28/07/19

Il giorno di NHØP


Chissà perché, ma la domenica per me è il giorno di Niels Henning Ørsted Pedersen, più familiarmente conosciuto come NHØP. Da quando avevo poco più di sedici anni, il semi-dio danese è il mattatore delle mie domeniche. Lascio andare la sua musica per ore, la maggior parte delle volte collaborazioni misconosciute che ho impiegato anni a scovare.
Sarà anche perché la domenica è sempre stata per me giorno adatto a mettere in ordine, archiviare, cancellare, far partire nuove idee; il sontuoso contrabbasso di NHØP è l’ideale compagno per scandire il tempo e l’eliminazione delle scorie, per passare al vaglio la fattibilità delle nuove imprese.

In casa si crea un effetto straniante. In camera il disco di NHØP con Palle Mikkelborg, etereo, nordico, suggestivo; sulla mia testa i passi “taccati” dell’inquilina ipercinetica, suo marito che trascina le sedie e io che mi perdo nei chitemmuorto di prassi. L’ascolto del jazz in consessi domestici rumorosi è qualcosa di terribilmente frustrante, quasi più che andare in bianco con una star onirica. In particolare, la ricerca inesausta del timbro pulito e “scavante” del contrabbasso, anche quando si tratta di NHØP, in tali contesti può spingere un individuo all’omicidio dei condomini circostanti.

Sembra la storia del silenzio intelligente che vado cercando ovunque. Non il silenzio depresso, quello intelligente. Quello che accetta il compromesso dell’afasia, per evitare sciocchezze, peti dalla bocca, concetti rozzi, tautologici, decisamente prescindibili. Così come cerco il silenzio intelligente, allo stesso modo cerco disperatamente la pulizia del registro grave, in modo che mi risuoni nelle viscere come l’unica eco divina ammissibile. E invece, mi tocca sorbirmi delle pantofole con rialzo. La radio discotecara della vicina di balcone. La coppia appassionata di insaccati che fotte ogni domenica alle 11e15, con una puntualità che banalmente potremmo definire svizzera.
I due copulano con la finestra spalancata. Si sentono i colpi, con lei che gode leggermente fuori sincrono, come per rassicurarlo con scrupolo tardivo.

La verità è che non ho mai abitato in un luogo davvero silenzioso come avrei voluto. Perennemente costretto ad aspettare la notte per trovare il momento più opportuno.
Scrivo in cuffia.
Ascolto la musica quasi sempre con le cuffie.
Mio padre, quando ero piccolo, mi diceva sempre: “Le comodità sono per le persone benestanti. Noi non lo siamo”
E io: “Okay, fa niente. C’è molto altro”
Questa sembra una nota di alleggerimento, per tenere vivo il blog. No. È invece una nota molto più esistenziale di altre imbottite di immagini notturne e suggestioni amorose. Scrivendo di una domenica passata ad ascoltare uno dei miei contrabbassisti preferiti, tocco l’essenza. Senza abbellirla. Già, perché il mio peggior difetto sociale è non essere un cacciatore di soldi, bensì un ricercatore del suono, del timbro, del nudo. Con tutti i limiti del caso, è un rischio altissimo.

Sono più di trent’anni che vado a caccia di basse frequenze, di storie musicali e umane, e che adatto il suono degli artisti alla vita, ai desideri, ai sogni, ancor di più al coraggio e a una forma sorvegliata di costruttiva trascendenza. Ho bisogno del suono come della libertà. Ogni ostacolo che si frapporrà tra me e la ricerca sarà prima limato, smussato, nel caso brutalmente eliminato. Non ucciderò la donna che cammina in casa con i tacchi. Non tirerò sassi contro la radio delle canzonette. Non chiamerò le forze dell’ordine o la Digos per interrompere i rumorosi coiti degli amanti insaccati. Però, diavolo, lasciatemi un po’ solo con NHØP, che dobbiamo confrontarci, deve darmi una mano a reimpostare tutto il mio disegno di sopravvivenza e di resistenza.

Anche oggi getto via tonnellate di roba. Principalmente carte della mia vita precedente. Tutto affanculo, mentre NHØP esagera più volte e mi distrae. Anche oggi dimentico, dimentico pesante, mi libero, mi svuoto, sbando, batto la testa, mi rimangio certe voglie e le rendo disgusto vaporizzato. Anche oggi affronto quel mostro malfermo del quale mi avevano paventato la pericolosità, il lupo mannaro dell’apprezzamento plebiscitario, il mostro dell’impossibile.
Non si può piacere a tutti, soprattutto non si deve piacere a tutti.
Anche oggi mi rendo conto, con più forza, che sono rimasto solo con la scrittura, che la amo più di quanto mi sia agevole respirare. Scrivendo cerco il suono. Quando non lo trovo, le mie parole sono inutili soprammobili di vanità sodomizzata. Non amerò mai una persona della quale non avverto il suono più profondo, al di là delle noiose, commendevoli apparenze.

Alla fine, la partita tra NHØP e i rumori esterni finisce in parità.
Non capisco perché la donna di sopra, per giunta anziana, porti i tacchi: un giorno ti dirò che tuo marito non si ecciterà mai più, rassegnati.
Non capisco perché si debba fottere così rumorosamente tutte le domeniche alle 11e15. Per far venire appetito? Oppure si galvanizzano al pensiero che qualcuno se lo possa tirare in mano per i loro singulti?
Infine, non mi è chiaro perché le persone si ostinino ad ascoltare canzoni d’amore del cazzo: per compenetrarsi? Per girarle a un amore infelice che non vuole più saperne?
Tutta questa roba è molto più forte di me, durante il giorno.
Di notte, con tutto il suono conservato come adipe per i peggiori inverni, vinco sempre io, persino quando non riesco ad amare nessuno, men che meno me stesso.

©Luca De Pasquale 2019

26/07/19

Troppe domande all'alba


Per alcuni mesi del 2010 e anche del 2011, presi l’abitudine di uscire di casa all’alba. Mi preparavo non appena vedevo i primi baluginii di luce. Per quanto avessi trentotto anni, mi sentivo giovanissimo, disperatissimo e con una certezza: tutto poteva ancora succedere.

Avevo proprio la necessità fisica di uscire all’alba, girare per le strade con passo calmo ma deciso, raso al suolo dentro, una condizione che mi è sempre stata necessaria per respirare. Come era facile eccitarsi a un passo dalla caduta. Quello stato d’animo mi riempiva, mi motivava. Uscivo all’alba per fare il punto della situazione interiore. Per capire cosa desideravo. E mi davo anche dello stronzo, perché a mio parere davo troppo l’idea, non si sa bene a chi, di volermi innamorare.

Ero ossessionato dal possibile incontro con una mia personale Vanina. Non facevo nulla di concreto per favorire incontri forieri di qualche novità. Pigramente, artigliavo delle suggestioni e finivo per disinteressarmene al primo errore di atmosfera, alla prima incoerenza noiosa.

E poi, in quei giorni di spine e mareggiate lontane dalla gente, passavo anche parecchio tempo sotto quel palazzo del Parco Margherita. Fumavo. Annotavo un’idea, una sensazione, il passaggio di una persona, l’ora precisa.

Non saprei spiegare il perché, ma ultimamente ripenso spesso al biennio 2010-2011. Fa parte della mia momentanea attività di contabile delle ferite, delle cicatrici, dei maremoti. Quegli anni sembrano appartenere a una fase della mia vita in cui ero così raso al suolo da trovarmi bello, interessante, seducente. E soprattutto, totalmente strafottente circa ogni possibile rischio di deperimento, povertà, solitudine. Vivevo e basta. Senza sovrastrutture, senza conforti organizzati. Percepivo il mio coraggio e pareva bastarmi, in certe notti.

Ho imparato molto dal registro polveroso “2010-2011”.
Non ricordo con precisione quante donne ho conosciuto in quei mesi assurdi. Molte. Sembrava giocassimo a massacrarci, a inseguirci come animali smarriti, tutti fiuto e nessun istinto di conservazione.
La mia finta persuasione circa l’amore mi è costata cara e mi qualificava per quel che ero, un fuoriuscito, un rinnegato. Nient’altro che un maledetto baro.
Ne ho scritte di stronzate sull’amore. Per cercare di piacere. Per sembrare il principe storpio che volevo essere. Si faceva il mio gioco, alla fine: si avvicinavano e poi fuggivano, indecise, non convinte del mio comportamento, probabilmente abbastanza navigate per capire che non si scommette mai su un cavallo più propenso a sognare che a correre.

Sono stato capace, che nausea, di ammantare anche il sesso di quell’acquosa poltiglia costituita dalle stronzate sull’amore, quelle frasi che sono state costruite ad hoc per fare centro e disinibire il languore, oltre che la sconcia paura della solitudine.

Ho mai creduto all’amore?
Me lo chiedo seriamente.
Oppure sono solo un giocatore fuoriuscito da qualche notte ingorda, affamato di oscurità di travisare, di sospiri da banalizzare, di peccati da imborghesire?
Forse ho creduto moltissimo nell’amore perché sono sempre stato pervaso da una fortissima consapevolezza della morte e dell’estinzione.
Non sono un epicureo idiota da Lido Selfie.
Fottere non allontana il sentimento di estinzione, di esilio. Anzi, accelera il disorientamento, e considerato che noi umani siamo stupidi ti uccide, infilandoti nel cuore il nome di qualche persona disposta a credere ai tuoi occhi tristi per più di una notte.

Ho voluto credere all’amore perché ho respirato eau de toilette di spettri?
E come cazzo ho fatto con quel pericolo, quel pericolo da non sottovalutare, vale a dire che subito dopo il piacere mi dicevo “e ora che aspetti, coglione? Ora puoi crepare, perché il piacere può tornare, ma avrà un’altra maschera di solitudine, e tu ci dovrai annegare, dottor Dolore”.

Le donne che non mi hanno voluto, le ho lasciate andare. Senza rimpianti. Ogni tanto le sogno. Sono controfigure in miniatura di madri sterminate, mai vissute, mai morte, mai realmente crudeli con me.
Le più pericolose sono le donne che si interessano a te per poco, per curiosità, per istinto, ma senza convinzione. Sono pericolose perché ti lasciano ambigue tracce addosso, e ci metti una vita per sentirti di nuovo libero da quel profumo inutile e replicato, eppure penetrante come una lama.
Non dovrei parlare di pelle, di sangue, di ferite. Perché aspiro a diventare un fascio di lampi nella notte, non un cinquantenne dal fisico tonico, che ti sale addosso e ti penetra come un collaudatore di creme erettili.

Mi sveglio all’alba molto spesso.
Troppe domande. E troppi minuti per rendermi conto di dove sono e chi dovrei essere.
All’alba non ho nome e cognome, e anche la mia storia è sbiadita, per non dire archiviata in attesa delle tempeste.
A una certa età di mezzo, così come si smette di baciare con la lingua per ore, scegliendo di scopare subito, allo stesso modo si interrompono le spiegazioni agli altri e iniziano le domande interiori, quelle più selvagge, scostumate e funzionali. A una certa età non conta quasi più un cazzo, le curve le prendi in velocità perché hai sempre meno da perdere. Questo sempre che tu non sia un maledetto codardo impestato da indecenti insicurezze portate addosso come catene.

Troppe domande all’alba. Troppi residui di sogni. Troppo da scrivere, per poter scrivere sempre e con quella convinzione da esaltati.
Troppo cinismo per continuare a scrivere le solite stronzate sull’amore e spalmarle sugli insicuri, per eventualmente lubrificarli e poi entrarci dentro.
È vero, gestisco io le parole. Ho le capacità per farlo. Per questo, ho il dovere di scrivere che l’amore non è scoparsi le ferite degli altri e poi urlare di aver trovato il punto debole della morte.
I guru del bel pensiero non sono altro che una torma di falliti frustrati, sono illusionisti aggrappati alle sottane degli scontrini bancari, usano le debolezze dei vinti per costruirsi una funzione sociale.
Credere a ciò che non si vede e si sente è il vero suicidio. Il peggiore.
Prendiamoci per mano, diamoci una carezza prima che sia tardi. Combattiamo la becera contabilità interiore con il coraggio dei maremoti.

©Luca De Pasquale 2019

23/07/19

Sfarfallando con Jeremy Chardy in un pomeriggio violento


Aveva proprio ragione Valerio Zurlini: l’estate, soprattutto per chi non la ama, è una stagione violenta.
Una stagione violenta per chi da lei pretende altro dalle vacanze, dalle tintarelle, dal solito corredo di foto a profusione da mostrare a gente intorpidita.
Io dall’estate ho sempre preteso quello che non mi poteva dare, vale a dire la commistione tra quiete e sogni, l’assoluta utopia. E allora, numero più numero meno, sono annegato per quarantasei estati di fila.

Ieri ho trascorso il pomeriggio a guardare un incontro di tennis. Con la boxe, il tennis è lo sport che preferisco. Credo di averne guardato talmente tanto che sommato farebbe qualche anno della mia vita. Preferisco l’erba come superficie e gli attaccanti serve and volley come giocatori. Stefan Edberg è stato un idolo intoccabile che non ho ancora dimenticato: la bellezza pura.
Il match di ieri, valevole per il primo turno del torneo di Amburgo, opponeva il trentaduenne francese Jeremy Chardy al connazionale Benoit Paire, trentenne e più famoso di Chardy, nonché posizionato meglio nella classifica ATP.
Il telecronista di Supertennis, praticamente da subito, ha iniziato a dire che Chardy è sì un giocatore particolarmente talentuoso, ma che soffre della sindrome dello “sfarfallare” nei momenti topici. Vale a dire che si perde, che gestisce male le situazioni importanti, evidenziando probabilmente un difetto di personalità. Tant’è che, nel momento in cui Chardy ha perso il tie-break del primo set, il telecronista ha sentito rafforzarsi la sua ipotesi e l’ha espressa in diversi momenti successivi, almeno sin quando Chardy, con sua somma sorpresa, si è aggiudicato con classe il secondo set.

Per me è stato naturale, sin dalle prime battute del confronto, tifare per Chardy. Il suo gioco mi piaceva di più, e non solo; lo reputavo umanamente più interessante di Paire, con questa smussata debolezza celata alla meno peggio.
Principio intoccabile della mia vita è che mi interessano di più le persone composite e soggette all’errore che quelle funzionanti, sovente citate come esempio da seguire. Quelle mi interessano infinitamente meno, se non per nulla. Nelle debolezze, nel muoversi incerti tra alti e bassi, c’è una scia passionale che riesco a vedere nella sua nitidezza, una scia che spesso rasenta addirittura l’erotismo, la seduzione.

Alla fine del secondo set, che Chardy ha vinto 7-5, la mia preferenza per lui si era trasformata in tifo esistenziale per un mio simile. E già. Perché anche io tendo a sfarfallare. Nel senso che non esibisco mai quella grinta e quella fattività quasi ottusa che riscuotono tanto credito in giro, narrate come qualità di marca superiore, una sorta di differenziale esistenziale che invece io nego profondamente.
Per seguire il match, ho dimenticato di fumare, cosa per me assurda, e soprattutto ho dimenticato l’ignobile estate luminosa che imperversava fuori, per chilometri e chilometri, mettendo in crisi il mio sistema di neon suggestivi e giardini pensili lucidati per la notte.

Con mia sorpresa, e ancor più dello speaker di Supertennis, Chardy ha giocato un terzo set magnifico e si è issato 6-3, sconfiggendo un iracondo Paire contro il pronostico generale.
Vinciamo anche noi, ogni tanto, ho pensato.
Quelli che preferiscono la naturalezza al metodo, l’eleganza alla forza bruta, quelli che quasi sempre agiscono e giocano contro pronostico.
“Cazzo, vai, bravissimo Jeremy, vai alla grande e vaffanculo”, ho urlato, alzandomi dal letto tutto spettinato. Manco avesse giocato la Fiorentina.
Ma cosa posso farci?
Io li riconosco, gli atleti che sfarfallano perché adusi al sogno, perché innamorati del gesto più che del fine.

Li ho sempre intercettati, soprattutto nel tennis, quelli che reputavo somigliarmi e che dunque sentivo come compagni di strada.
Henri Leconte, quando ancora guardavo il tennis sotto il severo sguardo di mio padre.
Sono tanti, per fortuna. Il grande Yannick Noah, Michael Stich, Julien Benneteau, il maudit belga Bernard Boileau, Radek Stepanek, Anders Gomez, Adriano Panatta, Pat Rafter, Jakob Hlasek, Nicolas Kiefer...

Accendendo la sigaretta sul balcone, solo in quel momento, mi sono reso conto di non fumare da ore. L’umore era visibilmente migliorato. Incredibile a dirsi, ma la vittoria di Chardy mi ha dato carburante per riprendere a scrivere.
Non sempre vincono i meglio classificati. Non sempre vincono le macchine per fare risultati. E quasi mai, aggiungo, la maggior fama significa in automatico migliore qualità. Il gioco di Jeremy Chardy, attualmente numero 77 del ranking, è superiore a una gran parte dei top 50.
Poi si mette a sfarfallare e perde?
E chi se ne frega?
Anche io sfarfallo forte, sfarfallo quando mi si chiede l’automatismo, e invece riesco a dare il meglio quando mi dimenticano.

L’effetto Chardy è durato fino alle nove di sera, poi è giustamente scemato. È calato nel preciso istante in cui mi è tornata la voglia di vivere altrove. In un piccolo borgo, magari. In un paese dalle sere fredde e i panorami a perdita d’occhio, dove potermi ufficialmente ricostruire e trovare una dimensione più umana, meno meccanica e delirante. Oppure una piccolissima città di mare dove ogni sera si può andare al porto a viversi la notte, senza ansia, senza disturbi. Su questo balcone estivo funestato dall’umidità, costretto a osservare gente a petto nudo che urla davanti a uno smartphone, costretto ad ascoltare telefonate irrituali dove ci si scambiano informazioni sulle rispettive vacanze come fossero ordini per scongiurare un bombardamento, io sogno come ho fatto per quarantasei estati della mia vita.
Sogno l’altrove concreto, la necessità impellente del cambio di scena.
Sogno il colpo al volo, elegante e scriteriato, proprio come quelli scagliati da Chardy.
Pazienza se poi va fuori e il punteggio diventa pesante.
Pazienza se qualcuno, poi, maestro di sua noia, mi fa notare che tendo a sfarfallare quando devo farmi valere.
Ho le idee chiare. Le ho sempre avute. Fin troppo.
Fino a sfarfallare.

©Luca De Pasquale 2019


21/07/19

Le pastiglie del Re Morte e il sesso di recupero


Quando venni a sapere che uno degli ex colleghi di lavoro di mio padre si era suicidato, ormai tanti anni fa, decisi di non pranzare.
Uscii di scatto da casa, all’epoca impazzivo a piazza Bellini, e iniziai a vagare per il centro storico senza meta. Una sigaretta dopo l’altra. All’epoca veleggiavo con la cassa integrazione: molto tempo libero, l’irrequietezza sospinta oltre ogni pensabile confine, senso di precarietà e strafottenza ferita, sensibilità, troppa per gli standard di benessere.

Il collega di mio padre si era suicidato perché non riusciva più a trovare lavoro. Più giovane di lui di quindici anni o poco più, il signor Bonifazi era per me un dolce, tenue e indimenticabile ricordo di infanzia.
E sì, perché quando da ragazzo andavo a trovare mio padre in ufficio, alla concessionaria, il signor Bonifazi mi regalava sempre qualcosa: matite Staedtler, pennarelli arancioni e blu, bloc notes a profusione, gomme da cancellare e una volta anche un piccolo modellino di Fiat 131 Mirafiori, roba da svenire.
Il signor Bonifazi aveva due figli e viveva a Ercolano. Sapevo pochissimo di lui. So solo di averlo intravisto ai funerali di mio padre. Lo avevo scorto, piccolo e timido, dietro un albero del cimitero di Pozzuoli. Piangeva. Lui piangeva e io, come al solito, come condanna perpetua del mio cuore livido, non versavo una lacrima pur sentendomi un pezzo in meno. Un pezzo sostanziale, definitivo. Irrecuperabile.

Quella mattina di quell’anno di merda, il 2012, la notizia del suicidio di Bonifazi arrivò a distruggermi minimo un’intera settimana di vita. La ferale notizia mi fu comunicata, in modo asciutto e svagato, da mia madre, che sintetizzò il suo dispiacere con un lapidario “quando si arriva a fare questo, non si sta più bene con la testa”.
Bonifazi non trovava più lavoro da quando l’azienda lo aveva messo alla porta, poco dopo il pre-pensionamento di mio padre.

Quella mattina di quell’anno di merda, il 2012, maledissi la società e la stupida regola della mediocrità di pensiero, che ci spinge a considerare “poco attivi e furbi” quelli che non ce la fanno.
Per le strade del centro storico tornò prepotente, come un’invadente marea, la voglia di fare sesso. Erano mesi che non avevo più voglia di scopare. Proprio niente. Non mi masturbavo nemmeno. Non sono mai stato uno che ha scopato forte dopo le delusioni e le separazioni, anzi. Mi prendevo il mio tempo, che poteva anche essere lunghissimo.
A piazza Dante, via Toledo, via Monteoliveto, la voglia di fare sesso senza parole e senza promesse mi inseguiva come una colonia di topi, o come quei cazzo di stupidi barattoli attaccati alle auto dei creduloni che si sposano.
Pensavo a bocche, tette e cosce, ma lo sfondo era cupo, cupissimo: il suicidio del signor Bonifazi.
Come aveva fatto? Mia madre non me lo aveva detto.
Impiccagione? Salto nel vuoto? Colpo di pistola in bocca? Colpo di fucile allo specchio? Lamette? Pastiglie del Re Morte? Orribile suicidio sotto un treno regionale? Nonostante questo, il cazzo si era indurito e non scendeva più.

Vallo a mettere da qualche parte, mi dicevo.
Fatti una borghese con una buona posizione, hanno quel modo di godere un po’ incredulo che ti fa venire prima e di più.
Copriti la faccia quando scopi. Infila il cuore nella carta forno e stai zitto, non fiatare, non fare annunci, “sto per farti questo”, quello è degli imbecilli.
Non essere tenero e non essere inutilmente violento.
Sii rutilante di dolore, testa di cazzo. Sii coerente. Il signor Bonifazi, quello che ti faceva i regali mentre tuo padre ti sorrideva, è morto suicida. E anche tuo padre è morto. Quindi non essere tenero, e non certo violento.

A piazza Carità arrivai a chiedermi, a implorarmi di piangere. Inizia dalla perdita di tuo padre, cercai di guidarmi alla bisogna. Ma non ce la facevo, e intanto il cazzo era sempre più stupidamente duro e insolente.
Questa è rabbia.
Questa è vita.
Hai spostato tutte le lacrime nel cazzo e tutte le ferite nella scrittura, sei un confusionario, Mr. Cassa Integrazione 2012.
Fottuto, perché nella dicotomia armonica tra sensibile e animale vince sempre un terzo, un fantasma.
Quello che non ero. Quello che moriva per le brutte notizie, quello che si innamorava più delle possibilità che delle persone. Quello che scriveva solo per altri fantasmi, per donne di passaggio, per donne indecise, occupate, sorpassate o mai raggiunte. Quello che scriveva per non impazzire di rabbia e di noia.

A via Chiaia, infine, mi decisi a telefonare a una vecchia conoscenza, Nadia, che mi aveva lasciato da anni il sapore della scopata sempre rinviata. Pericolosissime quelle sensazioni, vere e proprie trappole letali. Mi rispose dopo un po’, inizialmente fredda, giustamente guardinga.
Stancamente, mi prodigai in uno dei miei numeri più abusati: il cinico addolorato, lo scorticato vivo. Mi sentivo un guitto, un piazzista della mia rabbia. La mia voce era una cantilena di brodo di pollo e io uno sconfitto, un grumo di palude sulla superficie ipocrita del mondo.
A corredare la scena insulsa e assurda, il mio arnese duro e impazzito, solo meccanica del buio a caccia di altro buio.
Nadia mi informò del suo fidanzamento felice, e io pensai “meglio ancora”, prima di darmi addosso senza pietà, “goditi il solco smosso che la rinuncia degli altri provoca nelle tue, di rinunce”.
Pensai a mio padre, impotente cercai di ricordare come si piange, alla fine accesi una sigaretta e cercai il mare, anche solo per un minuto, unico modo degno per non morirsi addosso come un vestito vuoto.

©Luca De Pasquale 2019

20/07/19

Il silenzio per sottrazioni


Come spesso ho ripetuto nelle ultime note che ho scritto, è giunto un momento senza compromessi che va rispettato fino in fondo.
Tanto il barcamenarsi che il tergiversare non sono consentiti.
Esitare, anche. Per non parlare del conformarsi pur di garantirsi pace e attenzione.
L’avvento del momento mi ha reso irrequieto prima e errabondo poi. Errabondo perché sono alla continua ricerca del silenzio come base, come piattaforma inedita di quiete interiore. Il silenzio non si trova facilmente. Più semplici sono le interazioni sociali, le curiosità relazionali, e soprattutto il dissennato uso delle persone come kleenex per un ego ferito, malfermo.
La maggior parte delle coppie che vedo formarsi nascono da un valzer di kleenex, ego, locura sessuale e frainteso design dell’anima.
Tante persone che straparlano d’amore non sembrano provenire da stanze silenziose, come dovrebbe essere. No. Più facile immaginarle reduci, magari deluse, da un lounge bar del cazzo o da una churreria. O da qualche libreria, dove tra gli scaffali hanno cercato qualcosa che descrivesse esattamente come si sentono.
E già.
Perché si finisce per stimare e affezionarsi a chi sembra sappia parlare di noi. A chi ci stimola. A chi ci titilla, e pazienza se poi l’interesse è solo quello di carezzarti il culo e farsi una sega dentro di te.
Si gioca ai grandi angeli protettori, ai grandi empatici, per la conclamata impossibilità di ondeggiare verso giorni più consoni a delle puttane indecise.

Ci si lega a chi ti vede. Si dipende dalla follia scomposta di essere guardati per davvero da altri esseri umani. Siamo in un’era di indecente disumanità, dove spesso le persone parlano e sognano, questo è il peggio, per luoghi comuni. Ci si intasa la bocca di concetti: cambiamento, meritocrazia, protezione, tutela, successo, amore, sensibilità, profondità, senza nemmeno prendere in considerazione cosa significhino e rappresentino. Vige il sovranismo, che è quasi sempre coglioneria, della superficialità. Vince chi simula meglio di essere in grado di cavarsela. Vince (ma cosa?) chi riesce a darla a bere circa il parlare del benessere che da tempo ci spetta e che non siamo riusciti a intercettare. Quale il premio per queste persone? Quale il premio per chi ci distrae dalle nostre manie e dai nostri nervosismi ossessivi?
Ce li chiaviamo? Ce li sposiamo? Ci facciamo dei figli?
O li votiamo, addirittura. L’Italia è un grande paese, ma è noto anche per aver concesso di governare alla feccia delle genti enotrie, i grandi conservatori da orticelli, i populisti invasati, gli egoisti ignoranti innamorati del privilegio personale e familiare, della terza casa, dei quindici euro in più di pensione.

Ci si lega a chi non ti fa sentire solo al mondo. Siamo noi stessi a studiarci queste qualifiche, pur di evitare il baratro.
“Io scelgo che sia tu a tenermi compagnia”, almeno finché le ossessioni non mi prenderanno di nuovo alla gola.
Non sono nato per dare speranze. Non scrivo per dare speranze. Sono un testimone marginale con l’anima accesa nel buio. Non tocca a me consolare le persone con l’empatia a tavolino. Se in tanti sperano nel grande cambiamento, nel grande riconoscimento, io invece devo ammettere che è nel fango che ho vissuto i momenti migliori e più emozionanti. Nel fango, nel pregiudizio e nella solitudine, anche. E mi è anche capitato di interessarmi a certe persone, per il solo scopo di metterglielo dentro, dovevo verificare se mi sentivo a casa. E se i loro compagni erano dei golem di ricotta come pensavo.
Certo che ho fatto schifo anche io. Tutte le volte che ho cercato di darmi una ripulita, ho incontrato dei predicatori intollerabili, che inquadravo dapprima come bersagli e poi come saccente zavorra.
Ora sono sporco della mia vita, della mia storia, corrotto, leggero, concentrato su quello che voglio e dunque ancora più vulnerabile.

Come cercare il silenzio senza farsi male?
Dischi per contrabbasso solo durante il giorno?
Ambient e minimal techno in cuffia di notte, dopo la luna rossa?
Non guardare mai le donne negli occhi?
Non scrivere mai a qualcuno, bensì a quel volto plurimo e immaginabile di chi non conosciamo?
Fumare ritualmente, quando dallo stagno si alza l’ombra del vecchio dolore infiacchito?
Scrivere un libro totalmente libero da ogni vincolo?
Dormire senza più rivolgere il viso alla porta della stanza?
Non raccontare più fatti personali, solo bolse metafore, imprecise citazioni, epigrammi, panegirici, elzeviri, pamphlet, endecasillabi, rutti, lingue in bocca, urlare trap alla finestra?
E urlare forte, sempre più forte, “no! Ve lo giuro, io non sono un anarchico senza patria, religione e famiglia! Io cerco la felicità come voi, con la vostra stessa maccheronica pesantezza!”
Forse dovrei convincermi a ricercare il silenzio per sottrazione e mai più per  affermazione, che poi viene presa per superbia e intellettualismo.
Visto che fioccano le qualifiche di radical chic anche se l’unica cosa che fai è parlare un italiano decente e non da muro social, dovrei a maggior ragione procedere per continue sottrazioni.

E alla fine arriva il silenzio.
Anche se non saprai cosa fartene, così all’improvviso, non potrai negare che è fantastico e anche altamente erotico e seduttivo.
Ti innamorerai, stronzo fuori moda.
Ti innamorerai di come impari il silenzio dal silenzio, guardandolo negli occhi a perdere, trampolino di impossibile eternità, fedele macchina fotografica del possibile da sognare.
Giocando a perdere contorni, a indefinirmi nel mondo, morirò. Morirò urlando “non sono un anarchico bastardo, ho sognato come voi! Solo che non reggevo la folla”.
Prosit.

©Luca De Pasquale 2019

18/07/19

Il Vampiro Piuma


Vengo a sapere per puro caso che una persona è morta. Un uomo che viveva nell’appartamento sotto quello dei miei genitori. Sia pure a sprazzi, ho incontrato quella persona per più di venti anni. Ogni tanto ci fermavamo a parlare, spesso mi chiedeva delle sigarette perché non le comprava, nella vana speranza di perdere il vizio. Non posso non ricordare che qualche volta gli ho risposto sgarbatamente, e che in una delle ultime occasioni gli feci rimarcare che le sigarette, soprattutto per un disoccupato, costano troppo per poterle distribuire.

Quando chiudo la telefonata che mi annuncia questa improvvisa sparizione, mi accorgo che sono rimasto spiazzato. Umanamente dispiaciuto, certo, ma più che altro scosso, coinvolto in uno strano modo.
Mi chiedo se non sia quel senso di morte, il mio ottavo senso, così presente nel mio modo di guardare le persone e me stesso.
Sono uno di quegli uomini che presta molta attenzione al circo della morte, con uno stupore bambino e addolorato che nulla cancella e nulla rinvia.
Nei miei scritti la morte danza discinta per ogni dove, anche se non scrivo roba cruenta. I miei risvegli, ogni fottuto giorno, salutano la morte, nascosta magari tra i miei calzini, nei miei libri, nelle mie paure di abbandono, nei baci appesi al chiodo.

Mi è quasi impossibile immaginarmi morto.
Da bambino, una delle mie fantasie consisteva nel pensare a un dopo confacente e stuzzicante; ed ecco che sognavo di trasformarmi in un demone notturno, un costruttore di lampi, Zeus provinciale.
Faccio qualche passo e purtroppo devo accendere una sigaretta. Che siano maledette, le sigarette, conforto breve, illusione di fumo, vecchia abitudine caricata di rimandi letterari, noti solo allo sconforto precedente.
Ho incontrato quell’uomo per vent’anni e ora non c’è più. Questo anno è carico di morte e io ho le spalle larghe per fare l’illusionista nelle mie camere di scrittura, questo me lo riconosco.

Decido di andare al supermercato, come mi ero prefisso in precedenza. Ho uno strano rapporto con la morte. Un rapporto di ricerca all’interno della sua più immediata fenomenologia, le sparizioni improvvise. Forse sono un uomo che ha imparato a muoversi tra le assenze come un pugile sul ring. Quando mi piace una donna, riconosco tra le diverse pulsioni da cauterizzare l’eco della morte. Questo aspetto mi ha spinto spesso ad agire subito e dunque a sbagliare.
Tra gli scaffali del supermercato smarrisco il mio pensiero. Perché restare disarmati di fronte alla morte di uno sconosciuto che aveva il solo tratto distintivo di aver fatto parte della mia occasionale geografia? Sono dunque così esposto e indifeso al cospetto del gioco enorme e oscuro?
Come avrei reagito un tempo?
Vitalismo.
Scopiamo. Fammi venire o fammi soffrire. O entrambe le cose.
Forse qualche acquisto compulsivo. Forse qualche strambo affare per tenermi impegnato.
Nell’illusione di non fare caso alla conta degli assenti e dei troppo presenti. E della mia presenza al mondo, vero e proprio gioco di prestigio in barba al registro delle nascite.

Mi dico che anche se ho da fare, stasera scriverò qualcosa per esorcizzare. O per scendere sul gradino della sulfurea piscina, bagnandoci solo i piedi, come fanno tutti i guardoni ancora in vita e in speranza. Perché tale sono io, uomo vivo con speranza accesa nel buio più profondo e levigato. Non sono un demone, un vendicatore e purtroppo nemmeno un maestro di tempeste come avrei voluto.

Un effetto simile lo provo quando leggo del suicidio di qualcuno. Scendo nel silenzio a organizzarmi una gita, come fossi un guardiano di quel mondo troppo vicino, quello delle sparizioni. Delle cose lasciate in sospeso. Degli affetti fermati in una diapositiva inaccettabile, il gesto del richiamo ai vivi per uno sguardo di salvezza.
Conosco la morte. La conosco bene. Sono pieno di vita fraintesa, bistrattata, maleducata, vomitata, perciò conosco bene la morte. Sono così attaccato al vivere e al godere che è assolutamente in linea scrivere spesso di morte, con gli abiti impregnati di fumo, assenze e futuri sbagli.
Così gira, se non sei il Vampiro Piuma che pure, ogni tanto, si fa un giro tra i discorsi, nella bellezza del mondo che sfiorisce dopo poche ore per cambiare scena.

©Luca De Pasquale 2019

16/07/19

Giornate estive senza odore

Ivano Mercanzin - La vita degli altri

Certe giornate estive hanno un odore neutro che non porta da nessuna parte. Come girare a vuoto con la coscienza smacchiata, anestetizzata; puoi lanciarti in qualsiasi tipo d’azione, non avrai nemmeno la soddisfazione trascurabile di un boomerang di ritorno.
Le strade del quartiere si trasformano in un budello poco accogliente, certamente troppo luminoso; con malcelata frenesia vagheggi la notte, i luoghi nascosti dove un proibito malato alla radice possa distrarti dal faldone “destino”, lasciato a prendere vermi in mezzo ad altri vecchi documenti.

I finti letterati e gli empatici su commissione chiamano questo stato di cose “mal di vivere”, se non addirittura “sociopatia”, qualora volessero avventurarsi in un giudizio di valore. Nulla di tutto questo, il fulcro della questione non è il disagio, piuttosto l’avventura interiore, frenetica, debordante e scostumata, che non trova mai riposo degno nella realtà.

In giornate estive senza odore non ho mai saputo cosa cazzo fare. Come prenderle, come gestirle. Come violentarle.
Le ho trascorse sognando di incontrare una donna alla quale poter mordere dolcemente le spalle, per poi scomparire. Per sempre. Ho realmente desiderato molte meno donne di quanto io voglia far credere. Ho sempre fatto troppo caso a certi dettagli comportamentali, finendo per allontanarmi proprio mentre il desiderio stava arrivando, lento e denso, con il solito ultimo treno della notte.

È la sporca, durissima verità. Mi disamoro dei sogni per un odore, per un gesto sbagliato; o per lo stesso motivo per cui alterno stima e disprezzo per me stesso, la polvere che ci compone e il nostro dannato disordine.
Le giornate estive senza odore mi ricordano gli anni da ragazzo, pochissimi e troppi, in cui cercavo di trovare la mia vera voce, la voce giusta per darmela a gambe da ogni condizionamento, familiare e non. Ogni maledetto condizionamento. Mille volte meglio morire che asservirsi a qualcuno o qualcosa, mi dicevo, con gli occhi socchiusi, come per sopportare quanto andavo dichiarando alla mia anima.

Giornata estiva senza odore. Sotto i cinquant’anni ha un altro colore, resisterle. Tonnellate di carne in giro. Tatuaggi, selfie, richiami di sirene che arrivano alla moviola, te li ritrovi tra i piedi come uccelli morti in volo.
Le ore si susseguono e tu non fai altro che augurarti la notte; che però non sarà come desideri, come ti serve. Ci saranno troppi contorni, troppi limiti, un silenzio solo occasionale, continuamente interrotto. Non ci sarà, come auspicabile, l’interruzione del servizio destino.
Non ci sarà, chiaramente, il Bar Abisso dove le anime perse si incontrano fingendo che non sia accaduto niente, che di pregresso non ci sia che la cortesia appresa nello scimmiottare i genitori in pubblico, da bambini.
La tanto acclamata maturità mi consente, finalmente, di giocare allo scoperto, dopo tanti anni di dissimulazioni, schermi di scrittura e buoni propositi vomitati in camera da letto a luci basse. Gioco allo scoperto, anche fiero: sì, sono un’anima persa. Non c’è nulla di male. Non è un handicap. Ne conosco di ben peggiori, mi si creda in parola. Si tratta dell’innocua perdizione costante di un uomo. Per paradosso, tale perdizione allarga lo sguardo fino al dolore dell’immaginazione più concretizzabile, rende i sogni non un golem inavvicinabile, bensì qualcosa di poco più trepidante di un qualsiasi attimo seguente. Davvero tutto qui. Non si tratta di essere più intelligenti o sensibili.
La mia perdizione. Eccola. Nel grembo dell’estate. Senza piangere. Senza usare vecchie poesie per stimolare un magone già presente.
La mia perdizione è come un animale ferito che decide all’improvviso di essere curato, senza dimenticare mai il senso del morso, l’indipendenza ferina di ogni spirito libero.
Curare nel senso di lenire. Guarire, che concetto arrogante e vituperato, detestabile obiettivo dell’oblio interiore, commedia da dopolavoro, malefica sintassi di un Dio frainteso.
Sono un’anima persa e tale rimarrò. Non è il libro del destino e nemmeno una scelta arbitraria, è un compito. Tocca a me, anche a me, scrivere, calarmi in certe tonalità, esplorare certi rifugi, amare certe persone e certe storie, tanto lontane dal comune senso della condivisione obbligata.

Mi muovo sonnolento e discreto in questa giornata estiva senza odore. Ho addosso il ricordo delle pagine di Knut Hamsun in “Fame”, solo ora posso realmente constatare la grandiosità di quell’opera. E già. Perché è solo quando sei randagio sul serio, senza concessioni estetizzanti e vecchie suggestioni, che puoi goderti la sferzante disciplina caotica del randagismo. Condizione stratificata che non viene intaccata dagli amori più felici, anzi finisce per sbranarli e abbandonarli in qualche stanza ad aspettare chissà chi.
Condizione che non ama i flirt scacciapensieri. Le rimozioni ipocrite. Il conformismo emotivo. I romanzi in offerta speciale, le gare di ballo, i grandi eventi pop, i party di compleanno, il sesso più crudo che si eccita solo per guardarsi, senza mai considerare la presenza dell’altro e delle sue fragilità.

Non è così strano che io ami tanto il suono del contrabbasso. Anzi, è coerente con quanto appena onestamente enunciato. Non è così inspiegabile, nella mia condizione, preferire quello che si nasconde dietro i gesti e le persone, non è riprovevole innamorarsi delle distanze, quando sono più pregnanti e colorate di certe presenze date per scontate.
E soprattutto, a conti fatti, non è per nulla esecrabile non avere paura della solitudine e del silenzio. Elementi che cerco spesso, a zig zag, con un sorriso cauto, senza più sensi di colpa e orizzonte di vergogna.
Nelle persone, come nella vita, cerco il suono, il suono reale, la voce vera.
In assenza di questo, vado via. È mio pieno diritto e anche dovere. Non sono tenuto a dare spiegazioni, non sono tenuto a darmi la morte per invertire la marcia già avviata.
La scrittura mi permette di catturare il silenzio. Come il jazz. Come il suono del contrabbasso, della pioggia notturna. Come le luci delle strade che fingono di addormentarsi con noi e per noi.
Sono un’anima persa, rispondo finalmente presente all’appello del Bar Abisso, nessuna vergogna, nessuna stortura. La farsa si è conclusa senza morti e feriti.
Siamo liberi. Di andare dove desideriamo. Di accorciare i sogni per avvicinarli al nostro respiro e poter dire, “diavolo, ci sono vicinissimo, si appannano del mio fiato come i vetri della finestra. Allora io esisto e loro per me”.
L’anima persa è un mestiere di chi ha sempre avuto paura dei faldoni prescritti, il destino annunciato, il rimedio sciocco al caos degli altri.

©Luca De Pasquale 2019

14/07/19

L'inconforto


Non sappiamo niente gli uni degli altri.
Delle vite degli altri, tranne i codici ammessi, non conosciamo niente. Persino la tanto ostentata profondità nasconde una superficialità ferita, incostante, marcia di egoismo nascosto sotto i tappeti delle belle parole.
Pensieri come rondini senza testa, pensieri cotti dal sole e dall’impazienza, una somma impazienza, mentre Flavio mi racconta com’è che si sente meglio nell’ultimo periodo.
Nel calderone ci mette di tutto. Di tutto e di più. Il suo mantra “ora sto meglio” suona come una sinistra illusione preconfezionata, una formula che deve ripetersi pur di convincere l’aria della sua presenza al mondo. Nel calderone ci finisce anche un pompino che si è fatto fare al centro messaggi cinese, invero molto economico, pare. Flavio mi chiede se va anche a me un bel pompino dopo un massaggio “grazie al quale si risorge”. Mi dice che se voglio possiamo andarci insieme. La cosa non mi interessa e continuo a pensare che pagare per il piacere sia una forma di squallore senza pari. Non lo dico per moralismo; me ne fotto della morale comune. Se ci credessi, se non lo trovassi triste, ne usufruirei anche io.
Mentre Flavio parla e straparla, un terribile pensiero mi raggiunge tra cuore e collo, sfiancandomi: perché non ti uccidi, Flavio? Forse sarebbe un atto di eroismo a sottrazione come hai letto nei libri che amavi da giovane. Perché non ti sei ancora suicidato? Cosa ti trattiene qui? Non fai che consolarti, autoconsolarti, da anni, da decenni. Prima ti hanno trattenuto la ricerca del karma, poi l’agopuntura, poi la scrittura creativa, i gruppi di ex compagni ancora ingrippati con la rivoluzione impraticabile, le moine sessuali della tua compagna più giovane e affamata di chiavate secche come lo scatto dell’arma, ora non so cosa ti trattiene. I pompini al centro massaggi cinese? La nuova moderazione politica che ostenti con assurda volgarità? La tua collezione di dischi, esibita peggio della laurea nelle case borghesi? Ti salvano gli spaghetti con le telline nei ristoranti di pesce? Ti salvano le foto del golfo, le tue gite, i tuoi viaggi tra esotismo e new age di rimessa? Perché sei di fronte a me e non ti sei ucciso?

E poi la domanda si sposta. Come era ovvio. Annunciato.
Cosa ha trattenuto me?
Sono arrivato alla mia età, ferito inizialmente in prima linea e poi nelle retrovie.
Ho costruito il mio negozio emozionale sulle mie stesse rovine esistenziali, fino a farle diventare uno stile nel rapportarmi con il mondo. Non ho mai pensato al suicidio. Non ci ho mai davvero pensato. Non ho mai provato quell’oscura seduzione di cui pure riesco tanto a scrivere, e che comprendo negli altri.
Cosa mi ha trattenuto?
Le notti selvagge di bracconaggio emotivo?
Gli appuntamenti senza convinzione?
I libri senza specchio?
Il piacere che ho provato, sempre con l’uncino finale a rimorchio, per squartarmi?
La musica, che non pratico con le mani, bensì con l’anima?
Non è che mi ha salvato la mia storia personale, assurda quantità di fantasmi, figuranti, attori a cottimo, comparse, la dolcezza svenduta come una puttana armata?
Tutto il jazz mangiato con fame chimica, rabbia, eccitazione sessuale, voglia di vendetta?
Mi ha salvato la volgarità degli avversari, la pochezza degli entusiasti?
Il presente sempre una fotografia di Antoine D’Agata. Il piacere doloroso, l’aria corrotta da nebbie differenti, il passato e il futuro, la transazione commerciale con il senso di disperazione, “dammi tregua e io ti saprò descrivere come mi hai insegnato inghiottendomi”

Saluto Flavio, sono contento che non si sia suicidato. Eppure sono arrivato a chiedermi perché cazzo continua. Come lo chiedo, con serenità, a me stesso.
Non sappiamo che pochissimo delle vite degli altri. Anche di quelli verso i quali ostentiamo interesse e con i quali alimentiamo i contatti. Ascoltiamo solo quel che ci va di portarci dentro, c’è un filtro enorme e pericoloso nelle comunicazioni degli stati d’animo.

Resto solo, fuori al pub Re Nettuno. Sta calando la sera. Potrei entrare, hamburger, patatine, forse una birra. Le coppiette ai tavoli mi danno un senso di impotenza, di disperazione rinviata. Quanto deve essere facile demolire quegli amori. Insidiarsi, con la propria malattia di demolizione modalità sangue blu, scombinare, deviare, staccare la spina al quadretto del futuro.
Entrare con quella strana, disgustosa potenza che sa recitare la peggiore minaccia: “Voi avete tantissimo tempo davanti. Io solo l’adesso, porto con me il profumo della tempesta da ricordare e poi dimenticare, senza futuro si è più agili e crudeli, sapete”.

Non entro al Re Nettuno. Mi dirigo invece verso il porto, le mani in tasca. Vorrei che fosse inverno. Vorrei che il vento dominasse ogni cosa, rinuncerei anche a fumare. Detesto l’estate ben al di là di quanto le canzoni siano riuscite a descrivere nel tempo. L’estate stride con i miei propositi di assoluto intercettato sul filo delle cadute. L’estate stride con il grande e violento inverno che riesco ancora a spacciare su piazza e portarmi a letto, l’unica vera puttana ammessa nelle stanze trasparenti. Senza rischio di degrado, senza coscienza della sporcizia, la vita non è divertente. L’incoerenza delle emozioni non si risolve certo con una pompa nel centro massaggi cinese, dove ti illudi di cacciare dal cazzo tutte le spine che hai trattenuto nel cuore.
Dal cazzo esce sperma: non odio, non amore, non cambiamento, non poesia.
Non c’è altro da dire, e chi lo dice è uno sporco baro, un illusionista di carta.
Non ci conosciamo per davvero: risparmiamoci allora la purulenta farsa dell’innamoramento colmo di stupore e di corrispondenze poetiche. Conosciamo degli altri quello che ci serve e ci piace innalzarci a grandi conoscitori della psiche umana. Mesto e pletorico.
Non ci conosciamo per davvero.
Cerchiamo di darci del piacere, il meno lurido per le nostre schifiltose papille e pupille; cerchiamo di dare agli altri i nomi che in realtà abbiamo loro già affibbiato: Tregua, Passatempo, Diversivo, Mania, Riparo, Schermo, Temporeggiamento, Indecisione, Stasi, Normalità, Pausa, Afflusso, Reflusso, Morte.
Non si fa poesia con gli scarti dei sogni. Non si diventa adulti ed eroi con la platealità delle emozioni. Non ci si salva dal maremoto con l’ottimismo ben formulato in pubblico. E non regge più nemmeno la bugia di guardare davvero agli esseri umani grazie alla coscienza politica.
Siamo corrotti. Capricciosi. Profondi di sponda. Ci accendiamo di illusioni, pensando che il bello della vita sia essere veri quando queste illusioni naufragano.
Bugia che costa più del dolore. Facciamo attenzione, prima che la nostra impazienza si bruci l’ultima notte.

©Luca De Pasquale 2019