10/08/18

Come in un film di Marchal


Quasi tutte le donne che hanno avuto una relazione con me, breve, media o lunga o addirittura una semplice (per modo di dire) simpatia, alla fine hanno scelto di legarsi a qualche figura apparentemente positiva.
Nel migliore dei casi, dei languidi bonaccioni sempre orientati al problem solving, tanto pratico che esistenziale.
Nei peggiori, si sono lasciate attirare nell'orbita di coach dell'anima, educatori alla serenità esistenziale, muscolosi orsacchiotti del bene.
Nulla mi è più inviso delle figure di coach dell'anima, davvero nulla. Se uno è davvero un coach dell'anima, allora io sono Abaddon o Charun, seriamente.

Incontro Adele con il suo maritino sorridente. Lei fa finta di non vedermi, lui mi riconosce. Il maritino si mette a tossire e poi caccia il cellulare dalla tasca dei calzoni bianchi. Di lino, da checca isterica, da paladino del bene. Da uomo risolto con il sorriso largo. Da coach dell'anima. Uno sporco, idiota e incoerente coach dell'anima. Uno che vuole sbrogliare nodi per vivere meglio, uno che parla quando fotte, uno che fotografa la stelle dalle scogliere e poi rompe il cazzo al mondo con le sue visioni inebrianti che tutto vorrebbero spiegare. E allora sì, io sono il demonio. Al suo cospetto sono un demone che non si è mai arreso alla luce: dovremmo scontrarci nei cieli e io dovrei perdere per precipitare di nuovo all'inferno.
Io me lo ricordo come godeva Adele. Con le labbra socchiuse e gli occhi aperti, ricordo come allargava le braccia nel vuoto e di come cercava il bene negli attimi d'amore, mentre per me ogni rapporto era una deliziosa impiccagione alla grata malferma di un paradiso ostruito.
Era bella Adele, quando era indecisa tra disperazione e guarigione.
Ora, con questo cinedo dai pantaloni di lino e il culo pulito, è un fantasma, una marionetta che ha trovato il suo posto negli scaffali del bene.

Mi fermo a fumare una sigaretta, non mi allontano dal loro campo visivo. Mi tocco i capelli, mi aggiusto il cazzo dalla tasca sinistra, scalpito con il piede destro, come un toro cieco che non partirà. Di fronte a me c'è una chiesa dove sono entrato molto tempo fa, scandalosamente da impuro, a chiedere che mio padre non morisse e che un'altra persona a me cara guarisse. Sono stato un incoerente e un superficiale.
Alla mia destra ci sono loro, la coppia che si allena a tenere l'anima linda, tra note di pianoforte, belle melodie, le loro lingue al dentifricio in bocca, la loro voglia di figli e vacanze, le loro cabalistiche scaramanzie da cagoni.
Alla mia sinistra c'è quel che resta della mia fede rivoluzionaria e anche il Diavolo, quello vero, il cocchiere della desolazione, quello che mi prende in giro quando ricomincio a chiedere tregua, fama, complicità.

Dove scappo? Dove mi dirigo?
Non voglio salutare Adele. Non voglio che mi presenti il suo puttino in salsa di lino, che magari mi sguaina un sorriso umano e chiostrato che sa di guarigione, la sua. Una guarigione borghese, come borghesi e pletoriche sono tutte le smanie di miglioramento grazie ad amuleti, pozioni e visioni gratificanti.
In chiesa non ci posso entrare, e non perché Dio sia un mio nemico; è che non ho nulla da dirgli, adesso. Quanto al Diavolo, me lo ritrovo nei posti più inaspettati, nei momenti più delicati, a tentarmi con cose che nemmeno capisco a fondo.
Adele è ancora bella, ma ora è bella banale. Quanto al suo giannizzero, me lo immagino leggere un libro consolante su una spiaggia da cartolina, con i piedi incrociati. Avrà tatuaggi sulle caviglie, questo glory hole umano.
Vorrei andare da lui e chiedergli che musica ascolta. Di sicuro musica di merda, non mi aspetto niente di buono da uno con quella faccia e quella silhouette da verificatore di attrezzi.

Non posso andarmene, perché proprio in questo piazzale ho un appuntamento per vendere duecento numeri di una rivista sportiva. Da come ci siamo accordati al telefono, sembrava quasi che io e il compratore dovessimo incontrarci per andarcelo a sbattere in culo nel bagno della stazione; il tipo era tutto circospetto e quasi mi stava per chiedere il segno zodiacale, cosa che si fa di prassi prima di infilarsi in qualche modo.
Adele mi guarda ed io getto la sigaretta in un tombino. Qui finisce il nostro incontro di sguardi. Vorrei non ricordare come gode e come accelera quando si sente vicina ad una risoluzione dei suoi nodi. Lo stronzo di lino di sicuro le sarà molto più utile di me, perché io sono l'impiccato, la deviazione verso la strada sterrata chiusa, io sono il transito rovinoso e propedeutico.

Si allontanano, che Dio, quello vero, sia ringraziato. Intanto arriva il compratore che sembra uscito da un vecchio film di Verdone; metà della sua testa non ha capelli e l'altra fin troppi, indossa una cintura degli anni settanta e ha un vitino di vespa che mi fa pensare ad una fragilità inenarrabile.
L'aria è quella di un autentico pervertito; a cagione di questo, mi devo trattenere dal chiarirgli subito che non riuscirà a manipolarmelo o a baciarmelo con il rossetto rosa. Invece è un povero cristo che in pieno agosto si compra duecento riviste sportive da un angelo caduto. E questa è la vita.

Mentre operiamo la scambio, penso a come godeva Adele, molto più bella della mia inguaribile disperazione; penso che vivo da impiccato e continuo a chiedere tanto a me e agli altri. Penso ai libri di Jens Bjørneboe, che non riesco a trovare da nessuna parte. Penso ai film di Olivier Marchal, che adoro. Mi sento come Louis Schneider in “MR73”. Mi mancano gli occhiali rosso scuro e una bottiglia di whisky in tasca. Solo quello.
Il resto c'è tutto, inclusa la voglia di fare pulizia e chiudere i conti, a modo mio e senza regole di cartapesta recitate dal dannato esercito della salvezza e dai coach dell'anima con i pantaloni di lino.

©Luca De Pasquale 2018





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