31/01/19

La mala notte (di anima e corpo)


Scarico un disco di hip hop astratto “suonato” sul serio, lo prendo da un sito ucraino. Vado ad aprire il file e mi si apre un filmato breve ed esplicito che mi invita caldamente a connettermi ad un sito specializzato in rapporti orali eseguiti rigorosamente in luoghi pubblici. Ristoranti, camerini, uffici, camporella, discoteche, mobilifici, hamburgerie. Non ci vado, ma di sicuro sarebbe preferibile finire in quel non luogo di fluidi che perdersi nelle solite chiacchiere su come dovrebbe andare il mondo, il finto confronto su quel che proviamo, la prevedibile indignazione di fronte ai mali di una società che abbiamo voluto noi così un porcile. O, perlomeno, non abbiamo impedito che lo diventasse.

La migliore notizia per me di questo 2019 ancora poppante è l’inusitata, irripetibile vittoria della mia viola con la Roma per 7-1. Una partita che per giunta perdo, ah cazzo se avessi solo saputo non mi sarei mosso da casa. Quando torno alla magione scopro che si è verificato questo miracolo laico e quasi mi viene da piangere. Mi ricordo degli anni di Batistuta e sto lì lì per commuovermi. Mi manca Gabriel Omar Batistuta. Mi mancano i racconti di mio padre su Hamrin, Costagliola, Magnini, De Sisti. Sono costretto a contenere –non camuffare, giammai- il mio tifo viscerale per la Fiorentina. Non sono in campo amico e mi comporto nei limiti della decenza. Questo 7-1 alla Magica va ad appaiarsi alla rimonta meravigliosa con la Juventus, il 4-2 dell’ottobre 2013. La Viola mi ha dato tanti dolori, ma quanto la amo. Ho il sangue viola, anche se la vita lo ha in parte, genericamente, inacidito.

Ieri sera, tornando a casa ignaro del tripudio viola, ho avuto una brutta sensazione. In mezzo alle persone che frettolosamente guadagnavano come me la via di casa, intento a schivare pozzanghere e merde, preoccupato del fiatone per il troppo fumo o per l’impazienza di vivere, ho vissuto una brutta sensazione.
Ovverosia, che il tempo si assottiglia crudelmente. Il tempo non lascia scampo. E non passa invano. Il tempo smarrito in precedenza si trasforma in una bestia affamata che finisce con il darti una frenesia scomposta, imponendoti un impossibile recupero.
Puoi fare quel che cazzo vuoi, incluso rincoglionirti con rosee prospettive di nuova pelle, ma il tempo finito, perso o smarrito è sempre lì a guardarti, nell’angolo più buio del tuo grande compromesso, vivere.
Non si tratta di malessere esistenziale. Tutt’altro. Quel mostriciattolo che ti guarda è un fantasma che non si può ignorare; con lui non funziona la tattica della cecità o della distrazione. Io sono uno che ricorda tutti gli sbagli, le cantonate, gli errori di valutazione, le frementi discordanze portatrici di disastri, i clamorosi errori imposti dal cuore acrofobo e idiota.
Posso andare dove voglio, ma quel folletto macabro è lì, condanna e sprone al contempo. Lo osservo schifato mentre tento di vivere in progresso, con il risultato, se non altro, di non voler più sprecare tempo in cose sfiancanti o sterili.

Non posso nascondermi. Non a lungo. Non con me stesso.
Io capisco chi si droga. Capisco chi beve. Capisco chi va in giro in cerca di emozioni, principalmente fottere o farsi fottere, sprecarsi con estranei. Capisco che il vizio distoglie. Finché il cazzo funziona, basta aprire i pantaloni nei posti giusti, dopo essersi lavati e cercando di parlare in modo corretto, onesto, minimamente interessante. Capisco chi non ce la fa a guardare in quell’abisso macilento che è la realtà quotidiana, quella difficile, quella che non vive di melmosi alibi mentali, dissipazione nevrotica di tranquillità economica, isteria relazionale in odore di giustifica perenne. I miei genitori hanno parlato per anni di problemi economici e delusioni, fino a sfiorire irreversibilmente, anestetizzarsi. Tutte le loro speranze erano tarate su di me, affidate al mio destino da dimostrare. Ecco perché forse fallire in vari ambiti, anche volutamente, mi è costato un immenso, imperituro senso di colpa.

Quello che non contemplo e non accetto è la resa. Il resto sì, ci sta. Il vizio, la decadenza, l’estatico eroico imbecille masochismo emotivo, le manie compulsive per non vomitare già la colazione di primo mattino. E dico anche che le persone infelici o problematiche dovrebbero smetterla di cercare la soluzione insieme. Due dolori non fanno una felicità, ne creano un terzo che divora tutto, il diavolo, la merda, la caduta senza la rete di Dio e le risate dei delfini.
Tutte le cazzate che ci hanno raccontato da bambini. Tutte le spiegazioni che continuano a darci, senza che siano neanche richieste. Tutte le bugie bianche macchiate di stupidità autoreferenziale. Tutto il dolore sgranato come un rosario verminoso, inutile litania che si autoproclama panacea e invece si manifesta per quel che vale, delirio da paura.

È così facile, dai.
Fotti. Ti fai fottere. Vieni. Ti innamori. Fai venire. Vibratore, stupido. Parlatore, che noia. Ascoltatore con il cazzo in mano, patetico. Scrittore da piccole case editrici, dieci sudate presentazioni e lo scarno pubblico che se ne strafotte della tua emozione da diarrea mistificata. Un libro non è un miracolo. Solo gli idioti lo pensano.
Comunicare non è salvarsi.
Amare va benissimo finché si vede l’altro, ma quando si ama solo per accendere lo specchio facciamo davvero schifo, valiamo zero al mercato della seduzione.
A quel punto è meglio capire che l’afflusso di sangue al basso ventre ha un nome e un motivo, che non è degrado e non è solamente ovvia libidine, è scarna disperazione che cerca vie d’uscita per aggiornarsi. Come i sistemi dei nostri schiavizzanti computer, niente di più, niente di meno.

Sì. So che dovrei depurare il linguaggio. Soprattutto quello concettuale. Non ne ho la minima intenzione. Se scrivo, se vivo, dev’essere quel che sono, quel che sento.
Mai nella mia vita ho stigmatizzato l’incapacità di accettare la realtà e quindi il ricorso agli eccessi, di qualsivoglia tipo. Viceversa, l’orrore è questa mollezza, questa stancante incredulità simulata, questo cinismo di riporto, che scompare d’incanto quando qualcuno, qualcuno tanto desiderato, ci fotte dentro e fuori come avevamo sempre sognato.
Crediamo di essere sensuali. Fragili il giusto per piacerci, quando rimontiamo la realtà. Sensibili il giusto, grazie alle letture, agli scambi umani, alla fede in qualcosa.
Giudichiamo, rigettiamo l’anarchia perché ci mette in crisi. Crediamo a quelli che riescono a mormorare false verità al posto nostro, ottenendo, loro sì, l’attenzione che non siamo in grado di ritagliarci.
Parliamo continuamente d’amore nell’illusorio disegno logico della morte da allontanare. Abbiamo paura della sporcizia altrui, mentre nella nostra rimestiamo continuamente, a volte godendo.
Posso toccarti tra le cosce, sorridendo, giovanile, ma di te non capirò un cazzo. Posso prenderti, lusingarti con simulazioni provate nelle cantine dell’adolescenza, posso prometterti amore quando sto per venire. Posso scrivere un libro e fingere di dedicarlo solo a te. No, così no. Preferisco la gente che si incula allegramente negli autogrill, zompettando come tacchini ubriachi.
Mi tengo Fiorentina-Roma 7-1, mia piccola, enorme felicità.

©Luca De Pasquale 2019

29/01/19

Le regole personali e la sofferenza degli altri


All’età di ventidue anni andai perdutamente fuori di testa per una donna che lavorava in un negozio di casalinghi. Fu un colpo di fulmine univoco e neanche comunicato. Trovatomi per caso ad acquistare qualcosa per mia madre, mi smarrii completamente negli occhi curiosi di quella ragazza, della quale ignorai il nome per un tempo lunghissimo.
All’epoca, ero nel pieno di quello che è stato un mio principio di vita per più della metà del mio tempo su questa terra: “l’unica passione vera è quella che non si compie”.
Avevo una gran voglia di dire a quella ragazza che avrei voluto prendermi cura di lei, della sua anima, del suo corpo, dei suoi problemi, delle sue incertezze, e che avrei voluto assistere ai suoi risvegli, non in silenziosa adorazione ma in stato di vigile e grata presenza.

Presi l’abitudine di tornare al negozio non più di due volte al mese. Mi comportavo in modo inappuntabile, imbottito di improvvisa timidezza e di una dolorosa afasia che finivo per disconoscere appena uscito dall’esercizio.
La sera, poi, sul tardi ascoltavo in continuazione il classico “Harlem Nocturne” pensando a lei, in varie interpretazioni, tra le quali quella –impagabile- dei leggendari Lounge Lizards e quella, sognante, di Christof Lauer.
Mio padre entrava in camera per darmi la buonanotte e mi trovava accanto alla finestra spalancata, al buio, con la sigaretta in bocca e “Harlem Nocturne” in cuffia. Poi mi mettevo a scrivere fino ad orari antelucani, posseduto da una bramosia spinosa, segreta. Così funzionavo. In compenso, uscivo con alcune ragazze che non mi piacevano a quel punto, e con le quali, per contrappasso, parlavo e ridevo tranquillamente. La ragazza del negozio era intoccabile, anche da me, per manifesta aderenza al mio credo, “l’unica vera passione è quella che non si compie”.

In seguito, quel negozio di casalinghi chiuse e io la presi male. Mi dissi scioccamente, per incidermi a sangue, che in fondo ero pronto per dichiararmi, sarebbe stata una questione di giorni. In fondo al cuore sapevo che si trattava di un’utile menzogna, giusto per inabissarmi un po’ di più in quella marea che ho sempre considerato il mio habitat originario, quella dove nuotano le ombre degli impulsi, incapaci di comunicare tra loro e fare qualcosa di diverso che frangersi nella notte peggiore, quella dimentica di se stessa.

Negli anni successivi, gli incontri fulminanti ci sono stati, fortuiti e mai implorati, tanto intensi quanto veloci e già in coda ad un futuro avverso: una ragazza nel sottopassaggio della metropolitana di piazza Amedeo, una cliente tra gli scaffali del folk italiano, una donna con gli occhi tristi su un autobus in mezzo alla neve. E io zitto, attentissimo ad ogni dettaglio e zitto come raramente riesce, zitto nel modo migliore, senza sbavature, senza enfasi intellettuale, senza secondi fini.

Qualche anno fa mi trovavo ad un concerto di una band italiana di “jazid” e rimasi sorpreso dall’esecuzione del meraviglioso vessillo battistiano “Prendila così”, con un arrangiamento a base di piano elettrico liquido e basso elettrico di pura seta, quasi sfiorato. Mi tornò in mente la ragazza del negozio di casalinghi. Mi domandai che fine avesse fatto. La immaginai sposata, madre, innamorata, magari lontana. Mi accorsi con sgomento di essere ancora, e forse di più, il cavaliere delle lunghe ombre che avevo sempre sognato di essere, l’uomo che entra in un posto, cattura fuoco e destino e poi esce a mani vuote nella pioggia, a caccia del prossimo imbarco deserto.

In un tema del ginnasio che ho ritrovato qualche tempo fa, scrivevo: “Le regole sono pericolose. Se diventano metodo di vita, finiscono per diventare ossessioni che possono solo ferire gli altri, soprattutto quelli che non guardiamo nella loro interezza. Se la mia regola, come credo, è la seducente instabilità del continuo altrove, dovrò tenermela per me, come un segreto inutile e spropositato, molto più grande di me
Probabilmente avevo già capito che nel giocare ad essere me stesso, avrei finito per ferire chi non lo meritava. “L’altrove” come regola dei sentimenti è una concreta offesa per ogni presenza, è l’infrangimento di qualsiasi promessa, è il vero tradimento, quello più amaro. È la costante proiezione fattiva di un dolore che gli anni non riescono ad attutire, perché si dipana con coerenza dalla nascita, è una scissione che non riuscirò mai a risolvere.
Sempre con la testa rivolta ai riflessi nei vetri, ubriaco di jazz da deriva, abbarbicato al contrabbasso che mi suona dentro anche quando non voglio, gioco perennemente a farmi male in tutto e non metto mai rimedio se non quando sento il mare schiumare minaccioso sotto di me, con le sue infide correnti troppo calde o ghiacciate.
Ho imparato però che questo non basta a costruirmi i miei luoghi abbandonati sulle speranze degli altri, e che non si può trovare carburante o accendere micce in quei luoghi dove i tuoi fuochi d’artificio diventano il buio degli altri.
È vero, non si dovrebbe soffrire. Ma è ancora più vero che aver fatto soffrire chi ti aspettava dove tu già non eri più è un crimine di egoismo e vanità tanto deprecabile quanto sterile.

Una volta mio padre mi disse che si era accorto del fatto che alcuni anni prima avessi perso la testa per quella ragazza muta. Non smentii, però gli risposi che forse quella ragazza aveva avuto l’unico merito di non rivolgermi la parola e di leggermi il fuoco dentro. Sono suggestioni che bastano per giocarsi la vita, quando uno è consapevole di essere un addio dalla nascita.

©Luca De Pasquale 2019

28/01/19

Ricerca di lavoro in tacchi a spillo


Faccio partire un disco di Rodney Hunter, ex bassista della leggendaria band punk austriaca Mordbuben AG, da diversi anni devoto ad una forma intelligente di musica elettronica d’atmosfera. I patterns sognanti di Hunter si sposano però male con la mia attività del momento, e cioè spulciare annunci di lavoro dalla Val D’Aosta alla provincia di Oristano.
Nessun annuncio considera l’ipotesi di una persona che superi i quaranta.
Si cercano venditori d’auto ovunque, anche se il mercato dell’automobile è in calo.
Mi sorprendo, e disgusto anche, per la quantità di figure ricercate nel campo dell’animazione per bambini, vecchi, cuori solitari, villaggi turistici, resort, circoli erogeni di provincia.
Per un commesso di negozio d’abbigliamento in provincia di Pisa chiedono “esperto referenziato automunito”. Automunito per vendere abiti non porta a porta? Qualcosa mi sfugge.
Per figure editoriali, sono ormai al di fuori di ogni caratteristica anche blandamente richiesta, ad iniziare dalla pazienza. Annunci per venditori di dischi non ce ne sono ormai da due decadi. Ne trovo uno in provincia di Modena, quasi ho un’erezione, vado a cliccare e trovo che l’annuncio è stato chiuso tre giorni fa. In culo. Tanto, mi dico per consolarmi, mi avrebbero chiesto di vendere Merdez, trap e altre infamie contemporanee.
Aiutami, Rodney Hunter. Aiutami, caro mio bassista austriaco di colore. Potrei vendere anche scatole di tonno, ma anche per quello ci sono restrizioni anagrafiche che non potrei superare neanche con una parrucca.
E già, perché anche se dimostro meno dei miei 46 in scadenza, è probabilmente l’amarezza a rivelare la mia età reale, è il mio essere “scafato” (una parola oscena per un concept osceno, chiedo venia) in materia di prese per il culo lavorative, offerte di grotteschi tirocini, salutazioni trionfalistiche di stage da vivere con diciannovenni con il piercing al cervello e qualcuno tatuato sulla rotula.

Il disco di Rodney Hunter prosegue la sua marcia, con le sue sonorità setose da coito adulto con attesa della contemporaneità impossibile. Mi fanno male gli occhi e ho voglia di fumare un intero pacchetto di Camel Light in dieci minuti. Cerco di mandare il mio curriculum ad una panetteria di Chioggia, ma il sito mi frena per un problema tecnico estemporaneo. Apro un annuncio lombardo per collaboratore di casa editrice e scopro la burla, mi propongono di pubblicare a pagamento con la “Scopriamo L’Ascoso Edizioni”, con sede ad Acireale. Non mi stai aiutando, Rodney Hunter.
Eppure… eppure… mi “sto dando da fare” come mi suggeriscono da anni, “mi sto rimettendo in gioco”, “sto credendo in me stesso”, “mi sto dando una chance”, “non mi sto lasciando abbattere”, “sto fronteggiando la malasuerte”.
Qualche genio mi ha anche detto che dovrei aprire un negozio di dischi e libri con dei fondi non si sa bene provenienti da dove. Forse dovrei far stampare una mia moneta, come ha fatto il mio sindaco, o voleva fare, non so. Ecco, potrei far stampare una tonnellata di franchi coloniali depasqualiani e aprirmi una bella attività consona alle mie competenze.
Se alla magnitudo del mio disincanto esistenziale e non solo corrispondessero “gli agganci giusti” di cui si blatera tanto, garantisco che il messaggio presidenziale di fine d’anno non vi sarebbe arrivato dallo stimabilissimo Mattarella, bensì da me. Lo avrei fatto indossando una maglietta dei Talk Talk, ma me la sarei cavata egregiamente. Se non altro con il lessico. E poi, finalmente qualcuno mi avrebbe pettinato, per una volta nella vita.

La tizia del piano di sopra mi perseguita con i suoi maledetti tacchi. Li usa anche per andare al bagno e per spazzare la dispensa. Un tempo mi eccitavo per il rumore di tacchi, il giullare nei pantaloni si ergeva come uno scherzo tirannico, andavo su di giri e mi veniva voglia di “fare all’amore”. Ora questi tacchi così esibiti e portati accaventiquattro (oggi tutto viene definito accaventiquattro, compresa l’imbecillità) mi estenuano solamente, nonostante la musica più che tentatrice del sensuale Rodney Hunter.
La mia rinascita di oggi si infrange sull’ultimo annuncio che consulto: si richiede commesso di bella presenza per articoli da bagno, in un paese in provincia di Mantova. La posizione è aperta, come qualcos’altro dietro di me. Mi approssimo ad allegare il curriculum, ma quando tutto sembra pronto il sito mi spiega che l’età massima è 45, e io sono un quasi 47 neanche accaventiquattro.
Mi sto dando da fare. Anche la stronza con i tacchi al di là del soffitto. È una giornata di pioggia nel quartiere Grande Vomero, che dovrebbe restituirmi parte del maltolto esistenziale degli ultimi sette anni. Per un fugace istante, penso che dovrei scrivere il mio terzo libro. Poi mi viene da pensare anche che dovrei contenermi e censurarmi, non dal punto di vista delle oscenità, ma da quello degli assunti. Non potrei teorizzare nulla, senza passare per un disadattato con la pistola in tasca, sulla falsariga del meraviglioso “Quel pomeriggio di un giorno da cani”.

Vorrei fumare due pacchetti di Camel Lights in cinque minuti, indossando anche io dei tacchi alti. Intanto, nel brano “Luna Park” di Rodney Hunter una voce femminile canta in italiano (!) a sorpresa: “Ehi… ah, ah… non posso dire come… perché tu sei grandioso, un superhero, tu sei meraviglioso, tu sei mio caro, mio caro Rodney Hunter, sì… qvi… nella studio, è meraviglioso”
E bravo Rodney Hunter, che fa l’amore “qvi nella studio”. Io invece non sto facendo l’amore e non mi presenterò al piano di sopra con intenzioni lussuriose. Mi sto dando da fare come mi hanno chiesto, per rinascere in un miracolo elemosinato, il lavoro.
Se l’amarezza fosse libido. Se l’amarezza fosse fortuna. Ma dai, sono incontentabile. Un bel romanzo pieno di cazzi e suzioni orali, come i racconti che scrivevo a diciassette anni. Un romanzo agiografico su un personaggio della mia città. È colpa mia: avrei dovuto “darmi da fare” quando nessuno mi vedeva, lontano dai counselor improvvisati, quando avevo ancora il fisso mensile e il contratto a tempo indeterminato.
Ora sperpero il mio talento misurando i colpi di tacco di un’estranea che neanche me lo fa venire duro. Gli anni passano, qvi, nella studio.

©Luca De Pasquale 2019



26/01/19

Abbiamo perso tutti


Stamattina un uomo, un napoletano, sbirciava in un furgone fermo che trasportava alimenti. Lo sportello era aperto, il furgone era incustodito, il guidatore era andato a consegnare degli scatoli ad un negozio. Di ritorno dalla consegna, il tizio del furgone si avventa sull’uomo, spingendolo con forza al centro della carreggiata: “Ma che sfaccimma stai facendo? Io t’accir’…”
I due arrivano quasi alle mani, la gente si ferma, chiedendo ad alta voce al tizio del furgone di “lasciare stare il poveraccio”, che “evidentemente ha fame”.
L’uomo che sbirciava nel furgone scappa alla chetichella, con le mani alzate, mormorando delle scuse quasi inudibili. L’autista del furgone, sempre più minaccioso, lo insegue per un po’ e poi desiste.
Tutto questo accadeva nella centralissima via Cilea, alle 10e45. La scena mi procura una grande tristezza, non ho quasi più piacere ad andarmi a prendere il caffè del sabato mattino.

Qualche ora più tardi, intorno alle 13, mi trovo nei pressi del cinema Acacia quando mi avvicina un ragazzo nero che mi chiede con insistenza dei soldi. Al mio diniego, il ragazzo non trova di meglio che piantarsi alla mia destra, con un’espressione desolata sul volto. Io, che sto parlando con due persone, non faccio una piega e non lo degno di ulteriori attenzioni, dopo il terzo “mi dispiace” di prassi. Allora il ragazzo si allontana, chiedendomi due volte “scusa”, stavolta con un’espressione realmente sconfitta. Ed è in quel preciso momento, quando lo vedo allontanarsi, che capisco quanto lo sconfitto sia io. Per l’ennesima volta. Sconfitto dalla mia impotenza, dall’indifferenza che la strada mi ha insegnato. Io, con il mio giubbotto blu borghesia povera e la sigaretta in bocca, io con i miei capelli grigi e gli occhi infiammati di inspiegabili rimandi a tutto eccetto me stesso, io sono lo sconfitto in questo breve incontro. Io, con la mia elegante disoccupazione lontana dai rifiuti e dalle mense, io, con i miei vizi psicologici elevati a rango di attitudine intellettuale. Lo sconfitto sono io. Io, consapevole in quel momento che la sera avrei scritto di amori, musica e passioni. Io, disgustato dall’Io, perso nei dischi e nei profumi, arrabbiato con la vita non al punto da sovvertirla una volta per tutte. Io che perdo ogni volta che l’istinto mi chiede azioni non autocentrate che non compio.

Il ragazzo nero, o come dice una signora impellicciata “il negretto”, scompare nella folla del mercatino rionale. Io (io, io, io) resto con la sigaretta in bocca e il mare agitato dentro, come sempre. Io che conosco la scarsissima disponibilità economica ma non la completa povertà. Io che da anni non mi consento che pochissime cose, io che per questo motivo credo a volte di essere un eroe. Che pensiero insulso e purulento.
Ho assistito a due scene di miseria, mi hanno scosso. Oggi non ho la forza –o la debolezza- di scrivere di amore, di amorosi sensi e di notti insonni ad aspettare il futuro con lo stile in braccio.

Torno a casa inquieto, sentendomi a metà strada tra un uomo sensibile e un vigliacco. Un orbo, quasi un cieco. No, non sono responsabile della povertà assoluta dell’uomo che sbirciava nel camion e del ragazzo nero. Eppure, qualcosa mi dice che devo farmene carico, non è solo questione di empatia codarda, quella che si usa oggi per fare effetto sulle masse o sulle molecole delle masse.
Altro che porti chiusi. Altro che chiacchiere sul boom economico. Altro che le stiracchiate preoccupazioni cui la mia casta psico-borghese mi ha abituato. Altro che l’indifferenza venduta oggi per furbizia e per imprenditoria amorale da consumo. Non sono responsabile della povertà di quei due individui. Lo siamo tutti, compreso chi con il culo comodo sentenzia sull’andamento del mondo. Oggi non scrivo di amore, la mattina me la sono intossicata, e non solo perché quella condizione non è poi così distante dalla mia. Non ha senso la comprensione degli altri rapportata a se stessi.

Quartiere borghese, brutte scene che nessuno vorrebbe vedere. I dannati della vita sono lo specchio deforme che evitiamo in continuazione, troppo presi dalle frustrazioni legate ai privilegi che si allontanano da noi o si allentano ai piedi del letto. Troppo presi da un amore non ricambiato, dalle tasse per la terza casa, dalla festa dei figli, dalle nostre fottute collezioni di dischi, dai nostri viaggi spirituali di prima classe.
Abbiamo perso tutti. Io di sicuro.
Una delle poche volte che non lo dico da pavone del cazzo.

©Luca De Pasquale 2019

25/01/19

Cuore di vento 1972

Quando è tempo di bilanci, ti cambia il cielo dentro. Non esiste il caldo o il freddo, solo brividi, folate, smottamenti che diventano poi nuova postura.

Non riesco a prendermi in giro: faccio bilanci sin da quando ero adolescente. Tento, vanamente, di far quadrare i conti. Ci provo con addosso una fattiva disperazione che non mi abbandona mai.
Non ci vuole molto perché mi accorga che le sbavature sono in numero pericolosamente superiore alle conferme e ai fiocchetti regalo, così finisco per affezionarmi alle imperfezioni e ricostruirci sopra pezzi di vita.
Totalmente incapace di muovermi in direzioni che possano celare inganni new age, ho imparato ad accettare che i miei bilanci acquistano valore più sulle rovine che su svagate promesse. Ho imparato che è meglio il vento in faccia, apparentemente contrario, che la calma a pagamento in qualche resort creato ad hoc per un dopo qualcosa generico.

E non mi importa stabilire se i miei bilanci, con relativi spostamenti di baricentro e anche di dolore, siano interpretati dal bambino o dall’adulto.
Per quanto ne so, potrei essere ancora quello che sognava sul serio grazie a “The lexicon of love” degli ABC e che cercava di rendere sua, personale e passionale, “I’ll fly for you” degli Spandau Ballet. Spesso trovo che il mio romanticismo basico –che poi si è rivelato contorto e generatore di spine- sia nauseante, per cui tento di combatterlo con immane goffaggine. Cerco di soffocare l’impulso romantico che da sempre domina il mio cuore, abituato a lanciarsi per diventare sponda e mareggiata.

Mi accorgo, senza amarezza e rancore solipsistico, che con molte persone non ho nulla da dire, o peggio niente più da condividere. E allora, finalmente, come mi suggeriva mio nonno da bambino, accetto il silenzio e cucio la bocca.
Spesso penso che solo oggi, l’uomo che sono diventato, sarei piaciuto sul serio a mio padre. Questa considerazione non mi ferisce e non mi inorgoglisce. Si tratta di una distaccata constatazione sul dorso del tramonto.

Ho voglia di uscire di casa in giacca e cravatta, ma non come divisa. Non per un colloquio o un lavoro. Uscire in giacca e cravatta, colori tenui, e affrontare il vento contrario come mi piace: senza garanzie di sorta, con la sigaretta accesa, perfetta sintesi imperfetta tra un romantico inguaribile e uno, uno che a stento si ricorda come si chiama e invecchia senza speculare sul concetto banale del brandy o del vino.

Per anni ho devastato il marcio dandy che mi si agitava dentro, umiliandolo a più riprese con la durezza del quotidiano, creando un montacarichi cigolante tra cuore e cazzo, cimentandomi nell’invettiva per rendere le giornate meno tediose e prevedibili. Ho confuso i miei pensieri con la resistenza obbligata, anche a ciò che mi risultava facile, spazioso, persino identitario.

Le mie non sono pagine di diario. Un diario non potrebbe essere così. Un diario richiede un livello di coinvolgimento a carne viva che non sono in grado di provare verso me stesso. Per questo non ho mai avuto un diario, né cartaceo né tantomeno pubblico come potrebbe essere questo blog.
La verità non è nella disperazione urlata, così come non è situata nelle ridondanti manifestazioni di gioia, più brevi dell’anestesia totale degli orgasmi o del sonno rinviato troppo a lungo.
La verità, che è transito e non mausoleo, è negli attimi del giorno in cui, disarmati e paradossalmente pacifici nei confronti della propria diuturna guerra interiore, si ha il coraggio di tentare bilanci senza considerare gli estremi dell’estasi e della morte.

Le verità adulte che mi artigliano il collo nelle sere fredde e nelle mattine disorientate di adesso non nascono più come aggressione, come manifesto decadente o sciocco tentativo di seduzione. Sono lì, asciutte, da accettare, da affrontare come il vento contrario. Non c’è nessuna nuova saggezza in me e non la desidero neppure. Non cammino tra ancelle della pace che mi lanciano fiori e baci casti di redarguimento. Non so se mi sono fiorito dentro: di certo non tocca a me stabilirlo.
La sera sono stanco senza avere sonno. Sensazione destabilizzante. Quasi sempre finisco ad ascoltare David Sylvian in un impossibile silenzio. La notte, più che dormire, sogno. Due notti fa lunghissime distese di sale, stanotte una giacca viola, e di questo non dovrei stupirmi. Il viola è ormai la mia velocità di sguardo stabile. Lo colgo ovunque, lo conservo, me ne vesto quando sono solo.

Anche stasera è tempo di bilanci.
Veloci, senza induzione, profondi e segmentati come refole di futuri brividi.
Nel bilancio di stasera ci metto che non sono mai uscito da “Long hot summer” degli Style Council. Sono ancora imprigionato in quella canzone, con lo sguardo perso nello studio di mio padre dove c’era il giradischi, così maledettamente intenzionato ad amare le mie possibilità al punto da travisarle completamente.
Non sono mai uscito da quella canzone e per la prima volta questa cosa mi piace. Nessun nuovo corso. Solo una constatazione.

©Luca De Pasquale 2019








24/01/19

In morte di vecchie regole: "Tu non puoi ascoltare i Level 42"


La sfrenata passione per il basso elettrico mi è scoppiata addosso da ragazzino, senza darmi nemmeno la possibilità di realizzare in tempo reale l’evento. Proprio come quando ci si innamora sul serio e diventa impossibile qualsiasi tipo di razionalizzazione, divagazione logica e riflessione ponderata.
Non ho mai negato quanto sia stata importante per me, se non addirittura preponderante per far scoccare la scintilla, la figura di Mark King, il leggendario bassista e cantante dei Level 42.
Ho consumato Level 42 a manetta, negli anni che andavano dal 1984 al 1990. Poi ho chiaramente rallentato, ma ascoltare i Level è ancora oggi per me un motivo di gioia e coinvolgimento sincero. E il basso di Mark King è ancora un miracolo inspiegabile, al di là delle conoscenze tecniche.
Il mio disco preferito dei Level 42 era –ed è ancora- la raccolta “The Early Tapes”, un crocevia magnifico di brit-funk, basso slappato, handclapping erotico, freschezza sensuale e nostalgia ottantina da consumare in tempo reale. Il mio pezzo prediletto, nei secoli dei secoli, sarà sempre “Love meeting love”.
Quante volte quel pezzo ha risuonato nella mia cameretta, aiutandomi a fantasticare sull’incredibile donna che mi avrebbe spezzato il cuore? Non si contano. Quante volte ho sognato di essere io l’autore di quel suadente giro di basso colloso e avvolgente? Se non fossi un maledetto cinico, capiterebbe ancora oggi, garantito.
Se i dolori fossero passati senza tracce, si potrebbe ancora sognare a lungo, evitando di darsi un termine, una scadenza, riuscendo a non rendere persone vive le ansie e le educate e spietate ossessioni della seconda età.

Mi è chiaro perché oggi scrivo di Mark King e dei Level 42. Perché mi è capitato di incontrare un cospicuo numero di vecchi saggi raffazzonati e saccenti, i quali mi ricordavano con sussiego che “la musica dei Level 42 era troppo leggera, era pop”. Ho sempre risposto: “Ebbene? E con questo? Ho sempre sognato pop con grandi linee di basso, e poi questi divieti qualitativi li trovo mesti e svilenti per chi li manifesta”.
Un mio amico mi diceva saggiamente che “tutti i critici altezzosi di qualcosa soffrono di ragadi terrificanti”. Credo avesse ragione.
Per molti risulta difficile capire come si possa basculare tra complessità e leggerezza, tra delusioni e sogni, tra dolcezza e aggressività, tra autentica disperazione e ghignante fatalismo. Io invece non capisco perché negarsi il diritto e il dovere all’alternanza, alla virtuosa complicazione delle differenze da vivere fino in fondo. Si vive infognati di divieti, prescrizioni, salmodianti comunicazioni precettizie. Triste, scontato. Incatenante. Melma di palude.
Potrei scrivere un breviario di sentenze ascoltate nel corso degli anni. Ne valga una per tutte: “Non ti possono piacere i Level 42 e gli Spandau Ballet, dato che ami tanto Pere Ubu e Gang Of Four”. Ho citato la più comune e banale. Divieto di moltitudine, divieto di impulsi. Regole e morte. Alla larga da me questa robaccia rappresa e punitiva.

Regole e morte. Differenziare troppo l’offerta (e la domanda) emotiva interna è visto come sintomo di caos e incoerenza. Tradimento di una non meglio precisata tradizione personale da condurre in porto, non si sa dove. Per fortuna, neanche per un attimo ho pensato, da quando sono vivo, di dover rendicontare a qualcuno il mio caos interiore e anche esteriore. Mi capita di contraddirmi, certo. Spesso ci rido su. Non riesco a ripetermi all’infinito come uno stampo. Non riesco e non desidero griffarmi con un marchio e portare avanti la guerra santa per un solo sapore dell’esistenza. Il rock, la letteratura, le donne, le sigarette, i dolci, lo shampoo, il taglio di capelli. Chi si griffa in continuazione non fa che condannarsi ad una rappresentazione scenica sempre più incolore e noiosa.

Ecco perché oggi scrivo di Mark King e dei suoi Level 42. Perché da ragazzo non dovevano piacermi. Secondo i metallari che frequentavo al liceo e gli incarogniti jazzofili che ho coltivato con malagrazia negli anni successivi.
Sono passati più di trent’anni e ancora vedo divieti ovunque, anche se su altre tematiche, divieti tarati ad hoc su situazioni più adulte, ma non per questo più interessanti di Mark King.
I miei coetanei, i sub/over 50, si rintanano sempre più. Cercano scampo in quelli che reputano, a torto o a ragione, i loro tratti connotanti al pubblico.
“A me sono sempre piaciute le donne bionde e infatti mia moglie, la madre dei miei figli, è anch’ella bionda”. Anch’ella, ma certo. Che coerenza sei esibisci, sei davvero un atleta della consequenzialità, uno sprinter.

“Io sono un uomo colto e infatti leggo e scrivo. Dovresti ammirarmi per questo”
“Io sono un Italiano con la i maiuscola e allora dico coerentemente prima gli Itagliani”
“Io sono credente e la domenica vado a messa, non faccio come gli altri”
“Io sono un appassionato seriale di dischi e ho una collezione ragguardevole, catalogata, indicizzata”
“Io svolgo un lavoro di responsabilità e rivendico il mio ruolo sociale spendendo cinquemila euro per una giacca che non indosserò mai”
“Tutte le donne sono puttane, tranne mia madre e mia moglie. A mia figlia devo starci attento, ma è così. Io sono un uomo retto e sono fedele a mia moglie. Sono andato solo una decina di volte al centro di massaggi happy ending cinese”

Oggi mi prendo la libertà di amare quello che mi pare. Di non ricusare (più) niente, ammesso che qualche volta lo abbia fatto. Mi prendo la libertà di non piacere, di non attrarre per una profondità da lavabo che non voglio sudarmi con gli effetti speciali. Mi prendo la libertà di non essere deuteragonista del mio stesso racconto esistenziale. Mi prendo la libertà di non giocare più al piccolo scrittore incazzato che stride sul fiele delle sue parole. Mi prendo la libertà di non accontentarmi. Di non perdere la testa per quel che mi viene consigliato secondo assonanze o logaritmi. Mi prendo la libertà di dare al tempo il tempo di essere tempo e non clessidra dell’agonia.
Mi riprendo il mio nome e le mie cadute. Mi prendo, infine, la libertà di camminare di notte per le strade del mio passato, con il cuore bucato e il respiro trattenuto, molto vicino al baratro così come al mio compimento contraddittorio come persona. Mi prendo l’ardire di domare ogni suggestione per non insudiciarla troppo presto.
Nella gabbia di tutti i giorni, nel reiterarsi di vecchie condanne, sono un uomo libero.

©Luca De Pasquale 2019




22/01/19

Zecca rossa, socialista reale, distinti saluti


Mentre le persone si scannano, davvero si scannano, per le loro idee politiche e sociali, c’è chi preferisce –sia chiaro, senza lavarsene affatto le mani- seguire un altro percorso, forse un viaggio all’incontrario, un itinerario che di turistico e sfizioso non ha proprio nulla.
Mi sono esposto in abbondanza, anche troppo, circa le mie idee. Che naturalmente non sono mutate con il passare dei venti. Tant’è che, se possibile, sono ancora più estremista di un tempo. Estremista educato che non ama le risse e mai le amerà. È stato quasi divertente, scrivere quello che pensavo e osservare la ritirata dell’offeso di turno. Ma è un giochino che non serve a nessuno e, naturalmente, di suo ha l’utilità di una maratona onanistica. Per ambo le parti. Principalmente per me, però, visto che non intendo convertire nessuno al mio indistruttibile socialismo reale ed operaista che se ne strafotte del governo in carica, anzi lo avversa con profonda e orgogliosa ostinazione.

Invece di perdere tempo con insulti, anatemi e scomuniche grottesche, preferisco addentrarmi nel mondo reale, quello che non urla dalle tastiere e rompe il cazzo nei bar e negli autobus con ridicole tirate complottiste bava alla bocca.
Vivo, da disoccupato quasi cinquantenne, la vera, verissima amarezza delle persone che non sperano più e si sentono schiacciate. Persone che credevano, come il sottoscritto, in ideali di uguaglianza e che guardano, pur senza un euro in tasca, alle correnti derive populiste e sovraniste come ad un orrore annunciato che si è materializzato in tutta la sua caotica e rivoltante potenza.

Ogni tanto qualche simpaticone mi si avvicina e mi apostrofa educatamente con sprezzo triviale, “ehi, e ora che dicono i tuoi amici del PD?”
Amici del PD?
Ma di che cazzo state parlando?
Allora sto al gioco: “Vorrai dire i miei amici COMUNISTI?”
“Tu non sei mai stato comunista, Luca”
“Sei tu che me lo dici?”
“Perché, sì? Tu sei anarchico! E nemmeno: tu odi i centri sociali”
Cristo, che confusione ha la gente in testa. Che tragica confusione.
“Io sono operaista, sinistrorso, zecca rossa, comunista, anarchico, anarcocomunista, sovversivo e non eversivo, disubbidiente e non centrosocialino, marxista e non stalinista, io sono a sinistra di qualsiasi cosa e dunque, secondo le tue regole, non dovresti rivolgermi la parola o leggere i miei scritti. Cancellami dai contatti facebook e anche da Linkedin, Twitter, Google Plus, Pinterest, Instagram e Tumblr, so che devi seguire le tue regole”.

Mantengo le mie posizioni.
Non c’è verso di farmi cambiare idea, sponda, ispirazione, panoramica.
Il populismo non è dalla parte dei deboli, il populismo spopola tra intestino e paure ancestrali. Come il razzismo, il sessismo, ed è inutile pronunciare la parola “sovranismo” senza comprendere nemmeno di cosa si stia parlando.
Non mi interessa per un cazzo.
Qualcuno mi ha detto che mi salverò il culo con il reddito di cittadinanza, spacciato come provvedimento rivoluzionario. Ho semplicemente risposto, senza accendere focolai di rissa, che non lo richiederò e non provo il minimo piacere anche solo nel considerare l’idea.

Da quella che dovrebbe –e dico dovrebbe- essere la mia parte, la mia fazione, mi viene richiesto invece di impegnarmi, tastiera alla mano, senza indugiare in personalismi di maniera, personalismi magari “descrittivi”, altra parola stupidamente in voga.
Personalismi?
Io sono un individuo e come individuo devo compiermi e capire, altrimenti non servirò a nulla, a me e agli altri che mi interessano e non solo. Gli accorati scrittori indignati da tastiera, super progressisti e delusi più per facciata che per culo bruciato, li considero solo dei segaioli. Detto con educazione, si intende.
Che ne sapete della strada? Che ne sapete della morte in povertà, cosa ne sapete della rabbia che cova negli scantinati, nei sobborghi, che ne sapete dello sconcerto che ti viene addosso quando non si possono pagare bollette e spesa? Urlate dalla tastiera, aspettate i like, infine vi schizzate addosso. Non sono interessato nemmeno a voi.

Dunque, perseguo la mia di vita, non in posizione anaforica ma in armonia con quei pezzi della società –i peggiori, credetemi- ai quali mi sento affine e anche, finalmente, appartenente. Quelli che il governo in carica etichetta come “poveracci”, o come direbbero i borghesi in pectore, i “falliti”.
Sono sereno, a mio modo. Non ho dubbi su quel che ho fatto. Sulla mia coerenza. Sulla mia allergia alle risse e alle minacce ideologiche. Potrei anche elaborare un bel post ad effetto, che almeno possa raccogliere i like sudati di “quelli della mia parte”, ma non riesco ad eccitarmi al pensiero. Anzi, mi deprimo. Quella non è lotta. Quella è autoindulgenza. Ne ho usata anche troppa, nella vita e in questo blog.
Basta.
Ed in ogni caso, cazzo, alla fine mi sono fregato da solo. Mi sono esposto di nuovo.

©Luca De Pasquale 2019

21/01/19

Passeggiata nel passato sotto la pioggia


Oggi ho camminato da solo per quasi due ore nel mio vecchio quartiere. Scendeva una pioggerellina fitta, nebbiosa. Ho deciso da subito che non avrei aperto l’ombrello. Non ho mai sopportato gli ombrelli.
Ho ricordato varie cose. Probabilmente troppe. “In queste strade”, ho pensato, “sia mia madre che mio padre mi hanno tenuto per mano”.
“E ora non ci sono più, ora continuo io”, ho aggiunto mentalmente, mentre la pioggia mi faceva le lenti a pois e mi spugnava il vecchio giubbotto da battaglia.

Ho fischiettato impercettibilmente una delle mie canzoni preferite di sempre, “Fine Line” dei Cars. Tra me e questa canzone esiste un legame indissolubile. La cadenza onirica e notturna, l’atmosfera fumosa, la voce di Ric Ocasek, il testo. Una delle mie canzoni della vita, anche se gli anni passano. In automatico, ho passato in rassegna centinaia di canzoni che hanno sancito la mia crescita e le mie passioni, dai Frankie Goes To Hollywood ai Double, passando per i Television e Tom Verlaine.
Via Vittoria Colonna, via dei Mille, via Bausan, piazzetta Ascensione, via Piscicelli, infine via Martucci. Da solo sotto la pioggia, bavero rialzato, 46 anni, cuore al neon, sigaretta bagnata tra le labbra, capelli impazziti per umidità, vecchie canzoni ovunque, stampate sulle saracinesche abbassate di negozi nuovi che nemmeno conosco e che alla “mia epoca” non c’erano.

E mi sono chiesto, ma oggi, proprio oggi che piove e che cammino nell’assenza e nel mio nuovo ruolo, oggi qual è la mia canzone?
Nessun dubbio. Come avrei potuto nutrirne?
“The great machine” dei Church, dal sottovalutato album “Hologram Of Baal”, disco dell’anima e della (mia) notte.
La canzone di ogni vincolo infranto. La canzone di nostalgie impaurite, non tanto da non vivere. Canzone da pioggia sulle labbra e occhi appannati, e fantasmi condannati ad innamorarsi sfalsati, fuori tempo, fuori sincrono, incontri interrotti dalle conseguenze dell’aria.

A via Piscicelli ero solo nel vero senso della parola. Nessun passante. Ho cercato allora il mio odore per sentirmi a casa, ma non l’ho trovato ed è stata una piccola vertigine.
Non trovando il mio odore, ho provato a ricordare quello dei miei genitori quando ero bambino. Non mi ha raggiunto in tempo, e allora ho dovuto abbassare la testa per un attimo, è la nuova era, ora tocca esclusivamente a me e non ho alibi. Non ne ho più.

Poi nella canzone che mi girava in testa è entrato il basso di Steve Kilbey, così ho avuto di nuovo controllo dei movimenti, del mio ritmo. E dei miei desideri. Che mi spaventano in modo inedito, preoccupante. Non mi danno garanzie. Sono schiaffi di profumo e foto di assenze che cercano posti dove riposare.

Mi sento così. A spasso nella mia infanzia, sempre passeggero della notte. L’ultimo utente della notte che si muove veramente, non quella dei divertimenti. Sono quello che aspetta tranquillo il primo traghetto dell’alba con un grande bagaglio di notti da disinnescare e svelenire. Sono quello che non usa nomi di donna per darsi nobiltà, eppure sono incapace di dimenticare sguardi, profumi, silenzi.
Orfano, uomo di gesso sotto la pioggia, ho ascoltato i miei adorati Church per un’ora buona, tra le strade dove i miei primi sogni sono diventati delusioni o micce, e dove mi sono dato per troppo tempo al gioco delle scelte da bastian contrario, pur di non restare ingabbiato.

Quando sono arrivato a destinazione, il mio jukebox interiore non si è affatto fermato. Ho fumato l’ultima sigaretta prima di scomparire in un palazzo, e il posto dei Church lo hanno preso i Last Shadow Puppets con due brani che consumo in dosi imbarazzanti sin dalla loro uscita, la sensuale “Dracula Teeth” e l’ipnotica, per me eroticissima, “Everything you’ve come to expect”, etereo carillon sentimentale dal richiamo letale.
Sì, lo ammetto: mi manca Paul Weller e ho trovato le mie compensazioni eleganti. Mi sembra ottimo.

Al ritorno, la musica in testa si era fermata. Tornare non è mai come arrivare. Non è semplice gestire i ritorni, soprattutto quando ricordi a perfezione i movimenti che hai compiuto all’inverso. La pioggia era finita, e i passanti sembravano delle comparse in un vecchio film noir, magari nemmeno il mio.
So però che tornerò alle mie canzoni, ai luoghi che mi hanno segnato ed insegnato, tornerò ai sogni e agli sguardi dopo aver protestato e aver anche sminuzzato le ragioni e la magnifica involontarietà del vivere.
Torno sempre laddove non dimentico.
Scompaio, senza urla e pianti, quando la scena non mi lascia spazio per respirare e per toccare.
Mi è capitato di sparirmi da dosso, come una vecchia pelle, un equivoco, o anche una passione abortita. Non mi è piaciuto, al punto che ho iniziato a sbagliare senza un minimo di stile. La vera presenza è un gesto adulto, senza capricci, senza assurde smanie da insicurezza. Un gesto paziente, concreto. Spesso inquietante e destabilizzante.
Il gusto amaro del tempo che si assottiglia anche se il coraggio resta quello che è, un guerriero non insensibile alle carezze.
E pazienza se piove dentro, nelle migliori stanze.

©Luca De Pasquale 2019





19/01/19

La bellezza non si applica


Si arriva al punto in cui è chiaro che ogni forma di protezione cercata ed idealizzata è solo un suicidio. Morte dell’impulso, ragnatela sul desiderio, codardia borghese.
Con gli anni ci si imbolsisce, ci si impigrisce e purtroppo inizia il carosello delle giustificazioni, dei pretesti accorpati agli alibi, documentazioni precise e grottesche da esibirsi quando l’occhio scompone la condotta.

Qual è la condotta che vado cercando e anche scrivendo?
Dopo lo zero in condotta di tanti anni di scuola, di famiglia, di istituzioni, di legami soffocanti, di convenzioni da pugnalare a notte alta, l’unica risposta possibile è nessuna condotta.

Sogna ragazzo, sogna. Sognare il riscatto. Sognare la normalità. Arrivare a dover addirittura sognare l’attenzione del mondo. Ma che oscenità sono queste? Perché certi sogni costringono gli individui a non vivere, semplicemente aspettare. Trascorrendo il tempo tra momentanee consolazioni e sprofondi arteriosi, psicologici; scambiando i predicatori per salvatori, i focosi amanti per persone del destino, gli assenti per persone innamorate che non hanno ancora trovato il tempo e il modo di farsi avanti. Con punti di ridicolo assoluto, quando la propria legge pretende di essere universo e metodo. Le bucce di banana sono ovunque, spesso ai piedi delle grandi fedi, come bagasce pagate da tutte le regine dell’agonia e della solitudine.

Complesso e fottuto, mi mangio i giorni della vita, a volte con troppo sale, altre come un brodo di mensa; capita che mi diano delle leccornie che risultano essere piatti non di mio gusto, merda esotica per gente che vola più alto e può consentirsi più cose.
Mi chiedono come sto.
Se sto elaborando il lutto.
Ma i miei lutti sono cominciati molto presto, e io non mi sono mai lamentato. C’è gente che piange da anni per lutti che non sono mai stati tali.
C’è poi chi non chiede proprio nulla, puntando sul riserbo come forma di dimostrazione educata d’affetto telepatico. Favole che scrivevo in pre-primina, alla scuola Ascensione, in mezzo alle suore, già con le mani che prudevano.

Mi chiedono come sto.
Se mi gira, rispondo che faccio resistenza.
Più che altro, preferisco girare al largo dai resoconti, dai riassunti. Dagli studiosi fallati in partenza della natura umana. Mi divincolo dalle formule apparentemente risolutive. Il dubbio, in ogni sua declinazione, mi fa il culo ogni giorno. Purtroppo ricordo ogni emozione che vivo. Difficilmente dimentico, e questo mi rende drammaticamente vulnerabile. La sera è facile che io sia dove qualche negozio chiude, negli angoli meno battuti della città, difforme dai tanti luoghi riempitivo dove si mangia, ci si conosce e si prenotano cosce aperte per noia e sudore. Insisto nel leggere libri che mi fanno a pezzi e sui quali sono costretto a meditare senza abbracciarli mai interamente. Mi ostino a incrociare gli sguardi che non sanno tranquillizzarmi, anzi. Consumo tonnellate di dischi, non come rifugio, come invece fanno in tanti. I dischi sono il mio humus, il brodo primordiale, il mio mondo primario. Più della scrittura, che posso considerare come un’espressione della mia inquietudine permanente. Cerco l’eleganza con uno spirito punk che non mi ha mai abbandonato, e questo spiega perché mi sono sempre considerato una testa di cazzo.
Non riesco a non diffidare di chi parla troppo d’amore. E forse lo faccio anche io, proprio scrivendone spesso, con l’espediente fittizio dello sguardo tangenziale. Mi è impossibile accodarmi a persone con atteggiamenti esibizionisticamente costruttivi. Vado via quando inizia il canto della salvezza e vedo nitido l’officiante che in pochi minuti cercherà di salmodiare i derelitti con le sue innocue e fuorvianti strategie visionarie di bellezza applicabile.
La bellezza non si applica, si usa come arma contundente. Anche e soprattutto contro se stessi, quando il pensiero di non poterla cogliere diventa uno stile di vita da disperdere come cenere tra bocche chiuse, corsi d’acqua interrotti, sogni rivelatori e smanie di carezze pronte a risolversi per l’ennesima volta in rancore tappezzeria.
Non mi sono mai sentito al sicuro, neanche un solo minuto della mia vita.
Per questo e per molto altro, amo tutto ciò che è di difficile accesso, amo le poche probabilità, il rischio non calcolato, l’azione compiuta che solo dopo ha la forza di richiamare i suoi segugi dall’inferno.
Dunque sbaglio molto, ancora troppo.
Complesso e fottuto, scrivo ancora. Respiro quando scrivo. Sogno quando mi ascolto sul serio. Il resto del tempo è resistenza, senza pretesa di ricercatezza negli scantinati del benessere veloce. Quel lampo che i soldi non potranno mai darmi.
Non so bene a che punto sono della mia strada.
La vera seduzione è rifiutare gli abiti scelti per te, la collocazione del tuo sorriso, il senso ai tuoi sbagli.

©Luca De Pasquale 2019