29/11/18

Scene blu di amore frainteso


La stazione è deserta. Esiste davvero l’ultimo treno della notte o è una fantasia di noi decadenti? L’ultimo treno della notte è fantasia mitologica di tutti noi frammentari, impegnati a dimenticarci in tempo reale, tutti noi che nel pensiero includiamo il movimento successivo della bocca che si ferisce anche solo per comunicare l’ora a qualcuno.

Le stazioni di notte, che meraviglioso sapore. L’odore della notte invernale, le mani fredde, l’amore che non si compie. L’amore che sfugge, tradisce, si nega, si smarrisce nelle pagine sterili di un diario senza fiori secchi a segnare le pagine più sincere.
Le stazioni di notte annullano lo storico del dolore e aumentano a dismisura i rimpianti per il possibile che si è frainteso, di cui ci si è vestiti per lunghe estati di silenzio e di ritualità incomunicabili. Le stazioni di notte sono la foto migliore dell’enorme abbandono che ci vive dentro dalla culla, sono l’immagine simbolo delle nostre mani protese verso una perdita, verso il grande e svogliato tradimento di ciò che manca e non ci parla più da quando ci ha imbambolati nel dolore vigile.

Mi sono sempre sentito a casa quando ha acceso una sigaretta su un binario vuoto, di notte, guardingo e stanco. Così come mi sono sempre sentito a casa nello sguardo delle sconosciute che non potevo avere e non potevano avermi. Per tutto l’abbandono che mi nuota dentro, l’amore compiuto è un furente atto di vita che mi lascia sorpreso, confuso, incredulo e paradossalmente scontento. Ho custodito come tesori, come regali insperati, gli sguardi di interesse di donne che sapevo benissimo di non poter amare, per motivi differenti ma sempre convergenti, l’inapplicabilità del momento.

Sono abituato ad essere inquilino veloce e mai proprietario. Sono abituato a sottrarmi disgustato dalle competizioni tra maschi bavosi. Sono sensibile ai fiori notturni e guai se si sporcano con il quotidiano, con parole banali, con interessi spoetizzanti. I fiori della notte devono conservare quella seducente alterigia che li rende impossibili da cogliere. Mai accorciare volgarmente le distanze, mai proporre il reale ad un sogno che si stupisce.

Sono a mio agio in scene blu notte di amore frainteso, vagheggiato, lampo d’anima senza abbracci, senza poesie, senza numeri di telefono e promesse. Sono abituato a restare sveglio nel letto quando i pensieri mi vietano il diritto ai sogni. Sono anche abituato a considerare certe conversazioni notturne come brevi soste in un oceano caldo dove affogare senza troppo panico.

Sono un uomo perdente, urbano, rarefatto, notturno e rabbioso di retromarcia, dignitoso nella ferocia, spaurito come un bambino nelle emozioni che comportano continuità. Non è solo colpa mia. Ne sono consapevole, e allora devo cercare delle scene di quiete, come un regista a caccia di luoghi per un film dal copione claudicante e diseguale. Per lunghissimi anni ho cacciato in continuazione donne da perdere e a perdere. Le candidate più convincenti erano naturalmente quelle in fuga dall’inizio, pronte a repentine inversioni di marcia, capricciose, insoddisfatte, vanitose anche solo nel dolore, quasi sempre propense a concedere status di passione ad uomini più capricciosi di loro e mai, ovviamente, a cupe guest star come me.
Anche quando mi sono fermato in amori solidi e stabili, ho continuato a vivere la sindrome della morgana sbagliata che avrebbe dovuto, ed io lo esigevo, mandare tutto a rotoli e velocizzare le dinamiche della frana interiore perpetua. Un gioco al massacro in cui, pur partendo da posizioni di vittima predestinata, finivo per interpretare il ruolo di carnefice e stella filante suicida.

Cazzo, da bambino quando venivo a sapere che qualcuno si era tolto la vita restavo per ore a pensarci, spiazzato e affascinato profondamente. Mi segnavo i luoghi e le ore di quei gesti, i nomi delle strade. Qualche volta ho anche raggiunto quei luoghi, nascosto in un cappotto grande e liso, nebulizzato dal fumo della sigaretta, con un taccuino in tasca dove non scrivevo mai quel che mi proponevo. L’odore del dolore, della resa, l’odore acido e maestoso del coraggio personale al rovescio, quello che si dimentica subito.

La stazione è deserta e ho voglia di una Coca Cola. Sono dannato e astemio, le due cose non sono mai andate d’accordo negli occhi degli altri. Come vorrei che esistesse, l’ultimo treno della notte. Destinazione sconosciuta. Nessuna traccia di reperibilità, perché da sempre la reperibilità è il mio peggiore incubo: trovarmi dove qualcuno si aspetta di trovarmi. No, non può funzionare.

Vorrei avere venti anni in meno e non sentire addosso questo uncino del tempo che mi sparisce da dosso, e pazienza se tornerei di buon diritto ad essere un sognatore mediocre ed inesperto. Mi sono sempre innamorato di donne che si erano perse e che per sfida al dolore si impegnavano a non vedermi mai a figura intera. Il fascino dell’essere fantasma passionale in scene blu di amore frainteso è che puoi illuderti che quel solo attimo di vicinanza e di promessa non sarà mai dimenticato.
Invece non è così.
Ci dimentichiamo in continuazione, ferocemente, correndo come stupidi drogati verso il luminoso baratro disegnato ad arte da chi ci vuole proteggere da noi stessi, dalle nostre vecchie ferite. Quelli sono sogni sbagliati.
Dobbiamo amarci in quei minuti oscuri, in quei luoghi che non saranno mai ricordi da condividere, dobbiamo amarci fuggendo in direzioni opposte, dobbiamo amarci di nostalgie palafitta che ci renderanno mostri di rancore, di imbarazzo, sognatori spogliati sul palco della redenzione dimostrativa.

Le stazioni di notte mi servono per dimenticarmi ancor più velocemente del tempo reale, e per non darmi il tempo dilatato e seducente delle scene blu dalle quali dipendo per volontà di coazione a morire una volta ogni tanto, per necessità inamovibile di farmi male nel tributo sterile alla bellezza che svanisce non appena la scorgi.

©Luca De Pasquale 2018

27/11/18

Giardino d'inverno con vendetta


La corsia dell’ospedale puzza di medicinali, detersivo, vecchiaia e morte. Alcuni degenti coricati sulle barelle, nei corridoi, dormono ma la loro smorfia tradisce la presenza incombente della morte. Pietosi e stanchi, i parenti esercitano il loro diritto/dovere di visita, alternando le dovute attenzioni al pigro trastullarsi con telefoni e ammennicoli vari. Questo è luogo di malattie e di cure, di lacrime prenotate e vecchi rancori mai sanati, questo dovrebbe essere luogo di Dio più delle chiese, ma io di Dio non ho mai capito nulla, non l’ho mai considerato nemmeno come un lontano, sfocato parente. Confermandomi per l’ennesima volta fuori da ogni grazia, assisto alla rilegatura confusionaria di pagine di martirio come un testimone fantasma, infuocato in petto, che si dissolverà in un fulmine mentre nessuno starà guardando il cielo.

Al piano terra, la guardia giurata rivolge la parola alla sorella di un ammalato, tutta culo e bocca e con pesante inflessione dialettale. Una bolla di sesso ambulante. Sesso in dialetto e tanti saluti alla morte. C’è un venditore di calzini che prova a rifilarmi i suddetti e anche una finta stilografica. Gli rispondo con lo sguardo, “hai interpellato la persona sbagliata, amico”.
Fuori piove leggero e sporco. Detesto gli ospedali. Preferisco i cimiteri, la quiete dopo le visite, il silenzio di marmo e impotenza, ma gli ospedali proprio no, non li reggo. Tutti quegli sguardi di dolore sono troppo per uno della mia specie, metà uomo e metà continuo altrove.

Mentre cerco e chiedo, mi viene in mente quello che pensavo da ragazzo, e cioè che non avrei voluto superare i trentacinque anni e che il mio sogno inconfessato era quello di sparire dalla società civile per suffragare la perenne tentazione di essere lupo solitario in altri contesti, con altre leggi. Poco lontano dall’ospedale, ho visto una puttana in un’automobile. Lo sportello semiaperto lasciava intravedere le cosce custodite da volgarissime autoreggenti da discount. Tanto rossetto. Qualcosa sotto i sessanta. In altri tempi, con altra rabbia, con altra rassegnazione, le avrei dato quindici euro per farmi toccare il cazzo. Non per desiderio sessuale, solo per avvicinamento tra disgraziati, reietti e ribelli. E poi, chi è il ribelle tra me e lei? Non è detto che possa essere io, anzi. È quasi certo che sono io il più ipocrita e accomodante tra i due, con la mia inservibile buona educazione, il mio modo più o meno corretto di esprimermi in italiano e i miei vecchi pullover di negozio buono.

Lei è certo meglio di me. Non ha tentato di entrare in un mondo che le faceva schifo, e se l’ha fatto è stato per inerzia e non per utopia. Non ha stretto mani con fiducia. Non ha fatto come me. Non ha cercato di scrivere libri senza sapere nemmeno perché. Non ha giocato al ruolo scivoloso del brillante incazzato, che io ho tentato con i crampi allo stomaco, senza nessuna convinzione, disprezzandomi e disprezzando. Che ipocrita. Quante volte mi è venuto da dire “pompinari, non scriverò mai il libro che desiderate, il vostro mondo non mi interessa, mi fa senso” e invece stavo lì a citare musicisti e scrittori maledetti, realmente maledetti perché clamorosamente morti prima che la società imbarcasse i chili di merda che oggi nuotano felici.

Durante la giornata in ospedale e anche in tanti altri momenti di questo inverno arrivato a patta aperta, continuo a ripetermi il mantra che ho amato e che padroneggio meglio di ogni guinzaglio, niente da perdere niente da perdere niente da perdere niente da perdere tranquillo niente da perdere.
A che cazzo serve la famiglia? Ad evitare lo schianto e l’autodistruzione? A barcamenarsi tra furbizia triviale e senso di protezione per sé e per i comodi amori ufficiali? A che cazzo serve la famiglia, a sentirsi meno soli in tempi di disgrazia? Mi dispiace, ma di famiglie felici ne ho viste pochissime, e forse le ho anche fraintese a prescindere, idealizzandole per superficialità. Il resto, caos, melma, convenzioni, orrori sotto il tappeto, ignoranza.

“Un tempo scrivevi delle cose divertenti… bukowskiane… adoro il tuo primo libro… ora scrivi cose cupe, violente, ma perché?”. Tante persone hanno il grosso problema di restare legate ad un ricordo, magari fittizio; non sono capaci di considerare il tempo come fattore non neutrale nella vita propria e degli altri. Vogliono ricordarsi di te in un certo modo, brancolando svogliatamente in sensazioni invecchiate, massacrate dai calendari che bruciano sulla pelle e nel cuore. Quando sento puzza di teneri, indimostrabili ricordi, io mi sottraggo.

All’uscita dell’ospedale, incrocio gli occhi di un vecchio in pigiama che fuma appoggiato ad un muretto. Occhi grigi e vuoti, unico obiettivo la sigaretta. Io non sto così, e non sarò mai così. Negli occhi conservo il profumo del giorno seguente e questo continuerà a fottermi nei secoli dei secoli. Il giorno seguente è un mio preciso dovere, considerata la storia.
Non c’è bisogno che Dio o chi per lui venga, come qualcuno mi ha insipidamente augurato. Non tutti chiamiamo soccorso. Ho in mente questa definizione, “animale iperboreo, il lupo incarna inoltre la luce primordiale originale, lo si ritrova infatti al centro di tutte le tradizioni nordiche, è l’animale che vede la notte”, e tanto basta.

“Vedere la notte” non significa essere nottambuli o banalmente nictofili, cosa che comunque sono, vedere la notte comprende tutta una serie di elementi altri, non particolarmente tranquillizzanti. Vedere la notte significa muoversi ed esprimersi in territori che sarebbe perfettamente inutile recintare e proteggere, vedere la notte significa rendersi consapevoli che nessuna protezione è possibile, e che l’inseguimento della felicità non ha più senso che andare a recuperare dalla soffitta, per chi ce l’ha, la scatola del piccolo chimico che da bambini ci acquietava per qualche ora. La guerra e le relative battaglie, la vendetta, la strenua difesa della libertà di vita e di morte, di amore e di infedeltà, ecco il territorio reale, ecco il reale cimento. Vedo la notte, mia, altrui e generica, mentre guardo disgustato le gambe deturpate della vecchia puttana, mentre mi perdo, assente e ferito, negli occhi degli ammalati e nella pazienza minata e lacrimevole di chi li sorveglia. Vedo la notte mentre il taxi mi riaccompagna in un punto della città senza indirizzi, senza porte da chiudere alle spalle per dimenticare. Vedo la notte quando parlo con persone che mi ricordano chi dovevo e potevo essere, cosa si aspettavano da me e cosa hanno provato venti anni fa per un mio sorriso.
Vedo la notte quando smonto quella farsa che io stesso ho fagocitato, “vorrei diventare uno scrittore”. In tanti dicono quell’oscenità retorica, “per me scrivere è come respirare”.
Siete falsi. Siete marketing gruviera. Siete vergogna e ambizione. Siete scrittori, ma non meritate un solo demone reale nel cuore. Anche i tormenti sono schermati dal ruolo cui anelate. Per me invece scrivere è come fottere, uccidere, fuggire e soprattutto vendicarmi. Lo scrivo in una giornata in cui ho saputo difendermi, creare, portandola a casa senza infamie. Non scrivo mai in stato di alterazione o rabbia, anzi; e dunque rivendico quanto appena asserito, in quiete, a ganasce chiuse.
Scrivere per troppo amore dissolto, scrivere fottendosi ora dopo ora, scrivere per rubare stracci alla morte, scrivere per non cedere alla società, al flusso morboso dei buoni sentimenti da esibire, scrivere negando Dio, certo, non escludendo però la preghiera laica dell’alba, “che i miei tormenti comincino una buona volta a comunicare tra loro”. Così, giusto per dormire un po’.

©Luca De Pasquale 2018

21/11/18

Un limbo da arredare


Arrivo su un punto del lungomare dove non c’è più parapetto. Le onde sono molto alte e si frangono contro la piccola barriera di scogli antistante la strada. Mi dicono di non avventurarmi oltre. Vado avanti lo stesso, fino a quando la strada non diventa cieca e il mare tracima. Qualcuno continua a dirmi che devo allontanarmi, perché rischio di affogare. Riottosamente, decido quindi di tornare indietro ma la violenta scena del mare che arriva in strada mi attrae al punto che provo il desiderio di spogliarmi e lasciare che l’acqua mi prenda. Con me c’è una donna. Non riesco a vederne i tratti, è come un’ombra, è come aria elettrica al mio fianco. Non voglio giocare con lei e con i suoi giochi, desidero solo il mare in tempesta.

Mi ritrovo con le mani per terra, quasi caduto dal letto. Era un sogno. Un maledetto sogno. L’ennesima allegoria. Simbolismo anche facile, ma non per questo meno incisivo. Sono le quattro e venti della notte, fuori c’è una luce chiara macchiata di nero, dopo i violenti temporali che si sono succeduti. Penso che dovrei mettere su un caffè. Penso anche che mi hanno rotto le scatole per anni con la contestazione strumentale e gratuita dei miei amori. Sulla mia strada ho sempre trovato qualcuno che ostentava scetticismo e diffidenza rispetto alle situazioni che amavo di più: i fuochi di notte, le stazioni dei treni all’alba, gli autogrill notturni deserti e popolati da perdenti e ladri, il sesso rubato con persone distanti e incompatibili, i giochi autodistruttivi di sensi dopo le feste, le riunioni e i ridicoli fescennini della buona borghesia perennemente intenta a sancire nuovi inizi con rituali pubblici. Per anni mi hanno rotto i coglioni, invitandomi pigramente a scoprire “l’inaudita potenza delle immagini positive”. Senza capire che alle mie passioni tenebrose non ho mai dato valore negativo, e mai attribuirò valenza positiva alla speranzosa superficialità obbligata, lì fuori.

Mi alzo e guardo il panorama. Ci sono delle finestre accese, come al solito. Penso all’insonnia di quegli sconosciuti. Debiti? Malattie? Nevrosi? Sesso coniugale e non? Cospirazioni? Magari io ci faccio filosofia decadente sopra, e invece oltre una di quelle finestre illuminate c’è un pervertito vestito da coniglio che si sta facendo orinare addosso da una prezzolata conciata come Wonder Woman. Ma che importa? Perché giudicare? Siamo noi insonni il vero popolo attivo della notte, mica i gaudenti sempre in giro a sbirciare i propri vizi.

Ogni notte, un sogno diverso mi sveglia fra le tre e le quattro, e io non mi riaddormento più, consumandomi come una candela fino alle prime luci del giorno. Nessuna pillola fa effetto. Sono prigioniero dei miei sogni e della conseguente vita onirica del mio doppio. Questo rende le comunicazioni diurne difficili, farraginose, spesso squallide e frequentemente inopportune. Se a faticosi conati di comunicazione si aggiungono i convenevoli, ecco che sono costretto a darmela a gambe alla svelta, con passo felpato. Noi insonni dovremmo darci appuntamento di notte per strada, come zombie, e ognuno di noi dovrebbe portare con sé una bottiglia di vino o una scatola di pasticcini da regalare al casuale Dio della notte che ci sarà dato in dote dalla suggestione del momento. Dovremmo accoppiarci tra noi, senza speranza d’amore duraturo e senza retorica dell’orgasmo, per poi scomparire alla comparsa della luce, evitando la pretesa di essere storia e vissuto di qualcun altro.
Come vampiri in carta copiativa, dovremmo morderci, sussurrarci promesse già scadute da tempo e infine avere lo stomaco e lo spirito di piantarci da soli un palo nel cuore, all’arrivo dei soliti fottuti e striscianti esattori della vita.

Dovrebbero dedicarci dei bar, a noi insonni. Dei locali appositi che non siano però discoteche o club del lubrificante. Dei luoghi di sogno mancato, piccoli e contenuti, che possano rilassare la pelle tesa delle nostre condanne e che possano dare tregua al petto infuocato dei nostri demoni interiori. E invece niente, niente che valga la pena: solo tanto conformismo del vizio, coadiuvato da una dialettica invecchiata e balbettante in punta di trasgressione. Tutto ciò non serve a noi insonni consapevoli di non poter essere guariti e riportati sulla giusta sponda della quotidianità.

No, non serve eiaculare a piacimento, piacere alle donne, sedurre altre persone in crisi, guadagnare insperati consensi e sorridere nelle foto. Non serve. Quello che ci serve è guadagnare un regno, che non sia quello della pietà, della tranquillità per endovena. Non ci servono libri che ci spieghino come evitare il male. I fenomeni consolatori sono il nostro drappo rosso; noi insonni siamo come piccole bestioline iconoclaste che giocano stupidamente, e per condanna, con il riassuntivo binomio Dio/Demonio. Ma non ci crediamo neanche noi, se solo indagaste un po’ di più. Dateci un regno che non sia un’elargizione divina o troppo umana, dateci un limbo da arredare come cazzo ci pare. Un luogo di luce corrotta da dove possiamo illuderci di poter scegliere tra lo spauracchio della quiete e il canto delle sirene dell’Inferno. Lasciateci sguinzagliare le nostre passioni a miccia corta per le strade della notte, saremo innocui se voi continuerete a dormire.

©Luca De Pasquale 2018

18/11/18

Teppista tra preghiere giocattolo


“La tua vita non vale un cazzo in questa città”
Abel Ferrara – Il cattivo tenente

La vecchia signora, oberata da buste della spesa e china sul suo corpo rimpicciolito, si ritira a casa nel vicoletto antistante il supermercato. Suo figlio è in galera da un anno. In giro si dice che gli altri detenuti abbiano fatto entrare scorte di rossetto per farsi succhiare il cazzo da lui. È diventato una delle puttane di Poggioreale.
Guardo la signora, le offro aiuto ma lei si rifiuta e io, dopo una sincera e doverosa insistenza, scompaio dalla sua vista. So che la vecchia signora si reca a messa ogni domenica. Mi congratulo con lei per la perseveranza. Io sarei già impazzito. La verità è che senza credere in qualche onnipotente la vecchiaia perde il suo valore, come la catarsi del dolore e come l’assurdo pensiero che quante più croci addosso nobilitino gli esseri umani condannati a portarle.

Qualche giorno fa un disoccupato trentenne si è lanciato sotto la metropolitana, nella stazione di Mergellina. I Vigili Del Fuoco hanno impiegato ore per estrarre il suo corpo straziato dalla morsa maciullante della motrice. Un testimone ha raccontato che la testa dell’uomo era praticamente sparita. Forse qualche stronzo si sarà fatto un selfie, come escluderlo ormai?
Ho letto la notizia su un quotidiano on line, mi è venuto un brivido d’orrore tra schiena e collo.

Ho dei rimpianti. In questi giorni ho dei rimpianti.
Uno su tutti, quello di non aver intrapreso quelle strade estreme che tanto mi chiamavano e che mi si vendevano come scorciatoie per un attendismo esistenziale che non è nella mia cifra emotiva. Invece, ho cercato di essere ragionevole oltre le mie forze e adesso devo constatare la sconfitta della pazienza, della fiducia indotta, dell’autocontrollo che mi sono calato per endovena e mai per panico. Nei discorsi che sostengo, nei convenevoli che mi fanno perdere tempo, per fortuna non emerge la mia intolleranza totale per quella “normalità” che mi è stata tramandata come obiettivo ed è di contro una dannazione stupida.

A metà di una giornata che non sembra intera, entro in un bar e prendo un caffè senza averne alcuna voglia. Dentro so di essere un teppista nascosto in un giubbotto blu di buona marca. Ma sono un teppista e questo posso dirlo solo io, al di là di ogni possibile e fuorviante apparenza. Nel bar mi ricordo di quella vicina di casa che si faceva scattare foto sexy in minigonna a gambe aperte o in situazioni downblouse e poi mi invitava a masturbarmi la notte a casa mia, “così non siamo troppo coinvolti, ti pare”. Non l’ho mai accontentata, la sua richiesta era troppo stronza e distante anche per una banale perversione da polso. In compenso, mi ero masturbato un paio di volte per sua sorella, alla faccia di quel cornuto moderato che era il marito, un lardoso ingegnere con la pappagorgia. Accadeva più di venti anni fa, ma anche con lei, e quasi con tutte le donne della mia vita, mi sentivo un teppista travisato.

Torno per strada. Da due settimane mi saluto con il fioraio all’angolo. È una persona gentile e merita il saluto, non solo il mio. Quello che chiede l’elemosina fingendo che gli trema la mano non lo considero nemmeno e gli faccio zig-zag, pur senza irrisione. Le due ragazze che lavorano nel negozio di telefonia sono decisamente da scopare, tant’è che l’esercizio è sempre gremito di maschi bavosi. Sono da scopare, non da sposare. Solo che sarebbero da scopare con disperazione, ed ecco che allora quell’esercito di lumaconi non servirebbero alla bisogna, tutti carichi di buone intenzioni, inclusa quella, aberrante, di scegliere una bella madre per la loro futura prole. Questi programmi, non contenendo disperazione, sono poco interessanti e troppo prevedibili per le mie abitudini mentali.

Napoli qui, Napoli lì, il rinascimento, le app, i negozi intelligenti, il cibo equo e solidale nascosto negli anfratti di quartieri popolosi, le escursioni alla Gaiola, la new wave artistica cittadina, la finta coscienza civile che si racchiude in movimenti. Che vada tutto a farsi fottere. La vita in questa città non conta un cazzo, dov’è l’improvvisazione di cui si ciancia tanto? Noi dovremmo improvvisare come jazzisti malati, non finire nel disegno commendevole di altri. Scrivere un libro colmo di speranza per me non vale più che iniettarsi una dose nel cesso della pizzeria “Zio Aglio Atque Cugina Pizza”. In fondo, sono anni che cerco una possibile redenzione, a vuoto.

Quando ero ragazzino, la domenica si andava a mangiare dai parenti. Ci andavo di malavoglia e non vedevo l’ora di tornare ai miei primi dischi e ai miei libri. Non ho mai sentito un solo granello di calore in quegli incontri telecomandati, gravidi di ipocrisia, strisciante perbenismo pettegolo e luoghi comuni da usare come stuzzicadenti. Mio padre anche si rompeva i coglioni, ma fingeva di essere un uomo accomodante. Io invece non ci riuscivo, e smaniavo fino ad arrivare a piccoli atti di teppismo, come quando sputai in testa al mellone del piano di sotto e si scatenò un putiferio condominiale. Oppure mi chiudevo nel bagno, prendevo la rivista Rakam e per una mezza coscia mi svuotavo parzialmente delle mie aggressive pulsioni sessuali.
Durante un pranzo di Natale che faceva schifo per quante banalità si erano diffuse tra una portata e l’altra, finii ad incendiare un libro in salotto. Perché mi annoiavo a morte e perché quelle maledette riunioni non mi dicevano niente. Non mi interessava avere una famiglia: mi interessava piuttosto bruciare, bruciare presto, senza la grazia tra i piedi.

Finisco il mio pomeriggio in un negozio cinese già addobbato per le feste. Mi aggiro tra i vari reparti con inconsapevolezza, senza nessuna intenzione di acquisto e nemmeno di curiosità visiva al fine di scriverne poi. In quell’albergo di Milano, sette anni fa, rifiutai la “coperta” sessuale che il portiere mi aveva suggerito e non accesi la televisione via cavo in camera. Ero lì per un corso di aggiornamento che non sarebbe servito ad un cazzo, come avevo compreso dall’inizio, e per due notti mi sentii terribilmente solo. Perché non potevo fantasticare, pregare e tanto meno dissiparmi alla ventura. Dovevo aspettare. Aspettare qualcosa. Sviluppi. Anche solo il mattino seguente. Non sono tipo da aspettare alcunché. Brucio anche per l’attesa di un turno in farmacia. Perdo atomi anche quando lavo i denti. Perdo pezzi persino quando sono fiero di me, di non aver rotto la faccia a qualche idiota, fiero di qualcosa che ho esternato, fiero di aver trovato un vinile rosso raro ad un collezionista compulsivo che prima o poi ucciderò in una traversa, a pochi passi da casa sua, soprattutto se non ha figli.

Da tempo osservo le pose intellettuali altrui con disprezzo e nausea, e mi chiedo severo se non ho fatto di peggio, con la mia negatività carica di ancestrali rimandi ad autori dimenticati dai più. Mi chiedo se con la mia decadenza senza freni non ho fatto anche peggio di questi prelati della speranza culturale, categoria che avverso con tutto me stesso.
Ho fatto di tutto per non diventare una zoccola e ho anche evitato di diventare un assassino. Ma dentro sono un teppista fornito di una buona educazione; e come tutti i teppisti, sono perdente, fuori moda e condannato a lunghe trafile di dannazione per ritrovare un’identità che non faccia paura agli altri e alle mie stesse notti.

©Luca De Pasquale 2018

16/11/18

Capponi in declino a caccia di Erinni


“L’heavy metal è un genere bianco e di destra, non ti si confà”, mi disse una volta uno stronzo saccente, uno di quelli che si istruiscono (o credono di farlo) attraverso fanzine, passaparola, santoni del web e vecchie cariatidi fottute dalla vita. Io gli risposi che ascoltavo metal e jazz in pari misura, e gli segnalai che buona parte del miglior thrash metal e di certa NWOBHM operaia era invece smaccatamente di sinistra. E che per quanto mi riguardava, la mia vicinanza “politica” al metal poteva sintetizzarsi con un minestrone di Sacred Reich, Sodom, Kreator, Queensrÿche e Megadeth. Nulla di assimilabile al suo pregiudizio.
Era una vita fa. Di stronzi come quello, impanati diversamente, ne ho incontrati a tonnellate. Clienti, capi, colleghi, conoscenti, olezzanti incantatrici della vaginocrazia, teoreti del terzo sesso vincente, pallidi integralisti cattolici dalla vena Ku Klux ad capocchiam, salici piangenti con il cuore nel ventennio e nelle rose viennesi pagane, figli di papà segretamente innamorati della menzogna colossale di professarsi di sinistra. Mentre loro mi sparavano predicozzi sulla mia presunta incoerenza ideologica nell’ascoltare heavy metal, io leggevo libri e libri sul Black Panther Party, e mi appassionavo alle magnifiche storie perdenti dei minatori inglesi.
Guai ad uscire dagli stereotipi: ti si può accusare di tutto.
Conosco uomini così impauriti dal sembrare sessisti da aver assunto pose omosessuali fittizie. Siamo al paradosso, temere che essere maschi e vogliosi di sesso sia indice di atteggiamento violento e misogino. Ecco perché ci sono in giro tanti maschi che valgono meno di un cappone e hanno l’uccello che fa quattro gocce procreative per poi finire in soffitta.

Ancora oggi, c’è gente che si reca in libreria per darla a bere circa un sincero interesse per i libri e la parola scritta. Ci sono cinquantenni ambosessi che ancora strologano sull’amore ideale, evitando di scopare duro e sporco perché altrimenti si deconcentrano dalle utopie. C’è chi urla da quarant’anni il suo dolore atavico, ma non ha mai pensato un solo istante di darsi la fine. E allora, se volete le farse facciamole pure. Ma facciamole bene. Facendoci male di rischio, senza arretrare quando le cose si mettono di merda.

E così, qualcuno stabilisce che a quasi cinquant’anni non puoi ascoltare i Celtic Frost, se nella tua vita sono entrati Van Morrison, Charles Mingus e John Coltrane. A quasi cinquant’anni, poi, devi esserti calmato, non puoi permetterti il fare riottoso, che con superficialità viene associato a parabole adolescenziali. Ti è invece consentito, anche se sei in coppia, andare a caccia di fica, frequentare librerie e diventare uno di quei panetti di burro fuso che si fanno tutte le presentazioni, presenzialismo sensibilizzato. Ti è consentito provare illuminazioni guidate, libri profetici, coglioni con il pastrano e la barba mesciata, palestrorsi a testa in giù sulle spiagge cittadine a recitare oscuri mantra in sumero moderno. Ti è consentito ossequiare i tuoi morti, sparare veleno sulle “persone false” quando il primo della fila sei proprio tu, tu e il tuo frustrato randello da scimpanzé ammaestrato.
Ti è consentito esibire una bella discografia da raffinato collezionista, non perderti in oscure band belghe di speed metal, che non puoi giustificare solo con il fatto che ti piacciono i perdenti e i nascosti al mondo. A te uomo di quasi cinquant’anni è permesso tentare di diventare l’ennesimo chef saputello del cazzo, ma guai a te se in quello che scrivi non ometti la violenza, l’ingordigia sessuale che ti porta a cercare bocche e caverne, e guai se sembri una carcassa spolpata proveniente da qualche ideologia fallimentare come il socialismo reale.

Oggi pomeriggio ascolto un disco fantastico, “Be” di Common. Conscious hip hop con tinte funky, completamente negro, sensuale e anche adatto per darsi da fare con il sesso senza pulcini e campanelle (consiglio all’uopo il torrido e penetrante “Real People”). Me lo posso permettere, ho sempre sperato di essere negro dentro. Ma come si mette la cosa con il fatto che stamane ho ascoltato i Necronomicon, oscuro e storico combo di thrash tedesco? E come la pensavano i Necronomicon? Erano fascisti oppure potevano suonare nello stadio anarcocomunista del St. Pauli? Ed io, io perché dovrei rispondere su questa materia?

Si apre un nuovo ciclo, quello della tarda maturità imminente e naturalmente immanente. Sono franco fino allo sfinimento e lo dico, se non avessi costruito qualcosa sarei uno con poche preoccupazioni, mettere qualcosa in tavola, perdermi in qualche donna inaffidabile e capricciosa, mandare a fare in culo i molestatori, collezionare dischi eterogenei da non mostrare a nessuno. Non ho mai sognato di farmi una famiglia da pubblicità, non ho mai sognato bambini che mi corressero in grembo urlando “papà”, ho sempre considerato la quiete una materia impossibile da gestire e la guerra il segreto rosario delle notti oscure. I perbenisti nomenclano questo stile come “aridità” o, peggio ancora, “rabbia”.
Cosa rispondere? Credevo di morire molto prima. Cosa dire? Spero ancora di non diventare vecchio, non troppo almeno. Gli anni passano troppo velocemente, anche i peggiori, così sarà solo un soffio di vento la mia vecchiaia. E allora, a che scopo vendersi e simulare armonia nei convivi polverosi che ti vogliono sempre per metà e con la patta ben abbottonata?

Il prete farà la sua omelia, che io non ascolterò. Poi passerà un emaciato grissino a prendere le offerte per la bisogna. Non ho mai imparato una sola preghiera, tradendo memoria corta in materia di obblighi. Le donne che non sono riuscito ad amare hanno cambiato le tende di casa, il sapone intimo e il contegno. Gli amici che non ho saputo mantenere cadendo nel dimenticatoio hanno cambiato gusti musicali, sono insoddisfatti e condannati a schemi borghesi che fingono di amare, si trastullano con inutili libri di scrittori italiani e chiavano una volta al mese con la compagna, pensando ad altre donne. Viaggiano e tornano più infelici di prima. Si masturbano su assurdi filmati olandesi finti amatoriali, dove donne corpulente vengono prese da dietro in cucina, infilandosi un dito in bocca a favore di telecamera. Loro si eccitano per questa messinscena, vengono copiosamente, non come con la moglie, e poi vanno a fare un acquisto su Amazon oppure si mettono in testa di scrivere un libro. Alla cui presentazione io non andrò mai. Alle presentazioni di libri si dovrebbe andare solo per fottere, uccidere o rubare. Sono melma. Anche quando ci credi. Anche quando riesci a comunicare qualcosa. Comunque ti vendi. Comunque sei a tranci. Comunque sei inutile.

Le donne che non sono riuscite ad amarmi hanno cambiato le loro speranze.
Io ascolto metal mitteleuropeo a quasi cinquant’anni, ma se mi chiedi un elenco di contrabbassisti slovacchi ti posso rispondere con amore senza che tu te ne accorga. Affronto i ricatti affettivi con la calma bonomia del seppuku emotivo, compro libri di vecchi scrittori irlandesi morti in miseria, non scamperò alla legge divina dell’oblio e del fuoco. Cerco di mangiare, non vado a caccia di onori, coiti, apparentamenti, affiliazioni, il bello mi piace trovarlo nel fango che si tiene a debita distanza dalle belle case e dalle belle persone costruite.

Ho quasi cinquant’anni, sono irrimediabilmente fottuto. È bello risorgere e costruire qualcosa consci di questa condizione. Ogni giorno cerchi di vestirti bene e lavare i denti, ma questo non ti sottrae al ruolo primario, l’addio che si aggira per strada con l’illusione di nascondere l’animale dietro l’elegante rassegnazione.

©Luca De Pasquale 2018


15/11/18

I giorni del bastardo


Quella del piano di sopra va a pisciare alle due della notte e usa delle babbucce rumorose. Quando va a pisciare io mi sveglio dai miei incubi o dai miei sogni troppo passionali e quindi incubi.
Se dormo. Naturalmente.
Quando la stronza piscia io mi levo dal mio mondo senza contorni e finisco nella realtà, fatta di balaustre, steccati, miserie umane emotive e corporali, piatti lavati nell’asciugatoio, l’ansia fermata e incaprettata alla bocca dello stomaco, il pigro capriccio della mia vescica che si rifiuta di piegarsi all’apparente gioventù dell’uccello, e finisco per sentire nitido il mio odore dove non voglio sentirlo. In casa. Odio spargere il mio odore nelle case, come un animale ferito non da compagnia.
Il mio odore mi ricorda il sonno infranto, la legna della notte che si inventa nelle tenebre invernali per dare coraggio; il mio odore mi ricorda che vivo avanti ai miei cattivi propositi e che la rabbia la controllo come potrei controllare la mia mano se mi masturbassi per dare sollievo a quella mignotta dell’ansia.

Le mie comunicazioni esterne sono calme, misurate, stranamente asettiche e descrittive quando serve. Non mi piace vendere le emozioni all’ansia di farmi sensazione in una sincerità quasi controproducente. La maggior parte delle mie più segrete emozioni è chiusa a chiave in una stanza di cui solo io ho delle chiavi, in cristallo e lacrime. Quelle che non posseggo sotto mano. Quelle che non uso come la gente usa le canzoni e certe preghiere solo tramandate.
Se dico la verità, e la dico spesso, mi sembra quasi di squartare un capretto sulla tavola imbandita di un Natale familiare che in ogni caso non mi riguarda e non mi coinvolge. Se ammetto certe dosi di amore, mi suicido in pubblico e questo non mi va affatto. Potrei suicidarmi in pubblico solo per sfregio e per sfida, in un disegno alla rovescia. In un avvicinamento ad una pazienza che non ho mai sentito urgente.

Dalla finestra della cucina si guarda in strada.
Insegne colorate sfidano la desolazione della notte, il sonno, l’amore e la morte. Qualunque calcolo la mia mente esegua, il risultato è sempre lo stesso, invariabilmente: zero virgola infinito. L’infinito è la variante aggiuntiva allo zero che combatte per non rotolare mestamente a valle.
Ci vorrebbero notti che non finiscono mai, notti in cui puoi uscire libero, sapendo che non diventerà mai giorno e quindi potrai lasciarti andare ad ogni cosa che ti piaccia, ti attiri, ti logori le catene senza fare troppo rumore.
Davvero non so perché io sia così attirato dalle insegne dei negozi accese di notte, dalla desolazione delle strade, dai lampioni più dimenticati. Non lo riesco a capire del tutto. Forse perché queste scene riescono a convincermi che c’è una casa dell’infinito personale anche per chi da sempre vive senza sentirsi mai a casa. Mai. Anche quando si dorme, si ama, anche quando qualcuno ti carezza proprio quando non lo chiedevi.
Poco prima dell’alba, mi seggo accanto alla finestra della cucina ad ascoltare delle tracce di Andy Stott, uno dei miei artisti della notte. La sua musica mi aiuta a pensare e ad affrancarmi da tutto, me stesso incluso. Ho sonno mentre guardo fuori. Ho sonno e il mio risultato personale è zero virgola infinito.
Ho sonno. Se mi mettessi a scrivere un libro, andrei in cocci. Mi piace, certo che mi piace, cazzo; ma non è il momento adatto per concedermi questo lusso.

Sono stufo anche delle citazioni sulla notte. L’ho scritto tante volte, chi cita continuamente scrittori e pensatori ha qualche problema irrisolto. Ho montagne di problemi che non sono irrisolti, piuttosto incancreniti e da sfidare con un atteggiamento definitivo. Dunque non posso permettermi quelle dannate e professorali citazioni da patetismo seduttivo. In culo la seduzione una volta per tutte, e con lei la malia della lingua che ti entra in bocca a perlustrarti un po’ di vita con il profumo della morte rinnegata.

Come quando ero bambino, penso a che significato ha il suicidio. Me lo sono sempre chiesto. Immagino un titolo di giornale a proposito di questa notte: “Disoccupato si lancia nel vuoto in piena notte”. No, è generico. “Giovane uomo trova la morte lanciandosi dal terzo piano. Aveva anche scritto due libri”. Nessuno scriverebbe una merda del genere. Ma la verità è che non ho nessuna voglia di uccidermi anche se lo dico sempre, che sin da bambino io sono carne da suicidio, sono un test ambulante, una scommessa persa, sono l’ombra dell’amore che ho ricevuto. E quindi, senza enfasi, sono condannato a giocare con la morte anche quando sono soddisfatto e propositivo.

Un’altra notte insonne.
Servono le carezze, contro l’insonnia?
O piuttosto serve l’indifferenza che si fa colore netto e dunque confine?
O non serve un cazzo e basta?
E l’insonnia, quanto è bella quando ti segna con tratto attoriale, spendibile in pubblico? L’insonnia è una bella puttana e a me le puttane mi hanno sempre corroso le budella, perché non potevo nemmeno definirle.

Sono giorni da bastardo. Alcuni non mi piacciono per niente. Ma sono giorni da bastardo che mi tengo stretti, perché sono abituato a sentirmi un bastardo in presenza dell’ordine altrui. Sogno il silenzio che anche i bei viaggi non ti sanno regalare. Non sogno, invece, l’ingenuità della pace. Mi irrita troppo il gesto della rottura di quel forziere, con conseguente dispersione delle ombre. Anche quelle delle quali sono innamorato.
Se per avere pace e tranquillità devi perdere tutte le ombre, compresa la tua essenza, il gioco non vale la sofferenza.

©Luca De Pasquale 2018

08/11/18

Amanti insoddisfatti al mercato delle pulci


Ho lo sguardo basso, eppure ogni volta che lo alzo incrocio gli occhi di qualcuno, in profondità, senza imbarazzi.
Ieri sera in direzione opposta alla mia camminavano una donna e una bambina di circa dieci anni. La bambina ha detto, rivolgendosi alla madre: “Mamma, noi nel settemila dovremo fare un sacco di cose”
E la madre, sorridendo, di rimando: “Amore, mamma nel settemila non ci sarà più”.
È stato come se qualcuno mi avesse colpito con un montante allo stomaco. Mi sono intenerito tanto per il fantasioso proposito della bambina che per la risposta dolce e sincera della madre.
E mi sono anche detto senza nessuna solennità che era tempo di tornare al mio inferno privato, del quale detengo un copyright a prova di bomba.

Funziona così, ultimamente. Catturo e assorbo tutto, sono lampi che mi invadono e altrettanto velocemente mi abbandonano, come amanti insoddisfatti del gioco. Non ci sono intenzioni serie, in me e in giro, per quanto concerne la gestione dei lampi. In quanto tali si abbattono, si frangono sulle mie barriere di cartapesta, mi illuminano, mi eccitano e poi muoiono, tornando nei reami utopici che li hanno generati in assenza di fede e di speranza.

Da giorni accuso dolori alle braccia e alle mani. Di notte aumentano, spostando il baricentro febbrile della mia insonnia dalla veglia consapevole al “dolore con gusto”. Sì, quel dolore fisico non troppo forte da demolirti, ma sufficiente per piacerti un po’ e spossarti quanto serve per darti l’idea che è vero, stai sondando l’abisso e ne uscirai a testa alta come sempre.
Non ho intenzioni, in questi giorni. Non tramo, non genero strategie, non sono nemmeno passivo, Aspetto l’onda per correrle dentro come un gioco sessuale, un gioco di inghiottimento e piccola morte. Mi piace essere sepolto dall’onda che non conosco e ritrovarmi mezzo nudo nel deserto, l’attimo dopo, a riflettere con aria incerta.

Se potessi, girerei per bar notturni, possibilmente malfamati; trascorrerei volentieri ore e ore in locali vicini al porto o alla stazione, sempre in orari di poca luce. Mi piacerebbe possedere la cifra strafottente dei dannati inconsapevoli, quelli che si compiono in atti di dolore decente senza la certezza del cammino. Invece sono lucido, spietato, analitico fino alla consunzione dei desideri, e capace come sempre di essere sovversivo nel mio stomaco, nel mio cuore, nella mia perdizione da mercato delle pulci.

In certe notti e cieli non è lecito e opportuno desiderare compagni d’avventura o di emozione. Questa squallida paura della solitudine che urla in giro è la peste che non vorrei mai poter osservare. Cerco punti di osservazione isolati, con scarse tracce di presenza umana; mi conforta la discesa della notte, proprio come quando ero bambino e il giorno mi sembrava un segmento rumoroso da superare in qualche modo.
Non credo alle fate. Non credo alle compensazioni. Non credo nei colpi di fulmine e quanto ai giochi di anima bella che brilla, mi sembra di giocare a biliardo con degli attori prezzolati pagati per fottersi la smania d’amore tra loro, rituali da fachiri urbani. È tanto più facile, invece, scendere di casa con la propria vita precedente arrotolata tra le cosce, come un secondo organo inutilmente riproduttivo; uscire per strada decisi a giocarsi carte veloci, chances disperate di collisione per uscire dal cono d’ombra il tempo di un lavaggio a gettone.

La consapevolezza del dolore non è così brutta come la si dipinge. Per me è un continuo sprone a perlustrare le zone più buie dell’animo umano, e con loro quei desideri con la coda mozzata, sfigurati da guerre di delusione e da sconcertanti prove di banalità quotidiana.
La visione negativa del mondo è solo un invenzione di chi ha paura di vivere per morire. Io vivo per morire, da sempre e con l’istinto di morte sotto il braccio come una baguette appena sfornata; le stanze che mi piacciono di più sono quelle a picco sulle leggende d’amore interrotte.
Verrà di nuovo Natale e poi Capodanno e poi le mutande rosse, gli auguri, i fiocchi, il cazzo in erezione, la voglia di scrivere, l’odio per la stupidità, i pessimi libri per natanti umani in avaria, le conversazioni secche e anoressiche sul filo di un nichilismo di maniera, arriverà il soffio notturno del Diavolo a darmi filo da torcere con quella lussuria che conosco fin troppo bene, contorcersi comodi in libera uscita dal dolore per tornarci poi più belli, più seduttivi, più inutili e per questo acclamati dalle persone sedotte dalle disperazioni occasionali.

©Luca De Pasquale 2018

04/11/18

La bellissima pioggia del novembre 1985


Uno dei miei ricordi più belli è legato ad un’atmosfera, come spesso accade. L’atmosfera di un tardo pomeriggio di tantissimi anni fa, precisamente nel freddo novembre del 1985. Ero uscito sotto la pioggia per recarmi all’unico negozio specializzato in heavy metal del mio quartiere, un minuscolo negozio che si trovava in via Crispi e di cui ho già scritto in qualche nota. Non ricordo nemmeno come si chiamasse, l’ho rimosso.

Nonostante le esagerate implorazioni dei miei genitori, e in particolare di mio padre, che non volevano uscissi sotto la pioggia battente, indossai il mio datato giubbotto nero e grigio e andai alla ventura, fresco di paghetta per comprare un vinile metal. La città sembrava deserta. I napoletani non amano la pioggia, è risaputo. Si spaventano per quattro gocce e rinunciano facilmente. Io invece la pioggia la amo, adoro il tempo piovoso e anche il vento che sferza la faccia, sono una strana creatura del sud. Infatti per me Napoli è meravigliosa sotto i temporali, è una città gotica e misteriosa, la mia cupissima Gotham dei miracoli rispediti al mittente. Sole, mare e pizze non fanno al caso mio.

In venti minuti, fradicio e ansante, ero al negozio. Acquistai, nonostante le frustranti reprimende e il palese biasimo del saccente e pustoloso commesso, un vinile degli Attacker, “Battle At Helm’s Deep”, un ottimo disco di heavy/power metal americano, copertina orripilante, votata negli anni successivi come una delle peggiori del genere e non solo. Perché lo compravo? Per spirito di contraddizione. Perché mi piaceva il power a stelle e strisce. E perché mi piaceva il nome della band e l’iconografia non proprio vincente dell’artwork.

Pagai il disco al malmostoso esperto, uscii dal negozio e lì iniziò la dose di magia che non ho mai dimenticato e che ora mi fa scrivere questa nota. Per via Crispi c’ero solo io, sotto scrosci torrenziali di acqua deviata dal vento. Lampioni tremolanti con luce giallognola, le finestre accese nelle case. Mi trovai solo, fuori al negozio, che ricordo aveva un’insegna verde. Mi sentii profondamente, totalmente libero. Giovane. E ingenuo. Tutte le aspettative della mia serata erano in quell’oscuro disco degli Attacker, e a me andava benissimo così. Speravo anche che ci fosse, nel disco, una di quelle ballate drammatiche e arpeggiate che tanto amavo e che poi i Queensrÿche (The lady wore black, I dream in infrared) mi avrebbero elargito di lì a poco a piene mani. Avevo una gran voglia di innamorarmi, anche e soprattutto non ricambiato, perché mi sembrava un cammino interessante da percorrere. Certo, avevo freddo e il vento mi tagliava le labbra, ma è quella l’atmosfera, lo penso ancora oggi, che può spingere un uomo ad innamorarsi sul serio, non importa se per sempre.

Quale era il nome della ragazza che mi era destinata? E quale nome avrei dato allo struggimento, alla mia età, al coraggio delle tempeste che –ne ero certo- mi avrebbe spinto a scrivere tutta la vita? Le risposte transitavano in quell’atmosfera da tregenda atmosferica, sotto l’instabile e pencolante insegna di quel negozio di nicchia, in quella magnifica e decadente strada deserta. La città era dunque ai piedi della mia giovinezza, della mia incoscienza e anche del mio amore assolutista per la musica tutta, a iniziare proprio dall’heavy metal.

Scrivo di quella serata e di quel disco degli Attacker esattamente trentatré anni dopo. Non ho mai smesso di amare pioggia, vento e dischi. La mia Gotham ormai mi vive dentro, cupa scenografia in cui mi arrogo il puerile diritto di essere sia Batman che il Joker, alternando le maschere a seconda della gradazione del dolore. Sono divorato e dileggiato dal desiderio di anarchia e non mi è affatto estraneo lo scomodo e direttivo abito della vendetta. Il pipistrello giustiziere, il criminale beffardo, l’uomo, gli elementi liberati nella notte. In fondo, da questo punto di vista, non è poi cambiato molto. Fino a poco tempo fa ho continuato a cercare le atmosfere opportune per innamorarmi di qualcuno o di qualcosa, poco importa se non facevano al caso mio. Senza atmosfera, non amo con la garanzia della durata. Una persona mi deve portare e regalare la tempesta che cerco da sempre, non il brivido erotico, non la svogliata comprensione o l’avvolgente concretezza. E questo vale anche per la musica e per le mie scelte, dalle più grandi alle piccolissime. Atmosfera, meglio livida che solare, e mille volte meglio un bacio nelle tenebre che una celebrazione sotto la luce naturale dell’estate.

Erano anni che volevo riacquistare, simbolicamente, quel vinile degli Attacker, finito perso o venduto in chissà quale buco nero dei miei anni di adolescente. Ho sempre ricordato il nome del bassista, chissà come mai: Lou Ciarlo. Un eccellente bassista, per quel che doveva fare in quel contesto.
Ho comprato “Battle at helm’s deep” stamattina, ristampato in vinile verde (più poster…) da un’etichetta greca, la Eat Metal Records. Non vedo l’ora di riceverlo. Forse me lo metto in cornice. Così come ho messo in cornice, come ricordo, il violento e sfacciato coraggio di quegli anni vissuti sotto le insegne malferme di un’epica ingenuità, disarmata e spesso controproducente.

Oggi sono uno dei tanti disillusi e cinici che girano per il mondo, con il mio carico di ferite, di vendette consumate o in preparazione, di amori abortiti, di confessioni interrotte sul più bello, di imprese fallimentari e di rapporti umani andati a puttane senza ombrello. Oggi mi sento il Batman incarnato da Bale, non il Joker. Le tenebre devono fare paura a chi deve averne, e per quanto mi riguarda devono essere l’atmosfera dei regni che sono riuscito a dominare contro ogni previsione esterna. Sì, è vero: uno dei miei grandi difetti è che mi innamoro prima delle atmosfere e poi, e non è detto, del resto. Ma cosa posso farci se mi sento un uomo di vento, e devo quindi cercare i luoghi adatti dove far sentire la mia voce senza essere condannato o fare paura? Il male è restare fermi. Il male è non ricordare le emozioni. Il male è tradirsi per avere accesso a qualcosa che non dovrebbe essere concessione ma sbocco naturale. Come il lavoro, ad esempio.
Ma questa è un’altra storia, su. Viva gli Attacker e la pioggia che guardo ora da questa sedia nelle tenebre tascabili di una nuova stanza lontana dal lontano che non voglio più.

©Luca De Pasquale 2018




03/11/18

L'impossibile asservimento ai piccolo borghesi


In quarto ginnasio, in un tema in classe, citai l’arpeggio di “Take hold of the flame” dei Queensrÿche e da lì sviluppai una trama che sconcertò il mio professore, il glorioso ed insostituibile Massimo Lojacono, uno degli unici tre insegnanti che mi sono piaciuti.
A quel tema presi 7,5 ma quello che ricordo di più è la domanda che mi rivolse Massimo alla consegna delle valutazioni: “Perché tutta questa sofferenza?”
Non seppi rispondere a questa domanda diretta. E non (solo) perché non avessi gli strumenti per capire; è che proprio non mi rendevo conto di dibattermi già in qualcosa di molto più grande di me, il disagio non verso gli esseri umani, quanto nei confronti di una società che già allora mi piaceva poco e che oggi mi ripugna addirittura.
Forse all’epoca cercavo di salvarmi ascoltando moltissima musica e scrivendo temi disperati, che per fortuna il mitico professor Lojacono non mi censurava più di tanto, anzi. La domanda che mi fu posta contribuì ad accelerare in me l’urgenza di una spietata riflessione.

E così tornai a casa confuso, incazzato. Misi su proprio il pezzo dei Queensrÿche che avevo citato e cercai di dipanare la matassa che avevo in testa e soprattutto nel cuore. La famiglia, intesa come sistema esteso di affetti da non mettere in discussione, mi provocava uno sgradevole sentimento di costrizione e di morte interiore. L’amore mi interessava moltissimo, ma era come prenotarsi per un corso di tradimenti e menzogne. Così lo avvertivo, come un laboratorio di bugie bianche, nere e comunque sporche. Eppure, era appena iniziato. Non mi fidavo. Non mi fidavo nemmeno di me stesso.

Dopo un intero pomeriggio passato ad ascoltare dischi, mi resi conto che vivevo con l’idea che dietro a tutto ci fossero troppi trucchi e che la sensibilità è qualcosa che ti frega, ti frega sempre. Non c’era psicologia improvvisata che tenesse, era qualcosa che mi portavo dentro e che non potevo rimuovere. Decisi allora, se di decisione si può parlare, che avrei vissuto senza pianificare mai, senza farmi illusioni, senza credere, credere in assoluto. Vivere sui margini, sugli angoli squarciati, nascosto dietro porte chiuse, prigioniero degli specchi prima e dopo l’amore, e capace di non spaventarmi per la presenza accanto a me di angeli caduti, di fallimenti e di abbandoni. Non cercavo la poesia nel fallimento, per meglio dire cercavo il senso del fallimento esistenziale e dunque il suo superamento.

Non desideravo accordarmi. Assuefarmi. Adattarmi. Non desideravo complimenti e la stima, soprattutto quella esibita io non l’ho mai cercata. Non so perché ripenso al professor Lojacono, ai miei temi e agli anni del liceo Umberto (un errore frequentarlo, anche se era di fronte casa) mentre aspetto la pizza in un ristorante. Al tavolo a fianco c’è un tizio con i capelli brizzolati che parla ad alta voce. È in compagnia di una moglie sfiorita e due amici pari età con un’aria da stitichezza scongiurata. Buona borghesia quartierale che si parla addosso. Il brizzo dice “non capisco la scelta di Melania… si è legata a quel ragazzo, che sarà anche intelligente ma è uno spiantato, non è determinato, non è nemmeno laureato e non ha un avvenire, ma che dico avvenire? Finirà male, e lei con lui se non lo lascia”
E la moglie: “Vuoi che le parli?”
Il brizzo: “Prima o poi qualcuno dovrà farlo, altrimenti saranno guai per lei. Non possiamo permetterlo!”
Questo discorso captato, anche se sbocconcellato, mi porta a sentir crescere un desiderio di violenza nello stomaco. Vorrei alzarmi e sbattere la testa del brizzo nel piatto, vedo la scena e la ripercorro vergognandomene, ma la scena continua e mi guardo mentre gli divarico la bocca con le dita e ci sputo dentro, dannato piccolo borghese di merda, dannata nullità, una delle tante. Lo so bene che il mio ribrezzo per la piccola borghesia è considerato una sorta di malattia dell’invidia da cui occorre guarire, ma chi pensa questo non ha capito assolutamente nulla e si rifiuta a sua volta di accettare le diversità che non si attenueranno, anzi. Non ho mai aspirato e mai aspirerò –sarebbe in ogni caso troppo tardi- agli agi e alla tranquilla svenevolezza condizionabile di quel ceto intollerabile. Mi avvio verso i quarantasette anni e con forza crescente mi oppongo ad un pacioso assorbimento verso una finta pace sociale che non sento dentro e che ha reso degli idioti quelli che partivano dalle mie stesse posizioni e si sono rinnegati. In questo, sono peggio dei piccolo borghesi e provo rabbia nell’intercettarli continuamente. Solo per affetto verso i miei cari e per frammenti di speranza verso la razza umana non sono diventato una scheggia realmente impazzita; ad evitarmi conseguenze peggiori ci ha pensato una delle mie specialità, l’educata gestione della disperazione.

Con alcune donne è andata male perché speravano che facessi marcia indietro. Speravano che mi sarei distratto con dei viaggi, con delle belle letture in foulard e calzini di filanca, pensavano che mi sarei deconcentrato dalla guerra pubblicando dei libri e sentendo una piacevole refola sotto l’ego e un buon profumo femminile nel ghetto residenziale del cazzo. Sono anni che mi dicono che prima o poi troverò pace. Ma che significa trovare pace? Disinnescarsi? Tranquillizzarsi e godersi una pipa a picco sul mare? Significa ottenere delle entrate in più e dimenticarsi gli anni senza certezze, senza acqua calda, senza ferie pagate, significa dimenticare la brodosa pietas borghese nei momenti di bisogno, i fitti saltati, i dischi e i quadri venduti, le prediche saccenti dei borghesucoli facenti funzione? Io non sono uno di quegli uomini che si vendono al bene per un libro con il mio nome in copertina, per una bella scopata nella casa al mare e nemmeno, incredibile, per una collezione di dischi in regalo. Non sono in vendita: non per eroismo, piuttosto per reale convinzione. Non essere in vendita non significa che qualcuno mi acquisterebbe, ne dubito; significa che non mi vendo nemmeno ai miei, di sogni.
Mangio la mia fottuta pizza olio e pomodoro. Finisco, pago. Quando mi alzo, il brizzo stronzo sta ancora pontificando sulle scelte opportune da compiere nella vita. Non ho più voglia di sputargli in bocca, però mi fa schifo lo stesso. Spero di non rivederlo mai più, ma tanto ne incontrerò altri, e la nausea non diminuirà nemmeno di una tacca. Dopo tanti anni di strenua difesa di un’inutile incorruttibilità, dovrei essere stanco, esanime. Quasi arreso. Qualcuno al mio posto avrebbe già da tempo cominciato a votare a destra o rendersi ridicolo in nuovi panni da equilibrista coglionaro anti-ideologico. Ma non è il mio caso. Le mie idee non sono mai state in pericolo, le mie idee sociali non sono mai state messe su un piatto della bilancia per un tozzo di pane o una dose lutulenta di elemosina civile. Le mie idee sociali restano dove sono, isolate quanto si vuole ma fiere e pronte a combattere nella meravigliosa utopia di non perdere la dignità e l’identità.

Quando scrissi quel tema che partiva dal pretesto del brano dei Queensrÿche ero in un periodo di formazione. Ho scoperto in seguito che molti dei miei amici dell’epoca pensavano che fossi di destra perché ero individualista e anche per la mia totale, corrosiva insofferenza verso i capipopolo delle occupazioni con kefiah e slogan precotti tra bocca e culo. La cosa mi divertiva e ho giocato sull’ambiguità perché depistare a volte è l’unica salvezza. Iniziavo a capire con orrore quanto ci tengono gli esseri umani a farsi un’idea di chi hanno di fronte, basandosi su una mortificante spicciolata di elementi da far combaciare.
Sono individualista nella mia guerra alla piccola borghesia, all’ignoranza, al pressapochismo, alla ovvia e tronfia epopea del capitale da difendere. Sono individualista nella mia tendenza suicida a darmi latente e oppositore quando convocato al tavolo della ragione sociale, perché non è giusto coinvolgere chi mi è accanto in un corpo a corpo con demoni fluttuanti. Sono individualista nella rovina che mi accompagna quando respingo la mano tesa di chi desiderava includermi e non capirmi. Sono individualista al cospetto del diavolo che mi mangia dentro quando mi sento stanco di lottare, trovo che poggiarsi agli altri sia quasi peggio che acquistare un’auto potente per sopperire ai centimetri sotto.

La mia guerra mi ha fatto perdere persone, amici, alleati, donne, parenti, possibili protettori e anche dei lavori. Non mi sento stupido per questo. Sono costi che vanno messi in conto dall’inizio, senza lacrime di coccodrillo. La mia guerra mi ha svuotato le tasche e corrotto il sonno. La mia guerra mi impedisce di avere una tessera di partito e di paventare appartenenze che saranno sempre troppo parziali per la mia identità. Non c’è mai stato un solo partito di sinistra o estrema sinistra che mi abbia rappresentato. Non lo cerco più da anni, ma non per questo finirò con l’abboccarmi verso entità meticce e incestuose senza un profondo significato. Le mie idee sociali sono certamente a sinistra di quel che cercavo un tempo, ancora più a sinistra. La mia voglia di mescolarmi ai falsi utopisti è zero, e quanto alla voglia di diventare un individuo inserito, chiunque ci provi in quel modo subdolo e urticante, venato di psicologismo da pitale e retorica da coito protetto, è destinato ad essere eliminato senza troppi complimenti.
Nessuno è abbastanza necessario da potersi arrogare il diritto alla lezione di vita e di buon senso. Nessuno è così pulito da poter parlare di eguaglianza senza che un soffio di aria marcia gli infetti la bocca.

©Luca De Pasquale 2018