11/10/19

La minaccia della nostalgia


Ho l’abitudine al cattivo tempo.
Questo è fuori discussione.
Lo capisco, e me ne ricordo, quando parlando per strada mi accorgo di guardare le persone come pesci rossi in una bolla dell’Edenlandia.
I vari racconti non scuotono le mie fondamenta. La descrizione delle meraviglie non mi tocca che rarissime volte. C’è chi vive con una sorta di GPS acceso perennemente nel culo o poco più su. Si ama da morire dare la propria posizione, ovunque e comunque. Sono qui e sto facendo questo e quello. Pazzia. Vuoi mettere con il piacere fisico e violento di scomparire dai radar?
Quello è godere sul serio, uscire dagli schermi, assentarsi, ammettere che le varie presenze, come cantava Faust’O, sono degli incidenti.

Ho l’abitudine al cattivo tempo.
Questo mi ha portato a diventare molto diffidente, anche se non paranoico. Quello mai.
Sul lungomare c’è una comitiva di persone impegnate a scattare foto surrettizie dopo un pranzo di matrimonio. Gli uomini sono vestiti tutti uguali, una pena. Le donne, invece, sembrano tutte delle grandi scopate e in faccia hanno il dolore per i tacchi e una vaga anticipazione espressiva circa il loro modo di godere. Sembrano tutte delle grandi scopate perché sono fasciate in abiti piuttosto costosi e quel che non è fasciato è ampiamente scoperto. Gli uomini sono adiposi, puzzano di soldi e uno di loro somiglia a Sgarbi.
Questa dispensabile visione non ha niente a che vedere con il cattivo tempo che mi piace dipingere, pur di non finirci dentro.

In questi giorni, un amico mi ha tormentato con i suoi dilemmi amorosi. Lo ha fatto a distanza, via sms. Detesto gli sms come poche altre cose.
Si lamentava di una che non gli rispondeva, che non rispondeva alle sue attenzioni, una in sostanza che non gli ha dato materiale a sufficienza per alimentare una storia mentale deviata, fatta di paranoie strutturate come astronavi per esplorarsi fino allo sfinimento. Avrei voluto dirgli “vaffanculo a questa roba di merda, ma perché non ti decidi a scegliere una volta per tutte l’illusione di non illudersi più?”
Poi mi sono detto che non ho il diritto di deprimere quelli che amano le illusioni, è un mezzo peccato mortale. Continua a sognare la dama che non ti dà corda, amico mio. Fatti male come ti piace farti male. Tieniti a distanza di sicurezza da me, per grazia del Signore. Te ne prego.

Non mi sono portato dietro il libro di Zurlini. Errore grave.
Lo leggo sempre, quando inizia a piovere in certe zone della mia sensibilità, è una piccola, fondamentale parte della mia scettica e fedele cura per non morire.
Il libro di Zurlini. Alcuni dischi. Alcuni film. Ma non mi sono portato dietro che poche cose, per fortuna. Incluso un grande, maleolente trancio del mio passato. Sono venuto mezzo nudo, qui. Al punto che ascolto il rumore della notte insieme alle insidie del mio cuore capriccioso.

Pochi gesti mi sono necessari come lo sparire.
Ed è impossibile, mi si creda in parola, non portare rancore a chi parla sempre, a chi è in diuturna modalità di esibizionismo e incontinenza verbale, a chi si localizza anche se nessuno lo ha richiesto espressamente.
Sparire dalla scazzata emotività della gente significa rifiorire altrove, in solitudine. E ottenere, senza troppe chiacchiere di merda, il colore realistico dei fiori notturni. Abbiamo fatto il pieno dell’indifferenza ostentata, dell’orgoglio nevrotico, dell’enorme silenzio che domina le nostre smozzicate conversazioni da infelici imprigionati in qualche vecchio rito deciso da altri.
Sparire per me significa sottrarmi a queste ammorbate regole di sopravvivenza passiva, in cui si vogliono contrabbandare per atti di coraggio le iniziative di socialità e condivisione. Mentre quella è solo risacca dell’istinto di sopravvivenza, non c’è ingegno e non c’è genialità nel sopravviversi.

Ci sono cieli oscuri nascosti in questa nuova quiete, come sempre.
Sono felice di avere poco dietro. Di aver portato solo quello che mi passava per la testa in quel momento. E basta.
Non mi va affatto di congratularmi per nuovi amori e nuove occupazioni, non sono bravo con le ricorrenze e con i convenevoli.
Anche qui c’è gente che cade. Anche qui c’è gente che ama, ricambiata per inerzia, senza lampi nei passaggi di stato dalla solitudine alla coppia. Anche qui c’è chi ha pensato al suicidio, prima di trovare la panacea in un pianto disperato, nell’abbraccio a un figlio, un compagno, un estraneo.
Anche qui la mia stella personale va in sciopero, quando la banalità assedia il giorno. Anche qui, infine, la nostalgia minaccia dalle torri e alza la voce appena confondo il passo con qualche vecchia incertezza.

Mi è necessario sparire.
Per trovare nuovi inizi ogni volta che ieri e ora diventano mostri.

©Luca De Pasquale 2019

Nessun commento:

Posta un commento