28/10/18

La società marcita


Andare a casa di nuovi o vecchi amici con una bottiglia di vino.
Piacere ad una sconosciuta e rinnovare l’autostima con un flirt mentale.
Ricevere sordidi complimenti di rinascita ed essere riaccolti in società come dei dispersi, dei redivivi smarriti in lontane incomprensioni.
Scrivere un libro inutile per un piccolo editore che ti lascia con sessanta copie in mano da piazzare come un peracottaro.
Provare stima per belle penne del giornalismo intelligente, per sensibili conduttori progressisti, mitizzare qualche figura scontornata del coraggio civile. Rifarsi una verginità ideologica con accattoni del pensiero neutro ma ipocritamente rivolto alla comunità.
Creare gruppi di solidarietà emotiva pur di non guardare la fogna che il cielo non risucchia mai. Questi sono alcuni dei ricatti cui non intendo cedere, alcuni leggeri e di buona vita, altri sostanzialmente indipendenti dal proprio volere. Ricatti via via più subdoli e distraenti, in ogni caso ricatti.

Il ricatto del buon senso: entrare nel sistema pur di togliersi di dosso la svergognata aura di pecora nera, mosca bianca o pacifico terrorista.
Il ricatto della famiglia, da conservare in barba alle differenze, agli scontri, alle nequizie psicologiche, alla limitatezza del pensiero e della sensibilità, alla volgarità del clan obbligatorio.
Il ricatto di dover per forza credere in qualcosa, che sia un Dio con la barba o con la cinta griffata o un arcangelo vendicatore ricomposto ad uso esclusivamente personale.
Il ricatto di sentirsi virile solo se sei in grado di mantenere la famiglia, un buon livello di agi, e se puoi far godere la tua donna in uno scenario degno di questo nome, perché le scopate romantiche nei sottoscala con il cuore a mille non si portano più, dai miei anni di ragazzo.
Il vile ricatto psicosociale del finto ribelle: “odio i miei genitori, sono degli stronzi, mi hanno rovinato, per intanto pago loro due badanti e aspetto che crepino”
Il ricatto dell’insicurezza del Narciso decapitato: devo sentirmi una gran troia per essere davvero libero, solo svolazzando come una farfalla mi compirò.
Il ricatto della comunità che esige il tuo contributo fattivo, ufficialmente costruttivo, una comunità assemblata sulla somiglianza delle convenienze reciproche, incapace di tollerare il minimo ammutinamento e anche una semplice scrollata di spalle.

Ho vissuto quasi tutta la mia vita ribellandomi a qualcuno, a qualcosa, alle regole, ai consigli, ai predicozzi, e soprattutto al comune buon senso screziato di scaramanzia leggera. Anche quando non volevo, sono stato minoranza. Sono stato sincero fino all’autolesionismo, perché sentivo che quella poteva essere l’unica strada possibile. Ho avuto fasi in cui dell’umanità non me ne fotteva nulla, giravo solo con la voglia di mettermi alle spalle tutto, donne, amici, famiglia, lavori di merda, mediocri scrittori da conoscere. Improvvisavo tutto e lo dicevo chiaro, non toglietemi la musica, fatemi girare per la vita con l’insofferenza dell’uomo mezzo cancellato in partenza, uno qualsiasi con ansie da Cyrano e il cazzo che brucia, in attesa che smetta, perché anche quella follia amatoria finisce di botto, lasciandoti per strada, nella notte, a cercare le sigarette e sussurrare una preghiera mal riuscita alla luna beffarda. Fai finta di cercare l’amore, l’amore a tutti i costi, invece stai solo cercando un suicidio in bianco, senza spargimento di sangue, senza dettagli macabri e senza, soprattutto, la disgustosa pietà che la società sa profondere molto più dell’eguaglianza, sulla bocca di tutti ma perennemente ferma al confine dell’anima, nobile idea destinata al macello della menzogna da digerire.

Ingenui sono quegli amici che aspettano fiduciosi l’esaurimento dei tuoi problemi e la sospirata rinascita. Aspettativa ingannevole, limitata e consolatoria. Dopo le difficoltà non c’è il sole, così come va smentita la marchiana idea che senza fede c’è solo vuoto e desolazione. Il problema non è solo personale, è un problema strutturale che ha a che fare con il conscio rifiuto di un sistema di vita che ti chiede furbizia per non soccombere. Una società che ti spinge a diventare furbo e prevaricante per emergere è un padre che ti stupra nella stanza dei sogni, è la merda che accettiamo ogni giorno con quell’aria rassegnata e saggia che piace tanto ai deboli, i quali ovviamente ci si attaccheranno al culo, sempre in cerca di leader, simboli, boe, maître à penser e guitti.

Oggi è una giornata in cui l’inverno ha urlato da lontano. L’ho passata a mettere a posto alcune delle mie fisime da vagabondo, e ancora e ancora a prendere distanze da tutto quello che non riconosco più. Tanta di quella roba che dovrò acquistare un’agenda apposita, in modo da poter programmare al meglio le disdette, le lavande gastriche, le tessere esistenziali da stracciare, i profumi da bruciare una volta per tutte in qualche sofisticato rogo notturno.
Ogni ora e dieci minuti ho fumato una sigaretta. Non so resistere di più, e allo stesso modo non so resistere alla mia vera natura, che è quella di ammutinarmi in presenza di quel che non mi piace e condivido. Augurarmi di trovare un mio posto definito –e dunque apprezzabile- in questa società significa, in soldoni, augurarmi di crepare in fretta. Chi mi vuole bene o mi stima dovrebbe augurarsi per me un cammino lontano dalle mortificazioni, certo, ma niente che mi avvicini a un destino che continuerò a rifiutare, quello del ritardatario che trafelato arriva nella stanza dei bei lampadari a reclamare il suo sporco segnaposto elegante.
Non sono un ritardatario fermato da chissà quale tara, sono un fuoriuscito, un rinnegato, una fiera promessa mancata. Sono quel che sentivo dentro dagli inizi, e dunque gli errori mi hanno accompagnato come cani dell’inferno. Non pago obolo ai maestri di cerimonie, i guru li scanno come maiali; a loro ho sempre preferito i diseredati, i reietti, le puttane, gli eroinomani e i ladri.
Non saranno le vostre case pulite e lussuose a salvarvi dall’Inferno che avete dentro, da tutto l’amore che vi è sfuggito di mano per protervia e paura, non saranno i vostri pellegrinaggi placcati di misticismo a evitare Satana nello specchio di notte, proprio quando credevate di sentirvi al sicuro.

©Luca De Pasquale 2018

25/10/18

La volubilità dello zero


La vita che si ha non consente, salvo rari casi, di viverne altre. Accettare questa concreta considerazione è uno degli sforzi più veementi cui un uomo è sottoposto, con il passare degli anni. Ho provato a vivere in più luoghi, in contesti eterogenei, scapigliato e strafottente, perennemente innamorato dell’altrove e del “non posso”, ma nella maggior parte delle occasioni ne sono uscito con ossa rotte e sogni infranti, calpestati da volgari folletti sparsi per la notte.

Mi sono sempre considerato libero da vincoli, una variante impazzita delle mie stesse, fumose possibilità; ma è nelle marce indietro e nelle precipitose inversioni che ho dovuto cacciare massicce dosi di ingegno e di improvvisazione. Non può funzionare, la volubilità come sistema di fascino. Non puoi pretendere che qualcuno si innamori di te “e poi si vede”. No, non funziona così. Non funziona sviare gli impegni allo scopo –va detto, ormai grottesco- di idealizzare le idealizzazioni e renderle bandiere di momentanea navigazione.

Diversi anni fa mi impegnai allo spasimo per portare una ragazza, Silvia, ad innamorarsi di me e di quello che potevamo essere insieme. Mentre perseguivo questo atto di meschina vanità mista a titanismo da troppi libri letti, non potevo impedirmi di sentirmi un autentico pezzo di merda. Perché non ero innamorato di Silvia, ero invece potenzialmente innamorato del suo cedere alla mia presenza, anche solo platonicamente. Un vero orrore morale, che riuscii a frenare con un’insolita presenza di spirito e una forte autocritica; più ancora, fu il rispetto per Silvia a sgombrare il campo dalle mie insicure mattane volte a insipienti e tardive affermazioni del mio rozzo carisma “made in tormento”.

Oggi, sento che il mio fascino nevrotico e abissale (un tempo, in quel tempo dannunziano e ridicolmente stiloso avrei scritto “tartareo”, per fortuna si migliora) ha fatto il suo tempo. Non porto più i guanti e il dolore stampigliato in faccia. Non riesco, se non irridendomi a crepapelle, a giocare alla parte del viandante esistenziale smarrito in troppe passioni, la più grande delle quali è una donna che non si manifesta. Quella paccottiglia da romanzo di formazione allo specchio è lontana, ed è lontana senza che io ne abbia alcun merito. La mia mania di struggermi per l’indefinito è stata presa a calci e violentata da un branco di putridi ubriaconi, vale a dire i giorni difficili che ho vissuto e che vivo ancora. Sono anni, ormai, che mi dico a mezza voce “non è più tempo per queste cazzate che poi di spirituale hanno solo l’attesa dello scacco”.

Io la vedo e la rivedo, questa ossessione di incontrare, di innamorarsi perdutamente, di trovare la metà o parti della metà. La vedo nitida, la voglia che qualcuno ci cada ai piedi, stupito della nostra presenza nelle porte girevoli di un piovoso e incerto domani. La vedo, la voglia di divagare dalla solida presenza di qualcuno al nostro fianco, in nome di una non meglio precisata “vicinanza d’anima” che poi rimane quaderno muto in un cassetto di legno, il cassetto dei progetti nati per disperazione o falliti per disequilibrio della fede interna. E vedo anche, disgustandomi non poco, l’arroganza alticcia di chi rinnega i giorni di solitudine e le sofferenze in celebrazione di una (ri)trovata serenità del cuore e dei sensi. Deplorevole, sciocca, prescindibile abitudine dei perdenti più brutti, quelli che non sentono di aver perso.

Nel giro di tre anni avrò cinquant’anni. Così mi spiegano le agende del 2022 che ho trovato in giro al prezzo di sette euro. Cinquant’anni. Diavolo, è parecchio. Per come l’ho pensata a lungo, decisamente troppo. Non so quante volte mi sia capitato di ripartire da zero. E di dover spiegare a molti, a troppi, che cosa è lo zero e come si muove nel mondo e nella notte. Lo zero è un proiettile bombato, un chicco di grandine rimasto solo, una lacrima tartaruga senza fischio di richiamo. Lo zero è la matrice del dissenso imbarazzato, è il bagaglio del viaggiatore notturno, è il sedile vuoto che ci perseguita, di fronte al nostro sguardo, durante gli spostamenti più malinconici ed inspiegabili.
A differenza di quasi tutte le persone che conosco, amo sentirmi uno zero. Si tratta di una sensazione inebriante. Ti stabilisci da solo la tua gravità, te ne vai in giro senza credito a studiare i nuovi scenari, puoi permetterti delle rivoluzioni di un certo calibro, te ne puoi strafottere del tuo ambiente natio e della tua prevedibile geografia affettiva, costituita spesso da armoniosi contrasti ad incastro, con griffe di ricatto.

Lo zero riesce a guardarsi dentro, riuscendo finalmente a sorvolare su quell’eccentrica ossessione di amare l’altrove, il non possibile, quella strascicata dipendenza verso chi non si è accorto di noi ed è solo per questo che ci manda in sfida seduttiva.
Di discorsi, di confessioni, di ammissioni ne ho fatto incetta. Adesso mi procurano una certa stanchezza. Sono emozioni rallentate e indecise che arrivano laddove non abito più, in stanze dove ho riso e desiderato le fuggitive, le api regine, le romantiche irrazionali, troppo irrazionali per i miei gusti reali.
Mi accorgo, con franco stupore, che nonostante il susseguirsi di eventi contrastanti, di amori, di fasi lunari, di cupio dissolvi in alternanza con euforie carnascialesche, la disperazione esistenziale di fondo non se n’è mai andata. È qualcosa di connotante, una personale cartina di tornasole che mi permette di continuare a vivere e scrivere senza essere molestato troppo.

Anche se mancano tre anni ai cinquanta, la mia disperazione esistenziale, con qualche ruga di seduzione e le gonne certamente più lunghe e opportune, è la stessa che da adolescente trattavo come un’oscura dea da non dimenticare mai sul comodino o nelle tracce di un amore.
È quella disperazione che riassumevo per comodità nel rituale ascolto di un disco-icona che mai e poi mai ricuserò, quel trascurato capolavoro dello struggimento che è “Transcendence” dei Crimson Glory, la diafana e decadente creatura del compianto Midnight. Un disco che gli ignoranti e i pigri hanno fatto sprofondare nell’amnesia delle facili definizioni, “a me l’heavy metal non piace”, senza i necessari distinguo.
C’è ancora, purtroppo, in giro gente che accomuna Venom e Queensrÿche senza rendersi conto dello scempio concettuale perpetrato.

Una parte di me è ancora in quel disco, che acquistai in un minuscolo negozio specializzato di via Crispi una tonnellata di anni fa, in un pomeriggio di pioggia e di bellissime insegne accese. Per notti e notti della mia vita ho ascoltato “Transcendence”, innamorandomi dell’altrove e delle sue sirene. Adesso l’altrove latita, smarrito in qualche letto, in qualche attesa, ma io ci sono ancora e naturalmente anche il disco dei Crimson Glory.
Io non tradisco. Io amo. Amo anche il peggior tradimento, quello dei giorni al buio, amo i dischi che mi hanno insegnato a non trincerarmi nella decenza di un’apparenza squallida, quella del miglioramento forzato, della cura e del compromesso.
Onore ai Crimson Glory, a Midnight e… ehi, Silvia, scusa ancora, ovunque tu sia. Non facevo così schifo, ma non seppi spiegartelo, o non volli. Passavo troppo tempo con i dischi e la mia vanità.

©Luca De Pasquale 2018

21/10/18

Il cliente povero


Un mio vecchio cliente, uno che comprava dischi di musica classica, è finito per strada. Sono giorni che lo incontro, carico di valigie e di vecchi trolley, agli angoli delle strade del quartiere. L’ultima volta lo stavano cacciando dai gradini di una panetteria. Ci siamo guardati negli occhi e quello sguardo ora non posso più dimenticarlo. Uno sguardo sconfitto, incredulo, sconcertato. Mi sono sentito di merda. E mi sono disprezzato, perché non l’ho fermato, non gli ho chiesto niente. Ho assistito alla scena come uno dei tanti indifferenti che piagano le strade del quartiere borghese con il loro carico di manie intercambiabili. Mi sono fatto i cazzi miei, lo sport che al mondo tiene testa al calcio.

L’ho dimenticato, il mio ex cliente finito in miseria, anche perché mi sono distratto con la vaporosa signora che mastica la gomma oscenamente nel negozietto di vestiti “Cesca 2000”. Lei, con le sue calze a rete, la gonna stretta al culo e l’aria di una creatura che di certo preferisce il sesso alla vendita al dettaglio. Ho dimenticato la miseria e la sfortuna per quell’atmosfera di peccato che tanto piace, soprattutto quando non si concretizza e la si può ammantare di sofismi che con l’idraulica sessuale non dovrebbero mai relazionarsi. E alla fine che uomo sono? Che cazzo di uomo sono?
Mi sono soffermato più minuti a intuire le voglie selvagge di Cesca 2000 che a guardare la discesa agli inferi del mio vecchio cliente. Altro che uomo sensibile, mi sono detto. Sono uno dei tanti che deve sempre avere il cazzo sotto carica, come un telefono.

Qui ognuno si fa i cazzi suoi. Ognuno crede di portarsi dietro problemi insormontabili e vecchissime ossessioni familiari mai suturate. Ma è nell’indifferenza che ci muoviamo, che proviamo ad amarci, è nella disgustosa indifferenza per il prossimo che cerchiamo di elevarci con le nostre passioni presuntamente eleganti. Tanto da riuscire ad essere indifferenti e sordi anche ai più intimi richiami del nostro cuore. Crediamo che le nostre voglie siano il nostro stile, che i nostri gusti siano il guscio di una bella anima, ma la nostra presenza al mondo è troppo spesso egoismo che scacazza in giro senza nessun peso specifico morale. Sappiamo solo preoccuparci del nostro fottuto benessere. Mi chiedo spesso come sarei con più soldi; non cosa farei, non dove andrei. Mi chiedo banalmente come sarei. Ancora più insensibile? Uno che si cura il giardino? Uno che fotte il sabato pomeriggio? Uno che colleziona dischi con l’eccitazione scomposta ed onanistica dell’accumulatore? Un viaggiatore seriale, capace di fingersi testimone del mondo, uno che viaggia con cuore e uccello di riserva e magari anche con un Dio supplente nell’anima? Uno che vota e pensa per rancore, pensando ai propri micragnosi interessi personali e a come piazzare il fratello e l’amante in un posto?

Il mio livore sociale non può farmi vivere bene. Ne sono perfettamente consapevole, ma non simulo di essere chi non sono. Non posso sempre guarire con le canzoni di David Sylvian e Scott Walker. Non posso reputarmi speciale quando mi innamoro o scrivo. Non posso salvarmi con la musica e qualche volta con la scrittura. Le parti in ombra sono tante, i miei demoni sono un plotone di diseredati sempre pronti a darmi filo da torcere. La mia stessa episodica indifferenza mi fa schifo.
Ho sempre combattuto i piccolo borghesi e continuerò a farlo finché non esalerò l’ultimo respiro, perché la loro ansia di comodità e di riflesso sociale sono per me peggio della merda. In questo, so di essere una delle persone più a sinistra (reale) che io abbia mai conosciuto. Altro che centri sociali antagonisti, da me lontanissimi. Ma non basta. Non basta per elevarmi. Il concetto di elevazione è la creme de menthe della piccola borghesia, ma anche in quel caso l’odore è quello della merda. Ci cado, continuo a caderci, ci cade chiunque creda ingenuamente di tutelare interessi collettivi solo sciorinando la propria esaltazione ideologica senza applicazione.

Ora che sono tornato alla base, credo che incontrerò ancora il mio vecchio cliente “classico”. Neanche adesso sono certo che riuscirò a rivolgergli la parola, perché il suo dramma mi prende ma qualcosa lo rende distante; perché io ho ancora l’energia e la rabbia a spingermi verso un plausibile miglioramento. E lui, a giudicare dal suo sguardo, temo abbia perso la volontà di combattere.
E se anche gli chiedessi “ma cosa ti è successo, amico?”, non è detto che potrei considerarmi un tipo solidale, veramente solidale. È vero, che cazzo potrebbe fare uno che al momento a stento riesce a comprare il pane e le sigarette (che la si pensi come si vuole, per me sullo stesso piano)? Eppure, io sono certo, certissimo, di essere più attratto dal culo, dalle cosce e dalla bocca truccata di Cesca 2000 che dalla sordida storia di rovina del mio cliente. Alla fine, si gioca tanto a fare gli eroi, ma quando la scossa ti prende il cazzo hai ben finito di ragionare.
Posso fare lo gnorri, ma ho addosso una smania di infamia, di decadenza, di abisso controllato, di oltraggio perpetuo; e questi fuochi caricati a salve per stupire il vuoto mi allontanano dall’anima, dal trasporto per gli altri, dalla vera solidarietà, che non è la banale beneficenza per lavarsi il culo dello spirito.
Come la mettiamo?
Dove dormirà stanotte il mio cliente?
“Chi se ne fotte, oggi alle 18 gioca la Fiorentina”, dovrei rispondermi con sincerità.

©Luca De Pasquale 2018

18/10/18

Il respiro chiaro nell'aria livida


“La luce appare su segreti appezzamenti
Sugli scarti del pensiero dove i pensieri esalano alla pioggia;
Quando le logiche muoiono”
Dylan Thomas “La luce appare dove non splende sole”

Il vento di ottobre, ancora troppo caldo per essere vero. Ancora troppo irregolare per potercisi affidare. E le parole, ancora troppe. Parole, discorsi e confronti per saltare dal vuoto ad un rifugio, da un’idea ad una protezione. Il troppo che sconfina nel troppo poco.

Su una bancarella, finalmente, trovo un libro che stavo cercando da un tempo indefinito: le poesie di Dylan Thomas tradotte dal grande Ariodante Marianni. Caccio subito i cinque euro e me lo prendo. Poi inizio a girare la città con questo libro usato costretto in un cellophane nuovo e ingannevole. Lo passo da una mano all’altra, infine me lo infilo nel giubbino leggero e fingo di dimenticarlo. Come fingo di dimenticare tanta altra roba.

Il vento che sembrava sospingermi per le strade del Vomero sparisce d’improvviso quando arrivo a Chiaia, il mio quartiere di origine, dove mi sento sempre un intruso sicuro di sé. Cammino per le strade che mi hanno visto bambino e poi ragazzo, mi dico che non ho mai chiesto nulla alla fortuna, a questi palazzi, alle persone che ho incontrato. Non ho mai interpellato la fortuna, così come non ho mai pregato entità inespresse nel mio cuore, presenze invece minacciose nelle parole degli altri: “Dovresti essere grato a Dio per quello che ti ha donato”.
Non rispondevo mai, e intanto mi chiedevo “perché, che cosa mi ha dato? E come faccio a ringraziarlo, se non lo vedo nemmeno negli occhi delle donne e non lo sento nella musica?”

A piazza Amedeo sento un leggero magone tra stomaco e spalle, come le bende di un fantasma annoiato. E mi ricordo di quanto ho amato, davvero follemente, un disco di Bryan Ferry che ha cambiato il mio modo, all’epoca rozzo e sperimentale, di accedere alle emozioni: “Boys and girls”. L’estetica di quel disco mi ha pervaso fino all’estenuazione, ero quasi diventato la riproduzione su due piedi del decadente tirabaci di Bryan in copertina. Bryan Ferry mi raccontava delle donne che mi sarebbero piaciute, della “stone woman” che mi avrebbe divelto il cuore, soffrire per amore e per la smania dell’amore arrampicato sul dolore aveva un senso, ascoltando quel disco per tutto il giorno. L’attacco di “Sensation” mi segnò per sempre: Omar Hakim alla batteria, David Gilmour alla chitarra, e l’immenso Tony Levin a dare credito alla danza morbosa di Bryan con note basse, erotiche, avvolgenti. E poi la voce del dandy estenuato, il Des Esseintes della mia prima giovinezza.

Ho perso la verginità ascoltando “1987” degli Whitesnake, ma avevo la testa, quel poco che me ne rimaneva, a Bryan Ferry e al suo tardivo manifesto di dipendenza dei sensi. Stare a piazza Amedeo mi ricorda quel periodo, in cui dannavo i miei capelli troppo mossi e ribelli: li volevo come quelli di Bryan in copertina, lisci, umidi, artistici. E nella vita delle donne volevo entrare come la chitarra di David Gilmour, elettrica, tesa, a fascio di brividi, per poi prendere spazio come il suono del basso di Tony Levin, gigantesco, implacabile.

Finisco seduto sul muretto di un elegante palazzo di via Martucci, con la sigaretta in bocca e i piedi in movimento, come se mi trovassi sul bordo di una piscina. Penso ai quadri di Guy Billout, ai suoi bivi continui, innestati su stratificazioni di caso indominabile e giochi di ombre. Il bivio continuo che è pensare a domani, non scommettendo su nulla in particolare, men che meno sulla retorica del proprio valore. Seduto sul muretto capisco che una parte del gioco, una delle più dure, consiste nel combattere il cieco che si aggira, fuori controllo, negli spazi più nascosti, quel cieco che mena fendenti all’impazzata in stanze dove i cristalli, pur di scarso valore, non devono essere infranti.

Fumo. Lancio la sigaretta lontano. Il sole non scalda, il vento continua a latitare. Scarto il libro di Dylan Thomas, leggo parti casuali, me ne innamoro di nuovo e stavolta per sempre. Oscuro, visionario, incredibile poeta. Ho scritto spesso di mie fughe, ma quante volte sono stati gli altri a scappare mentre ancora cercavo di comprendere cosa stesse succedendo? Eppure di quest’altra materia non ho mai scritto, e non ho mai puntato l’indice contro nessuno. Senza alcun vittimismo o boria rivendicativa.

Quella donna che incontrai in una libreria di Bologna. Ci guardammo per mezz’ora, tra gli scaffali. Io ero riuscito persino ad indovinare il colore del suo respiro e la sua voglia, incredibile, quasi inaccettabile, di liberarsi con qualcuno che non aveva mai visto prima. Ero pronto ad amarla per davvero. Ero pronto a morire. Ero pronto a combattere la diffidenza di entrambi. Mentre ci guardavamo mi percepivo illuminato e non più nero di vendetta, così mi illusi che avremmo potuto prenderci per il bavero, scuoterci e dirci “ti ho ritrovato senza conoscerti mai”. Quella donna scappò, appena uscita dalla libreria, e no che non era spaventata per le mie intenzioni. Era spaventata per altro, quel coraggio senza pelle, blu e dimenticabile, di un’eternità da ricacciare subito all’inferno del non pervenuto.

Infine mi alzo, lascio il muretto, nascondo di nuovo il libro addosso. Mi hanno detto che ho una nuova strada. Me lo sono detto per primo io, a bassa voce, mentre mi davo del coglione per tutti gli arcobaleni che sono uso condurre per mano nelle fogne, alla fonte della fame del diavolo. Però nessuno ha il coraggio di dirmi che per ogni strada nuova scelta e percorsa uno specchio si infrange; specchi dove possono nascondersi bambini che si tengono stretti per non ricordare le origini, i desideri scartati come regali e scoperti come abbandoni. Specchi dove si annidano ragazzi che sognano, persone che si amano, nature inquiete che al cielo dedicano l’insonnia, l’irrazionalità, il rimpianto, la fedeltà alle piste di caduta.

Mi avvio, con il mio libro di Dylan Thomas e la mia inquietudine, per le strade che hanno dimenticato le mie storie incompiute. Il cuore è una bolla stanca che le onde decidono di palleggiarsi, annoiate per assenza di vento e per eccessiva idealizzazione della prossima burrasca.
Pensavo di essere io la fuga.
E invece, io sono quello che rimane. Fedele, incredulo, sveglio, vestito di blu coraggio anche nelle lunghe file per scegliersi l’incubo più confacente.

©Luca De Pasquale 2018

16/10/18

La sindrome del sopravvissuto impaziente


Il modo di suonare il basso fretless del grande, indimenticato Mick Karn è una delle mie leggi interiori. Una delle poche con cui convivo pacificamente. Un approccio al fretless totalizzante, febbricitante, denso, gommoso, certamente estetizzante. Un modo di suonare unico che nell’ascoltatore, che sia neofita o meno, può creare dipendenza e irrequietezza interiore.
Sono stati tanti i giorni che ho lasciato a Mick Karn, in questi ultimi anni così controversi, attraversati da stormi di pulsioni in evidente contraddizione tra loro.
Lasciare una giornata al basso di Mick Karn significa mettersi in posizione di riempimento sonoro, riducendo la gittata dei propri movimenti e abbandonando finalmente la peregrina idea di poter incidere in prima persona sugli eventi.

Le giornate “Mick Karn” sono molte, ma ci sono anche quelle Mark Sandman, Marillion, Jean-François Jenny-Clark, quelle dub techno tutte sinuose, notturne e in fondo sordide compiaciute, così come quelle legnose, tutte contrabbasso e silenzio. A seconda di come sto. A seconda di come mi ferisco. Di come scelgo di ferirmi o preservarmi.

Per strada incontro una moltitudine di fantasmi, provenienti, senza neanche troppa convinzione e presenza di spirito, dalle mie vite precedenti. Sono imbarazzato quando saluto all’inizio e ancor di più quando viene il momento –in genere velocemente- di accomiatarsi. Sono fantasmi che mi riconoscono senza conoscermi; il processo è scambievole. I dialoghi sono balbettanti, gli sguardi sfuggenti, e c’è quella sporca pasta di imbarazzo, di non detti, che è un macigno leggero da far scalciare a qualche teppista interiore poco dopo.
Molti mi chiedono se aprirò un negozio di dischi: i dischi sono un oggetto di riconoscimento, nella mia vita. Le mie risposte sono stentate, forse trancianti, perché si basano su un concetto pericoloso, “se qualcuno mi finanzia senza pretendere imprenditoria suicida, ci sto”. E quelli sorridono come baccalà fritti, buone intenzioni e chilometri di distanza.

Altri, più aerei e sublimanti, mi chiedono se ho un preparazione un nuovo libro. Io me ne esco sempre con una gran faccia di cazzo. Non c’è altra definizione possibile, mi spiace. Un libro? Ma chi, io? Con tutte le spie accese nel teatro interiore? Sarebbe da imbecilli. Da presuntuosi, da sognatori con il catetere. Niente libri sotto i cieli di sopravvivenza. Nessuna catarsi letteraria funziona quando si hanno troppi killer in giro nella propria Gotham senza eroi. Persino i pipistrelli possono avere paura della fila indiana per accelerare la tabula rasa. Punto e chiuso il discorso.

I miei incontri con i fantasmi finiscono sempre con il gesto di scambiarsi nuovamente il numero di telefono. Sappiamo benissimo tutti che nessuno formulerà quel dannato numero misconosciuto e recuperato. Anche io cado in questa vellutata e insapore ipocrisia. Non ho il coraggio di affermare con garbo la verità, “che cazzo me lo chiedi a fare?”
Siamo fantasmi. Abbiamo rischiato di diventare amici. Abbiamo rischiato forte di scoparci al chiaro di luna con la famiglia da conoscere nascosta dietro un orgasmo qualunque. Siamo fantasmi che si sono fiutati come animali rintronati. Io ho anche sperato. Ho scritto. Mi sono masturbato, pelle, fantasia e pure istinto di morte, che quello non se ne va mai, fa parte del mio modo di salutare le persone, in entrata e in uscita.

Sono anni che non vado al cimitero a trovare mio padre. Per me è un gesto senza senso. Mio padre ce l’ho nello stomaco, nelle dita, pure quando scrivo. L’assenza di mio padre è una delle mie grandi ferite insanabili. Una delle. Da ragazzo ero convinto che una delle mie missioni sarebbe stata quella di non far morire mio padre, e in compenso di morire presto io. Da ragazzo avevo un disperato bisogno di credere che sarebbe stato utile morire presto, magari proteggendo qualcuno. Un sacrificio. Un sacrificio per pulirsi la coscienza dopo anni e anni con la sindrome del sopravvissuto, che gli altri non hanno capito per evidente mancanza di strumenti psicologici, mentali ed elementari.

Ogni tanto, tra i vari fantasmi, incontro qualcuno che mi fa piacere guardare negli occhi. E allora esco dalla mia arnia dei venti gelidi, dismetto i panni logori del demone umano con lo specchio a tracolla e sorrido, sorrido disperato e minuscolo come una rapidissima domanda d’amore sussurrata.
La grande dannazione, l’ho detto a pochi ma lo penso da una vita, è aver bisogno d’amore. Per come mi ero progettato, dovrei essere un cavaliere di ghiaccio con il sorriso scolpito a forma di cicatrice. Non altro, non di più e non di meno. E invece annego frequentemente nel bisogno di calore, di attenzione, di comunicazione che non sia orrenda, da pizzeria, da petting, da circolo politico di esaltati. Non sopporto il mio palese bisogno di fuoco: negli sguardi, nelle azioni, persino nelle lontananze. Non è come avevo deciso dovesse essere.

Mi trascino da un incontro fantasma all’altro, con la bocca accesa a metà, con il cuore travolto da animali in fuga, innamorato della musica fino a renderla onda che non torna mai, abisso personalizzato con impossibilità di cuffie condivise. Il cavaliere di ghiaccio con il sorriso cicatrice saluta e omaggia questi fantasmi, senza riuscire a nascondere l’uomo che freme, il bambino che dietro una finestra evoca gli abbracci bruciati, tenuti lontani anche dalle foto.

Non sono una persona tranquilla. Sono quello che Stig Dagerman avrebbe nomenclato “bambino bruciato”. Sono un uomo in fiamme, così stupido in certi giorni da pentirsi in tempo reale di ogni desiderio.
Conosco benissimo le luci dell’alba. Il primo traghetto in partenza nella bruma, verso mete a forma di punti interrogativi. Conosco l’ultimo respiro della notte, quando chi ami si addormenta e tu resti sveglio a cercare tutto quello che hai mancato. Conosco quel sapore amaro in bocca quando l’ennesimo fantasma ti artiglia lo stomaco, frenando la caduta di animali e il senso di morte indifferente che regola l’impazienza del silenzio.
Conosco la forza di ogni desiderio, che combatto con tutto me stesso, perdendo sempre in modo diverso, però perdendo, appunto.

Oggi vinco qualcosa che non tocco. La quiete che segue le rimpatriate tra fantasmi, la quiete che non ricorda la foga colpevole delle voglie e che riorganizza il popolo impaziente e impaurito del teatro interiore per rubare un po’ di calore al futuro promesso.

©Luca De Pasquale 2018

15/10/18

Precario e fragile. Come le passioni


Precario è il tempo, precari sono i programmi, i risvegli, le vicinanze e le commistioni. Precari sono i rapporti umani, che somigliano ad una fisarmonica suonata da un idiota in preda ai fumi dell’alcol. Precari ed ondivaghi sono i colloqui di avvicinamento, di presentazione, di consolidamento di qualcosa che intanto già si è sciolto e finito a valle.
Precarie sono le telefonate, in cui ci si racconta dei fatterelli, sempre gli stessi, e le evoluzioni scomposte di siffatti fatterelli.
Precaria è la mia cupezza esistenziale, che non riesco ad usare con tutti allo stesso modo, democraticamente. Ad alcuni regalo la pece fresca, ad altri il vasetto di miele che in ogni caso mi hanno già trafugato.
Precarie sono le apparenze borghesi che non apprezzo, per le quali non mi attrezzo o mi preparo mai a sufficienza. Precarie sono però anche le soluzioni rivoluzionarie che sembrano a portata di mano e invece sono solo chiacchiere estenuanti che finiscono con un tarallo in bocca ed una bottiglia di fiele da rendere molotov sotto lo scheletro di un’ideologia che ci ha vomitato.
Precari sono i sogni, sogni di rivalsa, sogni pornografici con l’attimo del godimento come ultima porta prima della fine e non come momento epicureo; precari sono i bersagli che nei sogni prendo a sputi e gestisco con urla, precari sono i golem affettivi che mi appaiono sempre più deboli, occasionali e anche traditori.
Precarie sono le rese momentanee e precari sono gli armistizi, nati più per stanchezza che per convinzione.
Precari sono gli addii, perché non riescono mai a dovere. C’è sempre qualcosa che resta, fosse anche solo polvere o ricordo. Le purghe mnemoniche all’anima non funzionano e questo è un vero schifo.

Precari sono i luoghi dove ci si incontra per tentare di essere felici. Precarie sono le conversazioni che vedono più attori spingere verso un ideale di pace e serenità che finanche nei libri è ormai stucchevole da affrontare.
Precarie sono le curiosità sentimentali e sessuali, fermate al valico della notte dal veleno dell’esperienza e dai suoi profetici vaniloqui, popolati da streghe, anatemi e redenzioni masochistiche.
Precaria è la mia presenza sui social network, che detesto e che non mi conviene in alcun modo rimuovere dal mio quotidiano. Precario è questo blog “parolibero”, che va avanti da otto anni e più seguendo la coda tranciata delle stelle che ho perso.
In questo maledetto blog ci sono le mie storie, parte della mia vita, le donne che ho avuto e quelle che ho solo incrociato nella notte, allungando la loro ombra su troppe mattine. In questo blog precario c’è il mio rapporto conflittuale con il mondo del lavoro che mi accolse anni e anni fa già come un reietto da ripulire; in questo blog anarchico e disordinato c’è anche il rapporto inesistente che ho con l’idea di familiarità, di famiglia, di tradizioni da rispettare, di morti da ossequiare pateticamente.

In questo blog, in quello che scrivo, c’è la dolorosa e spavalda riluttanza da parte mia a ritenermi una parte del tutto, un individuo da correggere, da rimettere sulla buona strada, un individuo al quale riempire la bocca e il cuore di spaventose formulette rigenerative e consolatorie, che troverò perennemente repellenti.
Nella mia precarietà generica vive il germe di quella violenza (precaria, educata, incomunicabile) che è il fulcro del mio stare al mondo, sospeso tra sensi di colpa e mania della sfida.

Se anche la mia precarietà economica dovesse prima o poi avere fine, sarebbe troppo tardi –per fortuna- per trovare arroganza, e per operare una vigliacca damnatio memoriae. Questi anni non si dimenticano, non devono essere dimenticati o rimossi alla prima apparizione di un sole cornuto da villaggio vacanze. Non dimentico il pressapochismo, la superficialità, i velleitari incitamenti a forme di piallazione interiore, le sulfuree e patologiche prediche da illuminati, le ingenue ed insopportabili esortazioni a stringere i denti.
L’uomo della strada è convinto che il suo dovere sia quello di infondere coraggio a coloro che reputa facenti parte dell’esercito “è andata male”. L’uomo della strada si lava la coscienza con le scorregge, con i libri acquistati per sembrare sensibile, con i figli da sfoggiare, con il qualunquismo sociologico da rendere movimento politico e congrega di polli. Se c’è qualcosa che non è precario, quella è la mia memoria.
Ricordo tutto. Ogni cosa.
Le promesse. Gli sguardi. I movimenti verso e quelli di allontanamento. Ricordo ogni codardo incontrato. Ricordo come piangono le persone. Come godono. Ricordo i falsi amici e pure i figli di puttana. Ricordo gli sguardi di desiderio ricevuti e riveduti per convenienza dall’altra parte. Ricordo chi mi ha rotto i coglioni nell’inutile smania di capire se fossi comunista o anarchico, non arrivando a pensare che esistono i meticci. Ricordo chi ha finto di stare dalla mia parte, parlandomi della mia vita senza conoscerne un solo, reale elemento. Ricordo benissimo come so essere stronzo, respingente, caustico, arrapato, ambizioso al contrario, ambiguo, titanico senza che nessuno me lo abbia chiesto.
Ho mangiato montagne di dolci al dolore, compiacendomi per il solo fatto di non crollare e di rendere al contempo la mia notte interiore un continente inesplorabile ai più.
Non sono migliorato. Non è vero che sono migliorato. Chi stabilisce il grado di migliorie? Nessuno può farlo. Con nessuno e per nessuno.

La mia precarietà di oggi è lo sputo tardivo verso tutto quello che mi ha reso uomo di dubbi, di tentazioni continue, di violenza trattenuta, verso la fragilità che tanto odio ma che mi domina. Forse perché quella che mi ostino a definire fragilità è solo umanità che mi piaceva negare, oltre l’evidenza.
Non sono migliorato. Vaffanculo a questi concetti da pervertiti.
Sono solo consapevole di essere fragile e dunque umano, o viceversa.
Più esposto di sempre alle passioni, che io lo voglia o no.

©Luca De Pasquale 2018

14/10/18

Il fallimento degli "incontri d'anima"


Una cosa che ho imparato piuttosto presto nella mia vita è che “gli incontri di anima” sono destinati, per leggi non scritte ma inflessibili, ad essere sporcati dalla quotidianità, dalle abitudini e naturalmente dalle prospettive personali.
Si starnazza molto, forse troppo, su queste fatidiche comunioni spirituali che hanno l’effetto di sorprenderci piacevolmente, di destabilizzarci, di indurci in tentazioni rivoluzionarie. E poi?
Le migliori pagine di “incontri di anime” non riescono a saltare una pozzanghera, magari la prima, nemmeno un fosso.
Basta non essere presenti nei posti giusti. Basta anche non riuscire a descrivere se stessi con i fatti, che come è risaputo sostituiscono ogni parola, concetto e confronto.
Basta scoprirsi difformi dopo il primo depistante anelito ed è finita. Oggi dimenticarsi non è più uno sport crudele come un tempo, oggi dimenticarsi è la conseguenza del sonno che inoculiamo al nostro dolore originario, rimandandolo senza guarirlo mai. Oggi dimenticarsi è una pietra focaia da gettare nei panni sporchi, senza intenzioni di miracolo, solo per sopravvivere al buio generando una batteria proditoria di luci artificiali a basso costo interiore.

Guardo le case che mi impediscono di ritagliarmi un orizzonte personale e incontaminato di sguardo, in queste case ci sono domestici perennemente indaffarati, dai movimenti frenetici, efficienti ben oltre la finalità della paga. L’ennesima sigaretta che fumo sa di raffreddore contenuto,  di pazienza farcita a disordine, e questo sapore vecchio come il distacco dalla mia famiglia mi ricorda che la nostalgia non fa prigionieri e le delusioni invece sono sempre ragioneria della polvere.
Non riesco a sentirmi vecchio. Non riesco, manco a dirlo, a sentirmi concluso e definito in quel modo utile che a molti suggerisce quel concetto fuorviante, la “saggezza”, che poi è solo continenza intimidita.

Sono tornato nel disordine della città. Rumori, pizzerie, telefoni, a volte sono portato a pensare che ci siano più Smart e burgherie in giro che persone reali. Mi sono disabituato al caos della city. Ieri e oggi mi sono quasi smarrito in mezzo a masse incontrollate, quelle tipologie di persone che mi sciamavano in negozio nei weekend. Chiedevano senza farmi capire che briciole, impulsi. E a me veniva mal di testa frammisto a nausea, però ho sempre retto la botta.

Oggi o funziona oppure no.
Tutto, tutti.
Gli illusi credono di ritagliare spazi per l’anima, pagandoli a peso d’oro e non riuscendo mai a riemergere in un altro luogo per davvero e per sempre. Oggi per andare d’accordo bisogna gareggiare duro a dimenticare. Sopprimere, soprassedere, darsi degli zuccherini per esaltarsi, “io sto cambiando ed ora mi riconosco finalmente”. Credendo, allora, di cavalcare un unicorno; in realtà stiamo solo ferendo il nostro Pegaso Nero con speroni volgari, da bancarella, da maledetto rodeo in serata d’animazione all’agriturismo degli amici.
Anche il sesso. Ci corriamo incontro come forsennati, poi dimentichiamo. Ricusiamo. Si tratta solo di mezz’ora in cui abbiamo sussurrato o urlato cazzate, mezz’ora in cui ci siamo cullati nell’idea che i nostri demoni personali possano essere solo proiezioni del malumore.

Pomeriggio alla Gainsbourg, in questa piccola casetta di città. Volute di Camel Lights e non di Gitanes, ma voce interna espressiva e parzialmente corrosa da una satiriasi genetica andata a male.
Credo poco negli incontri di anime, ci credo poco perché, appunto, ci credo. Non sono i demoni a distruggere sogni ed atmosfere, è la nostra vigliaccheria, lo stolido buon senso da rimessa familiare, e il nostro purulento vizio di apparire più in forma di quel che possiamo permetterci.
Fumo un’altra Camel, c’è un vento caldo che a ottobre suona come una provocazione, aggiusto gli occhiali sul naso, mi tocco il braccio, la pancia, i capelli, mi sfioro il cazzo. All’appello sono presente e crudo come ogni idea rimasta senz’ali.
Credo nell’anima, ma non nella retorica ad essa associata, e soprattutto disprezzo gli speed date con aureola, neanche buoni ad accendere la coda monca della libido.

©Luca De Pasquale 2018

13/10/18

Il significato del suicidio nel salotto buono


Ricevo un suggerimento: dovrei mettermi alle calcagna di un tizio per vedere se vuole “concedermi” un’opportunità di lavoro. Non mi è mai piaciuta l’idea di fiutare il culo di qualcuno per ottenere qualcosa, qualcosa di prossimo ad una mancia, una concessione o una carità.
Alla fine, per un puro caso, conosco il soggetto. Mi accorgo però subito che gli puzza il fiato da morire, un misto di verdura rimasta tra i denti e tartaro vecchio di due anni, e che il suo modo di pensare è un incrocio del cazzo tra un imitatore di Frate Indovino, l’uomo della strada con il mal di pancia e un vecchio cummenda degno di un film di Luciano Salce. Per cui, non si fanno carte. Il massimo che potrei o vorrei fare per lui è augurargli di essere perseguitato da atroci demoni notturni o suicidarmi nel suo salotto, di modo da sporcargli tutta la tappezzeria. Se solo tanti poveri si comportassero meno da coglioni, capirebbero che al lusso si può rispondere solo con la propria mancanza di limiti, riguardi e morale. Che peccato. Che sperpero doversi mettere in fila per il rancio, invece di devastare finalmente ogni cosa. Che puzza di paura in questo contegno da sfortunati che ci hanno imposto di mantenere. Come nei dipinti di Odd Nerdrum, si vuole che tu ti segga nel fango ad aspettare le briciole umane placcate di un divino commestibile. E invece, io credo, a tutto ciò che manca si dovrebbe mancare di rispetto, a quel triste corollario di comodità mancanti bisognerebbe venire in bocca senza alcun ritegno e poi sparire. Altre mete, altri destini e addio.

Sono anni ed anni che, al netto delle parole, mi viene chiesto di arrendermi, di rinunciare alle spine, alle lame, e di arrivare a quella putrida condizione spirituale in cui si dovrebbe solo ammettere che le cose sono andate male e ci si rimette agli altri. La resa viene spacciata come maturazione e come nuova consapevolezza. Il suicidio inspiegabile nel salotto buono non può essere tollerato, è una perdita di tempo che nessuno può permettersi a cuor leggero.
È tanto tempo che dietro la bonomia, il fatalismo scaramantico screziato di buon senso miracolistico io vedo la faccia peggiore degli esseri umani, la loro desolante paura di morire, di farsi male, la loro codardia al cospetto della scoperta più pericolosa, quella di essere delle creature svendute per polenta, soldi e orgasmi, sotto la rassicurante insegna di un Dio innocuo, minaccioso a comando dell’uomo, confinato in edifici dove raggiungerlo a capriccio con il resto della famiglia. Fare parata di fede e poi tornare alla pasta al forno, ai rituali domestici, alle mani tra le cosce, all’accumulo scomposto di quello che ci sopravvivrà per forza di cose. Neanche le ideologie più libertarie salvano da questo mesto destino di apparenze da mettere in fila nei grandi stanzoni della socialità liofilizzata.

Da sempre mi rifugio –consapevolmente- in una disperata anarchia che mi preservi dai più torvi rituali in corso e soprattutto da quella incresciosa redenzione che non mi interessa simulare. Il mio suicidio nei salotti buoni è iniziato quando ancora non parlavo e andrà avanti ancora a lungo, nonostante i buoni propositi mormorati in punta di vergogna, eccitazione sessuale o empatia parentale. Ed ecco, ancora una volta mi dimostro inadatto a fiutare il culo della fortuna, soprattutto se le puzza il fiato come una fogna. In un’epoca nella quale si vuol mettere sempre mano alla pistola, non penso assolutamente a sparare contro la falsa fortuna che mi propongono; essendo rustico e demodé finisco per cacciare idealmente un altro tipo di pistola, sarebbe a dire il cazzo. Altrimenti che ce l’ho a fare tra le gambe? Per procreare e pisciare? Direi che è troppo poco ed è un uso troppo borghese per i miei gusti. Non basta. Come non basta il piacere sessuale.
E dunque a chi mi propone fortuna di rimando, comprensione d’accatto, buon senso da ipnotismo millenarista, formalismi da pranzo del sabato in trattoria, mutazioni politiche visionarie e dilettantistiche, approcci sessuali travestiti da incontri di anime, io posso solo rispondere con una vecchia esortazione adolescenziale di cui non mi vergogno affatto, “succhiatemi il cazzo”.

Questo è il suicidio. La quintessenza del suicidio nei salotti buoni. Saper parlare d’amore, di passione, di arte, aver voglia di creare, amare e condividere e invece disperdersi nell’arma più povera, l’oltraggio verbale, quel triviale invito a prendere il mio sesso in bocca e poi sparire nel nulla.
Anarchia. Disobbedienza civile. Evitare di ravvedersi. Ammutinarsi. Non fare gruppo, non fare schiuma. Sputare e pisciare sul consenso esibito come prova di forza. Fare minoranza e spirito di minoranza, fare opposizione durissima, tanto più dura perché gentile e civile in apparenza.
Opporre resistenza non interrompendo il suicidio nei salotti buoni, e all’occorrenza metter meno all’arnese, se vogliono tatuarti il numerino di carità. Le mance non si danno neanche ai becchini.

©Luca De Pasquale 2018

11/10/18

Divieto di lacrime


Dalla mia postazione di fumatore notturno e da guardiano dell’alba, vedo tutto ciò che mi serve vedere. In particolare, guardo i balconi. I balconi quasi sempre raccontano la storia di una famiglia o anche solo di una persona.
Sul mio nuovo balcone non c’è nulla, tranne me quando fumo. Compaio ogni ora o al massimo ora e mezza. Non mi appoggio al davanzale. Non mi accovaccio come facevo un tempo. Non mi muovo, se non impercettibilmente. Solo il braccio e la mano sinistra fanno quel che devono, così come la mia piccola bocca. Punto e a capo. Non so bene in che condizioni si trovino i miei polmoni, ma è pacifico che diversi anni fa ho deciso di fottermene e non sono pentito. Neanche un po’. Sarà quel che sarà, o come direbbero i credenti “sarà come Dio vorrà”. Come se Dio avesse sulla sua scrivania la pratica dei miei polmoni o comunque della mia sorte. Nulla di più improbabile, allo stato dell’arte.

L’ultima volta che ho pianto è stato nel 2010. Anche se sono passati abbondanti otto anni, non sembra così tanto tempo. Semplicemente perché il pianto non fa parte del mio modo di commuovermi. Ho cancellato le lacrime dalla mia vita, così come ho cancellato alcune persone, un modo di innamorarmi delle cose e degli altri da amare, sono riuscito finanche a cancellare la mia pazienza, quando ho scoperto di abusarne senza motivi sufficientemente nobili.

Titanismo con spolverata di inumanità. Il dragone che non piange mai al sorgere del sole e che accoglie la notte con tutti gli onori. Può essere più umano, credo, rinunciare alle lacrime che continuare a sognare sempre le stesse cose dal belvedere delle proprie fissazioni.
Si può anche rinunciare ad emettere versi durante il coito. Si può interrompere quel ridicolo maleficio che ci vuole speaker delle nostre dimenticabili azioni sessuali: “sto per infilartelo fino a dentro, ora ti sentirò godere forte”.
Si può interrompere quella finzione letteraria e scomposta che ci vorrebbe burattini ipocriti, facenti parte di una comunità intellettuale utile a qualcosa. Tra le funzioni che dovrebbe avere la cultura c’è quella di distruggere, autodistruggersi, rigenerarsi sulle macerie e sulle maledizioni, non certo sugli slogan studiati sulla tavola del cesso per fare colpo sul silenzio pigro della gente. Tra i privilegi di chi scrive c’è quello di poter riconoscere la dannazione, propria e altrui, senza che scatti la voglia di purificazione o di andarsi a nascondere in una chiesa con qualche amuleto in tasca.

I miei dei hanno deciso che per me c’è divieto di lacrime. Un divieto che prima o poi finirò per aggirare, magari inconsapevolmente. Magari per una quisquilia e non per un dramma personale. Tra i miei miti di ragazzetto c’erano Prometeo, Batman, Nosferatu, Aiace Telamonio, Ade, Jan Jongbloed, Fish dei Marillion. Già, i Marillion. Fronteggiando intere legioni di integralisti del “vero progressive” (che in ogni caso ho amato e continuo ad amare), ho difeso a spada tratta la poetica dei Marillion e in particolare di Fish. C’è una triade di album per me topici, veri e propri simboli di un’era, costituita da “Fugazi”, “Misplaced Childhood” e “Clutching At Straws”, che hanno influito addirittura sulla mia visione del mondo. Io sono stato il Torch di “Clutching At Straws” prim’ancora di diventare adulto. Io sono stato il “passing stranger” che scriveva canzoni d’amore, quello di “Blind curve” in “Misplaced Childhood”. Ed io, sempre io, sono stato l’artefice di mille “Kayleigh” da dimenticare, Kayleigh con i confetti nei capelli. Mi sono formato sui testi di Fish, che comprendevo solo a metà, e sulle lunghe e drammatiche linee di basso di Pete Trewavas. Grazie ai Marillion, poi, sono arrivato al “vero” progressive rock, ma questa sfasatura temporale e filologica è dovuta unicamente al fatto che sono un classe 1972, e quindi ho mangiato pane e “Misplaced Childhood” senza sapere chi cazzo fossero i Genesis.

Ora, uno che ha amato l’atmosfera rarefatta e cupamente carnascialesca di quei concept album tardivi non ha, da adulto fatto, il diritto alle lacrime da abbandono. Uno con il mio background sarà sempre lo straniero di passaggio pagato per sbiadite canzoni d’amore e non il lamentoso e monotono accentratore autoscrivente. Non è la disperazione in sé che mi interessa, no;  il mio scopo è quello di fondare un regno sulle lacrime trattenute, un meraviglioso castello blu dove le principesse si salverebbero solo perché il posto è privo di specchi. Nel mio castello blu non si piange per la bellezza di un tempo e su tutto l’amore che poteva essere. Nel mio castello blu si affonda nel vento asciutto delle cose perse, senza mai accennare all’amore intuito, cercato o dissipato.
Nel mio castello blu non si è sovrani, demiurghi o alchimisti, il mio regno è dei viandanti, dei passeggeri, dei dragoni che sorvegliano l’alba e difendono l’amore dalla sua stessa attuazione.
Sì, sono consapevole che per questo ci sarebbe da disperarsi, per l’eternità che Dio nega ad ogni preghiera ricevuta e ignorata successivamente dall’ufficio reclami.
Il divieto alle lacrime libera la fantasia, l’azzardo, la beffarda malia della fine frammista ai nuovi inizi.

©Luca De Pasquale 2018

06/10/18

Desideri scritti sul vento


Da bambino, tutto sommato, mi piaceva ammalarmi. Era il momento in cui potevo davvero esigere tutte le attenzioni del caso senza sentirmi in colpa. Mi piaceva che mia madre cucinasse diversamente per me e mi andava bene anche l’eccessiva apprensione di mio padre. Era il mio momento. Ero autorizzato a recuperare carezze senza passare per un rompiscatole.

Negli anni seguenti, le malattie sono state il suggello di cambiamenti, di svolte personali, di esasperazioni interiori da non combattere, anzi da accogliere. Questo, per esempio, sarebbe un momento più che propizio per ammalarmi, anche se non mi va neanche un po’. Sarebbe un momento adatto perché solo un pazzo, di questi tempi e con questo cielo cupo e carico di pioggia, non andrebbe a caccia di carezze da recuperare, a qualsiasi costo. Il problema è che forse sono sufficientemente pazzo per scongiurare queste necessità.

Mi sveglio la mattina e mi accorgo subito che l’acqua dentro è torbida. Acqua illeggibile, vecchia turbina inesausta di tormenti da aggiornare come un software mai desiderato.
Sono come un cyborg carico di desideri scritti sul vento. Imbarazzanti desideri che non intendo riconoscere e codificare. Il vento li gonfia e poi li smarrisce, per la mia pace, a picco sulla mia pazienza, annegando ogni ingenuo movimento verso nuovo rumore.

La sconclusionata ricerca del “trend positivo” mi stanca sempre più. La retorica della rinascita cozza contro un muro di spettri vestiti da maggiordomi, i miei educati e difensivi servitori. Le donne profumano, giocano, invadono la vista, gli spazi, si certificano sulla libido prima e poi diventano richiami di fuoco vestiti di vento. Solo da spingere verso le stelle per dimenticare scenicamente e senza alcuna benedizione possibile.

Per mesi e mesi ho evitato assembramenti. Discussioni. Orchestre statiche improntate al movimento. Ho accuratamente evitato di fare la guest star in situazioni che mi mettevano al muro, me e la mia insofferenza, che altro non è che un bacio breve e ferito destinato a non posarsi mai da nessuna parte.
Vivo alla giornata. Me ne fotto di quasi tutto, e mi costa terribilmente perché non sono stato educato interiormente in questo modo. Mi costa sangue e silenzio essere indifferente, assente all’appello, mi costa la stabilità della storia dei miei sogni il mio innamorarmi ormai solo per qualche minuto e poi basta, sono sempre il sovrano di quel regno che mangia parole per trasformarle in rapaci.

Negli ultimi anni, come ho avuto modo di scrivere, ho avuto con le persone un rapporto di morte. Anche accendendomi. Ora la musica è cambiata, ma senza ridondanti manifesti di positività, così pletorici e nauseanti. Adesso il rapporto con le persone è di notte, non di morte. Molto meglio, ma paradossalmente i pericoli sono aumentati. Perché la notte contiene tutto, mentre la morte contiene solo il nulla, la fine, il nulla che non può nemmeno più guardarsi dall’esterno.

Infiammo desideri scritti sul vento.
Dei miei più segreti impulsi, troppi, ne seguo uno ogni sei mesi. Perché gli impulsi non sono conservazione o progetto, sono fuoco. Il fuoco, checché ne dicano i noiosi saggi dell’equilibrio, non ha padroni e dunque non può preservare un cazzo.
Tra i miei impulsi, c’è quello di rubare.
Di cancellare volti e nomi per ricominciare ancora una volta da zero.
Di non rendermi più reperibile, se non a mio capriccio.
C’è quello di violentare la mia natura fino a diventare socialmente rispettabile, come mi è stato chiesto. Ma io non voglio essere rispettabile. E non voglio essere riconosciuto per quello che faccio e come agisco. Ho con le persone un rapporto di notte interiore ed esteriore, o si entra in assonanza o tutto è inutile e anche troppo borghese per i miei gusti.
Tra i miei impulsi c’è quello di smontare ogni edificio di simpatia. Sono così fragili e codardi, i rapporti basati sulla simpatia. Non vanno mai oltre, si accontentano.
Tra i miei impulsi c’è quello di non scrivere mai più, violentandomi e ammutinandomi di fronte ad un sistema che mi disgusta, quello della pubblicazione come work in progress per costruirsi una reputazione.
Reputazione: questa parola è un’assoluta merda. Senza speranza.
Sono un individuo che si consuma tra pulsazioni violente e la loro negazione frettolosa; ogni tanto qualcuno prova a ricordarmelo nel modo sbagliato.

Ho inseguito tante donne nella mia vita, vagheggiandole, senza mai corteggiarle. Più belle e avvenenti erano, più mi stancavo velocemente di essere in traiettoria. Ogni donna che mi è piaciuta, anche solo per un’ora, ha dovuto varcare il mio regno delle ombre, dove ogni donna che mi sorride è potenzialmente una madre suicida che non tornerà mai più a darmi spiegazioni.
La mia intimità affettiva, la mia sessualità violenta e occasionale, la mia voglia perenne di autodistruzione con uscita di emergenza è tutto frutto di un suicidio che scolorisce negli anni, che assume i contorni incerti di un brutto sogno tramandato da falsi testimoni senza strumenti per capire.
Sogno ancora troppo. Sogno senza sperare, questo è il vero amore per la vita che intanto passa.
L’altra notte ho sognato mio padre. Era vestito come mai l’ho visto, tutto colorato, e mi abbracciava. Nel sogno, mi commuovevo. Nella realtà, quasi mai.
Mi sono svegliato di soprassalto. Erano le quattro e cinquanta della notte. Non mi sono più addormentato e ho finito per guardare e contenere una delle ultime notti nella vecchia casa. Ho contato le finestre accese nel panorama: tre in tutto. Una per sesso e due per solitudine. Io ero la quarta luce, luce da sogno catturato, luce di consapevolezza, di rischio, di rinnovamento, luce da strada differente, non lastricata di promesse, non soggetta alla politica del gradimento, luce innamorata per poco del colore che due tonalità di buio messe insieme riescono a comporre.
Un colore che non chiede niente e che si mette in fila, non per essere definito ma per prendere fuoco verso stelle casuali. Le migliori, sempre.

©Luca De Pasquale 2018