenza e non c’è nulla da fare. Troppo tardi per suscitare un reciproco interesse, anche di quelli sporchi, quelli ansimanti, quelli che poi devi usare i fazzolettini e ricomporti. Troppo tardi per piacersi, amici.

Troppo tardi per credere in movimenti politici e di pensiero, molto più onesto entrare nelle schiere degli ammutinati e muoversi nell’ombra, fare chirurgia sulla schiena paziente della morte, lontani dai riflettori. Troppo tardi per cucirsi bandiere idealistiche a pochi centimetri dal cazzo.

Gli anni d’oro, dicono gli amici orbi e ottusi. Arrivi a Firenze alle prime ore del mattino. Ti aspetta una donna della quale non sai un cazzo. Per tutto il tempo del transito notturno ti sei sentito una specie di Ian Curtis con il cazzo duro nei pantaloni. Un controsenso. Arrivi a Santa Maria Novella, raggiungi un telefono pubblico, chiami prima tua padre che è lacrimoso e ti fa sentire tutto il suo sdegno per il tuo esserti allontanato da lui. Sei giovane però, e il cazzo ti tira da morire. Non vedi l’ora di infilarlo in quella donna che non conosci, e maledirti durante e dopo, come sempre, come ogni volta che vince la vita e non il crollo malato negli specchi notturni.
Sei giovane, sei una testa di cazzo, ti piace godere e ti senti anche uno controcorrente, un anticonformista. Pensi che del tuo dolore potrai fare arte, potrai cesellare bellezze inattese sul senso di morte, sei un presuntuoso e la notte non dormi per quanto ti senti stupido.
Non rimpiango quegli anni. Non li idealizzo, non li tramando, non ci scrivo canzoni che pure mi chiedono. Più per voyeurismo che per vicinanza.

Tutta la violenza che hai in corpo non ha vie d’uscita.
Non quando scrivi. Non quando scopi. Non quando picchi un nemico o cerchi di fare sport.
Tutta la violenza che hai dentro non lascia in vita nemmeno letterari propositi di vendetta. È violenza. Spietata. Non ti lascia tregua. Ti condanna, ti regala uno sguardo cupo, gusti controversi, incapacità di gioire per una giornata intera, disinteresse totale per l’ingenuità altrui. Sei un lupo con una profonda ferita all’altezza della valvola dei sentimenti. Sei spacciato comunque e morderai chi vorrà curarti. Odierai chi proverà a innamorarsi di te, e risponderai crudelmente “è tutto un equivoco, la notte è una vasca solitaria, non ci entriamo in due”.
E la dolcezza?
Già, la dolcezza.
Quella non l’ho mai vomitata fuori. Sempre dentro, proprio al mio interno, tra i brividi e gli spasmi, quando nessuno mi guarda, quando ai fantasmi posso chiedere il nome dei pozzi e delle principesse smemorate che mi hanno preceduto.

©Luca De Pasquale 2019

15/11/19

S.S.A. Suicidio Sublimato Antisociale


Entro nel supermercato con “I’ll be gone” degli American Music Club nel cervello. Basterebbe questo a rendermi l’indiscusso principe delle prossime piogge. Con gli estranei indosso quel contegno cortese e aperto tipico dei feriti. Alla cassa c’è una donna vestita male e con i capelli alla Oloferne che vuole pagare una pagnotta senza arrivare alla cifra con i suoi spicci. Indossa delle orribili pantofole estive, dei calzini bianchi corti, molto simili a quelli che qualcuno regalò a mia madre in ospedale. La donna emana un cattivo odore, il tanfo di sporcizia corporale e merda è nauseante. Non riesco ad avvicinarmi. Non faccio la mossa di darle il denaro mancante. Non lo fa nessuno. Siamo diffidenti, marci, timidi, paurosi, viziati e innamorati dei nostri fottuti problemi esistenziali.

Io, fossi in quella donna, mi sarei già ucciso. Non ci credo alla poesia storpia di quelli che sono veramente gli ultimi. Quelle cose è bello e profondo solo leggerle, e poi dopo farsi una scorpacciata, una chiavata, un’uscita, un acquisto su Amazon.
Da quando ero bambino, associo alla mancanza di dignità il suicidio. Mi è lontana la retorica del poco e del niente, della saggezza degli umiliati, e quanto al regno dei cieli non fa al caso della mia trascendenza storpia, cinica e più volte sodomizzata. Soffro nel vedere quella donna e nel sentire sulla faccia le folate del suo alito indegno, marcio. Non reggo il suo sguardo. Sono un borghese. Un borghese in malora, un finto nobile decaduto, ma pur sempre uno schifiltoso borghese con un buon italiano da asporto.

Esco dal supermercato che mi volta lo stomaco. Ondeggio un po’. La mia compagna pensa ai soliti sbalzi di pressione che mi affliggono, ma in realtà la mia è sofferenza mal dissimulata, compenetrazione scomodissima, da dimenticare presto.
Penso a quando qualcuno mi dice “a quando il grande romanzo?”
E io penso, violento e stanco, “col cazzo che lo scrivo, solo frammenti, solo sveltine, solo quello che è nelle mie corde. Col cazzo che scrivo una storia classica, proprio col cazzo”.
Da adolescente, quando qualcosa mi andava storto nei discorsi con il prossimo, mi rifugiavo in una rassicurante, sperimentata coprolalia, il cui climax era rappresentato da “Senti, succhiacazzi. Non intendo parlare con te. Prendimi il membro in bocca e inizia a leccare. Succhia fino in fondo e chiudi quella cazzo di bocca”. E come mi gloriavo, di quei modi animaleschi. Come mi eccitava. Mi sentivo un eroe, un eroe imbecille e improduttivo. Come mi piaceva andare contro qualsiasi cosa. Quanto ero stupido e sincero.

Ogni tanto qualcuno avvicinava mia madre e le rivelava l’atroce verità, “suo figlio è un disadattato”. Mia madre mi riferiva questa roba, per poi aggiungere che sapeva bene quanto avrei fatto comunque a modo mio. Mia madre mi rispettava veramente. Rispettava la persona, anche la violenza innocua, solo verbale, che mi portavo dentro. Non era perbenista, non era formale, e del giudizio altrui non se ne fotteva niente, inclusi parenti e affini. Mi ha insegnato ad andare per la mia strada, per quanto difficile, e non finirò mai per ringraziarla abbastanza. Litigavamo solo su Dio, sia pure con garbo. Per il resto, si divertiva molto nel pensare che tutti quelli che ci conoscevano non sapevano capire se ero comunista o anarchico, o un misto. Di sicuro un cane sciolto.

Penso spesso a mia madre, negli ultimi mesi. Mi manca molto. Penso anche alla povertà in genere, e alla mia, che è mascherata dal buon eloquio, dalla buona volontà contrabbandata come salvacondotto e dalla superficialità dello sguardo collettivo. Penso che dovrei andare a recitare una preghiera per quella donna orrenda che voleva acquistare un pezzo di pane con monete da uno, due e cinque centesimi. Ma io non ho Dio e sono maledetto dalla mia stessa memoria di vita e da quello sguardo di attesa che somiglia al passatempo onirico e cenacolare di un boia cordiale.

Quest’anno è anche morto Shawn Smith dei Brad, uno dei musicisti che amavo di più. Crepa una marea di gente. L’erba cattiva resiste strenuamente e fa anche proselitismo pubblico, il che è inspiegabile. Io faccio opposizione, ma nulla posso contro pessimi romanzi lacrimatoio, campanilismo con il culo sporco, vizi da banali, finti editori illuminati, reclutatori disonesti incapaci di esprimersi in italiano, loschi pecorai carichi di odio che passano il tempo a sparare in un videogame cianotico e coglione contro comunisti, negri, papi illuminati, zingari, stupratori slavi sotto casa. Io faccio opposizione a quelli che dicono l’Italia agli italiani, un concetto di una limitatezza indecorosa, provincialismo becero megafonato dalla stipsi. Ma non mi illudo di portare nessuno dalla mia parte e per questo evito sciocchi discorsi. La mia parte è solo mia, è deriva, resistenza sotto la schiuma del mare gelido, è malinconia per chi ho perso, non la condivido, se non quando decido io. Il piazzismo ideologico lo lascio a quelli che hanno molto tempo da perdere, e saliva da rimettere in circolo.

“Riguadagnetevi il vostro spazio nel mondo, guardate ai modelli vincenti, ecco il nuovo manuale che consiglio a tutti per respirare meglio, vivere meglio, aumentare il successo sociale, allargare le cerchie, imparando ad apprezzare il benessere, la quiete, la poesia, l’amicizia, la natura…”
Leggo questo flyer che una ragazza con le treccine mi consegna frettolosamente a via Cilea. Dopo averlo letto, penso che non è buono neanche per nettarsi il mazzo, visto che è cartone duro e non poroso negli angoli.
Il volantino spiega che l’avvocato Cocalburno Granato, trentasei anni di muscoli, tatuaggi e massime di raccapricciante banalità, è pronto a riportare le persone al loro stato migliore, quello di figlie del mondo e non, banalmente, di due genitori. Sono sincero, sono franco. Se mi piacessero gli uomini, quelli con i modi maschi, barbuti e l’occhiolino fresco, starei già pensando di fargli carriola in una stanza d’albergo con vista sul porto di Napoli. Ma così non è. E allora finisco per sbavare in quella zona pericolosa, incomunicabile, di rabbia sociale mai realmente lenita, quella che mi impedisce, per capirci, di scrivere un bel romanzo per anime gentili. Credo che anche Cocalburno Granato dovrebbe uccidersi, come la donna del pane, però per motivi differenti. Perché non puoi prendere per il culo la gente, figurino con le sopracciglia sagomate. Tu sei, figurino con i denti bianchi di trattamento, come quel capellone imbecille che abiura la dieta mediterranea; sei un misto inguardabile di terrapiattismo, humour napoletano mal riuscito, fare estenuato dei privilegiati, ingenuità politica figlia di stroboscopica ignoranza, e sono certo che ti piacerà anche quel turbofilosofo di merda che starnazza ovunque.
Io faccio opposizione ai tuoi denti bianchi, figurino.
Faccio opposizione al tuo garbo da accumulatore illuminato.
Faccio opposizione ai libri marchiani che consigli agli ingenui innamorati delle loro lacune.
Faccio opposizione alle foto in controluce al tramonto che posti per dimostrare quanto viaggiare salvi la vita e sia anche coraggio, rispetto a chi non si muove.
Qui è vetriolo, qui è precarietà, qui è poesia finita in una sborrata in faccia per poi dimenticarsi male nelle notti noiose, qui non si accede al club e si piscia ancora nel cassetto del padrone sfruttatore, qui non ci si vende per una pagnotta e qui il suicidio è compreso nel prezzo di nascita.
Sei un signorino che gioca con le paure del mondo, non vali niente, ti faccio opposizione.
Forse morirò presto, ma è liberatorio dirti che devi succhiarmelo, metaforicamente, si intende.

©Luca De Pasquale 2019

12/11/19

I pezzalculo, le infiltrazioni nei rapporti di piacere e il post-punk marxista


Torno in città.
Non riconosco le strade, gli odori mi confondono, le luci sono troppo veloci e sembrano portare solo a notti di plastica. Avverto una certa dose di disperazione tra le persone, disperazione che tendono a non ammettere. Nessuno è andato veramente fino in fondo, io per primo. Nessuno ha avuto davvero i coglioni di vedere nel fondo uno scopo e non una conseguenza. Anche i peccati e i tradimenti non sono stati condotti opportunamente in porto, sempre cose di mezzo, il più delle volte pensieri e tentazioni nati suicide.

Con questo tempo, con questa tormenta simbolista che imperversa su una Napoli ritratta e sezionata in lamette di dolore composto, il primo pensiero che mi passa per la testa è raccogliermi in silenzio e onorare la memoria dei miei genitori, la loro assenza, la fine della loro storia nel mondo, i ricordi del loro unico figlio. E poi ricordo. Solo due volte sono andato a trovare mio padre al cimitero. “Andare a trovare” non ha alcun senso reale per me. Sapevo che lì non avrei trovato nessuno. Non ho mai parlato a una tomba. Ho solo spolverato marmo e mangiato lacrime vecchie di anni, incapaci di uscire, di esplodere.
Le due volte che sono tornato dal cimitero, dove non avevo trovato mio padre, ho avuto voglia di farmi male, di scopare e mi sono anche sentito una specie di prostituta della malinconia. Sfiorita, rugosa, cinica e inguaribile. Non so niente di riposo, figuriamoci di riposo eterno. Per quanto ne so e sento, certe morti sono luci vaganti nella mia insonnia, gocce nel bicchiere delle medicine, infiltrazioni nei rapporti di piacere, antidoti venefici al pietismo altrui, insetticida sulle curiosità malate di tutti i cretini che non vanno mai fino in fondo.

Torno in città e i rapporti tra me e lei sono cambiati ancora. Come con un’amante. La decadenza urbana che sento nel cuore è uno schiaffo punk fuori tempo a tutte le idee di rinnovamento sparse nei libri, nei racconti e nelle telefonate della domenica. Non ho mai capito il senso delle telefonate intime in cui non ci si dice un cazzo di vero. A quel punto è meglio sentirsi, iniziare ad ansimare e venirsi nei pantaloni, profferendo oscenità con gratuito sprezzo del ridicolo. Non si dice mai la verità. Mai. Si gira intorno alle cose, ai concetti, alle voglie, ai propri limiti mentali. Si usano toni spastici di cortesia che possono portare solo alienazione, delusione con fiato cattivo al mattino, inappetenza nevrotica e brividi. Non si dice la verità, neanche quando si fotte. Non basta farsi ammanettare al letto e infilarsi maschere di animali per dirsi disinibiti e liberi. Conosco uomini che si dichiarano eterosessuali armati e non dicono il vero, perché avrebbero voglia di mettere il rossetto e andare per cessi di cinema e stazioni. E non ci sarebbe nulla di male. Conosco donne che non riescono a mettersi in linea con le loro opportune smanie carnali, e allora vanno fuori giri o finiscono per idealizzare il primo stronzo di passaggio.
In città, come in provincia, non si dice mai il vero. Si cerca di arrivare al vizio con la dolcezza, a rimorchio dei sogni. Si cerca di arrivare alla complicità attraverso la malattia, e questa roba fa schifo, fa schifo da paura.
A Gaeta sono entrato in chiesa, e per rispetto ho cercato di fare il segno della croce. Ho sbagliato gesto, e non solo perché sono mancino. Mi sono mortificato e mi sono detto che per anni sono stato lontano, lontanissimo da ogni forma di affidavit.
Mia madre non sarebbe stata contenta. Mi dispiace. Sono cresciuto con valori culturali e sociali molto simili a quelli salmodiati dai Gang Of Four nella loro più accesa fase marxiana, posso anche assolvermi se non so intrattenermi in società e persino con i gesti più diffusi di una fede che non sento. A tavola non sono un buon commensale, e se mi gira posso iniziare a dire cose sconvenienti con assoluta nonchalance. Non per esibizionismo, questo è il peggio, in fin dei conti. Per convinzione.
Dovrei darmi una calmata, lo so, perché mi mancano due anni ai cinquanta e sono anche disoccupato. “Ridimensionarmi”, come mi hanno suggerito. Anche nei modi. Scegliere la prudenza. L’attendismo e il cauto corteggiamento del meglio a venire. Così dovrei fare.
Dovrei dare il mio meglio, o quello che credo tale, per recuperare i famosi crediti che potrei aver sabotato con spirito da bastian contrario. Dovrei “spantecare” per i complimenti e per i nuovi sguardi che potrei tirarmi addosso, inclusi quelli di presunta concupiscenza.
Che vita sarebbe?
Che cazzo di vita sarebbe?
Da molluschi. Da veri reietti, e non da “pezzalculo”, come diceva ieri una tizia al telefono al ristorante, troione borghese e viziato innamorata dei cazzi bancomat e dei cinquantenni viaggiatori con montature arancioni su occhiali aerodinamici.
Cosa significa “pezzalculo”?
Quelli che non possono permettersi le cose?
Quelli che hanno sbagliato e ora pagano l’esclusione?
Quelli che non hanno acceso ai più innocui svaghi degli stressati?
Quelli che hanno mancato l’appuntamento con tutte le tappe più banali a causa di scarsa grinta, poca concentrazione e instabile sentimento di ambizione?
Sono dalla parte dei pezzalculo, anche se un tempo quelle come la conversatrice telefonica me lo facevano diventare duro come ghisa e sbavavo di rabbia sociale condotta in punta di cazzo.
I pezzalculo, cara mia, hanno storie composite che non puoi neanche tentare di comprendere. Alcuni pezzalculo si sono suicidati e tu lo hai letto sul giornale con fare indifferente, stronza.
Sono proprio i pezzalculo a non avere padroni, lo sai?
Sono i pezzalculo a spianare la strada agli uomini che ti piacciono, lo sai?
Sono i pezzalculo i fratelli che preferisco, i compagni del viaggio più importante, quello nella coscienza di classe, cara la mia conversatrice tutta “piuttosto che” e “daaaaavvero dici?”.
Non me lo hai fatto neanche diventare duro. Fallimento della classe privilegiata, una volta tanto.

©Luca De Pasquale 2019



10/11/19

Rossetto color sonno, a mezz'asta


È una guerra, quasi. La guerra del benessere da conquistare. Nei modi più disparati e spesso scomposti, le persone lottano per accaparrarsi momenti di benessere, o più facilmente uscite temporanee da condizioni stressanti. Un tempo ero più indulgente, quando notavo questi tentativi. Oggi no. Sono troppo in avanti nella coscienza per sovvertire un sistema di valori, il mio, che non prevede alcuna sbandata esistenziale per mondi che possano apparirmi eventualmente migliori. Non posso reinventarmi, proprio ora, come uno che creda alle terre promesse. Non è così. Forzature in tal senso possono portare solo a scene ridicole, di finta condivisione, oltre a mostruosità sensoriali che da sempre rifuggo.

Bisogna finirla con la farsa del possibilismo cortese. Bisogna avere le palle per dire la verità: non ho mai creduto per un solo secondo della mia vita a un mondo di miraggi, di tregua e di evasione. Il concetto di evasione è troppo spesso un oltraggio all’intelligenza, intesa in senso generico.
Non credo nel Signore, non credo nella religione premiante, e credo che l’eguaglianza sociale sia un’utopia, considerata la natura corrosa e compromessa degli uomini. Esiste, chiaramente, la possibilità di scorgere diamanti nel brago, momenti belli nel bolo del quotidiano, è innegabile. Non sono miraggi, né tantomeno premi di consolazione. Sono momenti e basta. Invece di inseguirli come idioti, sarebbe meglio predisporsi al poterli riconoscere. Senza forzature. Senza pagare stipendi e dazi d’illusione a nessuno.

Questa disputa isterica, indecorosa, ingenua come la prima polluzione notturna da adolescenti, non mi interessa neanche un po’. Non me ne interessano le modalità e men che meno gli esiti. Non muovo un passo se non sono interiormente convinto. Non vado per tentativi. Non corteggio altre realtà e non credo nei vasi comunicanti. Non invidio i ricchi, gli abbienti, i valvassori della noia, gli sciacquapalle del destino, figuranti più inani delle figure disperate nei quadri di Odd Nerdrum.

Ma chi è l’idiota che ha teorizzato il fascino irresistibile della disperazione?
Non è vero.
Garantisco. Garantisco duramente, sulle squame, sui maledetti orgasmi da mercato delle pulci, tanto cercati e poi dedicati, in sperpero, alla morte.
Per spirito di continuazione, per estetica dell’ipocrisia, per mancanza di coraggio e anche di vera cultura, gli esseri umani tendono a rifuggire la disperazione più aspra, quella che non finisce nemmeno in un bicchiere o in un profilattico. Si fugge. Si tenta qualsiasi cosa. Si cercano espedienti in continuazione.
Ci si innamora delle tregue. Ci si innamora di chi ci sembra adatto a portarci via dalla nostra piscina di ferite carnivore. Beffa suprema di beffe primigenie. Tutto quello che non rientra in nuovi percorsi di luce viene etichettato come buio, come malattia, cupezza, insulso pessimismo artistoide.
Non riusciamo a masticare veramente amaro. Non riusciamo ad accettare la morte di chi ci ha tenuto compagnia, e neanche la nostra. Non accettiamo, se non per posa, la violenza consapevole dell’espressione artistica, invariabilmente strumento di tenebre e non di salvezza.

Probabilmente sono ancor meno frequentabile di prima, se possibile. Nel senso che non simulo più, qualora io lo abbia mai fatto, quell’apertura agnostica agli itinerari di riabilitazione. Sono per la crudezza della realtà, in tutte le sue forme. Nessuna simulazione, nessun fottuto miraggio. Vivere quel che si vive, con un punto fuori la porta per le perdite di tempo. Accettare la disperazione e guadagnare punti con la vita grazie alle zone bruciate di pelle e di speranze.
Non è per qualche amico in più o per qualche possibilità da sperperare che uno deve funestarsi l’indole e cappottare come uno scarafaggio, per giunta sgradito alla parte funzionante, fintamente funzionante, di questa società di codardi e spregiudicati guaritori.
La vera lotta, a mio avviso, deve contemplare momenti di puro, devastante squallore senza rimedio. Chi si fa del male per poi tentare la nuova guarigione ogni volta è solo un viziato.
Sono i mentitori e gli ambiziosi le vere puttane. Al di là delle retoriche canzoni e poesie salvacondotto, rispetto le puttane che sono costrette a farsi montare da uomini orrendi, viziosi, puzzolenti.
Non rispetto, invece, le puttane in arte, quelle semiserie riproduzioni di sogni riusciti che creano dipendenza, voglia di emulazione e stupidità. Non rispetto nemmeno l’ingenuità della paura di vivere e morire; molto meglio, infinite volte meglio, l’errore consapevole, il movimento dell’ultimo minuto sotto il cappio della luce, nelle stanze deserte che non finiscono nei libri e nei corsi di sopravvivenza emotiva.
Quel che sia, sorridiamo fieri al funerale del nostro ego e scopiamo con la bava alla bocca sotto i tavoli delle cerimonie più edulcorate. Ogni orgasmo, ogni abbraccio, ogni fedeltà non sforzata, sono tutte scintille sotto i piedi della morte. Ne ritardano il greve compito, la confondono come i temporali più belli nelle notti di mezzo inverno.

©Luca De Pasquale 2019