17/09/19

L'inevitabilità dell'heavy metal


Non so perché l’ho fatto, non so sull’onda di quale nostalgia. Decido di andare a trovare Enzo Quarzio, una vecchissima conoscenza dei tempi del liceo. Riesco a ottenere da amici comuni il suo numero, lo chiamo e nonostante il suo atteggiamento telefonico scostante e burbero decido di autoinvitarmi a casa sua. Abita ancora al corso Vittorio Emanuele, lato Chiaia. Uno che, come me, forse meno platealmente, non uscì dal Liceo Umberto con il diploma, finendo nello squallore caricaturale degli istituti parificati. Però eravamo fieramente metallari, ed era questo ciò che contava.

Enzo Quarzio era davvero un metallaro doc. Un totale, purissimo defender of the faith. A differenza mia, anche nel look: capello lungo con codino, chiodo priestiano, toppe dell’era NWOBHM, totale disinteresse verso la politica, relazione cultuale con il vinile e con i progenitori del genere.
Ai tempi, andavamo d’accordo, anche se lui si scandalizzava spesso –troppo per i miei gusti- circa le mie sbandate jazz, fusion e addirittura pop. Enzo era tutto d’un pezzo, per lui meglio il cinquantesimo bootleg dei Maiden piuttosto che un nuovo gruppo del meticciato. Meritava assoluto rispetto. Gliene porto ancora, ecco perché voglio andare a trovarlo. Perché Enzo è la coerenza sotto forma di gusti musicali e contegno relativo.

Quando mi apre la porta di casa, un piccolo appartamento al quarto piano di un palazzo tanto elegante quanto anonimo, quasi trasecolo: Enzo è infatti la copia carbone di Ian Hill dei Judas Priest.
“Ciao Ian”, gli faccio, sapendo che capirà.
“Magari… col cazzo che sono Ian… entra entra compare…”
Odore di tabacco, di naftalina, odore di vecchi vinili. Impossibile non riconoscerlo.
“Che cazzo ti posso offrire, Luca?”
Quasi dimenticavo che Enzo/Ian infila la parola “cazzo” in ogni frase di senso compiuto e non solo. Enzo è fieramente (e anche qui coerentemente) bukowskiano.
“Un caffè del cazzo, Enzo. Se ce l’hai, meglio un decaffeinato del cazzo”.
Ridiamo. Sento una grande nostalgia dentro, di quei tempi, di quelle sere giovani, di quei dischi che ci aprivano un mondo. Come cazzo siamo invecchiati, maledizione.

La collezione di vinili di Enzo è spaventosa. Per dirlo io, significa che è vero; non tanto per quanti ne posseggo io, piuttosto perché non sono uno che si fa impressionare e non confondo il possesso con la conoscenza. Ma Enzo davvero sa il fatto suo in materia e vanta una collezione di vinili composta da non meno di trentamila pezzi. Ha quarantotto anni, viene da una famiglia abbiente (anche qui, destino diverso), ha sempre comprato dischi, sempre.
Anche quando si è sposato. Ha continuato a comprarne anche quando ha perso il lavoro di ragioniere in un’azienda di concimi vegetali. Ha comprato dischi a iosa, quando la moglie lo ha lasciato senza troppe spiegazioni e con un altro già cotto a puntino in panchina, pronto a entrare.
“Devo passare un cospicuo assegno a quella zoccola”, mi dice, “ho dovuto ridurre un po’ le spese per i dischi, che cazzo”
“Posso chiederti Enzo? Cosa è accaduto tra voi?”
“Secondo me le girava male che compravo dischi e facevo le serate nel Lazio con gli altri, le girava a cazzo che non era uscita incinta. Non so, io ero buono e lei voleva sempre chiavare a orario, il che a volte mi impediva di intostare bene”
Mi viene da ridere, ma mi trattengo, sia pure a fatica.

Mi porta nella stanza dell’immensità, come la chiama lui. Un muro invalicabile di vinili, suddivisi per correnti, anni, nazioni, addirittura ora anche per colore. Un edificio di devozione impressionante.
“C’è un sacco di gente che posta sui social foto delle discografie”, mi dice amaro, “ma non sono altro che segaioli con il pesce piccolo. Soprattutto i defenders, non so, è come se ci dovessimo vendicare di qualche torto, mostrando al mondo quanto e come siamo rinchiusi nella nostra monomania. Io ne sono consapevole, Luca; e continuerò a comprare vinili, che siano ristampe, pezzi d’epoca, rarità, acetati, test pressing. La vita là fuori è una cacata, le relazioni sono malate, è diventato complicato anche farsi fare un chionzo, non mi va di fingere interessi che non ho per farmi una pelle del cazzo”
“Mai finto per una scopata, Enzo”, mento duro.
“Mah, come vuoi. Io mi masturbo su internet, dura poco, scelgo la scena preferita e poi torno ai dischi, Per qualcuno sono pazzo, ma non me ne frega un cazzo. Divido con mia sorella il fitto che prendiamo per la casa dove vivevano i miei, ogni tanto faccio il ragioniere a nero e va bene così, tanto qui è di proprietà”
“Capisco”
Che amarezza incredibile, mi viene da pensare. Eppure, per quanto i bei pensatori lo liquiderebbero come “arido”, nella sua rinuncia a vivere l’esterno c’è qualcosa di comprensibile, di non completamente malsano.
Tutti noi abbiamo avuto la tentazione di ritirarci, per quanto possibile, ma quasi sempre ha prevalso la paura della solitudine e del giudizio altrui, il che è molto da codardi e da conformisti tout court.
Io non ho mai sopportato, per essere chiari, quelli che fingono di volersi ritirare dal mondo, solo perché non luccica come piace a loro; solo perché i loro sogni di gloria sono ostacolati, oppure perché non amati dal giocattolo sognato, bensì da qualche scalcagnato vicario raccattato per impazienza.
Al confronto, ecco che la scelta di Enzo Quarzio ha la sua rispettabilità impettita e non va disprezzata per partito preso.

Enzo fuma come un cesso turco, nella stanza delle meraviglie quasi non si respira. Mi mostra, sapendo che adoro il Galles, i vinili dei Crys, storico gruppo NWOBHM gallese; poi mi sottopone a un esautorante interrogatorio sui principali bassisti del power metal tedesco, mi mostra una foto in cui si abbraccia con il primo batterista dei Mercyful Fate, infine mi promette che farà in modo di mettermi in contatto con John Tetley dei Jag Panzer.

“E tu quanti cazzo di vinili hai? Sei disoccupato però: riesci a comprarli?”
La prima domanda mi mette in difficoltà, considerato con chi parlo; slitto alla seconda, con un perentorio “no, ma riesco ad arrangiare con scambi e usati”
“Triste, mi dispiace, io non so come farei al posto tuo, cazzo”
Osservo il muro di vinili e commento “di questo ne sono certo, Enzo”
Ascoltiamo musica per qualche ora, Enzo ormai acquista solo materiale di gruppi anni ottanta, quale che sia la branca metallica e la nazionalità. Mi fa ascoltare oscure bande delle Barbados, di Andorra, persino del Principato di Monaco. I vinili sono tenuti da Dio e devo ammettere che un po’ lo invidio, anche se alla sua rinuncia totale non ci arriverei mai e poi mai.

Verso le otto e mezza di sera, mi chiede se voglio cenare da lui, “che dovrei avere degli involtini primavera del cazzo comprati al negozio cinese qui sotto”.
Al mio cortese diniego, Enzo finisce per scomparire dieci minuti in una stanza buia, una specie di rivisitazione di Psycho in salsa partenopea, perché non posso non immaginarmi un cadavere su una sedia a dondolo, in quel buio.
Invece Enzo torna con due vinili in mano, uno dei Crys e l’altro degli Strattson, oscuro gruppo francese ottantino autore di un solo album, “Ouf metal”. Una chicca minoritaria per anime in fuga come noi.
“Sono due doppioni, te li regalo. Spero che valgano come un cazzo di buona fortuna per te, compadre. Spero che ritrovi lavoro, soprattutto nei dischi, che magari ti ricomincio a chiedere qualcosa”
Se fossi solamente un briciolo più sentimentale, mi commuoverei. Invece, mi contengo, senza esimermi però dall’abbracciare forte il vecchio Enzo/Ian, l’altro reietto del Liceo Umberto, culla della Napoli predestinata, che per forza di cose pisciò nelle orecchie di entrambi.
Chissà, se anche io avessi avuto più quattrini di famiglia, chissà che strade avrei intrapreso. Non lo saprò mai e non lo sapranno mai quelli che mi hanno incrociato.
Prendo i due vinili, lancio un bacio alla tana delle meraviglie, e mentre sono sul pianerottolo a chiamare l’ascensore Enzo mi dice: “Comunque, ancora mi sale l’uccello, non sono partito di brocca. Mi faccio fare dei chionzi a pagamento”
“Ehm… Enzo abbassa la voce…”
“Ho conosciuto una studentessa fuori corso che si prende trenta euro per succhiarmelo il giovedì pomeriggio. Non mi fa mettere il guanto, è dolce, mugola e ha la coda di cavallo come piace a me. Forte, cazzo”
“La trovo una cosa splendida, Enzo, serio. E magari le piace anche lo speed metal del 1982…”
“No quello purtroppo no… addio compadre, buona fortuna e pedal to the metal per sempre”
“Contaci, Enzù”

E così, mi ritrovo al corso Vittorio Emanuele, lato chiaino, alle nove di sera. Nostalgia incredibile addosso. Passerò sotto il vecchio ufficio di mio padre e mi verrà la solita stretta difficile allo stomaco. Enzo ignora che ho mescolato il metal con il jazz e tanto altro, ma è chiaro che la sua purezza sarebbe impossibile quasi per chiunque. Quei tempi, quelle sere, non torneranno più: scontato, banale e inaccettabile. Siamo invecchiati, ci siamo incarogniti, e il ricordo di chi ci ha pisciato nelle orecchie confina con il rancore secco del tempo fustigato. Non so se sono davvero il nichilista che molti vogliono intravedere, non ha più nessuna importanza. Da molto la definizione di sé stessi non conta più un cazzo, come certamente direbbe Enzo.
Chiaia non è la Chiaia di quando ero bambino e poi ragazzo. Il profumo di scoperte è finito, come l’odore acre delle cosce femminili pronte a schiudersi per un’illusione fosca da infrangere presto.
Come volevasi dimostrare, non sono diventato avvocato, notaio, medico, docente universitario e nemmeno giornalista. Secondo molti di quella cerchia incoerente, non ho reso secondo le mie capacità. Discorso putrido, senza senso e fottutamente borghese, borghese fino al midollo.
L’unico reale rammarico è di natura economica, non certo sociale: avrei acquistato dischi a strafottere e avrei viaggiato molto di più. Punto.

La verità è che ai ricchi piacciono non dico gli altri ricchi, ma almeno quelli che non devono rinunciare a certe scontate comodità; a me, di contro, piacciono principalmente quelli che hanno qualcosa da dire oltre i rituali del vivere civile, che è noiosissimo.
Pur avendo portato quasi sempre i capelli corti e le camicie, sono anche io un defender a mio modo, soprattutto perché non sono mai realmente uscito dalle solenni e ibride ballads dei Queensrÿche.
Caro Enzo, cazzo, quanto ti stimo.

©Luca De Pasquale 2019

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