27/06/19

Notte dentro, rumore fuori (shave like a bomber)


Sembra ieri.
Sembra ieri che quel cliente con i capelli ricci e il colorito olivastro mi mostrò un filmato che lo immortalava con la sua ragazza dell’epoca. Durante una partita dell’Italia. Lei vestita con la maglia di Vieri e quattro strati di rossetto. Di lui si vedevano solo i genitali e si poteva riconoscere la voce. Ne andava fiero. Fierissimo. Di lui non sapevo niente e niente avrei voluto sapere. Votava a destra. Annaffiato di soldi. Acquistò un inutile cd di dance e uno di Ludovico Einaudi, giusto per far vedere, e pensò di aver fatto arrapare un commesso. Punto. Io invece astraevo, fino alla demolizione. Non mi toccava. Astraevo. Ero povero e metafisico. Dolente e trasmigrante. Andava bene.

A quell’epoca pensavo di avere il mondo in mano.
Pensavo di scrivere diversi libri, uno più duro dell’altro, sassi, magli, lampi senza gloria, dardi da antieroe, sputi alla Vian sulle tombe dei giorni ripetitivi.
Il mio passato si faceva sentire continuamente.
Nelle viscere, nei mal di testa, nelle erezioni nervose, condite da libido imbrattata di eternità andata a male. Nei rapporti faticosi con altri sordi, altri muti, altre comparse senza domani.
Il mio passato si faceva sentire. Mi scorticava a sangue.
Mi rendeva un rabdomante fachiro. Era facile, era facile andare a caccia di donne ambivalenti, ambigue, indecise e talvolta un po’ stronze e capricciose. Me le facevo piacere. Mi dava sicurezza l’idea di poter incontrare ostacoli assurdi e ricominciare con un’altra, un’altra incertezza respirante.

Intanto, il tempo passava, arcigno, livido e screziato da albe occasionali. Ogni volta fottuto da qualcosa di apparentemente diverso, ma si nuotava sempre nello stesso lago di fate annegate prima di me. Notte dentro, rumore fuori. Fachiro, pipistrello, prestigiatore, tuffatore come Flavio Giurato, scarto di piccoli ambienti saturi di denaro, sesso annoiato e case al mare.
Notte dentro, rumore fuori. E le preghiere sbagliate, lasciate in eredità alle persone improbabili delle notti leggere:

Per cortesia, rifiutami;
Non permettermi conferme, rinviami a data da destinarmi;
Tradiscimi, non spezzare il filo;
Preferisci un altro e te ne sarò infinitamente grato;
Dimentica il mio compleanno, non seguire i miei consigli;
Non scattarmi mai una sola fotografia, non togliermi il lusso del fantasma.

Oggi, nell’afa crepitante e puzzolente di una città malata di noia e lamentele, rivedo per strada il ricciolone che mi mostrava le fellatio della volenterosa fidanzata dell’epoca. È invecchiato, appesantito. Grossa pancia, bruciato dal sole, faccia da soldi, faccia da strafottenza civile e particolare. Strano, ma i due istinti principali che vivo con individui del genere latitano a sorpresa: evitarlo come la peste oppure pisciargli addosso, sia metaforicamente che non. Non ho mai negato l’istinto di pisciare addosso a certi personaggi, fa parte della mia storia. Meglio questo che uccidere, o scrivere puttanate polemiche sui social.
Non nego, mai negherò, che un certo tipo di persone, di individui preconfezionati, mi portavano le mani al cazzo. Fa parte della mia storia. Non solo per pisciare, dipendeva. Alcune donne che reputavo insopportabili, viscide e viziate me lo rendevano duro come una maledizione. E io impazzivo. Sarà stato il wertmulleriano concetto della “bottana industriale”. Roba da poveri, non bisogna darci troppo peso. Oltretutto, sono eccessi svaniti dalla mia vita.

Lui mi intercetta con la coda dell’occhio, io lo guardo esplicitamente.
Fa la faccia stupita e si sbatte una mano sulla gamba, come per dire “ma questo da dove esce?”
Io allargo le braccia, come a dirgli “dal buco di culo in cui tu non sarai mai costretto a guardare”.
Mi fa il gesto del caffè, io rispondo sempre a distanza indicando il mio orologio, con la parola muta “fretta”.
Allora lui fa il numero: “Sei grande!”, mi urla.
E io, di rimando, voce stentorea, gli restituisco: “Shave like a bomber!!!”
Giro i tacchi e scompaio nel mio concetto esistenziale, notte dentro, rumore fuori.
Chissà se capisce l’allusione a Vieri, che imperversa ovunque con questo slogan da rasatura impeccabile. Dovrebbe capirla, però, visto che se lo faceva succhiare da un’ancella vestita come il Bobo nazionale. Il mio modo per dirgli, “non ho dimenticato quei giorni che vorrei dimenticare”.

Si invecchia anche così. Sublimando la rabbia. Irridendo le grandi sconfitte. Spiazzando quelli che si trovano dall’altra parte del fiume e si aspettavano di vederti transitare come cadavere putrefatto di questa società lorda di sciocchi privilegi.
Sono povero e metafisico, rotto a tutto, non dimentico, meno eccitabile di un tempo, meno fachiro, in piena rivolta eppure quieto, scacciato in malo modo dalla muscolosa security del buon senso comune, eppure vivo e pensante.
Shave like a bomber, stronzo.
Io non sono cambiato più di tanto, non come volevate voi. Notte dentro, rumore fuori. Lupo tra saggi e avvoltoi, non arreso, ferito, scrivente.
Niente di clamoroso, intendiamoci. Niente per cui possa innamorarmi di me e scriverci sopra con finto profilo greco da scolpire.

©Luca De Pasquale 2019


23/06/19

L'impossibilità del silenzio migliore


“Un dolore autentico, indiscutibile, è capace di rendere talvolta serio e forte, sia pure per poco tempo, anche un uomo fenomenalmente leggero; non solo, ma per un dolore vero, sincero, anche gli imbecilli son diventati qualche volta intelligenti, pure, ben inteso, per qualche tempo.”
Dostoevskij “I demoni”

Domenica estiva nel quartiere collinare di Napoli. Una fragranza di indomita leggerezza non riesce a depurare l’aria sporca e l’afa. Cerco, tra mille difficoltà, di rileggere “I demoni” sul balcone. C’è un chiasso infernale. Da un appartamento attiguo, una radio sembra voler avvisare l’intera città di qualcosa di incombente. Alcuni bambini giocano selvaggiamente nel parco confinante. Quando leggo “I demoni” rischio sempre di fumare troppo, perché mi appassiono come se fosse la prima volta e non faccio caso al tempo. Arrivato alla scena di Stavrogin che prende per il naso il povero Gaganov, ho un moto di ribellione al rumore e la tentazione di scaraventare il libro per aria. È troppo prezioso per farlo.

Niente, non riesco a trovare il silenzio che cerco. Ovunque io vada, con chiunque io finisca per accompagnarmi, c’è troppo rumore. A volte anche il rumore dei pensieri e delle aspettative è insopportabile e molesto. Non posso fare altro, stupidamente, che sognare un faro disabitato dove poter leggere e scrivere senza inquinamento sonoro.
Cerco di riprendere a leggere, ma nel farlo mi rendo conto che la questione è un’altra, e cioè che sono apertamente in fuga da tutto un sistema di vita, un modo di vivere, la questione è macroscopica, non si tratta di leggere un grande libro su un delimitato balconcino d’appartamento. Qui c’è da affrontare e concepire una rivolta, un’autentica rivolta che si annida nel profondo della persona, dell’uomo, dell’invisibile tessera da mosaico che sono.

Passano gli anni e per contrappasso la quiete sembra allontanarsi sempre più. Quello che desidero e perseguo va puntualmente a infrangersi contro una barriera altissima di rumore, chiacchiere più o meno profonde, conformismo, regole, banali scelte di sopravvivenza, libidine mal giostrata, equilibri relazionali che si basano su una legge debolissima, il divieto alla violenza e alla sovversione.
Persino cercare di leggere il libro della vita in un pomeriggio estivo diventa un gesto improponibile, un lusso imperdonabile. Perché la quiete è impercorribile. Perché dovrei iniziare ad agire come Stavrogin, mordere, cacciare gli artigli da belva. Ci sarebbe sempre qualcuno pronto a intimarmi di andare a chiedere scusa.

Un po’ tutti parlano di quiete e di posti meravigliosi. Senza rendersi conto che si tratta di luoghi a pagamento. Di vacanze, di estemporaneità. La vera quiete da perseguire dovrebbe essere quella interiore, ma è quasi un percorso militarizzato, costellato di mine, filo spinato, falangi nemiche.

Rimpiango quando riuscivo a scrivere per notti e notti di fila e poi andare al lavoro di giorno. Ero dimagrito, sembravo un reduce, ma quell’equilibrio intemerato aveva qualcosa di splendido e, ora posso dirlo, irripetibile.
Forse si tratta solo di invecchiamento; eppure, la sgradevole sensazione è che il circondario sia peggiorato, che i vizi si siano incartapecoriti e le persone definitivamente imborghesite. Tutti affaccendati a vivere in una schiavitù di sponda, a osannare un inesistente Dio lavoro che permetta poi l’accesso a pratiche benestanti. In sostanza, la morte dell’animo umano, la mortificazione dell’unico, autentico escapismo accettabile: reinventarsi lontani da qualsiasi condizionamento.
Il vero escapismo sicuramente non è quello da spostamento esotico.

Da ragazzo, durante quei noiosissimi pranzi di Natale in famiglia, pensavo il peggio. Immaginavo scene assurde, tra cui quella di spararsi in bocca davanti a tutti per convincerli che la vita non era le loro smancerie ipocrite.
Da adulto, ho detestato i pranzi aziendali, volti a direzionare meglio la lingua verso l’ano di qualcuno, fosse anche per farsi cambiare un turno.
Oggi, non tollero di ricevere lodi e lusinghe sulla mia intelligenza anticonformista e sulla mia capacità di restare coerente in situazioni di aperto disagio. Non accetto di essere blandito da chi non ha il coraggio, e mai lo avrà, di guardarsi finalmente fuori dal proprio film metodico di accumulo e di spudorata riproduzione di regole mai davvero contestate.

Le persone sembrano diventare umane, oserei dire decenti e accoglienti, principalmente quando sono assalite dal dolore. In condizioni normali, tendiamo ad essere estremamente deludenti, pavidi, vanitosi, viziati, accentratori, incoerenti, giudicanti, delle controfigure con la tosse teatrale.
Sì, i complimenti ricamati per superficiale cordialità sono pessimi e non andrebbero accettati.
A chi in passato mi ha consigliato di “vivere di sola scrittura”, ho risposto con uno sdegnoso silenzio. E con un repentino allontanamento, non lo nego.
Oggi, quando mi arrivano tra capo e collo i complimenti circa una mia “rara integrità esistenziale” che mi porta a resistere con dignità, ho la tentazione impellente di rispondere con una scomodissima verità.
Quale? Ah, dimenticavo.
“Sono una troia. Una troia come tutti. Datemi la comodità di vivere e sarò una fantastica troia da mille e una notte. Una troia da non dimenticare”.
Chi non ha mai avuto un prezzo a volte cade per poco e niente, basta il profumo delle catene tranciate, basta quello per svolazzare leggeri e aperti verso un nulla dove si accetta pagamento con carta di credito, fede, speranza e carità.

©Luca De Pasquale 2019

22/06/19

Beffa anarchica senza coda


Conosco scrittori che si preoccupano moltissimo dell’effetto che fanno. E che rispondono, con apparente rassegnazione, alla richiesta di portare gente alle presentazioni, procacciare vendite ad personam, organizzare trasferte, dedicarsi anima e corpo all’autopromozione. Conosco anche scrittori che pubblicano molto e bene, ma sono sopravvalutati. Non indagano la società, lo stato delle cose, l’anima. Non fanno ridere. Vendono bene. Sono dei prezzemolini. Ripetono sempre le stesse formule di cuore aperto e barzellette buone nemmeno per un dopolavoro. Fingono di essere i più spietati critici della loro opera. Simulano modestia. Per loro la democrazia è una tintarella da esibire. Hanno paura della merda. Hanno paura di essere dimenticati, hanno paura di non poter più sedurre l’aria con il loro rumore bianco. Hanno paura della povertà e del cazzo moscio. Hanno paura di addentrarsi realmente nell’amara anarchia del mondo. Hanno, come tanti normodotati, una schifosa paura degli stenti, della noia e del retrocedere di qualche posizione.

Allo stesso modo, conosco scrittori che sono morti dopo un solo libro, annientati da aspettative non calibrate, devastati da una sopraggiunta inedia, totalmente disinnescati dalla famiglia, dagli obblighi.
Non mi colloco da nessuna parte. Così come al ristorante non so mai dove sedermi; possibilmente dove nessuno disturbi il mio braccio sinistro, considerato che sono mancino naturale e persistente.
Anche nei discorsi più semplici, faccio una fatica indecente nel dare qualche coordinata atta a collocarmi da qualche parte, dare un’idea. A volte ho il sospetto di essere composto da aria rafferma, sogni evaporati e note allacciate alle scale per il giorno dopo. Tutto qui. Niente da dichiarare.

Capita che in certe conversazioni, in certi incontri, io inizi addirittura a non respirare. Nel senso che trattengo il respiro, cerco l’oggetto o la persona seguente, studio le vie di fuga, sono presente per un capriccio idiota e ne sono consapevole. Non dovrei esserci, eppure resisto. Non dovrei dare spiegazioni, eppure finisco per accennare qualcosa di improvvisato, spesso con effetti comici.
Al primo accenno di aforisma, io ho già suicidato quell’incontro. Puoi essere bella, attraente, profumare di infinito in bottiglia, ma se scatta l’aforisma sbagliato o il gioco di ruolo, allora la scena è chiusa, diventa una morgue, un aborto spirituale che cammina come una palafitta.
La vita mi ha insegnato che non dovrebbero esistere seconde possibilità; dovremmo prenderci la responsabilità di mantenere l’equilibrio che serve a compiere il caso e anche la beffa.

Trovo ridicola la domanda “che tipo di scrittore sei? Che scrivi?”
Si finisce con situazioni imbarazzanti, con qualcuno che cerca di spiegarmi la sua distinzione tra i blog on line e i libri di carta. So che in quei momenti mi sarebbe richiesta un’espressione a “O maiuscola”, ma non ci riesco. Tutto quel che posso fare è accendere una sigaretta e aspettare che passi l’ennesimo equivoco nascosto dal sole del giorno.
Così come è vero che c’è ancora chi tenta di spiegare la differenza tra amare e fottere. Chi parla di “vero amore” relegando il fottere a una sorta di app aggiuntiva è totalmente fuori di testa. Chi invece pensa che fottendo può accorciare la distanza dal “vero amore”, avrebbe probabilmente bisogno di qualche giocattolo di nuova fabbricazione. E come si affannano in postulazioni di ogni sorta. Sono talmente pieni di buona volontà che saresti quasi tentato di crederci.

In buona sostanza, c’è una completa mancanza di bilanciamento tra la prigionia e il vagheggiamento della felicità. Non ci sono vie di mezzo, e se pure esistono sono praticate con dilettantismo, con sufficienza, superficialità. Senza godere sul serio. Senza conquistare conoscenza, spessore. Sono solo ripetizioni di schemi già esperiti abbondantemente, saturi, nati morti.
La paura della solitudine fotte le persone più di altri drammi più sensazionalistici ed evidenti. La noia, invece, fotte in genere quelli come me, spingendoli nella beffa anarchica, nel paradosso, nella forzatura non a lieto fine.
Violenza e passione non avvicinano realmente le persone. Le nevrosi si attraggono tra loro per codardia. Le solitudini si cercano in modo pietoso e triste, si assaggiano, si masticano, si elettrizzano a turno; come venire in faccia ad una bambola gonfiabile chiamandola amore. Credo di aver reso l’idea. Pillole in corpo per essere felici o appannati per poterla pensare, la felicità. Pillole in corpo per dormire. Per penetrare. Per prevenire. Per non morire. Si viaggia per registrarsi altrove, per illudersi di cambiare spazi; quelli interiori restano le pianure desolate di cui non parliamo mai in pubblico, soprattutto se scriviamo.
Ci affanniamo, il nulla nello stomaco, a mostrare la luna a quelli che riteniamo più ciechi di noi. Gioco al massacro. Manchiamo di autocritica e ci illudiamo di poter guarire negli altri quello che in noi rifiutiamo, disconosciamo.
Passiamo il tempo ad accumularci momenti dentro, per poi sceglierli. E intanto la vita passa, come gli inutili libri sui comodini, come le pasticche, come gli orgasmi con la lingua calda ad offendere l’aria ferma e crudele.
Anarchia. Né servi né padroni, figli delle stelle in una discoteca chiusa da decenni.
Continuiamo a parlare d’amore, continuiamo pure, beffa anarchica senza coda che ci fermerà, incerti come bambini, al valico di Dio.

©Luca De Pasquale 2019

21/06/19

La corazza Stavrogin, la fortezza Zurlini


Ognuno di noi, spesso senza neanche essere conscio, porta avanti una sorta di estetica esistenziale. O forse una trascendenza tascabile in cui specchiarsi. Da questo punto di vista, sono di facile lettura: sono cresciuto con i film di Valerio Zurlini e probabilmente ci sono rimasto dentro. La mia forza, e la mia grande debolezza, consiste in uno spirito perennemente allacciato all’ultima spiaggia. Non sono interessato alla competizione, soprattutto quando posso vincere. Sono cresciuto nella fortezza Zurlini, sotto certi aspetti niente può ferirmi più del solito.

Idem dicasi per i romanzi di Dostoevskij. Mi sono sempre considerato un incrocio terreno tra Stavrogin e Kirillov, con qualche traccia di Raskolnikov. Ai lati di quest’alata immedesimazione, i signori Puskin e Lermontov. E dunque, ribadisco, difficile che una ferita possa dirsi nuova, difficile spingere nelle retrovie chi della retrovia ne ha fatto una questione d’onore e di stile.

Come i personaggi dei film di Zurlini, il mio livello di idealità è altissimo e i rientri sul duro selciato sono traumatici, crudeli. Quel che sfugge è che tutto questo è ampiamente previsto dal copione.
Vivo, anche se rido, scherzo e partecipo, in una livida Rimini invernale che mi trafigge il cuore ogni mattina. Un richiamo dall’altrove. Dal finito. Dal dissipato.
Per tutta la vita ho sognato di poter esprimere al meglio l’aura decadente, trasparente di troppi baci sventati, nel vivere quotidiano. Credevo fosse un vezzo concesso a un uomo che ama l’arte più di pane e companatico, certamente più dei viaggi, degli svaghi e dei divertimenti. Poi ho scoperto che si trattava di un’impraticabile utopia; e allora ho iniziato, sia pur dignitosamente, ad accettare dei compromessi. Anche estetici, ambientali. Ho rinunciato alla sventatezza opinabile dell’amour fou. Ho rinunciato a manie e monomanie, in nome di un amaro e innamorato fatalismo destinico.

Non nego niente. Non negherei mai nulla.
Sono un disilluso, e zurlinianamente il mio cinismo è conseguenza diretta di una sofferenza altrimenti non districabile. “Troppo lusso”, mi ripeto spesso, quando mi convinco a lasciar perdere cose, idee, sogni, persone, tracciati, sorprese, slanci di libidine, presunzione.
Anche quando sono garbato, discorsivo, comprensivo, nel mio petto urla mare aperto la Rimini piovosa e gelida che mi ha cresciuto nelle pareti emotive di una separazione senza ritorno.
Ho pienamente accettato di essere il figlio di un addio; è per questo che non voglio essere rotto il cazzo. Non so giocare alla fune. Non chiedo di essere fotografato al tramonto con lo sguardo triste e la sigaretta in bocca. Non vivo per essere il retro di una copertina. Ho diseredato il mio cazzo e i miei guardiani dell’Ade da molti anni. Quando arrivo ad uno specchio, mi aspetto l’onda nera di ritorno, me la prendo in faccia, non godo più come una volta, alla fine finisco a scrivere.

È così difficile sentirsi a casa. Così arduo ricostruire la scenografia adatta per sentirsi adatti ad amare ed essere amati. È anche un’impresa trovare lo spessore spirituale per riconoscere la propria voce quando si parla. Senza raccontarsi stronzate, però. Senza simulare il benessere in arrivo. Senza flirtare scioccamente con un futuro già idealizzato, fatto di dolci risvegli con biscotti, ego, romanzi, pompini, splendidi amici e persone intelligenti.
Urla anche oggi nel mio stomaco la Rimini zurliniana, dove, disilluso e con le mani in tasca, raschio il fondo con lo sguardo scettico, il cappotto rovinato e un paio di libri dimenticati (da me per primo) alle spalle.
Non è amor di decadenza. È origine. Negare sarebbe inutile. Dalla polvere devo ricostruire, non dalla nostalgia. Dalle fortezze devo ridiscendere nel centro abitato, non dai finti eremitaggi organizzati di tutto punto.

Negli ultimi giorni ho acquisito una nuova nozione di svuotamento, andare a sottrazione per prepararmi al gesto definitivo della scrittura. Poi, andrà come andrà. Non devo avere pensieri. Distrazioni. Punti di rottura da riempire con la mia fottuta fantasia. Devo respirare all’unisono con la notte. Dovrebbe riuscirmi bene, considerato che sono un musicista mancato e un addio in pectore.
In fondo, bisogna solo vivere. Senza brancolare nella luce eccessiva. Senza dare un nome a ogni appiglio, manco fossero i peluche e i robot di quando si era bambini. E vaffanculo alla nostalgia canaglia, subdola, procacciatrice di allucinazioni, deterrente alla verità.

Sono nato per ritrovare alla svelta il cappotto di cammello di Valerio Zurlini e riconoscermi, perché da ragazzo, nella realtà, nessuno sembrava capire cosa volessi. Tutti ad avanzare ipotesi totalmente fuori asse. Io volevo solo l’arte, l’amore e un po’ di pace che pure mi era dovuta. Forse comunicavo male. Forse gli interlocutori erano sbagliati. Forse avevo bisogno di diventare stagionato e poter dire senza timore e senza enfasi che io sono la Rimini d’inverno dove continuerò a giocare d’azzardo e muovermi interessato verso tutto ciò che mi accende di sensuale malinconia. Sono zurliniano. Altro che maledetto.

In un biennio lontano di assoluta disperazione appunto zurliniana, e dunque levigata, conobbi varie donne che solleticavano il mio ridicolo orgoglio maschile. Mi facevano domande. Cercavano di comprendere chi fossi, cosa volessi, cosa avessi da offrire. Io ero costantemente in erezione e mi esprimevo improvvisando, perché ero consapevole di un forte desiderio sessuale non accompagnato da altre curiosità. Non ho mai lasciato per davvero decidere il cazzo. Mi venivano poste domande oneste, accompagnate da sorrisi franchi, belli e giovani. Avrei dovuto trovare delle risposte degne. Per fare presto, per arrivare a un minimo punto di conoscenza, dicevo umilmente “potresti vedere ‘La prima notte di quiete’ di Valerio Zurlini… io sono lì…”
Quando si scopriva che nella pellicola c’era un bellissimo Alain Delon, per me erano guai. Non potevo reggere il confronto, ma io, con estrema sincerità, puntualizzavo: “Non sono solo Daniele Dominici, più che altro sono quella Rimini di tempeste e derive, celata nei confini di un freddo inviolabile”.
Sembravano pose. Sembravano giochi letterari, snob, espedienti di dannatismo decadente.
Era una verità comprovabile. Era forse l’inizio di un addio, e dunque di un mio personale compimento. Era quello che volevo respirare, tentare l’impossibile ovunque, anche senza nessuna possibilità di riuscita.
Non sono interessato alle competizioni, piuttosto al viaggio, dal mare al niente, dal niente al fuoco, dall’addio al riconoscimento della voce.
Sono zurliniano. Nella mia vita quotidiana. Ne vado fiero e non accetto distrazioni, che rischiano di riversare nella mia Rimini scura tonnellate di bagnanti tutti sudati, pronti a fare foto e lasciarmi manuali di sopravvivenza sul comodino.

©Luca De Pasquale 2019

17/06/19

Scrupoli da night bar


I desideri spesso sono roba vera, ma egoista.
Vogliamo qualcuno, a volte qualcosa, basandoci sulle nostre necessità, sulla nostra voglia di emozioni. Tendiamo a dimenticarci chi siamo, e anche cosa possiamo offrire realmente. E non riusciamo a fermarci, presi dalla bramosia incontrollabile, dalle apparentemente perfette tessiture del destino.
Esondiamo. E gli impulsi battono e avvelenano il senso critico.

Nella mia vita, raramente mi sono misurato con quello che ero, con quanto avevo, e quanto reale ritorno potesse avere la mia voce più intima.
Ho scelto, la maggior parte delle volte, di andare incontro agli ostacoli con spirito indomito, da falange d’assalto, mettendo in conto ferite, perdite e anche qualche Waterloo.
Difficilmente ho considerato gli effetti dei miei movimenti; esattamente l’opposto del comportamento che cerco di avere adesso, che maggiormente si confà alla mia età e alla mia consapevolezza.
La banale equazione che ho applicato diceva “voglio=prendo”, o al massimo “voglio=devo fare possibile e impossibile”.
Mi sembrava di vivere in un night bar sotterraneo, fatto di canzoni, di poesie sussurrate durante balli al buio, di incontri folli e definitivi, definitivi il tempo del reciproco e concorde accecamento. Nel night bar che bazzicavo, ero quello che appariva all’improvviso, il cuore grondante urgenze incalcolabili, pronto a tutto, anche a perdere la vita. Romanticismo disperato, specialità della casa.
Mi vestivo di viola scuro, un fiore bianco a mo’ di pochette, e parlavo di amore con il rognoso distacco che hanno tutti gli sconfitti. In quelle ore notturne mi giocavo il tutto per tutto, il resto non contava, tanto sarei certamente morto il giorno dopo.
Capitava che salutassi i miei genitori e tornassi dopo cinque giorni: ferito, taciturno, provvisorio, euforico, cinico friabile, “tanti sogni erotici e poi naufragare allo snack bar”, come ripetevo amaramente a mio padre, il quale rifiutava recisamente di ascoltare le descrizioni delle mie fughe. Uomo saggio e gentile.

Accadeva anche altro.
E faceva male. Molto male.
Succedeva che scoprivo velocemente quanto alcuni desideri gonfiati ad aria compressa e giri di basso finissero per rivelarsi dei tragici equivoci, frutto malsano di atmosfere portate all’estenuazione.
Cercavo di essere onesto. Non so quante volte chiesi scusa a Sylvia, per la quale mi ero acceso di riflesso, come un narcisista coglione. Sylvia cercava l’amore, non me in particolare. A me era bastato. Cretino. Avevo soffiato su quella fiammella nevrotica per entrambi, salvo raccapezzarmi di un errore di constatazione emotiva. Non c’era amore, neanche in nuce, era solo bisogno di attenzioni. Fui io a chiedere scusa, con un sorriso studiato ore allo specchio del sonno. Cretino.
Bisogna stare attenti. Facile vestirsi di lune, quando il dolore è stato di casa per troppi anni. Vai a vomitare nel retro di te stesso e non fai altro che augurarti l’incontro del destino, la svolta tabula rasa, la ricostruzione involontaria, la migliore, la più sincera.
Basta che qualcuno ti ponga una domanda diversa, ti guardi come non ti senti guardato, ed ecco che ci si veste di lune nei migliori night bar del destino. Ti gira la testa, la musica diventa strato di pelle, i mali del mondo scompaiono in una risata spontanea, dimenticando i ragionamenti più impegnativi.

Questo era mezza vita fa. Lo confesso, sono stato superficiale. Proprio io che esibivo il pedigree dei regni sotterranei. Come cantava Sergio Caputo, colonna sonora degli azzardi più imperscrutabili, “ammetto di essere stato disponibile a certe tentazioni frivole”.
Da quando ho smesso di giocare, tutto è più difficile. Da quando considero ogni scena nell’insieme, non mi è più permesso mandare in giro delle controfigure e delle nevrosi. Da dinoccolato frequentatore dell’impossibile da ore piccole, ti trasformi in un elefante in un negozio di cristalli. E nella tua vita compare un concetto inedito o forse solo trascurato, “diritto”, non in senso affermativo e strafottente.
Non si ha il diritto di chiedere qualsiasi cosa, e di fabbricare meravigliose prove di sforzo sulla coda delle comete più belle.
“Ogni tentativo di nuova intelligenza corre il rischio di un grigiore inaccettabile”, scriveva Dai Davies.
Bisogna sfidare anche questo spauracchio, e come ho scritto sempre per le sfide reali bisogna vestirsi di vento, bucare il cielo prima che un passato mal gestito ti ritorni sotto forma di grandine.

©Luca De Pasquale 2019

16/06/19

La scrittura rassicurante non è per i cavalieri neri


“Hai mai scritto un giallo?”
“No”
“Pensi di scriverne uno?”
“Direi di no”
“I gialli vanno molto”
“Io non conto di andare, infatti”
“La tua scrittura non è rassicurante, scusa ma te lo devo proprio dire”
“So che non è voluto, ma mi stai facendo un complimento”
“Allora, scriverai un libro sull’amore?”
“No, però è probabile che gli effetti degli amori dirigeranno parte della scrittura”

Il dialogo avviene fuori a un supermercato. La domanda precedente verteva sul perché non fossi andato a mare. Credo di non aver mai rivolto una domanda del genere a una persona. Qualsiasi tipo di persona. Il mio non è disinteresse. Non faccio mai domande che possano contenere un minimo di giudizio, è una mia scelta precisa, trentennale.
Non ho mai chiesto a un collezionista “come mai ti manca quel disco?”
Parto del presupposto che se quel tizio non l’ha comprato, avrà avuto i suoi motivi. Vero è che con melomani e collezionisti il dialogo è sempre stato difficile. Difficilissimo.
Non ho mai sopportato la saccenza nozionistica, e constatare la smania di esibire un possesso corrispondente alla conoscenza mi porta scompensi di varia natura, il primo dei quali è alzare i tacchi e darmela a gambe.
Ce ne sono, di persone perennemente vogliose di cimentarsi in gare di conoscenza e di esperienze applicate. Ma io la vedo in un altro modo: è come se due amici si masturbassero insieme, ognuno per sé, in una camera con il televisore spento. E poi?
“Ma allora non ti piace il dialogo”, mi obiettano frequentemente.
Le gare non sono mai dialogo. Come le confessioni a specchio, in cui l’altro elemento funzioni solo da fluffer, da vibratore emozionale. Non credo nei vibratori emozionali, così come non credo negli scrittori moderati e democratici, quelli che non si insozzano le mani. Sono molte le cose in cui so, consapevolmente, di non poter credere, neanche con il massimo sforzo.

Ad esempio, non riesco a credere nella famiglia come salvezza dal mondo. Mi considero apolide, transitorio, un animale casuale, fuori luogo ovunque, spero con sostanza. Provo una difficoltà inaudita, indescrivibile, nel rapportarmi a fanatici e invasati, di qualsiasi argomento si parli: politica, alimentazione, religione, meditazione, ritualistica vivificante, persino il sesso. I descrittori di scopate sul lampadario con una mela in bocca, si fa per dire, li ho sempre detestati. Tutto ciò che viene comunicato con fare avventizio e salmodiante mi provoca lunghe bordate di puro orrore lungo i fianchi. Non combatto con gli invasati, perché mi annoio di armarmi: piuttosto mi dissolvo e non torno più nei luoghi deputati a incrociarci.

A sedici anni, non avevo ancora fatto sesso. Un amico di amici, più grande di me di tre anni, tentò di spiegarmi le sue strampalate teorie in materia di cunnilingus: come praticarlo con efficacia, come muovere la lingua, come creare un’atmosfera rassicurante, di agio e sogno, in modo da dare ogni comfort alla controparte “subente”. Non lo feci nemmeno finire e lo mandai affanculo. Il suo tono ridicolmente professorale mi disturbò terribilmente. Teorie su teorie, anche oggi, anche oggi che abbiamo quasi cinquanta anni e dobbiamo alzarci due volte di notte per pisciare, anche oggi che i nostri orgasmi sono meno copiosi e scenografici, i nostri sorrisi cariati, le nostre fottute citazioni già usate in mille altre situazioni. Stiamo ancora a teorizzare su ogni cosa come idioti. Non improvvisiamo. Ci spaventiamo di tutto e per questo elemosiniamo cure e amore in giro. Rendendoci schiavi e prevedibili come gli sviluppi nuziali delle soap opera.

Teorie. Teorie. Scorciatoie maledette. Frasi da biscotto della fortuna fatto in casa. Uno è arrivato addirittura a chiedermi “come si fa a diventare amico reale dei musicisti?”
Pur con tutta la buona volontà e gentilezza, non sono riuscito a profferire verbo. Come se io chiedessi in giro “come si fa a essere agiati economicamente e sofferenti spiritualmente? Come mi spiegheresti la dicotomia?”

Sono seduto al tavolino di un bar. Prendo appunti sulla gente che passa e su quello che mi cova dentro. Le cose sono collegate. Il caffè fa schifo, ma il ragazzo che lo ha portato è simpatico, gli ho lasciato cinquanta centesimi. Per me è una cifra, dunque è un gesto valoriale. Fumo e la sigaretta sa di qualcos’altro, forse della mia inquietudine. “Perché non sei andato al mare?”, “Perché la tua scrittura non è rassicurante?”, ricordo queste domande e mi viene da ridere.
E tu, cosa vuoi?
Cosa pretenderesti dalla scrittura?
Ti piace quella un po’ spinta? Con una mano sfogli e con l’altra ti esplori in cerca di fantasie? Allora non sono lo scrittore per te, sai.
E non sono il principe azzurro, anche se in bassa fortuna; semmai il cavaliere nero, con inevitabili libertà limitate. Non è la stessa cosa, non si può sognare duro, non si possono osare trasposizioni emotive? Che peccato.

Quando si arriva a un livello in cui l’unica dimensione possibile è il rischio, il rischio continuo, la sfida, allora devi difenderti anche dalle idealizzazioni degli altri. Che sono pericolosissime e fuorvianti. Devi accettare, tu che scrivi, il ruolo che hai di fronte alla pagina bianca. Per quanto vessato dalla sindrome di Dorian Gray, somiglio di più a un cavaliere nero con il cuore trasparente, ennesima beffa. Mi tengo tutto e combatto.
Forse mi uccideranno al tramonto, mentre sogno l’alba. Forse mi daranno del cretino tautologico, quando ripeterò con tono monocolore, per l’ennesima volta, che uno come me proviene da Zurlini, Puskin, Dagerman, Strindberg, Campana, Bianciardi, Chiara, Breton, Radiguet, Dylan Thomas, Mallarmé, Nerval, e che questi uomini, infinitamente più dotati di me, mi hanno curato l’anima e il dolore anticipato che sopravanzava ogni calendario a venire.

Oggi non ha più importanza da dove vengo. Conta la traiettoria, il senso del movimento, conta il coraggio, conta moltissimo non disprezzare la vita e le persone, per quanto i rapporti umani siano un disgraziato terno al lotto con frequente sorpresa deludente. Quei pochi che accendono le stelle valgono l’intero prezzo del biglietto e le tratte più disagevoli del viaggio.
Poi si muore. Ma questo non conta più di altre cose. Anzi, il poco tempo a disposizione dovrebbe renderci delle carezze in assetto da combattimento, pronte a tutto per trovare la pelle che accolga la necessità del desiderio da compiere in vita. Non degli urlanti idioti che aggrediscono ogni cosa li spaventi e li insidi.
La mia scrittura non è rassicurante. Perfetto. Non sono un uomo rassicurante, non potrò mai esserlo. Sono un cavaliere nero che non si rassegna alla staticità, alla marginalità che tanto fa comodo a chi non ti vuole tra i piedi come competitor.
La strofa è amara, cazzo, ma il viaggio è blu notte. Come piace a me. A noi.
E io non ho ancora perso.

©Luca De Pasquale 2019


15/06/19

Un'ultima mezzanotte non iniqua


“Buonasera, scusate, vendete per caso musica per fare sesso?”
“Buonasera a lei. Volendo, quasi tutta la musica è buona per fare sesso. Dipende dai punti di vista”
“Io voglio musica specifica per fare forte l’amore, mi hanno detto che qui la trovo”
Lo ricordo ancora, quel botolo tarchiato e abbronzato che mi spennò mezzo pomeriggio in cerca di musica per ore liete. Alla fine gli diedi un cd di Sade, ma lo ingannai tragicamente, perché gli rifilai anche un bellissimo disco di Harold Budd; ero certo che lo avrebbe mandato in crisi.

Invece, credo ancora oggi che Harold Budd sia adattissimo per l’intimità. E bisognerebbe capirsi, una volta tanto: per intimità noi uomini non intendiamo solamente la penetrazione. O almeno, non tutti gli uomini la pensano allo stesso modo e hanno la stessa idraulica senza sfumature.
È molto frequente che io sia in intimità con me stesso, ciò non significa che io passi ore e ore a gingillarmi. Più volte, nel corso della giornata, ho bisogno di solitudine. La scrittura riesce a regalarmi l’utopia del mondo sospeso nell’incredibile, anche se poi certi atterraggi sono devastanti.

In questi giorni sono spesso per strada. Si respira sesso ovunque. Dappertutto: negli sguardi, nel modo di vestire, nei profumi femminili, nell’aria stanca e curiosa delle persone più timide. Forse aveva ragione Rust Cohle, dovremmo iniziare a considerare “un’ultima mezzanotte”, un carnevale di libertà prima dell’estinzione. Respiro chili, chilometri, distese di dignitosa disperazione in giro. Tutti ad affannarsi per non apparire troppo in difficoltà, troppo alla mercé dell’infelicità più tesa e onesta.
Le emozioni, il sesso, innamorarsi, sentirsi ricambiati, finalmente visti, sono inaudite panacee, nessuno può negarlo. Eppure io respiro disperazione negli sguardi delle donne, desiderio di pace, dolce richiesta di rimborso dai dolori, dai soprusi. È una sensazione, questa, che mi confonde e mi stordisce.

In questi giorni sono spesso per strada. Qualcosa mi dice che uno come me dovrebbe trovarsi nell’abisso della più totale depravazione. Dovrei scopare e farmi fottere da persone infelici, scrivere roba che non sento, roba che mi strizzi l’occhio e che mi inculi la dignità fino a farmi uscire un sorriso ebete, di quelli che possono piacere. Dovrei limare l’arte dei convenevoli, leggere roba tranquillizzante, esercitare il corpo, cacciare aria durante grottesche flessioni a goniometro. Dovrei andare in palestra, iniziare a vestire in giacca, vestire di bianco, pregare a casaccio e spruzzarmi gocce di vetiver sul cazzo quando penso possa servire. Dovrei convincere qualcuno a trattarmi come un vecchio calciatore, comprarmi dai vecchi dolori per darmi una nuova casacca di convenienza e svecchiamento.

Una persona che conosco si è innamorata, dopo anni di delusioni. Parlando con lei, ha negato di aver vissuto problematiche sentimentali in passato, e di aver sempre saputo cosa voleva. Un autoinganno di proporzioni bibliche. Autoconvincersi che l’amore sia una specie di lavanda gastrica. Che rabbia mi fanno queste cose. Se decidessi ora, e dico ora, di negare che il mio viaggio nella vita è stato innervato di dolore, anche il solo banale dolore di esserci, non avrebbe alcun senso continuare a respirare. Dunque, negare è da codardi. È da imbecilli e da limitati. Negare è inaccettabile.

In questi giorni sono spesso per strada. Non è che veda molto, più che altro distinguo le ombre, le sagome delle auto, e avverto, inebrianti e forse malate, le tonnellate di affettività andate in fumo. Gli amori dispersi. Abortiti, rimandati, liofilizzati in illusioni buone solo per fantasticare prima di dormire.
I gesti migliori, quelli sinceri, tracotanti di finitezza e oltraggio perenne alla morte, sono sospesi nell’incredibile, nascosti nei giardini notturni dove ognuno di noi cura i propri segreti con un’insospettabile dedizione. Ed è forse da guardiano assonnato che giro per la città, travolto dagli odori dolciastri della passione giocata alla ventura, del rischio calcolato, il baciarsi a occhi chiusi per rimandare la verità personale a data da destinarsi.
Quei passatempi di spine e rivincita storpia che ti spingono, alla fine, a camminare per gli aeroporti e le stazioni di notte, con un amore segreto nel cuore, costruito caduta dopo caduta, un attimo che si fa scenografia costante, film per pochi, preghiera per nessuno, destino da non scrivere.
E giri, giri, giri, innamorato di un’ultima mezzanotte che da bambino nessuno ha avuto il coraggio di spiegarti.

©Luca De Pasquale 2019

13/06/19

La forma degli attimi


Al ristorante mi chiamano dotto’ e da subito la cosa mi stride. Proprio non ce l’ho, l’aura da dotto’. Molti uomini amano essere trattati da maschio trainante, da pater familias. Non è il mio caso. Non lo sarà mai. Ci sono bambini ovunque, giocano ininterrottamente, i genitori si ricordano di loro tra un selfie e l’altro, con rimproveri esagitati e infruttuosi. Non ho mai ambito a diventare un dotto’ e sfoggiare gemelli. Non mi trovo nell’area fumatori e faccio uno sforzo sovrumano per sublimare la sigaretta con altri pensieri.

Tutti questi bambini. Creature di Dio, si dice qui. Io so, e il pensiero non mi sembra nemmeno così arido, che non desidero figli. Non ora. Poi si vede. Non sono i figli la mia parte mancante, anche se tanti saggi lo teorizzerebbero. Mai considerato i figli un rimedio, un sia pur nobilissimo riempitivo atto a compiere la persona. Eppure, la mia parte mancante esiste ancora, basta che io cammini un po’ per sentire le zaffate di vuoto provenire da angoli bui, da cieli sgombri, da finestre aperte.

Per paradosso, al ristorante prendo il menù bambino. Vado sul sicuro da sempre con quello, cotoletta e patatine. E quanti sfottò tollerati negli anni: “Ma come è possibile che non ti piace il pesce?”
“Ma davvero non sei innamorato della mozzarella di bufala?”
“Non sai che ti perdi, queste telline resusciterebbero un morto”
“Hai fatto un errore enorme a non provare il polipo all’insalata…”
E via così, in automatico, come un rosario sgranato per onor di firma.

In questo periodo, più del solito, cerco di tenere gli occhi aperti. Cerco di sentire. Sentire le persone, gli eventi, gli incroci, i desideri, le esigenze taciute, persino la risacca dei sogni. Tutto sembra più facile e dunque più doloroso. Non mi sembra più tanto grave prestare attenzione senza sentirmi in colpa o inadeguato. Per comodità, ho spostato l’asse di certe insicurezze sulla forma fisica e l’aspetto estetico, elementi che non avevo mai seriamente considerato in precedenza.

Sono giorni strani.
C’è un’aria strana.
Sono giorni di preparazione alla scrittura. Preparazione alla vita che istilla la scrittura. I miei pensieri si sviluppano in giardini pensili, con la calma di un’apparente siesta. Gli impulsi mi tendono agguati e io, come tanti, sono costretto a improvvisare.
La radio del ristorante manda “Figlio di un re” di Cesare Cremonini. Penso sia l’unica canzone di Cremonini che mi sia piaciuta davvero molto, con particolare attenzione al testo.
Di fronte a me è seduta una donna bionda con un vestito color panna molto scollato. Si vede nitido il canale del seno. La donna ha un’aria infelice, e con me questo ha sempre funzionato.
“Non nascondere la tua infelicità e vedrai come potrò amarti sul serio”, pare essere stato il mio motto per decenni. Non si tratta di banale empatia, della quale faccio volentieri a meno, non sono un psicoterapeuta o un filantropo, sono solo un uomo messo al muro da una sensibilità capricciosa, a forma di ferita permanente.
Sono un cretino che ha sempre pensato, forse romanticamente, che dalla malinconia possono nascere splendidi fiori senza morte. Chi mi vieta di pensare che uno sguardo malinconico e sincero sia un nuovo inizio, una ribellione al vuoto? Nessuno può vietarmelo.

Mangio qualcosa, poi alzo la testa dal piatto e lo sguardo della donna vestita di tessuto panna è ancora lì. Non sono turbato. E neanche fiero o lusingato. Restituisco lo sguardo senza alcuna ambiguità di sorta. Probabilmente, due tipi di malinconie che si sono incrociate in un’aria torrida, ferma e impotente. Punto e a capo.

Non porto mai con me un taccuino per annotare, eppure riesco a registrare tutto, compresi i miei assestamenti emozionali, veri e propri terremoti che riesco a malapena a dissimulare in pubblico. La completa trasparenza emozionale è una debolezza insopportabile e porta guai abnormi: questo l’ho imparato. Così, sono costretto ad erigere dighe flessibili, muri di fiori secchi che non impediscono il riposo e la visione. Sono altresì costretto ad assumere le costanti sembianze del viandante, per non spaventare con la permanenza. Crescere è anche questo, evitare le ombre cinesi e l’equivoco insensato delle dimensioni spirituali delle voglie, delle idee. La forma degli attimi è fondamentale per non annegare e non trascinarsi qualcuno dietro.

Stranamente, stanotte ho dormito. Mi stupisco sempre, quando dorme. Come se non fossi stato creato e programmato geneticamente per dormire. Considero la mia anima senza sonno, e per questo finisce che mi accanisco sul corpo, negando il riposo come forma di debolezza.
Se qualcuno mi chiedesse come mi sento, dovrei rispondere “complicato e libero”, probabilmente creando altre sovrastrutture e fraintendimenti. Ma cosa importa?
Sono in un corridoio buio, la luce più che altro è un ricordo mantenuto ad altezza di sguardo, eppure ci vedo benissimo. Mai visto meglio. Fa quasi paura.
Sarò anche incerto in stupide azioni di contenimento, ma da un punto di vista strettamente sensoriale sono rinato lontano dall’inferno, dal mio e da quello che mi si voleva imporre come normalità.
Non mi interessa minimamente misurare meriti ed eventuali carambole fortunate sulle sponde del vivere e del volere. Non ne ho i mezzi e non voglio inquinare la scena. Mi godo la forma degli attimi.
Senza giudizi. Senza il plagio della ragione arrabbiata. Senza i manuali delle istruzioni su due gambe che si incontrano per ogni dove.
Può darsi anche che ci abbia visto giusto, la malinconia è il rifugio naturale di quei fiori senza morte che sono le emozioni.

©Luca De Pasquale 2019

11/06/19

La sveltina tenebrosa


“Dimmelo, dimmelo, dimmelo che è grosso… è vero? È enorme e a te piace da morire, ti piace mangiarlo… aspetta che posiziono il telefono… fai dei versi mentre ti avvicini con la bocca… è enorme, lo so, e tu devi farmelo capire dicendo parole sporche. Non tenere la voce troppo bassa, devi dire che è grosso e che vuoi bagnarlo per bene… non essere timida, tanto a fianco non c’è nessuno… che puttana sei, che incredibile troia…”
Ogni lunedì mattina la stessa cosa. Uno dei miei confinanti con la donna delle pulizie. Un’ora di filmati caserecci di solo sesso orale, con uso e abuso di istruzioni. Lui dice che non c’è nessuno, io invece ci sono eccome. Scrivo al pc e allora lui non mi sente, va spedito con il suo manuale della fellatio a pagamento. La donna cerca di accontentarlo per quanto possibile.

E quanto ne ho sentito di sesso extramurale, considerate tutte le stanzette in cui ho vissuto e dove ho costruito e confermato la mia storia scorticata. Pareti di cartapesta assicurate. Ho potuto intercettare sesso coniugale, sesso fedifrago con orgasmo urlato, sveltine con sbattimento di pelle e di porte, sesso ubriaco di gente che volantinava per associazioni verdi, sesso impaurito e precoce nella stanza mesta del B&B dove sono finito dopo la separazione. Per quanto immaginare certe scene potesse anche risultare eccitante, non mi sono mai masturbato in tempo reale e non ho mai cacciato l’attrezzo dai pantaloni per togliermi un po’ di tensione da dosso.
Quando è capitato a me di darmi da fare, ho chiesto sempre silenzio, ovviamente imponendomelo in prima persona. Non mi attizza il sesso urlato. Per niente. Lo trovo ridicolo. Mi piacciono i singulti trattenuti, hanno quel sapore di peccato, di oltraggio e di intimità che sono impagabili. Sì, mi è capitato di annunciare ad una donna, poco prima del fattaccio, che il mio uccello era spaventoso e fuori quota, ma ho iniziato a ridere da solo. Il sesso troppo solenne è roba da imbecilli, ma quello estetizzato e plateale può essere infinitamente peggio. Non godi. Ti sbatti come un ossesso e interpreti una parte. Comunichi con il tuo pene tramite interfono senza fili, si tratta di pagine tristissime.

Le sveltine sono mille volte meglio dei viaggi di nozze. La retorica del sesso è un miscuglio dozzinale e insipido di pessime citazioni, frasi a effetto da emozione incontinente e banalità del confermarsi in vita.
Molti sembrano dirti “scopami, dimostrami che esisto, che ci sono”
Ho ragionato al contrario per anni. Avevo paura di desiderare sessualmente donne che avrebbero portato scompiglio nella mia vita, tra riluttanze mentali, gravi indecisioni, nostalgie assurde per altri uomini. Mi sono capitate chiare occasioni carnali che ho mandato alle risaie. Pentendomi i primi tre giorni dopo, ma non oltre. 

“Tuo marito non ce l’ha così grosso, vero? Vero? Dillo mentre guardi l’obiettivo… ti piace il disco che ho messo, vero? Non ci sente nessuno, è così spaventoso nella tua bocca… sei una bagascia magica, da quando sei entrata qui per il colloquio ho il cazzo duro come marmo di Carrara… e ora scendi giù a fare la tua parte profonda e senza mani…”
Bagascia magica? Che fantasia, questo tizio.
Non riesco più a scrivere. Nessuna erezione, che noia. Ho solo voglia di fumare. Ne pesco una dal pacchetto e come al solito lui fa la sorpresa e viene in anticipo. Con il commento di lei che ho ascoltato già troppe volte: “La prossima volta però avvisatemi, vi prego”
Gli parla con il voi. Che cosa orrenda, devastante.

Vado sul balcone a fumare. Ripenso a tutte le volte che il sesso mi è stato raccontato da amici e conoscenti come fuochi d’artificio mai provati prima. Che ingenuità, che memoria corta. E che bisogno impellente di ripartire da capo. Lo capisco. Non sono stato immune da certe sbandate un po’ cieche.
L’amore è una disperazione. La maggior parte delle volte. Non amare è triste, ma amare e desiderare con la precarietà addosso è un imbuto di fuoco e tossine. Per non parlare di quando si desidera qualcuno che non si può avere: è come colloquiare con il demonio tutto il giorno, con agguati del vento, del vuoto, delle stelle. Vai fuori giri e sbrodoli capolavori inutili ai piedi dei giorni che seguiranno. Non li raccoglierai, scambiandoli per escrementi del tuo impossibile vizio.

Se sono apparentemente così cinico, è solo perché sono un maledetto sognatore. E questa cosa ha influenzato tutto il mio vivere, fino ad espropriarmi in parte della mia anima. Mi sono trasformato in una macchina per generare la notte, e solo perché il “ti amo” non mi era consentito o appariva disagevole, improbabile. Forse è perché io stesso mi sono sempre considerato una sveltina in una casa mezza vuota, con i vestiti addosso e con la guerra dentro tra la spinta alla vita e il profumo passatista della morte.
L’amore è una disperazione, se si è seri. Seri per davvero e non a parole.
L’amore può fare molto più male di inimicizie, fallimenti e persino lutti; è l’oceano che giganteggia sulla nostra paura di annegare. Ne sono consapevole. E non è detto che per questo mi salverò. Anzi.

Mi sono comportato per troppo tempo, soprattutto con me stesso, da sveltina occasionale. Finta disinvolta, peccaminosa. Non era vero. Non ho nemmeno la giustifica della mia ignoranza, perché sapevo come mi sentivo e perché. Mi sono limitato a ritrarre le unghie e a non mordere. Mi sono lasciato anche sbranare, probabilmente per atavici sensi di colpa. Non basta citare Kavafis, Neruda, Byron e nessun letterato in genere per porsi al riparo da questa tempesta senza pronomi e desinenze. La grande fragilità è sentirlo l’amore, captarne la squassante forza. Romantico e disturbante.
“Oooh, sognerò la tua bocca per tutta la settimana… poi ti passo il video… che femmina mediterranea sei, che bocca che bocca che bocca…”
“Va bene, fate come volete”
Catturo questo scambio tristissimo, torno a scrivere, ho i brividi nei miei specchi retrovisori e per il futuro non mi volterò mai verso quello che riuscirò a nascondere.
Stanotte il motore della scrittura si fermerà in quel parco privato di sensazioni salvate dai fuochi fatui e custodite dalla mia sensibilità, per quanto possibile.

©Luca De Pasquale 2019