15/11/19

S.S.A. Suicidio Sublimato Antisociale


Entro nel supermercato con “I’ll be gone” degli American Music Club nel cervello. Basterebbe questo a rendermi l’indiscusso principe delle prossime piogge. Con gli estranei indosso quel contegno cortese e aperto tipico dei feriti. Alla cassa c’è una donna vestita male e con i capelli alla Oloferne che vuole pagare una pagnotta senza arrivare alla cifra con i suoi spicci. Indossa delle orribili pantofole estive, dei calzini bianchi corti, molto simili a quelli che qualcuno regalò a mia madre in ospedale. La donna emana un cattivo odore, il tanfo di sporcizia corporale e merda è nauseante. Non riesco ad avvicinarmi. Non faccio la mossa di darle il denaro mancante. Non lo fa nessuno. Siamo diffidenti, marci, timidi, paurosi, viziati e innamorati dei nostri fottuti problemi esistenziali.

Io, fossi in quella donna, mi sarei già ucciso. Non ci credo alla poesia storpia di quelli che sono veramente gli ultimi. Quelle cose è bello e profondo solo leggerle, e poi dopo farsi una scorpacciata, una chiavata, un’uscita, un acquisto su Amazon.
Da quando ero bambino, associo alla mancanza di dignità il suicidio. Mi è lontana la retorica del poco e del niente, della saggezza degli umiliati, e quanto al regno dei cieli non fa al caso della mia trascendenza storpia, cinica e più volte sodomizzata. Soffro nel vedere quella donna e nel sentire sulla faccia le folate del suo alito indegno, marcio. Non reggo il suo sguardo. Sono un borghese. Un borghese in malora, un finto nobile decaduto, ma pur sempre uno schifiltoso borghese con un buon italiano da asporto.

Esco dal supermercato che mi volta lo stomaco. Ondeggio un po’. La mia compagna pensa ai soliti sbalzi di pressione che mi affliggono, ma in realtà la mia è sofferenza mal dissimulata, compenetrazione scomodissima, da dimenticare presto.
Penso a quando qualcuno mi dice “a quando il grande romanzo?”
E io penso, violento e stanco, “col cazzo che lo scrivo, solo frammenti, solo sveltine, solo quello che è nelle mie corde. Col cazzo che scrivo una storia classica, proprio col cazzo”.
Da adolescente, quando qualcosa mi andava storto nei discorsi con il prossimo, mi rifugiavo in una rassicurante, sperimentata coprolalia, il cui climax era rappresentato da “Senti, succhiacazzi. Non intendo parlare con te. Prendimi il membro in bocca e inizia a leccare. Succhia fino in fondo e chiudi quella cazzo di bocca”. E come mi gloriavo, di quei modi animaleschi. Come mi eccitava. Mi sentivo un eroe, un eroe imbecille e improduttivo. Come mi piaceva andare contro qualsiasi cosa. Quanto ero stupido e sincero.

Ogni tanto qualcuno avvicinava mia madre e le rivelava l’atroce verità, “suo figlio è un disadattato”. Mia madre mi riferiva questa roba, per poi aggiungere che sapeva bene quanto avrei fatto comunque a modo mio. Mia madre mi rispettava veramente. Rispettava la persona, anche la violenza innocua, solo verbale, che mi portavo dentro. Non era perbenista, non era formale, e del giudizio altrui non se ne fotteva niente, inclusi parenti e affini. Mi ha insegnato ad andare per la mia strada, per quanto difficile, e non finirò mai per ringraziarla abbastanza. Litigavamo solo su Dio, sia pure con garbo. Per il resto, si divertiva molto nel pensare che tutti quelli che ci conoscevano non sapevano capire se ero comunista o anarchico, o un misto. Di sicuro un cane sciolto.

Penso spesso a mia madre, negli ultimi mesi. Mi manca molto. Penso anche alla povertà in genere, e alla mia, che è mascherata dal buon eloquio, dalla buona volontà contrabbandata come salvacondotto e dalla superficialità dello sguardo collettivo. Penso che dovrei andare a recitare una preghiera per quella donna orrenda che voleva acquistare un pezzo di pane con monete da uno, due e cinque centesimi. Ma io non ho Dio e sono maledetto dalla mia stessa memoria di vita e da quello sguardo di attesa che somiglia al passatempo onirico e cenacolare di un boia cordiale.

Quest’anno è anche morto Shawn Smith dei Brad, uno dei musicisti che amavo di più. Crepa una marea di gente. L’erba cattiva resiste strenuamente e fa anche proselitismo pubblico, il che è inspiegabile. Io faccio opposizione, ma nulla posso contro pessimi romanzi lacrimatoio, campanilismo con il culo sporco, vizi da banali, finti editori illuminati, reclutatori disonesti incapaci di esprimersi in italiano, loschi pecorai carichi di odio che passano il tempo a sparare in un videogame cianotico e coglione contro comunisti, negri, papi illuminati, zingari, stupratori slavi sotto casa. Io faccio opposizione a quelli che dicono l’Italia agli italiani, un concetto di una limitatezza indecorosa, provincialismo becero megafonato dalla stipsi. Ma non mi illudo di portare nessuno dalla mia parte e per questo evito sciocchi discorsi. La mia parte è solo mia, è deriva, resistenza sotto la schiuma del mare gelido, è malinconia per chi ho perso, non la condivido, se non quando decido io. Il piazzismo ideologico lo lascio a quelli che hanno molto tempo da perdere, e saliva da rimettere in circolo.

“Riguadagnetevi il vostro spazio nel mondo, guardate ai modelli vincenti, ecco il nuovo manuale che consiglio a tutti per respirare meglio, vivere meglio, aumentare il successo sociale, allargare le cerchie, imparando ad apprezzare il benessere, la quiete, la poesia, l’amicizia, la natura…”
Leggo questo flyer che una ragazza con le treccine mi consegna frettolosamente a via Cilea. Dopo averlo letto, penso che non è buono neanche per nettarsi il mazzo, visto che è cartone duro e non poroso negli angoli.
Il volantino spiega che l’avvocato Cocalburno Granato, trentasei anni di muscoli, tatuaggi e massime di raccapricciante banalità, è pronto a riportare le persone al loro stato migliore, quello di figlie del mondo e non, banalmente, di due genitori. Sono sincero, sono franco. Se mi piacessero gli uomini, quelli con i modi maschi, barbuti e l’occhiolino fresco, starei già pensando di fargli carriola in una stanza d’albergo con vista sul porto di Napoli. Ma così non è. E allora finisco per sbavare in quella zona pericolosa, incomunicabile, di rabbia sociale mai realmente lenita, quella che mi impedisce, per capirci, di scrivere un bel romanzo per anime gentili. Credo che anche Cocalburno Granato dovrebbe uccidersi, come la donna del pane, però per motivi differenti. Perché non puoi prendere per il culo la gente, figurino con le sopracciglia sagomate. Tu sei, figurino con i denti bianchi di trattamento, come quel capellone imbecille che abiura la dieta mediterranea; sei un misto inguardabile di terrapiattismo, humour napoletano mal riuscito, fare estenuato dei privilegiati, ingenuità politica figlia di stroboscopica ignoranza, e sono certo che ti piacerà anche quel turbofilosofo di merda che starnazza ovunque.
Io faccio opposizione ai tuoi denti bianchi, figurino.
Faccio opposizione al tuo garbo da accumulatore illuminato.
Faccio opposizione ai libri marchiani che consigli agli ingenui innamorati delle loro lacune.
Faccio opposizione alle foto in controluce al tramonto che posti per dimostrare quanto viaggiare salvi la vita e sia anche coraggio, rispetto a chi non si muove.
Qui è vetriolo, qui è precarietà, qui è poesia finita in una sborrata in faccia per poi dimenticarsi male nelle notti noiose, qui non si accede al club e si piscia ancora nel cassetto del padrone sfruttatore, qui non ci si vende per una pagnotta e qui il suicidio è compreso nel prezzo di nascita.
Sei un signorino che gioca con le paure del mondo, non vali niente, ti faccio opposizione.
Forse morirò presto, ma è liberatorio dirti che devi succhiarmelo, metaforicamente, si intende.

©Luca De Pasquale 2019

12/11/19

I pezzalculo, le infiltrazioni nei rapporti di piacere e il post-punk marxista


Torno in città.
Non riconosco le strade, gli odori mi confondono, le luci sono troppo veloci e sembrano portare solo a notti di plastica. Avverto una certa dose di disperazione tra le persone, disperazione che tendono a non ammettere. Nessuno è andato veramente fino in fondo, io per primo. Nessuno ha avuto davvero i coglioni di vedere nel fondo uno scopo e non una conseguenza. Anche i peccati e i tradimenti non sono stati condotti opportunamente in porto, sempre cose di mezzo, il più delle volte pensieri e tentazioni nati suicide.

Con questo tempo, con questa tormenta simbolista che imperversa su una Napoli ritratta e sezionata in lamette di dolore composto, il primo pensiero che mi passa per la testa è raccogliermi in silenzio e onorare la memoria dei miei genitori, la loro assenza, la fine della loro storia nel mondo, i ricordi del loro unico figlio. E poi ricordo. Solo due volte sono andato a trovare mio padre al cimitero. “Andare a trovare” non ha alcun senso reale per me. Sapevo che lì non avrei trovato nessuno. Non ho mai parlato a una tomba. Ho solo spolverato marmo e mangiato lacrime vecchie di anni, incapaci di uscire, di esplodere.
Le due volte che sono tornato dal cimitero, dove non avevo trovato mio padre, ho avuto voglia di farmi male, di scopare e mi sono anche sentito una specie di prostituta della malinconia. Sfiorita, rugosa, cinica e inguaribile. Non so niente di riposo, figuriamoci di riposo eterno. Per quanto ne so e sento, certe morti sono luci vaganti nella mia insonnia, gocce nel bicchiere delle medicine, infiltrazioni nei rapporti di piacere, antidoti venefici al pietismo altrui, insetticida sulle curiosità malate di tutti i cretini che non vanno mai fino in fondo.

Torno in città e i rapporti tra me e lei sono cambiati ancora. Come con un’amante. La decadenza urbana che sento nel cuore è uno schiaffo punk fuori tempo a tutte le idee di rinnovamento sparse nei libri, nei racconti e nelle telefonate della domenica. Non ho mai capito il senso delle telefonate intime in cui non ci si dice un cazzo di vero. A quel punto è meglio sentirsi, iniziare ad ansimare e venirsi nei pantaloni, profferendo oscenità con gratuito sprezzo del ridicolo. Non si dice mai la verità. Mai. Si gira intorno alle cose, ai concetti, alle voglie, ai propri limiti mentali. Si usano toni spastici di cortesia che possono portare solo alienazione, delusione con fiato cattivo al mattino, inappetenza nevrotica e brividi. Non si dice la verità, neanche quando si fotte. Non basta farsi ammanettare al letto e infilarsi maschere di animali per dirsi disinibiti e liberi. Conosco uomini che si dichiarano eterosessuali armati e non dicono il vero, perché avrebbero voglia di mettere il rossetto e andare per cessi di cinema e stazioni. E non ci sarebbe nulla di male. Conosco donne che non riescono a mettersi in linea con le loro opportune smanie carnali, e allora vanno fuori giri o finiscono per idealizzare il primo stronzo di passaggio.
In città, come in provincia, non si dice mai il vero. Si cerca di arrivare al vizio con la dolcezza, a rimorchio dei sogni. Si cerca di arrivare alla complicità attraverso la malattia, e questa roba fa schifo, fa schifo da paura.
A Gaeta sono entrato in chiesa, e per rispetto ho cercato di fare il segno della croce. Ho sbagliato gesto, e non solo perché sono mancino. Mi sono mortificato e mi sono detto che per anni sono stato lontano, lontanissimo da ogni forma di affidavit.
Mia madre non sarebbe stata contenta. Mi dispiace. Sono cresciuto con valori culturali e sociali molto simili a quelli salmodiati dai Gang Of Four nella loro più accesa fase marxiana, posso anche assolvermi se non so intrattenermi in società e persino con i gesti più diffusi di una fede che non sento. A tavola non sono un buon commensale, e se mi gira posso iniziare a dire cose sconvenienti con assoluta nonchalance. Non per esibizionismo, questo è il peggio, in fin dei conti. Per convinzione.
Dovrei darmi una calmata, lo so, perché mi mancano due anni ai cinquanta e sono anche disoccupato. “Ridimensionarmi”, come mi hanno suggerito. Anche nei modi. Scegliere la prudenza. L’attendismo e il cauto corteggiamento del meglio a venire. Così dovrei fare.
Dovrei dare il mio meglio, o quello che credo tale, per recuperare i famosi crediti che potrei aver sabotato con spirito da bastian contrario. Dovrei “spantecare” per i complimenti e per i nuovi sguardi che potrei tirarmi addosso, inclusi quelli di presunta concupiscenza.
Che vita sarebbe?
Che cazzo di vita sarebbe?
Da molluschi. Da veri reietti, e non da “pezzalculo”, come diceva ieri una tizia al telefono al ristorante, troione borghese e viziato innamorata dei cazzi bancomat e dei cinquantenni viaggiatori con montature arancioni su occhiali aerodinamici.
Cosa significa “pezzalculo”?
Quelli che non possono permettersi le cose?
Quelli che hanno sbagliato e ora pagano l’esclusione?
Quelli che non hanno acceso ai più innocui svaghi degli stressati?
Quelli che hanno mancato l’appuntamento con tutte le tappe più banali a causa di scarsa grinta, poca concentrazione e instabile sentimento di ambizione?
Sono dalla parte dei pezzalculo, anche se un tempo quelle come la conversatrice telefonica me lo facevano diventare duro come ghisa e sbavavo di rabbia sociale condotta in punta di cazzo.
I pezzalculo, cara mia, hanno storie composite che non puoi neanche tentare di comprendere. Alcuni pezzalculo si sono suicidati e tu lo hai letto sul giornale con fare indifferente, stronza.
Sono proprio i pezzalculo a non avere padroni, lo sai?
Sono i pezzalculo a spianare la strada agli uomini che ti piacciono, lo sai?
Sono i pezzalculo i fratelli che preferisco, i compagni del viaggio più importante, quello nella coscienza di classe, cara la mia conversatrice tutta “piuttosto che” e “daaaaavvero dici?”.
Non me lo hai fatto neanche diventare duro. Fallimento della classe privilegiata, una volta tanto.

©Luca De Pasquale 2019



10/11/19

Rossetto color sonno, a mezz'asta


È una guerra, quasi. La guerra del benessere da conquistare. Nei modi più disparati e spesso scomposti, le persone lottano per accaparrarsi momenti di benessere, o più facilmente uscite temporanee da condizioni stressanti. Un tempo ero più indulgente, quando notavo questi tentativi. Oggi no. Sono troppo in avanti nella coscienza per sovvertire un sistema di valori, il mio, che non prevede alcuna sbandata esistenziale per mondi che possano apparirmi eventualmente migliori. Non posso reinventarmi, proprio ora, come uno che creda alle terre promesse. Non è così. Forzature in tal senso possono portare solo a scene ridicole, di finta condivisione, oltre a mostruosità sensoriali che da sempre rifuggo.

Bisogna finirla con la farsa del possibilismo cortese. Bisogna avere le palle per dire la verità: non ho mai creduto per un solo secondo della mia vita a un mondo di miraggi, di tregua e di evasione. Il concetto di evasione è troppo spesso un oltraggio all’intelligenza, intesa in senso generico.
Non credo nel Signore, non credo nella religione premiante, e credo che l’eguaglianza sociale sia un’utopia, considerata la natura corrosa e compromessa degli uomini. Esiste, chiaramente, la possibilità di scorgere diamanti nel brago, momenti belli nel bolo del quotidiano, è innegabile. Non sono miraggi, né tantomeno premi di consolazione. Sono momenti e basta. Invece di inseguirli come idioti, sarebbe meglio predisporsi al poterli riconoscere. Senza forzature. Senza pagare stipendi e dazi d’illusione a nessuno.

Questa disputa isterica, indecorosa, ingenua come la prima polluzione notturna da adolescenti, non mi interessa neanche un po’. Non me ne interessano le modalità e men che meno gli esiti. Non muovo un passo se non sono interiormente convinto. Non vado per tentativi. Non corteggio altre realtà e non credo nei vasi comunicanti. Non invidio i ricchi, gli abbienti, i valvassori della noia, gli sciacquapalle del destino, figuranti più inani delle figure disperate nei quadri di Odd Nerdrum.

Ma chi è l’idiota che ha teorizzato il fascino irresistibile della disperazione?
Non è vero.
Garantisco. Garantisco duramente, sulle squame, sui maledetti orgasmi da mercato delle pulci, tanto cercati e poi dedicati, in sperpero, alla morte.
Per spirito di continuazione, per estetica dell’ipocrisia, per mancanza di coraggio e anche di vera cultura, gli esseri umani tendono a rifuggire la disperazione più aspra, quella che non finisce nemmeno in un bicchiere o in un profilattico. Si fugge. Si tenta qualsiasi cosa. Si cercano espedienti in continuazione.
Ci si innamora delle tregue. Ci si innamora di chi ci sembra adatto a portarci via dalla nostra piscina di ferite carnivore. Beffa suprema di beffe primigenie. Tutto quello che non rientra in nuovi percorsi di luce viene etichettato come buio, come malattia, cupezza, insulso pessimismo artistoide.
Non riusciamo a masticare veramente amaro. Non riusciamo ad accettare la morte di chi ci ha tenuto compagnia, e neanche la nostra. Non accettiamo, se non per posa, la violenza consapevole dell’espressione artistica, invariabilmente strumento di tenebre e non di salvezza.

Probabilmente sono ancor meno frequentabile di prima, se possibile. Nel senso che non simulo più, qualora io lo abbia mai fatto, quell’apertura agnostica agli itinerari di riabilitazione. Sono per la crudezza della realtà, in tutte le sue forme. Nessuna simulazione, nessun fottuto miraggio. Vivere quel che si vive, con un punto fuori la porta per le perdite di tempo. Accettare la disperazione e guadagnare punti con la vita grazie alle zone bruciate di pelle e di speranze.
Non è per qualche amico in più o per qualche possibilità da sperperare che uno deve funestarsi l’indole e cappottare come uno scarafaggio, per giunta sgradito alla parte funzionante, fintamente funzionante, di questa società di codardi e spregiudicati guaritori.
La vera lotta, a mio avviso, deve contemplare momenti di puro, devastante squallore senza rimedio. Chi si fa del male per poi tentare la nuova guarigione ogni volta è solo un viziato.
Sono i mentitori e gli ambiziosi le vere puttane. Al di là delle retoriche canzoni e poesie salvacondotto, rispetto le puttane che sono costrette a farsi montare da uomini orrendi, viziosi, puzzolenti.
Non rispetto, invece, le puttane in arte, quelle semiserie riproduzioni di sogni riusciti che creano dipendenza, voglia di emulazione e stupidità. Non rispetto nemmeno l’ingenuità della paura di vivere e morire; molto meglio, infinite volte meglio, l’errore consapevole, il movimento dell’ultimo minuto sotto il cappio della luce, nelle stanze deserte che non finiscono nei libri e nei corsi di sopravvivenza emotiva.
Quel che sia, sorridiamo fieri al funerale del nostro ego e scopiamo con la bava alla bocca sotto i tavoli delle cerimonie più edulcorate. Ogni orgasmo, ogni abbraccio, ogni fedeltà non sforzata, sono tutte scintille sotto i piedi della morte. Ne ritardano il greve compito, la confondono come i temporali più belli nelle notti di mezzo inverno.

©Luca De Pasquale 2019

31/10/19

Dissipazione e filosofia mimetica in Jérémy Chardy



Jérémy Chardy lo ha fatto ancora. Tre matchpoint sperperati a Parigi con il cileno Garin, il tennista francese esce dal torneo perdendo al tie-break del terzo e decisivo set.
Un vizio, quello di Jérémy, totalmente privo del “killer instinct” di cui si favoleggia troppo spesso. In ogni caso, Chardy bellissimo da vedere e perdente quasi sempre, anche se in questa tornata aveva fatto fuori il quasi invincibile Daniil Medvedev. Che peccato.

Ieri sera, prima di tentare inutilmente di dormire, ci avevo pensato, a Jérémy Chardy. E qualcosa mi diceva che avrebbe perso proprio il match sulla carta più facile, quello che gli avrebbe spalancato le porte dei quarti di Parigi Bercy.
E mi era scappato un “noi facciamo sempre così, del resto”, che ho evitato di spiegarmi e sul quale non era il caso di soffermarsi.
Da due mesi, quando mi metto supino, avverto il rumore del mio cuore amplificato. Un fastidio incredibile. Come se prendesse delle rincorse affannose, per finirmi nelle orecchie fino al mattino seguente. Mi hanno detto che è prassi, quando si smette di fumare dopo tanti anni di dipendenza. La cosa mi fa girare i coglioni che non se ne può avere un’idea; anche le voci convulse delle persone e le stronzate d’ordinanza nei convenevoli hanno un sapore perfido e intollerabile, da quando ho abbandonato le sigarette.

Non sono certo celebre per la mia proverbiale pazienza e per la capacità di vivere situazioni coatte. Ora è molto peggio. Peggio, ma con una serenità che non so spiegare. Non mi va? Vado via. Inutile fare storie, inutile alterarsi. Probabilmente, ho smesso anche di raccontarmi delle storie sulle persone che incontro. Troppo spesso ho applicato fantasia e istinto, perdendomi in quadri non veritieri di chi mi compariva davanti. Troppa voglia di sovvertire la realtà. Oggi, invece, sono costretto a essere chirurgico, spietato principalmente verso me stesso. Non mi concedo orizzonti di attesa e per questo vivo meglio, anche se il cuore mi va a mille nel letto e il mio tennista preferito ha la vocazione immarcescibile del perdente.

Riprovo alle quattro del pomeriggio a riposare un po’, dopo aver scritto. Non faccio in tempo a scegliere una posizione, che il mio cuore riprende il suo nuovo corso di musicista noise. Il respiro, poi, sembra interrompersi, come se mi dovessi ricordare di farlo. Mi hanno spiegato che l’astinenza da nicotina crea anche fenomeni di ipocondria veloce, come delle sveltine d’ansia che naturalmente non prevedono, purtroppo, alcun godimento, anche masochistico.
Per cercare una tregua con il mio batterista interiore, ripenso all’assurda sconfitta odierna di Chardy, ricordando un dettaglio raccapricciante: Jérémy aveva dilapidato altri cinque matchpoint proprio con Garin a Houston, a inizio anno, perdendo rovinosamente, per poi rifarsi a Bastad in due set qualche mese dopo. Magra consolazione.
Ho con la mia pace interiore lo stesso rapporto che ha Jérémy Chardy con le vittorie importanti sui campi da tennis: quando il risultato positivo sembra alla portata, il più bel colpo finisce out, l’elegante veronica termina in rete, il rovescio incrociato è scentrato, lo spettacolare tweener si rivela un harakiri.
Metafore tennistiche non a caso, lor signori.

Riesco a dormire quattro o cinque minuti, in cui il mio inconscio riesce a tendermi una trappola fantasmatica adatta per la giornata di Halloween: nel dormiveglia mi si presenta un mio vecchio responsabile al lavoro, al quale devo comunicare che sarò assente per una settimana. Il tizio è vestito di un abito stretto color merda e i suoi mocassini ricordano il vomito dopo una notte brava minorenne. Mentre parlo con lui, mi ricordo del match di Chardy e allora lo lascio sul posto, alle prese con le sue ridicole richieste di spiegazioni.
Mi sveglio di soprassalto. Quattro minuti di sonno e chi vado a evocare? Un tizio che non vedo da almeno dieci anni. Il cuore è ormai sul triciclo e il respiro appare come una scelta obbligata. Chardy ha perso nonostante il pubblico di Parigi tifasse caldamente per lui e lo acclamasse. Io ho perso la mia partita con il giorno nonostante le armi di bellezza regalatemi dalle notti trascorse a scrivere e sognare. Ho perso la mia partita con il respiro naturale a causa di un vizio e di una dimenticanza, il non obbligo di presenza. Ho perso nonostante la musica, le arti, la curiosità, l’abbraccio breve e zotico dei piaceri, la voglia di fare resistenza attiva con un silenzio armato.
Io e Jérémy giochiamo con la bellezza per perdere ancora più atrocemente, beffati dal pronostico, molli e disattenti dopo le migliori imprese, ingrati verso chi ci elegge protagonisti del giorno.

Mi rimetto in piedi. In cucina, a luce spenta, scruto il cielo e capisco che per i temporali è solo questione di ore. Nell’appartamento di fronte, la giovane coppia non fa l’amore, lei non vuole anche se lui tenta. Si vede tutto e neanche comprano una tenda.
L’appuntamento con il cuore è per stanotte, durante il temporale, l’appuntamento con il mio ex collega è all’alba ma mi farò trovare armato e lo massacrerò di rosso e oblio.
L’appuntamento con Jérémy Chardy è alla prossima elegante sconfitta, che saluterò come un richiamo morale alla dissipazione estetizzante, alla bellezza dello sperpero come filosofia mimetica per non soccombere.

©Luca De Pasquale 2019



30/10/19

La verità personale è solitudine


La malinconia sprigionata dai posti di mare a inizio inverno non si può rendere facilmente neanche sulla pagina scritta. Fatto sta che è una malinconia assolutamente preferibile ai deliri estivi, al casino, alla balneazione, alle gite in barca e a tutta la demagogia abbronzata tristemente tramandata.
Camminando sul lungomare deserto, guardo le case, villette a schiera a due piani, inframezzate da qualche palazzina di massimo quattro piani. Quasi tutto abbandonato. Seconde case di famiglie napoletane e romane. Pochissimi segni di vita e anche di colore; qualche pallone sul balcone, sdraio arrugginite, un operaio che lavora al circuito elettrico di un cancello.

Mi viene da ridere a pensare a quanti definirebbero questa scena come “deprimente” o, se proprio vogliamo strafare, “decadente”. Posso capirlo, ma per me è l’esatto contrario e su questo nessuno può discutere. Tutte queste assenze compongono invece un quadro che mi è necessario, mi rilassa, e come scritto altre volte mi distanzia. Prendere le distanze è aria pura. Tagliare pensieri e abitudini inutili, anche. Però per farlo servono scene del genere, silenzio, non necessariamente l’inflazionata bellezza.

Un amico lontanissimo, che sento con la voce ovattata mentre mi danno sulla spiaggia in cerca di mozzoni da affogare, mi chiede come mai non mi sono prodotto, in questo luogo, in qualche saggio musicale, “tu che conosci tante cose e potresti far venire voglia di trovare tesori nascosti”
Non oso dirgli che il problema sta proprio in questa presunta salvifica volontà di divulgare e comunicare, che sovente (e umanamente) viene meno, proprio perché non sono l’ego e la smania di essere seguito a muovermi.
Lui, l’amico lontanissimo, non capisce quali sono le mie vere smanie, i punti deboli diventati stelle. Dopo tanti anni, quasi incredibilmente, non capisce che sono innamorato dei margini, dei luoghi disertati, delle attività trascurate; non afferra il motivo per il quale vado cercando anfratti battuti dal vento e dalla marea, dove posso erodermi creativamente senza rappresentare una notizia per chicchessia. L’amico lontanissimo non capisce e questo spiega anche perché è lontanissimo.

Ci sono momenti di queste giornate in cui tutto quello che desidero è guardare il mare grosso frangersi sulla mancanza degli uomini, la bandiera rossa che garrisce malinconica al centro della spiaggia deserta, e pagherei per una sigaretta e nessuna domanda, nessuna proprio, nessuna teorica interazione. Solo silenzio, la bellezza del silenzio.
Per i miei gusti, negli ultimi anni ho parlato e forse scritto troppo. Ho inventato roba che nemmeno mi piaceva. Ho finto di condividere progetti e propositi, ammetto la mia colpa, la mia putrida colpa. Ho simulato un blando e circospetto interesse per notizie di viaggi, di storie sentimentali, di rinascite sponsorizzate da ditte di pastiglie logorroiche, mi sono lasciato giudicare per quel che dicevo, il più delle volte pensando a quanto sia facile prendere la gente per il culo.
Basta farti vedere un po’ propositivo e guadagni punti. È robaccia da reietti, metterla su questo piano. Basta dichiarare che non vuoi farti più del male e scatta l’applauso nevrotico, sincero ma talmente ingenuo da generare un senso di nausea. Le persone hanno una stranissima percezione di cosa significhi lottare, farsi valere, dire cose giuste, rappresentare un esempio. Quasi tutto è legato a un sistema infognato nelle apparenze, in esotismi vacui che sembrano fughe dell’anima liberata; in realtà tutto è a pagamento e tutto coincide con una drammatica incapacità di accettare la realtà nella sua sporcizia a zig-zag, con i suoi umori esecrabili, i tradimenti, le mattane, le manie precoci, i fallimenti che non diventano parabole, la gente che si suicida e si tratta sempre di “altra” gente rispetto al proprio nucleo. Non mi è mai piaciuto frequentare persone che sembrano la Compagnia delle Indie e non inizierò certo a farlo adesso.

Bisognerebbe essere onesti. Dire la verità.
“Non sono quello che credi”
“Non sono quello che cerchi”
“Non voglio entrare nel mondo che tu guardi come un atollo”
“Ognuno di noi è disperato per motivi diversi e recitarcelo con convinzione non ci aiuterà certo a compenetrarci”
“Ci sono persone che cercano gli altri per trovare luce ed essere messi finalmente in evidenza. Io non ho questa funzione, non la desidero, non ti venderò le mie tenebre come arte”
“Io, a differenza di te e purtroppo, non credo. Non credo in genere. Non si tratta di diffidare, si tratta di fare deriva”
“Non ho mai salvato nessuna principessa, semmai ho ucciso chi non conoscevo con la mia indifferenza. Mi pento solo di questo”
“L’integrità morale è una trappola borghese, ma è pur sempre preferibile all’epicureismo di maniera dei privilegiati”
“Non ho mai scritto una sola riga per piacere a un’idea di collettività, e ammetto di disprezzare profondamente quelli che inventano trame divertenti per aiutare il prossimo a sdrammatizzare. Si tratta di stronzate ben congegnate e tu ci sei dentro fino al collo. Ti piacciono i creativi, ma spesso i creativi sono delle grandi merde. Sei riuscita a idealizzare persino me”

Bisognerebbe dire la verità. La verità personale è solitudine. Bisogna farci i conti e strafottersene.
Mi piace la solitudine. Molto meno gli assembramenti, le congreghe, la massoneria del buonsenso.
La verità di un uomo è parziale quanto assoluta, ed è essa stessa un prezzo da pagare in tempo reale. Sono finalmente entrato in questo ordine di idee. Non posso ragionare per benevolenze intuite, non posso credere alle visioni degli esagitati, non posso sposare le cause degli insalivati di odio e repulsione. Non posso, infine, fingere di essere quel che non sono per raccattare dei complimenti buttati lì per empatia e per incapacità di masticare il vero dolore degli altri.
Se la mia verità è questa spiaggia deserta, queste case impolverate abbandonate alla salsedine e ai miei occhi miopi, va benissimo così.
Non si chiama depressione, tristezza, malinconia: queste parole usatele per la Settimana Enigmistica o per improvvisate recensioni di altri esseri umani.
Non per me, grazie.

©Luca De Pasquale 2019

28/10/19

Molto meglio un disco degli Stranglers al buio


Dal barbiere di paese mi accorgo che non sono ancora morto, che posso ancora parlare, esprimere un’opinione, senza incorrere in sciocchi dazi spirituali o stime approssimative in eccesso, che fanno sempre danni.
Qui non sanno niente di me.
Per chi voto, se ancora voto. Da chi o cosa fuggo. Se ho debiti e, nel caso, perché li ho contratti.
Nessuno sa e saprà mai perché sono così refrattario a tutto quel che riguarda le famiglie, quelle originarie, acquisite, quelle di mezzo, quelle inventate.
Nessuno mi vede con la sigaretta in bocca, è incredibile. Ma io so che non mi sono rincoglionito, non mi sono convertito al salutismo; le bionde mi mancano da impazzire, mi manca il sapore, il gesto, il suicidio casuale e svampito del fumarle senza fregarmene un cazzo.
Mi manca fumare di notte e poi farmi venire la nausea e la voglia di emigrare lontanissimo.
In certe giornate di sole invadente, sole per gente tatuata, gente che si fa fotografare mentre nuota e mangia, poco prima di fottere o farselo mettere in culo, mi manca anche l’autodistruzione scelta sui cataloghi onirici tra il 1984 e il 1985.

Qui nessuno sa cosa voglio, e come vorrei, come mi piacerebbe finire.
Nessuno sa che per anni ho desiderato essere un eroe con il superpotere della sparizione dopo una breve, inutile seduzione.
Nessuno sa che non riuscirei mai a fare un firmacopie e che trovo l’esibizione della notorietà una cosa volgarissima e anche puzzolente.
Nessuno sa che trovo volgare e sconcia anche l’esibizione, sia pur titubante, degli innamoramenti, della pace (ri)trovata, dell’affermazione di sé, che il più delle volte si perpetra assumendo un insopportabile contegno tutta reazione e niente contenuto.
Nessuno sa realmente fin dove io possa arrivare pur di evitare una volta per tutte il “life coaching” che va tanto per la maggiore. Tra poco avremo bisogno di coach spiritualisti anche per andare al cesso la mattina.
Preferisco un disco degli Stranglers al buio. Si impara molto di più.

Non ho più la pazienza di un tempo. Ne ho sempre avuta poca.
Non ci sto a rispondere al quiz su chi sia la cantante Soenia e a quale talent abbia partecipato. Trovo inoltre che il pop lirico sia un genere di merda, andrebbe vietato.
Non ho più la pazienza di interpretare segnali. Da chicchessia, in qualsiasi campo. Non sto a fare dietrologia, mi svuota. Il dubbio non mi eccita più.
Molto meglio un disco degli Stranglers al buio. Segui il basso di Jean-Jacques Burnel e chi si è visto si è visto.

Sai chi si è sposato? Si sono sposati Rododendro e Balaustra, che bella coppia sono! Lei è già incinta! E che servizio fotografico fuori la chiesa!
Ma chi cazzo sono Rododendro e Balaustra? Un tempo li ho conosciuti? Un tempo non è adesso, sai.
Ho visto una donna di oltre sessant’anni farsi scopare a pecorina da un giovane, dietro una finestra aperta. Da ragazzino mi avevano mentito, si cerca di fare sesso fino a poco prima di crepare. Non ho preso il binocolo e non mi sono toccato sopra la patta. C’è gente che si masturba istericamente quando sente scopare. A ognuno le sue smanie, non vi pare?
L’Umbria ha votato a destra, come volevasi dimostrare. Non mi stupisco. L’Italia è tendenzialmente un paese conservatore, eccitabile per puzze più che per odori, si scuote per terremoti, movimenti di pancia e paure. La sinistra in Italia non esiste e non passerò il mio tempo su Twitter a spiegarlo a chi passa per il mio lupanare in poche battute. Qui non sanno che sono così lontano dallo scenario di questo paese da avere smesso di votare. È la lotta che decide, non il voto. Mi sembra quasi di sentire la voce di un vecchio amico dei tempi della scuola, “sei disfattista e anarchico, non possiamo andare d’accordo”. Bum!!! Non lo vedo da venti anni, infatti. A ognuno le sue anarchie.

In paese ho visto un pedofilo fuori una scuola media, seduto su una panchina. Aveva un enorme orecchino a destra e i pantaloni grigi larghi. Si massaggiava il cazzo mentre una coppietta di filonari slinguazzava. Mi sono detto “se davvero non avessi niente da perdere, andrei lì, lo pesterei senza nessun apparente motivo, gli farei molto male sotto, ogni tanto la violenza ha un senso”. Il pensiero non lo nego, lo vivo quaranta secondi, poi mi manca una sigaretta, infine dimentico tutto e torno verso casa.
Alla radio sento un dj spastico che legge la classifica di vendite dei libri in Italia. Rischio di vomitare la colazione, mentre fuori il sole allontana brandelli di morte dalla nostra fantasia, la sessantenne si fa montare e lancia urla con la finestra aperta, non mi manco, non mi manco per niente, che farsa tutto quell’entusiasmo con le bottiglie di vino in mano e amori da tostare nascosti nello schermo del pc.
E quelle telefonate con i miei genitori dopo il lavoro, sul filo del masochismo filiale, della pazienza inespressa, del cupio dissolvi personale mai rivelato, perché la frase principale è sempre mancata: “io sto bene, mi faccio del male con tutte le cose che mi piacciono, voi cercate di vivere tranquilli anche al posto mio”

Qui nessuno sa che maledizioni private mi trascino dietro, e come le curo.
Nessuno mi rompe i coglioni con soluzioni impossibili e riconversioni in punta di plagio. Amo il punk, ma non mi tatuerò il logo dei Crass sul polpaccio.
So come dovrei girare, qui, in città e nella vita in genere. Una maglietta con “We are fucking angry”, occhiali da sole, sigaretta, stivali lavanda, un sorriso da freak disilluso. Quelli sono i peggiori, con i loro ricordi annacquati, il finto ribellismo travolto dalle sicurezze bancarie, da famiglie borghesi innamorate delle paste la domenica e delle telefonate di auguri mentre ci si fa il bidet.
Molto meglio un disco degli Stranglers al buio. Purtroppo, senza sigaretta.

©Luca De Pasquale 2019



27/10/19

E dopo?


Lo so che è sgradevole, ma è accaduto.
È accaduto tante volte.
Dopo una serata in pizzeria. Dopo un caffè con cuore in folata di speranza e cazzo tirato a lucido nei pantaloni. Dopo la consegna di un manoscritto. Dopo una di quelle inutili e dannose riunioni familiari. Dopo l’acquisto di un disco in compagnia dell’amico melomane/monomane e pure cornuto.
La domanda, insidiosa prima, violenta durante, spietata poi: e dopo?
E dopo?
E dopo cosa succede?
E dopo cosa dovresti dire e fare?
E dopo cosa devi aspettarti?
Ma che gran rottura di coglioni, tutto questo dopo da prevedere e anticipare.

Episodio di alcuni anni fa. Parecchi.
Noto una donna in un grande magazzino, più grande di me di una decina d’anni. Mi accendo come un aquilone in agonia e non ricordo, basta un attimo, perché ero entrato. La donna, bionda e con un taglio corto sbarazzino, è in minigonna a fiorellini e stivali. Occhi azzurri. Intorno ai cinquanta. Non capisco più niente, inizio a seguirla in ogni reparto. Le guardo le gambe ogni volte che si distrae. Un paio di volte, sentendosi probabilmente osservata, incrocia il mio sguardo con diffidente curiosità. Perdo la cognizione del tempo, davvero non capisco più nulla, voglio che salga da me o salire da lei o quel che cazzo sia. Penso alla scena con lei, un suicidio di piacere per due, noi animali solitari pugnalati a morte dalla luna.
Continuo a fissarla. Sento il desiderio montarmi caldo dietro la nuca, un’ossessione senza domani. Le migliori. Vaffanculo alla merda dell’ideologia della conservazione, del giorno dopo. Lei sembra gradire, ci sono concrete possibilità. Io ho quaranta anni e se non vivo in questo modo so di non avere senso. Non voglio e non posso imitare la vita a tappe delle persone addomesticate.
La seguo in un punto dell’esercizio commerciale dove la strada è cieca, occlusa da alcune pedane. Posso sentirne il profumo, mi guarda per l’ultima volta. Ho la netta sensazione di poter vivere un bell’addio con lei.
E d’improvviso, la maledetta domanda: “E dopo?”
Provo a resistere alla terribile dissuasione portata dall’inopportuno quesito, infine crollo. Con una sorta di rincorsa dolente, esco dal grande magazzino, accendo una sigaretta e cerco di dimenticare l’ebbrezza provata fino a qualche secondo prima.
E dopo? E dopo?

L’episodio, reale, risale alla fine del 2012. In quel tempo, vivevo come un clandestino e l’aspetto lupesco della quotidianità era ai massimi storici. Vivevo per lacerarmi e le situazioni improvvisate erano l’apoteosi della forma di lacerazione che preferivo. Probabilmente, sarei riuscito davvero a praticare una forma definitiva di autodistruzione, se non fossi stato assediato da quella fottuta domanda diuturna, “e dopo?”, che significava anche, volgarmente, “perché iniziare?”

In quegli anni, pensavo anche che molte persone meritassero delle lezioni. Delle dure lezioni, contro il vizio di lamentarsi e di giocare in continuazione allo psicodramma.
Parlando con persone pompose, invase da un protagonismo intollerabile, finivo con l’augurarmi che qualcuno si suicidasse platealmente davanti a loro, sparandosi in testa, non so. Perché sentivo che quelle persone di reali rinunce e di senso di sconfitta esistenziale non capivano nulla, tutte prese dalla loro frustrata quotidianità borghese in forma di bolso daydreaming.
A loro bastava un amore per rifiorire. Un maledetto amore, composto da qualche vacanza, una coppia di orgasmi liberatori mescolati a citazioni sbagliate di Hermann Hesse, oltre alla reproba e idealizzata accettazione con molliche di stima da parte di madri e padri, i grandi negatori del bene.
Solo quando la morte si fa strada tra pasticcini e comunioni, tra karaoke e mutande rosse per Capodanno, alcuni iniziano a ragionare sui loro limiti. Solo quando si esce dai libri e dalle idealizzazioni puoi dire di essere riuscito, almeno una volta, a scoparti la vita non preoccupandoti del voto.

Se il blog deve essere un diario personale, lo brucio adesso. Senza rimpianti, senza annunci. Potrei farlo senza esitazione. Forse, scegliere di tenere in vita un blog come questo significa non escludere mai di potersi fottere con quel che si prova. Nessuna verità liofilizzata. Il proselitismo negativo non funziona; c’è riuscito solo Rust Cohle. Il negativo si ricaccia all’Inferno, anche se andremo a vedere una mostra di Blake è sempre meglio tenere a bada il sottosuolo, no?
Per la prima volta, consapevolmente mi accorgo di quante volte la domanda sul dopo ha vanificato la ricerca delle emozioni, del costruito, del sano.
Punto e basta.
Non c’è nessuna ricetta per evitare l’invadente presenza di questa scorticante domanda, pregna di un sottile e sfuggente apparato nichilista autonomo.
Certo che lascio in vita il blog. Anche se guardandolo a distanza, lontano dai propositi di dieci anni fa, mi verrebbe da bruciare anche lui. Non per nichilismo o delusione (quale? Perché? In che senso?), solo perché da queste parti per costruire il nuovo si tende a distruggere il vecchio.
Faccio sempre così. Avanti tutta, nonostante la dannata domanda sempiterna.

Non posso negare che quando si esce dalla scrittura, da quella visione globale e spesso stordente, si torna a tremare, magari per un errore, un giudizio, una paura, una vecchia storia mai risolta, un senso di inadeguatezza che il titanismo del pensiero scuro, quello che amo praticare, non dissipa mai del tutto.
Essere umani significa principalmente cacarsi addosso per dei desideri ingestibili, diventare vigliacchi nei momenti migliori, aspirare a un “meglio” che di suo può significare anche meno dignità e fierezza, tenere in vita un blog con parole chiave cupe e dense, anche se l’autore si è fatto fuori un milione di volte per rinascere meno disperato in altri indirizzi.
Cerchiamo di farci valere. Ci cachiamo sotto di quasi tutto. Tendiamo verso l’assoluto come degli imberbi officianti di culti apocrifi. Pensiamo di essere importanti, non esercitiamo diritto di rinuncia. Ci lamentiamo.
Siamo vivi.

©Luca De Pasquale 2019

24/10/19

Per le belle cose in fondo a destra


Le persone sole sono obbligate a compiere innumerevoli azioni, per non sentirsi travolte. Sono costrette a aggregarsi, congregarsi, dipendere. Spesso, non resta loro che il sentimento prezioso della fiducia da concedere. Non chiedono altro che di sbagliarsi, e potersi lasciare andare, finalmente.
Sono meccanismi che vedo e comprendo anche, ma c’è qualcosa in queste dinamiche che mi è profondamente estraneo.
È decisamente troppo tardi per cercare rassicurazioni. Sarebbe patetico. La verità è che cerco altre cose rispetto all’aggregazione e purtroppo sono troppo garbato per ricordarlo frequentemente a chi mi conosce meno bene.

In una tarda e calda mattinata di giugno del 2001, nel negozio Frago Records dove lavoravo si presentò un presunto appassionato di Tangerine Dream. Un tipo competitivo, sicuramente affetto da eiaculatio praecox. Il tipo cercò per tutto il tempo della sua permanenza in negozio una “sintonia”, come dicono i formatori aziendali. Il tutto per ottenere uno sconto. Sono sempre i ricchi e i viziati a chiedere sconti. Come sovente accadeva, scoprii che il presunto krautista in realtà sapeva poco più di nulla, nozioni traslate da webzine e letture nevrotizzate, orbe, di riviste musicali. Logorrea cognitiva uguale sapere realmente poco. Decisi di non praticargli alcuno sconto, e di non dargli nessuna speranza in merito.
Lui, il furbo plutocrate, mi fece capire che avrebbe apprezzato un opportuno trattamento di benvenuto. E si trattava di un solo cd.
Sorridendo e fumando una sigaretta, all’epoca si poteva e quanto mi manca quell’epoca, dannazione, dissi soavemente “mi dispiace, qui si tratta di succhiare cazzi”
L’uomo trasalì, forse preparandosi a una disputa, se non a una rissa.
Non sapeva, il tangerino, che si trattava di un mio modo di dire, anche in casa, persino quando i miei genitori mi raccontavano un aneddoto.
“Prego?”, chiese irritato.
“No, dicevo che sulla scontistica, con la crisi che c’è, si tratta di succhiare cazzi”
“Non capisco questo modo di esprimersi così triviale”
“Perdonami, è che io sono un commesso franco, per così dire tondeggiante, con un modo di interfacciarsi quasi omerico, come avrai notato. Ribadisco: con l’impossibilità di praticare sconti entrambe le parti che finiscono a succhiare fortissimo cazzi, noi e voi. Un vero peccato”
Non vidi mai più quell’uomo. Detestavo le perdite di tempo. Ancora oggi. E soprattutto, non tollero chi cerca di guadagnare simpatia con la presunta sintonia, di chi parla di “lunghezza d’onda confacente”. Mi risulta allora naturale, in presenza di lunghezze mentali, porre la questione a modo mio, rivelando che tutto questo ciarpame emotivo da illuminati è questione di succhiare cazzi e anche meno.

Sono sempre stato sboccato. All’epoca, nelle varie epoche, mi dicevano che lo facevo per stare al centro dell’attenzione. Niente di più fasullo e dietrologico. Lo facevo unicamente per sintesi e per estenuazione. Se costretto, ancora oggi posso ricorrere allegramente alla coprolalia, soprattutto concettualmente.
I tabù verbali, come quelli sessuali, hanno sempre scatenato l’animale antisociale che è in me, antisociale in accezione di “non disponibile a mediazioni di sorta”.

Mio padre nel 2003 fu contattato da un suo ex compagno di scuola, un noto avvocato del quartiere Chiaia, il quale, dopo alcuni nauseanti convenevoli, cercò di rifilargli un quadro del tardo ottocento napoletano, approfittando della debolezza che papà mostrava nelle trattative e della sua bassa resistenza rispetto all’acquisto del superfluo.
Dopo una disgustosa telefonata che io origliai dalla mia camera, mio padre venne a chiedermi un parere sulla questione. A parte che economicamente eravamo già in fiorita decadenza, non potevo sopportare che quel cravattaro fermentato profittasse di un ex impiegato in pensione, e allora proruppi forte: “Papà, perdonami ma qui si tratta davvero di succhiare cazzi”
“Luca, potresti usare un linguaggio meno scurrile? Ti ho pregato tante volte… sai parlare così bene…”
“Ascolta papà. Questo pompinaro…”
“E dalli! E coraggio, basta!”
“… fammi finire, papà. Questo riccastro maledetto vuole fotterti, te ne rendi conto? Ne abbiamo abbastanza di quadri, non farti fregare. La prossima volta rispondo io e se insiste vado a cercargli, tu mi capisci, moglie o figlia…”
Fu a quel punto che vidi mio padre aprirsi in uno dei suoi rari e splendidi sorrisi innocenti, perché aveva capito che la volgarità caricaturale di cui abusavo era una manifestazione-scorciatoia di assoluta, parziale protezione.
E dunque, da quel giorno fu tacito che il mio “si tratta di succhiare cazzi” era una formula dissuasiva semplificata. Punto.

Più passano gli anni, più le falsità, le artefatte ingenuità e in particolare le smanie di aggregazione mi infastidiscono. Quando la vicinanza non è un fatto naturale, a me fa schifo. Senza sconti. Puoi essere chi vuoi tu, se non è naturale per me si tratta solo di succhiare cazzi e allora non ci sto.
La maggior parte dei rapporti consortili, tarocchi e coatti si basano sull’affannoso cimento di succhiarlo alle apparenze da attraccare in porto. Non si dice mai la verità. Soprattutto quando è lercia. Nell’ambiente artistico è tutto un succhia e lecca generale, in cui alla fine, lontani da sguardi discreti e indiscreti, si sputa il frutto di tanta arte del contatto. Nei rapporti quotidiani si mente, in famiglia si mente con in grembo altarini e cinture di castità macchiate, nei rapporti sentimentali si tende a nascondere la libido, la fortuità inesorabile dell’osceno che richiama alla base. I nostri desideri sono masturbazioni noiose portate per le lunghe, le nostre illuminazioni sono quasi sempre a pagamento, le persone che ci piacciono è solo perché ci girano intorno o non riusciamo ad ammettere di volercele chiavare.
Le convenienze, la paura di morire soli, la paura di non godere, la paura di far incazzare Dio, il volgarissimo desiderio di sopravanzare il prossimo, la sciocca persistenza nell’idealizzare le fasi di innamoramento, l’autopietistico bisogno di ritrovarsi bambini, tutto questo ci costringe a succhiare continuamente qualcosa e a mandar giù il veleno, lo sciroppo e anche l’acqua limpida, senza distinguere più un cazzo, robotizzati, ridicoli, il ventre esposto alle maledizioni più penose, quelle del nostro micromondo pervertito dal tempo.

Non esiste obbligo d’amicizia o stima che tenga. Tutto quel che accade deve essere naturale, non forzato, sincero anche se nauseante. Ogni sovrastruttura puzza di paura e di merda. La vita deve essere punk e anche anarchica.
Perché costruire un mondo di cristalli da esposizione, quando la triste signora è lì nell’ombra a sghignazzare?
Non esiste obbligo di bella forma che possa snaturare la primaria animalità di un individuo socialmente sciolto e non interessato al branco.
Ogni consiglio con frusta e decalogo è da rispedire al mittente, non si fanno carte, si tratta solo di succhiare cazzi.

©Luca De Pasquale 2019

22/10/19

Mi prendi se cado?


Diversi anni fa incontrai in funicolare una donna che mi disse, ex abrupto: “la tua occasione con me l’hai avuta e l’hai sperperata, anche se forse non te ne sei accorto. Peggio per te e buona vita”. Occasione? Buona vita? Non riuscivo a capire di cosa stesse parlando, e tutta quella fierezza mal riposta mi fece impressione, quasi paura. Pagherei per avere una fotografia della mia espressione in quei momenti. Quel che è certo, dovevo avere una gran faccia di cazzo. Come tutte le volte in cui la vita o chi per lei ti presenta il conto senza che tu abbia consumato niente.

In questi giorni mi è tornato in mente quell’assurdo episodio, che ovviamente non approfondii in alcun modo. Forse mi è tornato alla memoria perché questo autunno trascorso in strade deserte, senza le mie amate sigarette, privato persino di quella vanità al negativo che mi ha reso celebre nella mia invisibilità, mi sta lasciando scoprire tutte le foglie morte che ho disseminato nella mia esistenza.
Mi tornano in mente, sulle spiagge ventose, negli anfratti delle darsene, volti di amici, flirt dimenticati, illusioni metaforiche del cuore, proiezioni color antrace della sensibilità suicida, abbracci che non si sono ripetuti, entusiasmi che sono finiti carbonizzati sul bordo di finestre umide, in case abitate ora da gente attrezzata.
Sto invecchiando, mi dico senza tristezza. Sto invecchiando e ne sono consapevole, anche se c’è chi, a un passo dalla morte, ancora danza con una rosa in bocca e un dildo di speranze attaccato ai pantaloni. Sì, è vero: in teoria sono ancora giovane. E per certi versi, diamine, sono ancora un ragazzo. Ma non sono tipo da prendersi in giro. È più quel che ho dietro che il resto della strada.
Sarà per questo che non sopporto più chi si illude. Chi fa finta di niente. E quello stordimento ebete che viene qualificato come “necessaria leggerezza” da chi non sa praticare altro che la bilancia tossica di melodramma e rinascita.

A volte, nel cuore della notte, ho delle brevi fitte dolorose nella zona rossa della mia memoria. Ricordo con chiarezza chi si è affidato a me, alle mie parole, al mio affetto, e vorrei chiedere scusa per ogni attimo in cui posso essere stato una delusione.
Se credessi. Se credessi nell’aldilà o in qualche scenografia della consolazione, avrei ben tre genitori da ritrovare e anche degli amici che hanno terminato la strada prima di me. Invece, e con tutta la nitidezza del caos, non so niente di quel che accadrà. Non penso alla morte, come crede stupidamente qualcuno. Non sono così macabro. Sono piuttosto uno di quegli uomini che riescono a misurare continuamente le assenze, e in quei vuoti dentati riesco a trovare ruolo, spazio, orgoglio e persino arte.

Non so dove sia adesso quella donna che in funicolare mi ricordò con rancorosa solerzia della mia occasione persa. Penso che questi sentimenti farraginosi e squilibrati andrebbero rimossi, se non presi a calci. Anche io avrei tanto da ridire su certi comportamenti, e non solo in materia amorosa, anzi. Se mi concentrassi per bene troverei di che polemizzare per qualche anno. Per ricusare. E per diseredare affetti standard che invece avevano il culo sporco e la coscienza colabrodo.
Si tratta di materiale totalmente inutilizzabile. Perdite di tempo. Non più consentite. Quel che è stato sia oblio.

Quel che non si riesce a dimenticare è, piuttosto, la fiducia che hai scorto negli occhi delle persone. Quell’affidarsi che non andrebbe mai tradito. Quel chiedere a voce bassa “mi prendi se cado?” che finisce sempre per risultare un’altra domanda, se non una stupida rivendicazione.
Se ho mancato di cingere forte qualcuno sui contorni traballanti delle notti, devo solo scusarmi. Proprio io che sono una caduta incuriosita non dovrei permettermi certe leggerezze, neanche per gioventù, foga o desiderio.
“Mi prendi se cado?”
Stai già cadendo, come me, da sempre. E io ci sono, nella mia invisibilità complicata.

©Luca De Pasquale 2019