15/10/19

La vendita del niente


L’uomo con la giacca color panna e la cravatta azzurra mi spiega come funziona il mondo del lavoro. Mi spiega che bisogna vendere servizi, anche quando questi non ci sono. Mi spiega che bisogna raccontare storie, a chiunque. Non importa se si tratta di un ventenne rincoglionito dal finto rap ribellistico o una persona anziana devastata dall’artrite.
L’uomo mi dice che lo status di una persona arrivata si vede quando cambia l’automobile. E anche che bisognerebbe essere felici di poter condividere spicchi di vacanza con qualche top manager, non si sa bene di che.

Per quanto mi è possibile, cerco di non dare a vedere ciò che realmente penso di quel che mi dice. Quando indugia penosamente sulle auto di lusso, che dovrebbero spingermi a produrre fino a perdere l’uso delle chiappe, guardo in basso per non farmi riconoscere. Io sono la nemesi vivente di questo modo di pensare.
In più, continuo a pensare che la ricchezza non abbia nulla di seducente e che non autorizzi quelli come me a scappellarsi e persino invidiare; io userei una buona disponibilità economica solo per foraggiarmi di arte e viaggi (di un certo tipo), il lusso è un qualcosa che non suscita in me il minimo istinto emulativo. Anzi.

Io penso che l’ammirazione per la ricchezza ha rovinato l’anima del popolo, il cuore operaio della società, infondendo stupidità, deteriori tentativi di plagio, tendenza all’abbrutimento e all’odio, degrado dell’intelligenza. Non ci propongono altro che acquistare servizi di cui non avremmo bisogno, fino alla prova contraria che hanno ben imparato a sventolarci sotto il naso.
Oggi, dopo alcuni anni di pazienti e silenziose sponde, mi sono sentito di nuovo un Buenaventura Durruti finito nelle stanze sbagliate, nel posto sbagliato e con le persone sbagliate. I servizi non sono valori e i privilegi non sono distinguo sociali ai quali si possa rispondere con moderazione.

L’ampollosa, sgrammaticata retorica del successo beve dalla tazza del cesso e nel contempo inventa sorgenti di acqua pura e limpidissima.
Ammirare la ricchezza è da scarafaggi. È semplicemente vergognoso.
Alle persone ricche viene inoculato il ridicolo convincimento che si può guarire da ogni male e da ogni frustrazione, attraverso il pagamento regolare e spropositato di continui servizi. Anche dai mali dell’anima, pagati profumatamente a suon di slogan destituiti di ogni senso della realtà.
Il bello è che ci provano anche con noi poveri. Ci ossessionano con questa storia di merda del riscatto, una storia che fa acqua da tutte le parti e tradisce un animo verminoso, lutulento, vigliacco.
Ecco perché, nel mio ramo e nel mio piccolo, trovo simili alla follia dei servizi e del terziario ottuso l’ostentazione di certi atteggiamenti da parte dei collezionisti di dischi, tutti tesi a mostrare in continuazione le loro stupefacenti panoramiche di reperti e pezzi che solo in pochi al mondo possono mostrare; così facendo vi mettete alla stregua dei possessori seriali e in ogni caso non sostituirete l’esiguità del vostro cazzo. Siate umani quando parlate e scrivete di dischi, e dunque di arte. Fatemi la cortesia di non tirarvelo in mano, e di non indugiare eccessivamente in nozionismi periodizzati con poche virgole, perché i tempi del Sapientino sono finiti, è un gioco che non producono più, se lo sono inculato.

Non posso partecipare alla vendita del niente e non posso nascondere il mio corpo imbottito di anarchia ulcerata dietro l’altare del profitto altrui.
Non posso ringraziare il prossimo padrone per il lavoro che vorrà concedermi.
Non ho mai indossato una giacca color panna in vita mia. Non ho mai guardato a un ricco con deferenza e ammirazione.
Non posso nascondermi, mi scovano sempre. Apro la bocca per dire qualcosa del tipo “se ne può parlare” e mi esce il notorio, mai invecchiato “né servi né padroni”.
Amen.

©Luca De Pasquale 2019

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