30/03/19

Come l'Eintracht Braunschweig


In cento macerie si trovano le due pepite d’oro per sbarcare almeno una settimana.
Nelle tonnellate di cose da dimenticare sistemate fuori la rimessa del mio cuore, sono certo che scavando bene troverei quello che ho sempre sognato di recuperare.
Nella certosina attenzione che impiego per esaminare la ragione delle sconfitte e degli addii si nasconde la forza che mi sono obbligato per decenni ad ignorare.
Nel grande diluvio ho confuso eroi e comparse, sogni e scopi, streghe e carezze. Con incurante fatalismo. Sbagliando di proposito.

Oggi, una persona che mi conosce da anni, non conoscendomi neanche un po’, mi ha chiesto come stessi. Come mi sento e cosa sto facendo.
La domanda, formulata con garbata indifferenza al telefono, mi ha messo in allarme. Odio i riassunti, le frasi veloci per dare l’idea, odio essere trascinato in conversazioni grottesche circa il fatto, lo smarrito e l’agognato.
Non volendo dargli la benché minima spiegazione della mia realtà attuale, gli ho risposto “sto come l’Eintracht Braunschweig”
“Scusa, che significa?”
“Conosci l’Eintracht Braunschweig?”
“No, conosco solo la squadra tedesca, l’Eintracht Francoforte”
“… che è più famosa, certo. Anche l’Eintracht Braunschweig è una squadra tedesca. Nobile, gloriosa, sai? Ha vinto il campionato tedesco nel 1966-67”
“Non la conoscevo… ma perché mi hai risposto che stai come la squadra, che significa?”
“Devi sapere che nel 2013, dopo anni bui, l’Eintracht Braunschweig è tornato in Bundesliga, e si sperava che fosse l’inizio di un nuovo ciclo. Invece è retrocessa subito e quest’anno, incredibilmente, si trovava fino a poche settimane fa all’ultimo posto in 3 Liga, praticamente la serie C tedesca”
L’interlocutore si spazientisce, ovviamente: “E quindi, Luca?”
“Da un paio di mesi a questa parte, l’Eintracht è tornato a lottare e ha lasciato l’ultimo posto, ci sono buone possibilità che riesca a salvarsi da un’altra ignominiosa caduta”
“Ah… quindi mi stai dicendo che mi sto riprendendo?”
Che superficialità, cazzo.
“Non proprio. Ti sto dicendo che ho parzialmente frenato la caduta, ma è chiaro che dall’esterno non posso che essere giudicato in cattive acque, mentre un tempo il pedigree indicava altre prospettive. Capisci che intendo dire?”
“Saresti dunque un nobile decaduto che ha ripreso a lottare nei bassifondi?”
“Ecco, è accettabile. Mettiamola così”
“Certo che sei strano. Come mai sai tutte queste cose su questa squadra non tanto conosciuta, poi?”
“Perché ci tifo dal 1979. Non chiedermi perché, ma in Germania ho sempre tifato, e anche molto, per l’Eintracht Braunschweig. In seconda battuta, per l’Amburgo”
“Tu sei pazzo! Sei proprio un originale!”

Finalmente la telefonata ha fine. Certo, potevo rispondere in un modo più prevedibile e anche chiaro, ma a che scopo? La gente ha bisogno di riassumere continuamente le vite degli altri, nel goffo tentativo di informarsi con quell’umanità light che dovrebbe mettere in pace la coscienza, visto che subito dopo la domanda rituale si ritorna alla strafottenza originaria.
Le nostre domande agli altri sono inficiate da quel continuo “io, io, io” che urla sotto pelle, come voce vicaria delle nostre malferme verità personali.
Cerchiamo ganci, richiami, poco importa se per uccelli o per talami, basta che siano richiami e ci mettiamo in stato di pace per qualche ora. Anche io sono così, a volte mi basta stordirmi con qualche mania teleguidata e dimentico anche chi sono e cosa dovrei volere.

Un tempo le telefonate con gli amici maschi erano più semplici. Bastava mettere in mezzo le attività del cazzo per passare mezz’ora in allegria, scimuniti da una goliardia imperfetta eppure bastevole. O parlare lungamente di dischi e libri, e al momento del silenzio ricominciare a macinare strade sterrate verso il suicidio emozionale della maturità.
Se fossi più lacrimevole, perderei molto più tempo a piangermi addosso, a ribellarmi anche solo verbalmente alla malasorte e alle malversazioni emotive, ma sono certo che mi troverei disgustoso, nauseante e soprattutto uno sporco codardo imbolsito dall’ambiente di appartenenza, la compassionevole borghesia che ritiene i talenti inespressi colpevoli di insipienza e di chissà quali altri misfatti bianchi.

E allora rispondo buttando al centro della stropicciata partecipazione l’Eintracht Braunschweig e, soprattutto, la mia anarchia esistenziale, solida quanto involontaria, che mi ha aiutato a ricostruirmi mille volte con il vento contrario, ignorando le bellissime signore della rinuncia, le ballerine eccitanti che ti cacciano la lingua bagnata per non farti guardare il mostro che lavora sotto i tuoi piedi, il demone che ti promette di godere di un ultimo addio, come lo avevi letto nei migliori libri.

Se già si è il caos in prima persona, bisogna vietare ad altri agenti del caos di regolarti la vita, tararti la morale, prometterti la rivincita pubblica, quel gesto piccolissimo, borghese e mortificante che i motivazionisti con il sospensorio definiscono in modo raccapricciante “riscatto”.
“Riscatto” indicherebbe che voglio piacere a questa società. Che dovrei darmi da fare per dimostrare che posso far valere un valore umano imposto.
Anarchia, caos, paradossi, gloria lontana da spolverare. Come nel caso dell’Eintracht Braunschweig.

©Luca De Pasquale 2019



29/03/19

Chi di noi due è il fantasma, padre?


Per quello che ne so, la mia presenza al mondo non ha più visibilità di una sigaretta accesa sul balcone in piena notte. Ho accettato di buon grado questa cosa, considerato che non ho mai coltivato particolari sogni di gloria pubblica. Inoltre, trovo che fumare in piena notte, al buio, valga come quelle poesie scorticate che in fondo ti restano nel cuore più di tanta fuffa spirituale indimostrabile.

Perché un uomo si mette a fumare al centro della notte su un balcone? Lo fa per vizio, per una gestualità da esibire a sé stesso? Direi di no. Credo si tratti, piuttosto, di una manovra di avvicinamento decisa a ciò che si sente, in particolare a tutto quello che il giorno seppellisce, impulsi e inconscio in primis.
In più, nel mio caso c’è che fumando di notte avverto un qualcosa di mio padre che non ho mai smesso di inseguire. E mi chiedo, da persona spirituale e al contempo disillusa e rasa completamente al suolo, dove cazzo sia lui. Cosa avrebbe da dirmi. Cosa vorrebbe che gli dicessi, raccontassi.
Di sicuro, potrei finalmente provare, dopo anni di tentativi falliti, a fargli capire che i battiti notturni mi sono fondamentali per andare avanti, per darmi un senso, per non dimenticare ciò che mi appassiona. Perché il giorno troppo spesso uccide, con il sentimento obbligato, pratico e spietato della vendita di se stessi e delle proprie inclinazioni. Presunte o reali.

Molti fumano di più quando sono in compagnia di amici o si divertono; al contrario, io fumo di più quando sono solo, soprattutto dopo il tramonto. Che faccia male è fuori discussione, ma questa non è una rubrica di medicina per principianti e ipocondriaci.
Fumare mi ha sempre ricondotto a quel luogo ideale della constatazione pacifica della propria presenza al mondo, e io quel luogo l’ho sempre visualizzato come un lago, naturalmente in ambientazione notturna.
E sarà stupido e infantile, ma è vero: fumare mi ricorda mio padre e in un certo modo certifica la continuazione di quella dolcezza, pur virile, che ho contestato fino a diventare io stesso un mostro di rifiuti a prescindere.

Mi capita sempre più spesso di farmi delle domande mentre fumo la mia minuscola brace sul balcone notturno. Una delle più persistenti è questa: “Ma quanto sei tormentato? Quanto il vezzo del dubbio doloroso ti è sfuggito di mano in questi anni?”
Solo che stavolta non c’è alcun narcisistico compiacimento nel domandarselo, anzi. Forse avrei dovuto evitare di leggere i libri sconsigliati ai deboli di certezze, i libri che portano troppe domande e di sicuro non ti conducono per mano ad una noiosa presentazione con ospiti prezzolati e pubblico sbadigliante.
Forse avrei dovuto accettare più rumore e più complimenti, evitando invece le tappe attraenti dell’interiorità da costruire grazie anche alle disillusioni, ai sogni-palafitta, alle promesse svendute per un qualsiasi obiettivo più vicino nel tempo. Quel che è fatto è fatto, è lì, è solo una parte. Mai più ci si conceda il lusso straccione di rendere il passato un gigante minaccioso.

Non mi sento più legato ad alcun posto, ad alcuna consuetudine, se percorro le stesse strade per più di tre giorni mi viene il voltastomaco. Non sostengo, più del solito, discorsi che prevedano una ritualistica intoccabile di cortese distanza. Si tratta di zavorra. Si tratta, ancor di più, di annegare senza averlo chiesto.

Sono diversi i momenti in cui mi risulta impossibile spiegare ai miei interlocutori cosa stia succedendo. Capita quando le persone si fanno l’idea che io possegga collezioni di dischi e libri grandi e impegnative come la manutenzione di una villa. In quei casi, non riesco nemmeno a controbattere, perché sarebbe lunghissimo e sfiancante spiegare che ho posseduto e venduto (o rivenduto e tristemente svenduto) quasi tutto quello che desideravo. E che adesso è un nuovo tempo in cui prendo (o riprendo) solo pezzi d’anima che ho lasciato sparpagliati e indifesi in giro. Tra i miei dischi potreste trovare oscuri lavori di gruppi power metal maltesi, solo perché ci ho lasciato l’impronta dell’anima in divenire nei solchi o sulla copertina improbabile, raffigurante magari un cavaliere bardato che decapita un dragone con gli occhi di Peter Lorre. Non posseggo alcun disco di Miles Davis, per esempio, pur conoscendone le parti salienti della discografia. Sono un fermo sostenitore dell’idea che esista un dualismo irrisolto tra possesso e conoscenza dell’arte. Preferisco di gran lunga la seconda, anche perché far lustrare gli occhi a qualcuno o compiacermi di un muro di suono lo troverei francamente onanistico.

Vivere in modo completamente sradicato, senza anticamere di appartenenza dove passare a vidimarsi, rende selvaggi, liberi e molto addolorati.
La necessità di urlare al mondo la mia veemente presenza è un equivoco di gioventù andato a male. Così come rancidi sono quei conati di seduzione estetizzata per decenni lugubri di meditata vendetta, incarnare chi pensiamo possa arrivare all’obiettivo prefissato. Fingere e poi proporsi fingendo. Tappare buchi della personalità altrui. Insinuarsi come bisce con il pene in erezione e il cuore incontinente. Scambiare gli occhi del piacere per reale devozione. E soprattutto, fingere di voler recuperare situazioni e rapporti giunti alla demolizione prima di qualsiasi reale confronto, rapporti coatti, mai veramente gestiti, mai realmente desiderati.
Come buona parte dei rapporti familiari, utili solo a ricordarsi compleanni e augurarsi la morte del congiunto stronzo con la situazione economica più florida. Le storie sul sangue da rispettare mi hanno inquietato sin da quando ero bambino, inclusa tutta la retorica del dolore che mi è stata propalata a piccole dosi di pietosa ipocrisia. Nessuno ha bisogno di questa zavorra, nessuno dovrebbe perdersi in sensi di colpa per questa merda.

Di notte, dunque, raggiungo l’eco distante di mio padre sul balcone, grazie a quella sigaretta rituale e cinematografica. E lì un’altra domanda si fa strada nel mio petto infilzato per consuetudine: chi di noi due, caro padre, è il fantasma?
Chi di noi due si sta giocando il destino nelle sale da gioco del limbo? Sei più tu ad aver bisogno delle mie laiche preghiere o io, per secoli in ritirata di fronte agli abbracci che possano durare più del mio stupore?
E ci fumo sopra, addolorato per costituzione, preso a calci dalla vita e più ancora da me stesso, gigantesco di simpatici eroismi da cena brillante ma capace di annegare in sogni non certificati.
Se ti avessi qui con me, caro padre, ti direi senza enfasi che il bisogno d’amore uccide le persone, le veste d’altro e poi non le aiuta a dimenticarsi, suprema beffa del tempo cadenzato breve che è il nostro dubbioso viaggio in queste notti.
Chi di noi due è il fantasma, adorato padre?

©Luca De Pasquale 2019

26/03/19

Il randagio breve


La prima cosa che facevo quando tornavo dal lavoro era entrare in casa, scaraventare sul divano la giacca, non accendere la luce, raggiungere la finestra e accendermi una sigaretta. Con calma, con ritualità. Senza rumore di fondo altro che non il mio.

Provenivo dal rumore, dalla musica che non mi piaceva, dalle chiacchiere, dalle richieste, dagli arrapamenti isterici di consolazione, dalle voglie sporche frenate dal mare di banalità e menzogne che avrei dovuto profferire per accedervi.
Rifiutavo quasi tutti gli inviti ad uscire ricevuti da colleghi e clienti, branca speciale “clientamici”.
Accettavo solo inviti a feste che iniziavano tardi, e solo per una questione di suggestione. Andare in un luogo, essere scompiglio, principalmente per me stesso. Sorprendermi, spiazzarmi, sbagliare. Fottermi.

Non c’è stato un solo abboccamento o bacio in quelle feste che non significasse per me la brevità che cercavo, senza vincoli, senza promesse, senza ceralacca e panna cotta di fede stinta.
Non è un granché da dire in società, ma ho passato la maggior parte della mia esistenza nella forte convinzione che sarei morto presto. Non mi davo un’oncia di tempo, lunghezza e destino. E la depressione e il disfattismo, parole imbecilli per stati interiori spaventosi, non c’entravano nulla. È da quando ero bambino che mi progetto in brevità, per non dire in addio. E dunque, banalmente, ci tengo a provare emozioni in tempo reale, nude e crude, senza fottute sovrastrutture e colanti dilemmi borghesi. Gli psicodrammi dei benpensanti spaventati sono il vero rossetto delle puttane, il miele del diavolo. Altro che esorcismi e fantasmi.

Ho preso degli autobus per destinazioni assurde e senza garanzie, di notte naturalmente, con un piccolo zaino Invicta bianco e giallo, qualche soldo in tasca, musica e sigarette. Basta. Mi sono acceso, e a volte anche eccitato, per donne che incrociavo nella notte, alle quali non mi sognavo nemmeno di rivolgere la parola. Il solo pensare ad un approccio è lunghezza che non mi sono mai potuto permettere.

Ho sostenuto dei colloqui di lavoro guardando i miei “scrutinatori” negli occhi, immaginandoli cacare, fottere, venire, mangiare in canottiera, ruttare, o peggio ancora in cabina elettorale. Ho finto di avere a cuore il loro apprezzamento. Non so fingere molto bene. Dissimulare, va anche peggio.

Mi sono sempre detto che essere dolci, aperti, comprensivi e ascoltare è splendido, è un privilegio che la gente butta nel cesso, tirando frettolosamente lo sciacquone. Quando l’ho fatto, mi sono piaciuto. Ma è un lusso che posso permettermi solo a tratti, a strattoni, come una pausa di stelle stanche dopo una violenta rissa.

Conosco a perfezione le stereotipate critiche del mio lato più sociale e collettivista, “perché, Luca caro, non prendi più a cuore cause civili, generali? Perché preferisci il randagismo, i luoghi desolati, le emozioni a sorpresa e i crolli senza rete?”
Perché questa è la mia cazzo di storia. Perché qualcuno dovrà pur prendersi carico di quel che non si dice, che non si compie, che non accade, che viene differito o addirittura proibito. Qualcuno deve pur occuparsi di quello che nasce e si corrode dietro le porte chiuse del nostro disinnescato riserbo.
Se urlassi degli slogan a delle manifestazioni, mi sentirei fuori asse. Non sono e non sarò mai un pasionario abile a muovere il popolo verso un’idea. Non è mio compito svegliare le coscienze. Chi sono per farlo? Se dovesse accadere, bon, accetterò un cicchetto.
Altrimenti, randagio.

Non mi ami, non ti piaccio? Non ti convinco?
Bon. Accenderò una sigaretta. Randagio.
Se scrivessi libri di successo, ti piacerebbe di più il mio cuore, il mio cervello, mi annuseresti il cazzo senza scrupoli? Posso pensarlo. Ma che dannato obbligo c’è a pretendere qualcosa?
Brevità, attimo, verità. E bon, randagio.
Le mie varie famiglie, e anche quelle acquisite, non sono mai state particolarmente interessate a comprendere certe sfumature “strane” del carattere. Bon, non esiste un editto che obblighi i consanguinei all’approfondimento coatto. Meglio razzolare altrove, provare una passione, uno sbaglio, provarsi randagio e pagare dazio. Pagare nel senso di rischiare di smettere di sognare.

Alle feste, le lingue in bocca e le mani tra le cosce odoravano di quel giorno dopo che io nemmeno riuscivo ad immaginarmi.
All’epoca ero convinto di morire presto.
Oggi mi barcameno con un’età che rende spietati e lucidi, disinteressati a tante cose, particolarmente disillusi, definitivi anche nelle piccole azioni. Avrei dovuto fare figli e scegliermi una fede intorno ai trent’anni, per non avere di fronte questo muro di foglie scure e corsi d’acqua rigorosamente non illuminati.

Da ragazzo ero vestito da Arlecchino e bevevo liquori dolciastri per arrivare all’alba senza coscienza di me e della mia scandalosa brevità emozionale. Un vecchio saggio mi aveva spiegato che l’importante era non venire troppo presto con una donna, e quello non accadeva.
Oggi interpreto il tipo che è cresciuto, più consapevole della sua controproducente sensibilità, ma chissà quale organo interno mi ha rubato il vestito da Arlecchino, e chissà quale Carnevale nel mondo prevede che un randagio duri più di un’elegante comparsata fuori moda.

©Luca De Pasquale 2019



24/03/19

Non cade più nessuno


Oggi per strada un chitarrista cantava “O sole mio”, imitando la voce di Pino Daniele. Roba da arruolarsi nella Legione Straniera. C’era gente a strafottere in giro, come per tradizione in tutte le tiepide domeniche primaverili. Avevo addosso raffreddore, insonnia e qualche decimo di febbre. Non avevo “sentito” il sapore del caffè prima e della sigaretta poi. Tragedia. La voce del chitarrista, con tanto di passanti ammirati, mi ha portato quasi sull’orlo della guerra civile. Vado controcorrente, consapevole e sincero: a me la musica per strada non piace. Il silenzio muore malamente e non si capisce un cazzo, se vuoi prestare attenzione alla voce delle persone, quelle poche che non urlano.

Ho notato che la pelle delle donne è venuta fuori con il primo sole. Scollature, gonne svolazzanti, la pigra malizia dei giorni festivi, desideri veloci che muoiono nel caos. Patchouli. Narciso Rodriguez a tradimento. Afrori muschiati per uomini con l’alopecia, mano nella mano con i loro figli. Tantissimi cani, alcuni molto belli, ma troppa confusione per i miei gusti. Troppi telefoni in mano, all’orecchio, persino in bocca, con quel ridicolo effetto “fellatio estensibile” dovuta a quei maledetti messaggi Whatsapp.

Per tutto il tempo della passeggiata costipata, ho fortemente desiderato il lungomare d’inverno. E per una delle prime volte nella mia esistenza, non mi sono sentito affatto in colpa per amare il silenzio, il crepuscolo, una certa desolazione che trovo erotica. Quanto alla mia nictofilia, è ormai acclarata da decenni.
E mi sono detto che conosco troppi nomi, che riconosco troppi profumi, e che ancora mi stiro al sole come un animale assonnato quando capto attorno a me un’aria maliziosa che tale resterà, fasce di noia con i razzi accesi. La caduta sarà comunque inesorabile per tutti.

La gente non cade più. Che noia. Nessuno sembra avere il coraggio di cadere, di affondare, di scivolare sulla pioggia o su un sorriso. Tutti in eterna ed estrema protezione, tutti corrotti da manie affaccendate, da dubbi amletici che serviranno solo a svilire la vitalità. Tutti a difendere i grumi inespressi del proprio vivere.
La gente non cade più, in compenso si profumano come matrone, uomini e donne, nascondendo smagliature, pance, fili bianchi e soprattutto paure. Ed ecco che queste passeggiate della domenica mattina diventano una parata di persone asserragliate nella protezione di sogni non realizzati e abitudini spacciate per realizzazione.

Mi sono fermato all’ingresso di una gelateria. Alcuni bambini chiedevano energicamente ai genitori di comprare loro un cono. Non ho sentito la voglia di avere un figlio. Non ho percepito di aver mancato qualche passo. Però mi sono detto, e non è stato tanto piacevole, che ogni possibile innocenza è andata definitivamente a farsi fottere. E che in fondo anche gli uomini come me, che procedono apparentemente strafottenti in direzione ostinata e contraria, si sono venduti a qualcosa: nel mio caso mi sono venduto in parti eguali ad una forma di lotta senza sponsor –editori compresi- e alle luci della notte. Se gli altri continuano a dirmi che le cose migliori accadono con la luce (e magari con la platea), io rimango convinto delle mie inclinazioni. Il pedaggio da pagare è alto. Bisogna farsene una ragione: l’innocenza è bruciata, e se c’è mai stata è inutile idealizzarla e renderla nostalgia a prescindere. Questi sono errori da becchini spirituali.
Per il tempo che resta, pur agendo verso la costruzione o ciò che sembra somigliarle, bisognerebbe cercare di fare quello che passa per la testa, per il cuore e l’istinto. Bisognerebbe avere anche il coraggio di racimolare il piacere laddove lo si trova, senza disgustose smanie da feuilleton e da romanzo di formazione scritto con il catetere, in maniera disonesta.

Non sarà il credo politico a salvarmi, e neanche le lotte civili, che pure condurrò. Non mi fabbricherò un Dio per la paura di crepare e di non avere altra visuale che il nulla.
Alla fine, si crede di essere fedeli a sé stessi, alla propria anima, alle proprie inclinazioni, ma spesso la verità è altra, cruda, inammissibile.
Io sono un altro. Sarò intercettato nel modo sbagliato. Anche da me stesso. Far quadrare i conti è impossibile.
I vizi cantano soavemente dagli incanti dove è interessante cadere, le virtù sono frasi fatte sulla bocca dei borghesi e dei benpensanti.

Nessuno cade più. E io mi annoio, con tutti questi soggetti in perenne equilibrio, sempre armati di frasi, credi e comportamenti per rimandare al destinatario il nulla, il rischio, persino l’osceno necessario.
Che sia un Dio a caso, un partito politico o un pompino, tutto ciò che si compie nell’utopia di un recupero di ciò che è perduto mi appare come fuffa, illusionismo.
Solo profumo, profumo, profumo a coprire la paura.
Dopo il profumo non c’è nemmeno il sesso, bensì la morte.

©Luca De Pasquale 2019

21/03/19

L'assurda scommessa del giorno dopo


Dopo che se ne sono andati tutti, dopo una festa, dopo un incontro.
Al porto, con i ristoranti ormai chiusi, quando è troppo scuro anche per tornare a casa.
Con gli occhi aperti al centro della notte, quando non dormi a casa.
Con gli occhi aperti dopo i sogni che ti rubano l’identità, o te la restituiscono tutta insieme, con troppa veemenza.
Nei bar all’apertura, quando sei il primo caffè della giornata per il barista e anche per l’alba.
Oppure appoggiato contro un muretto, in una stazione di treni, pochi minuti dopo le sei del mattino. Quella luce, la luce di quell’orario, la inseguirò per sempre e non la troverò mai.
Dopo una delusione, quando ricorri ad occhi conosciuti per uscire dalla gabbia.
Quando accarezzi qualcuno per caso e per desiderio, velocemente, senza apparente impegno, sapendo che non vi apparterrete mai.
Anche al cimitero, le pochissime volte che ci sono andato, quando ti accorgi che chi piangi non è li. Magari ce l’hai in tasca, nello sguardo, persino nella musica che ti sposta i silenzi da dietro l’anima.

Queste sono le atmosfere dove sono il maestro di cerimonie, il signore del podere fantasma. Sono il deus ex machina quando la malinconia diventa tentativo e anche resistenza.
Sono a mio agio nella polvere dell’aria umida, prima della notte, sono a mio agio nel silenzio, nell’educata assenza, nel desiderio che si strozza in rispetto frainteso.
Sono il giostraio dell’attimo prima o di quello appena dopo. Nel presente tramonto perché è l’eco che mi suggestiona e mi confonde.

È una strana sensazione, cercare il silenzio nel rumore dei giorni, dei dialoghi abbozzati, delle interazioni gestite con eccesso di senso del limite. Dopo tanti anni di costruzioni, di castelli di carte, ti rendi conto che nessun piano studiato può realmente smantellare le distanze, la diffidenza; niente scalfisce le differenze incapaci di girarsi verso qualcos’altro. La verità è che tutto dovrebbe essere spontaneo. E le cose spontanee, basta aver vissuto un po’ per esserne consapevoli, sono accompagnate spesso da brividi, dolori e fantasmi.

A furia di chiedere troppo non si ottiene niente.
La luce del giorno non è quella che vado cercando, non quella del giorno pieno. Amo quella delle sei del mattino, quando riesco a vederla, e i pannelli cromatici della notte, inclusa quella interiore. Il resto lo percepisco come gravido di rumori, troppi, distraente, non aderente alle inclinazioni, alle voglie, persino al destino.
Quando tutto chiude e si rintana, a modo mio rinasco, prendo dominio, mi perdo e forse mi piace, trovando quel silenzio e quella quiete a scatti che cerco da una vita.

Un certo tipo di solitudine non mi ha mai fatto paura, anzi. La cerco, se riesce a combaciare con i silenzi utili. Le persone che parlano troppo non mi piacciono.
Sarà per questo che non sono riuscito ad impedirmi il biasimo del mio stesso sguardo, tutte le volte che ho esondato stupidamente comunicando solo con muri appena riscaldati dal giorno in fuga.
La mia più profonda verità e nei brevi percorsi della notte, da un locale chiuso ad un portone irriconoscibile, a braccio della luce residua, annusando il tempo passato e la scommessa assurda del giorno dopo.

©Luca De Pasquale 2019

18/03/19

il diapason perverso


La stanchezza si fa sentire nei discorsi “normali”, di prassi, debolmente cognitivi, esplorativi.
Perdo velocemente la pazienza e molto spesso anche l’interesse. Fatico a restare concentrato, soprattutto quando intravedo nervosismo non smaltito, aggressività repressa, esibizionismo.
Un tempo era più semplice.
La speranza era quella di compiere disastri. O di assaggiare il sapore di un corpo. Un tempo, banalmente, la scorciatoia era quella di usare il cazzo come un diapason emozionale.
Oggi tutto è più veloce e può diventare mortificante, eccessivamente risoluto. O dentro o fuori. È passato troppo tempo, sono accadute troppe cose per essere paziente, attendista.
La stanchezza e la nausea mi prendono ai fianchi quando incontro per strada l’ennesimo personaggio irrisolto che passa la vita a insultare il Partito Democratico, chi ne fa parte e chi lo vota. Senza neanche chiedersi cosa ne possa pensare io, l’individuo si lancia in una crociata salivare contro “i ladri”, “i ciarlatani” che secondo lui devono andare tutti a casa. Già sono a casa, penso, cosa volete voi altri, cosa vi rode ancora? L’intolleranza stradaiola convoca a palazzo la necessità di un sentire unico, tutto scialorrea, odio travestito da boutade, banalità espressiva da far impallidire i tronisti delle reti berlusconiane. Ma vedi se alla mia età devo pure perdere tempo a difendere un partito per il quale non ho votato, solo perché l’ignoranza mi irrita.

Il chiacchiericcio mi estenua. Mi dà sui nervi.
Finte persone di sinistra se la prendono con la polizia anche se la macchinetta del caffè si guasta.
Fittizie persone d’amore scrivono brodaglie informi ed insalubri sui grandi sentimenti che asseriscono di aver provato, storie uniche, meravigliose, irripetibili. Si autocensurano quando parlano d’amore, perché quasi mai indugiano sul realismo che dovrebbe accompagnare le loro plateali e romantiche gesta. Raccontate anche di quando vi siete dovuti trattenere mentre facevate sesso, perché consapevoli già dopo un minuto di essere a rischio precocità. Quello non lo scrivete. Ammantate di bello il superfluo e trascurate il fisiologico, lo spontaneo, il naturale.

Mi considero un romantico. Ma di pensieri turpi e di voglie oscene ne ho fatto un opportuno carnevale per tutta la vita. Più della metà delle donne con le quali ho anche solo parlato sono state oggetto della mia bramosia, che non andava certo troppo per il sottile. Sono cresciuto con la cultura del proibito, dell’indicibile, con la fissa del sesso da vestiti, eseguito di nascosto, della sveltina disperata e voluta da ambedue. Le cose troppo ricamate mi hanno sempre fatto vomitare. Trovo che la maggior parte dei libri scritti per esaltare la bellezza dell’amore siano delle seghe letterarie di cui nessuno dovrebbe sentire il bisogno. Sono stato un romantico e un porco. Sono ancora entrambe le cose, anche se l’età mi ha definitivamente distratto dagli opposti estremismi, quasi in tutto.

C’è ancora troppa ipocrisia in giro, per i miei gusti. Si ciurla nel manico, si esagera con le idealizzazioni e con l’odio, senza nessun equilibrio. Si è ossessionati dalla smania di affacciarsi sul mondo e lasciare ai posteri sentenze sgrammaticate, virulente, antistoriche, senza costrutto, strumentali. La nevrotica debolezza dei singoli cerca sfoghi continui, né più né meno dei liquami sotterranei che percorrono la città.

Sono in tanti a masturbarsi in società. Chi non lo fa applicandosi ai genitali, lo risolve in altro modo, molto più contorto.
Le connessioni continue con gli “altri” che non esistono, in quanto estetizzati avatar scontornati, sono come continui coiti interrotti senza nessun reale senso di soddisfazione.
La rabbia sociale è figlia di una confusione mentale senza speranza, non solo del disagio pratico e concreto. Si odia a turno, si odia per sorteggio, per antipatia, ci si affida a dei fantocci che si spacciano per i nostri paladini, per quelli “finalmente veri”.

Se potessi tornare indietro ad un solo momento della mia vita, tornerei a quei giorni in cui con mio padre si discuteva della mia entrata in polizia. Anche se molti amici e compagni dell’epoca non se lo spiegavano, io ero molto tentato da quel percorso. Un mio caro amico dell’epoca mi disse “ma non sei troppo di sinistra per entrare in polizia, non è una contraddizione?”
“No, per niente”, risposi convintissimo.
Mi interessava la strada, la vita, persino una mia personale idea di ordine, parola che per chi la pensava come me era vietata al tempo.
Mio padre, ad ogni buon conto, mi implorò di non tentare quella strada, perché troppo spaventato. Disse che con il mio carattere mi sarei fatto ammazzare, non si sa bene da chi.

Tutte le volte che mi sono riproposto di scrivere d’amore, mi sono dato del bugiardo, dell’imbonitore del cazzo, del fasullo. Ciò nonostante, a differenza dei tanti scrittori e artisti palpitanti in giro, mi sono sempre detto che è amore anche sentire l’erezione nei pantaloni e comportarsi di conseguenza, eccitarsi per la donna di un altro, andare in trance erotica perché la persona che hai di fronte non immagina nemmeno che stai pensando a penetrarla o, almeno, farla godere senza andare in palestra insieme, distaccati come due imbecilli con il cellulare nascosto nelle natiche.

Fase di cambiamento. Profonda, dura. Fase di lotta in luoghi nascosti e non dichiarati. Pulsioni trattate come cartelle esattoriali da non saldare mai. Tentazioni con ancora appeso il cartellino del prezzo. Discorsi da bar o da autobus da liquidare con una veloce discesa nella colonna fecale. Libri inutili che non leggerò, anche se ne parlano in giro. Con me non funziona così.
Con me ho scoperto che funziona poca roba. Credo troppo poco e mi spazientisco facilmente. Però sono onesto e alle emozioni mi piace riconoscerle e chiamarle con il nome corrispondente, non con ottuse proiezioni dei miei incauti bisogni.

Sogno sempre di domare le forze oscure che mi regolano. Che appartengono al mondo, ai baci differiti, agli affetti fottuti dalla paura, ai morti che non torneranno, al senso di condanna che genera la migliore rivolta possibile, quella dell’ignoto. Fosse anche solo un altro risveglio.

©Luca De Pasquale 2019

16/03/19

Piacersi negli specchi rotti


Non mi sono mai particolarmente piaciuto esteticamente. Ho sempre creduto che la mia anima dovesse corrispondere ad un aspetto oggettivamente tormentato, dovesse essere correlata ad una bellezza diafana, sfuggente, fragile.
Da piccolo rifuggivo gli specchi, che non mi restituivano l’aspetto sofferto che desideravo avere e portare in giro. Nella post adolescenza ho scelto, al contrario di quanto faceva mio padre, di curarmi il meno possibile, perché la ritenevo un’abitudine inopportuna.
In seguito, ho fatto pace con il mio aspetto fisico, ma ancora oggi non posso dire di amare particolarmente gli specchi. Soprattutto quelli diurni. Mi preferisco riflesso come ombra, e paradossalmente di notte può farmi piacere scorgere la mia sagoma in una vetrina vuota, nel riflesso di un vetro scuro, negli occhi di qualcuno che probabilmente non rivedrò mai più.

Le mie passioni, le mie idee, la mia assurda e impraticabile voglia di libertà e di non condizionamento della società, è tutta roba che transita prevalentemente di notte, nel segreto di silenzi che non saranno svenduti. Di giorno mi limito a svolgere al meglio quello che mi chiedo, e cioè incrementare la conoscenza, dare corpo e ritmo all’approfondimento di quello che mi muove. La verità, senza possibilità di smentita, è nella notte e nei suoi colori. Di notte, soprattutto, i condizionamenti esterni sono limitati al minimo, non si è più costretti a vendere, vendere, piacersi per forza.

Già, piacersi.
La vecchia mania. Il vizio originario. Piacere, piacersi, intrecciare, intrecciarsi.
Un passo avanti nelle emozioni e tre indietro, nell’abisso. Spesso il proprio, ma non solo quello. Ogni passione che si distrae dal compimento è il peggior abisso nella vita di un uomo.
Mi sono abituato presto a piacermi solo negli specchi rotti. E a volte, come un perfetto idiota, ho scambiato gli occhi delle persone per specchi rotti. Sono stato arrogante e inutilmente letterario, quando ciò che serviva era solo gentilezza e capacità di mettersi in gioco. Che peccato.

Adesso sono invecchiato e tutto sommato non mi piacerebbe tornare indietro.
Non potrei ricucire le mie ferite e ricomporre gli specchi. Non potrei che mentire diversamente, ma sempre mentirei. Quando inizi il tuo percorso nell’amore con ferite già troppo vecchie, non puoi che combinare disastri, dimenticarti di te stesso, assuefarti all’attore-cicatrice che ti sei scelto per continuare a respirare.

Per anni ed anni, come un gambero con smanie di onnipotenza, ho sperato di non piacere e di continuare a non piacermi. Per fortuna, non mi sono mai ritenuto a disposizione delle incertezze altrui. Nemmeno delle mie, dopo una dipendenza iniziale. Tentare l’impossibile in continuazione aiuta a rimuovere il problema, la sua invadente persistenza. Andare in missione per farsi male calcolando i terremoti in arrivo è un gesto vile tipico delle persone ferite, che al futuro delle passioni vogliono arrivarci in modo perverso, giostrando sulla vanità del proprio senso di morte.

Come scriveva Valerio Zurlini in un mirabile saggio, non si può frequentare l’amore instaurando con le persone un rapporto di morte.
Per i miei errori di uomo ferita ho già chiesto scusa a chi dovevo. Il primo della lista ero proprio io.
Ho accettato finalmente le regole del gioco. Ho accettato di capire quello che mi piace e mi domina: ciò che non si vede, ciò che non potrà mai essere subito, adesso; ho persino accettato che tutti i miei sogni saranno parte integrante della mia fine. Ho impiegato venti anni per riuscire a trovare le porte negli alberghi deserti del desiderio. Ho impiegato molto più di venti anni per capire che a muovere la mia mano quando scrivo è principalmente il dolore, o la voglia di conoscenza e divulgazione in caso di materia musicale.  
Quando mi è capitato di essere soddisfatto, quasi felice, il foglio è rimasto bianco, inquietante, fata morgana con rossetto di lame. E non ho mai scritto niente di decente in quei momenti.
La mia parola scritta si nutre bulimicamente di dubbi, dolore, scorie, ricordi falsati, inganni erotici, donne inventate che mi chiamano lascive dai cocci degli specchi.

Questo blog è nato per vanità controllata, esattamente dieci anni fa. Poi mi ha divorato come una mantide, lasciandomi mezzo nudo nella mia notte di pioggia, jazz e madri dimenticate.
Sono cambiato. Non c’è da festeggiare. Sono diversamente fragile. Un traguardo come un altro. Senza sponsor. Finalmente senza la vigliaccheria superomistica dell’autocalunnia.
Quanto mi piace la notte, quanto mi piace abitarla con virilità e pienezza, diversamente fragile nel regno degli specchi rotti.
Quanto mi appassiona ancora scoprire ciò che è nascosto e sperare di avere il tempo necessario per elaborarne un’efficace comunicazione.
E di fronte all’amore?
Non sorrido più il mio senso di morte, semmai abbasso la visiera in corrispondenza del tramonto in arrivo.

©Luca De Pasquale 2019

12/03/19

Le notti del corno francese


Oltre ai dischi di contrabbasso solo, che sono la mia sovrana e magnifica ossessione, esistono tutta una serie di combinazioni sonore che mi emozionano e che da sempre suscitano il mio interesse, appassionandomi e spingendomi a studiare e conoscere. Come l’uso di strumenti non convenzionali nel jazz: corno, fagotto, controfagotto, oboe, serpente, oltre al basso tuba naturalmente, che invece del jazz è uno dei padri fondatori.

Sin da ragazzo, da quando –come ho già avuto modo di scrivere- giravo le copertine per leggere i nomi dei musicisti, il mio interesse per il registro grave fu effettivamente matto e disperatissimo, ma non mi impedì di guardare anche altrove.
E così, sul campo (cioè nei negozi di dischi, mai avuto uno zio onnisciente, un guru o un esperto in famiglia) scoprii di amare il suono del corno francese in particolare. Faticosamente, andai a caccia di musicisti che usavano quello strumento nel jazz, e mi imbattei in John Clark, Tom Varner, Arkady Shilkloper, Julius Watkins, Vincent Chancey. Decisi dunque di procurarmi un vinile di John Clark uscito per la Ecm, “Faces” del 1981. Lo acquistai da Top Music a via Merliani, per dodicimila lire, praticamente poco meno della mia paghetta settimanale. Fu un acquisto rischiosissimo per me, considerato che nella formazione si era evidentemente consumata, secondo i miei dettami di allora, un’autentica eresia: niente contrabbasso o basso elettrico.

Infatti, il quartetto di musicisti includeva oltre Clark il vibrafonista David Friedman, il violoncellista David Darling e uno dei batteristi che ho amato di più in assoluto nella mia vita, quel Jon Christensen che oggi “infesta” la metà della mia discografia.
Risultato a sorpresa: una rivelazione assoluta. Quel disco, accompagnato per giunta da una delle tante copertine mozzafiato marchio di fabbrica della gloriosa label tedesca, mi tenne compagnia per notti e notti di insonnia e studio, con il suo andamento ipnotico, con quella magica mistura di algido impressionismo e spontaneità esecutiva.
Mi insegnò, tra le tante cose, ad apprezzare il violoncello, il vibrafono e ad uscire da quello stolto luogo comune che voleva la batteria come strumento unicamente percussivo e raramente espressivo. Ecco, “Faces” sovvertì molte delle idee preconcette che mi ero fatto sul jazz, sulla centralità di certi strumenti, sulle dinamiche compositive.

E soprattutto, insisto, “Faces” diventò a buon diritto uno dei miei dischi della notte. Solo una quindicina di album potevano entrare nel gotha dei miei dischi notturni. “Faces” non è mai stato scalzato, lo ascolto ancora spesso, sempre dopo l’imbrunire. È un disco che mi ha insegnato anche come stare in silenzio. Come attendere senza divorarsi nell’attesa. Quando mi sento inquieto o adirato, e capita ancora troppo spesso, ricorro a “Faces in the fire” o “Faces in the sky”.

Grazie a quel vinile di John Clark, poi, accentuai di parecchio il mio interesse per la Ecm e per quel suono unico che trovavi solo in quei dischi. Curioso che molti dei miei eletti “dischi della notte” di marca Ecm non siano stati ristampati in cd o risultino tutt’ora fuori catalogo. Magari si può sperare nelle meritorie edizioni “Touchstones”, preziosa opera di recupero.

Tra i dischi Ecm che mi hanno aiutato a costruire un osservatorio interiore e non solo sulla notte, oltre a John Clark devo citare Art Lande con “Rubisa Patrol”, i Double Image con “Dawn” (con un grande Harvie Swartz al contrabbasso), “Chorus” di Eberhard Weber, “Opening Night” di Enrico Rava, la sottovalutatissima Everyman Band con “Without warning”(David Torn, munifico, alla chitarra e al basso Bruce Yaw già collaboratore storico di Lou Reed), “Polarization” di Julian Priester, “Partial solar eclipse” di Lennart Åberg con tanto di binomio basso elettrico/contrabbasso (Palle Danielsson), “Ecotopia” degli Oregon, “Blue” di Terje Rypdal&The Chasers, “Wave Of Sorrow” del duo Mikhail Alperin/Arkady Shilkloper. Mi fermo qui, potrebbero non bastare due pagine di questo blog, perché in tutta evidenza il suono Ecm è stato uno dei miei benedetti imprinting.

Sono passati più di trent’anni dalle notti con il corno francese di John Clark e più in esteso con i dischi dell’Ecm. Probabilmente, se mi fossi imbolsito come temevo, adesso sarei uno di quei ricusatori da nuovo pelo che professano amore per il nuovo pop e che liquidano gli ascolti giovanili come “tratti del cammino”. Giammai.
Due notti fa ho fatto un brutto sogno e al risveglio, ancora prima del caffè, ho avuto bisogno di “Nimbus” di Ralph Towner. La mia giornata sarebbe stata orribile senza quel brano così avvolgente e puro.
A ben pensarci, anche il disco che mi sta salvando oggi, e cioè “No Matter” del quartetto Mark Nauseef/Bill Laswell/Markus Stockhausen/Kudsi Erguner, è figlio di “Faces” di John Clark, anche se siamo su territori altri e manca il corno francese. Oggi non potrei ascoltare questo lavoro, non lo capirei, senza l’esperienza dell’ascolto di John Clark.

Provo gratitudine per chi comunque mi ha consigliato, da giovanissimo, i dischi giusti e mi ha facilitato il cammino; ma sono anche orgoglioso, e non capita spesso, della mia curiosità insaziabile e dell’amore trascendente che ho per la musica e per il suono.
Non sempre è solo contrabbasso, come confesso oggi con allegria e quiete.

©Luca De Pasquale 2019










11/03/19

Il sentimento del deserto


Uscire il sabato e la domenica, e non farsi sporcare dal casino, dalla volgarità, dalla tracotanza, dal vitalismo sguaiato. Un tempo pensavo non fosse possibile. Mi sbagliavo.
Riesco a camminare nella folla con un sentimento più attraente di quel che si possa pensare, il deserto. Il sentimento del deserto che riesce a regolare il respiro, lo sguardo, persino le voglie.
Non sono coinvolto dal rumore. Dalle pretese. Dal rumore delle pretese. La vanità non mi fa effetto, anzi è respingente. I comportamenti accentranti non varcano più la mia frontiera. Non esondo e non mi lascio travolgere da frane, smottamenti e isterie.

Anche quando mi accorgo che in me prevale l’oscurità, non sono più tentato di venderla come luce agli altri. Agli altri occasionali. Agli altri che non vogliono nient’altro che rumore, attenzione malata. Il sentimento del deserto mi è confortevole, finalmente. Mi permette di ascoltare le voci e pure il silenzio. Mi consente di assumere l’andatura che preferisco, la postura più reale di quel che sono e credo di essere.
Non è facile da comunicare, questo avvolgente senso di deserto, caldo, caldissimo e certo non esente da trappole. Difficile anche portarlo su carta; impossibile tentarne una forma di comunicazione verbale.
Sento tutto, sempre troppo, ma potrei anche asserire senza mentire che certe volte non sento proprio nulla. Se non, appunto, gli odori del deserto al quale sono arrivato, senza sceglierlo come abito.

Il deserto mi vieta alcune cose che mi disgustavano e nelle cui spire finivo, pur opponendomi. La piacioneria, ad esempio, e con lei tutto quel corollario vacuo di stronzate sulla seduzione. La politica per principianti che schiuma sulle labbra degli esagitati. Il risentimento, il rancore e le rivendicazioni nevrotiche di chi necessita di odio e dileggio per sentire il proprio (stupido) rumore nel mondo. Le dinamiche familiari mai sanate, mai realmente affrontate, di clan e di gregge, incubo a cielo aperto, fogna coatta in cui sguazzare come tanti Calimero condannati a calpestarsi da soli.
La retorica della libertà. L’avvinazzata retorica dell’amore ideale, la retorica verbale della fatica nell’accettare di darsi a qualcuno. Ho sempre ragionato come un ibrido tra un Pierrot lunare e una puttana, per cui questa roba non riesce a toccarmi.

Le dinamiche d’amore sono sopravvalutate. E di molto.
Il sesso è sopravvalutato fino a diventare mostruoso, contorcimenti che invece sarebbe meglio applicare senza dietrologie informi, cariche di libri che abbiamo letto, di persone che non abbiamo scopato per bene, di fate e folletti che non abbiamo sedotto, di allegre brigate di cui non abbiamo mai fatto realmente parte.
Che dire, che scrivere?
Probabilmente sono un suicida felice di essere rimasto vivo. Forse ci si potrebbe fermare a questa formula, ed evitare lungaggini colme di suggestioni ricamate dalla paura del silenzio.
Probabilmente inseguo valori altri, non necessariamente alti. Anzi. Probabilmente la diffidenza non è un alibi, ma una ferita che drena uragani attorno a quei pezzi di sensibilità caduti per strada e mai recuperati.
“Lo scrivi un libro, allora?”
“No, scrivo i giorni e anche le dannazioni”.

“Lo scrivi un libro, allora?”
Lo so che dovrei rispondere “quasi quasi partorisco il terzo”. E invece di scrivere un terzo libro che valga come terzo libro, lo ammetto, non me ne frega un cazzo.
Scrivo i giorni. Se serve, mi faccio male. Se serve, mi faccio bene. Coltivo il deserto che mi piace, quello con i colori, con la musica soprattutto. Oltre la musica, sono pochissime le cose che mi scuotono nel profondo. La musica germoglia nel deserto, anche senza le dovute cure. Poco altro resiste.

Non mi piaccio nello specchio. Raramente mi piaccio negli occhi degli altri. Il mio nome non mi fa effetto. Quando sento chiamare qualcuno “Luca” per strada, tendo però a girarmi e a cercare di capire da dove provenga quel suono, quel richiamo. Come se dovessi recuperare qualcuno che non ho mai conosciuto, o che ho perso troppo presto. Come se quel gesto di attenzione all’ascolto fosse un modo per dimostrarmi che sono vivo, anche se in passato mi piaceva suicidarmi.
“I soldati migliori finiscono per armarsi del deserto”, diceva uno scrittore inglese che purtroppo non ho mai conosciuto.
C’è ancora tempo per sentire la sua voce, nelle ombre del caos, nei miei giorni più lunghi e silenziosi, nel mio deserto a picco su altro deserto.

©Luca De Pasquale 2019