13/09/19

La signora del vento


Lì dove l’avevo lasciata quattro anni fa, c’è ancora una vecchia Jaguar a marcire sotto cumuli di rifiuti e sterpaglie. La targa è inglese. La scena di decadenza, come è proverbiale dalle mie parti, mi fa effetto e passo diversi minuti a osservare incuriosito la carcassa della Jaguar. Così come non posso evitare di fermarmi, a Gaeta vecchia, davanti due porte fatiscenti, una marrone e l’altra verde; guarda caso lo stesso tipo di accoppiata che rubò le mie attenzioni e fantasie da bambino, a Napoli in via Poerio.

Infatti, quando ero davvero molto piccolo chiedevo sempre a mia madre di portarmi in quella strada e lasciarmi guardare quelle porte diroccate, nelle cui fenditure si potevano scorgere calcinacci, vecchie sedie, muri sbrecciati, polvere, abbandono. A volte ci passavo anche un’ora, a fantasticare davanti e dietro quelle porte. E mia madre, incredula, mi chiedeva: “Ma perché ti piacciono tanto le cose rovinate e abbandonate?”
Se io fossi stato più pronto, più scaltro, forse avrei dovuto risponderle “perché sto cercando di piacermi anche io, mamma”
Sarò sempre attratto dalle rovine, incluse quelle interiori, che detesto sconfiggere con i rimedi della saggezza pubblica e del buon senso umanista, con quella stupefazione insopportabile che alcuni esseri umani palesano di fronte a una nuova serenità. Io non sono così e non intendo svendere per qualche emozione la mia propensione alle terre senza promesse.

Faccio lunghe passeggiate qui. Ho sempre il mare accanto, dentro, di fronte, al massimo dietro. Avevo bisogno di lasciarmi idee, emozioni e persone dietro. Non mi manca la città, i contatti forsennati, le passeggiate quartierali senza scopo, gli sms senza logica, i messaggi senza continuità, le emozioni senza coraggio, troppe per i miei gusti.
Ormai non fumo da più di dieci giorni. Grande rinnovamento quanto si vuole, ma i momenti di craving sono interminabili, spietati più di un tradimento, di un equivoco, di una familiarità fasulla.
Resisto perché desidero respirare e perché sono uno stronzo testardo; questo non vuol dire che mi sia davvero tolto la morte da dosso, quel puzzo riconoscibile solo a me, frainteso e a volte stigmatizzato dagli “altri”, eppure insistente come un codice genetico marchiato a sangue nel mio modo di guardare e vivere i giorni.

In questi giorni, sono il principe delle mie stesse stelle spente. Alcune le riaccendo, come l’amore per la musica e la ricerca, altre le dissipo volutamente per sempre. Come alcuni ricordi e diversi profumi che non fanno più effetto.
La morte continua ad apparirmi, nel gioco dell’innocenza e della spinta alla creatività. Si palesa dietro i corpi delle donne per strada, nelle vetrine dei negozi, nel sorriso degli sconosciuti, nelle navi che partono di giorno e di notte dividono in parti uguali la mia insonnia. Mi sono innamorato di un veliero che si chiama “La signora del vento”. Come tutte le volte che mi innamoro, la morte fa capolino nei momenti di rapimento, sotto forma di vento, di pensiero veloce, di ricordo involontario, di respiro frettoloso nel petto, ora anche con la voglia di fumare che mi porta crampi di rivolta e qualche volta rassegnato abbattimento.

La città non mi manca.
Fosse per me, non tornerei più. Mai più. Tanto sono nomade. Nomade di fatto e non per posa esistenziale o per noia borghese. Essere davvero nomade non mi ha portato mai più soldi, scopate, fama e consensi. Solo i finti nomadi guadagnano qualcosa dal suggestionato lacrimatoio che hanno inscenato per colpire la coda egoica dei più ingenui. Come i finti viaggiatori, per esempio, tutti compresi nel documentare i loro liberatori spostamenti.

La città non mi manca per niente, e questo mi porta a darmi delle regole inedite, come quella, per esempio, che afferisce al tentativo di resistere alle lusinghe delle rovine. Sono troppo sensibile a ciò che cade, si frammenta e si distrugge. Non me lo posso più permettere.
La mancanza delle sigarette si fa insopportabile quando mi sveglio troppo presto, quando scende la notte e quando mi capita di scrivere, come adesso. Ho smesso di succhiare caramelle come un pervertito. Quando l’astinenza urla, cerco di pensare ad altro, cerco di riconoscere la bellezza, quella vera, quella che sembra asettica e non mi richiama con le gambe aperte e il sorriso lascivo della fine, la fine che è stato sempre il motore del mio volermi esprimere, artisticamente e non solo.

Più che dalle sigarette, sono dipendente dalle rovine. Eppure, non rinnego nulla e non cerco di far apparire pulite le mie vesti e la mia anima.
Se rinnegassi le rovine che ho dentro, rinnegherei me stesso, un modo di sentire, persino di amare, di ricercare la luce. La luce mi interessa, certo, ma non ricusando il buio. Un po’ Montecristo, un po’ nomade ora taciturno, passo le mie giornate in un esilio voluto, necessario, atteso. Ascolto heavy metal vintage di giorno ed elettronica minimale di notte. Ritrovo gli anni che ho perso, in qualche modo. Leggo. Sto in silenzio. Guardo e non commento. Scatto più foto di quanto abbia mai fatto nella vita, ma senza la smania di condividere. La morte me la porto dietro, e quando la semino mi chiedo se si sarà fermata a prendere un caffè, a molestare qualche altra anima tormentata, o a imprimere foia sessuale e pulsione di vendetta in inconsapevoli dormienti.
Non è affar mio. So solo che cerco di respirare. E che, come tocca a quelli come me, il ritorno è un obbligo che non apprezzo, proprio come quello, ormai sbiadito, di dover piacere “in un modo costruttivo”.
Rovisto tra stelle spente ma non morte, sono lontano, non torno. Mi riciclerò per l’ennesima volta come spettro.

©Luca De Pasquale 2019

Nessun commento:

Posta un commento