02/08/18

Antoine D'Agata, Colosseum II, piedi marci e coraggio non riconosciuto


C'è una strada a Napoli, in pieno quartiere Vomero, che da giorni puzza in modo incredibile: l'effetto è quello che si avrebbe se si radunassero i piedi più puzzolenti del paese tutti sullo stesso dannato marciapiede. I cassonetti emanano un tanfo nauseabondo, come di cadaveri in putrefazione; a nulla serve l'esotismo visivo del passaggio di ragazzotte in carne con micropantaloncini e tatuaggi ovunque, un crocevia tra citazioni celtiche, giapponesi, indiane e a cazzo di cane.

Come tutte le estati, non parto. Mi predispongo a ricaricarmi ed anche a svuotarmi. Recupero vecchie cose, ma non abitudini.
Sono giorni che mi ossessiono con un disco dei Colosseum II, “Strange new flesh”: uno dei miei sempreverdi. L'album è del 1976. Questo maledetto disco è di importanza capitale per me, in particolare per un brano che ha colorato tantissime mie giornate: “On second thoughts”. Il cantato passionale di Mike Starrs, le avveniristiche tastiere di Don Airey, Gary Moore prima maniera a dire la sua alla sei corde, e poi una sezione ritmica da urlo, Jon Hiseman alla batteria e il fantastico Neil Murray al basso, il quale raggiunge in questo pezzo vertici poetici ed espressivi non da tutti.
Penso a “On second thoughts” mentre devo turarmi il naso per non vomitare, di passaggio per via dei Piedi Sporchi Radunati.
Tutte le volte che devo turarmi il naso, e capita frequentemente soprattutto a livello umano e relazionale, c'è sempre qualche forma di bellezza a salvarmi il culo, un'oasi, una pausa, una visione nel deserto. I dannati del resto si salvano sempre prima, anche se per poco, rispetto a quelli che ufficialmente sono al mondo per dispensare sorrisi e saggezze.

Il disco dei Colosseum II sommerge momentaneamente il fetore di merda, piedi e abbandono di questa strada apparentemente residenziale, in cui transito da solo come una sorpresa dimenticata sul tavolo di una festa.
Che faccia avrei se mi trovassi al mare, in vacanza, con le gambe scure, la carnagione abbrustolita? Sorriderei tanto di più come suggeriscono i saggi?
Infilerei delle magliette da commendatore? Sarebbero evidenti le erezioni ancora gioviali sotto la stoffa bianca di pantaloni oltremarini? Avrei delle belle parole da devolvere in qualche cena? Guarderei con indulgenza gruppi di bambini o le coppiette di fidanzati che si esplorano la bocca perdendo ettolitri di saliva e chili di fiducia?

Camminando in una Napoli desolata, fiaccamente imborghesita dalle assenze e dalle nevrotiche presenze, mi rendo conto che non lo so, e che per giunta non me ne fotte niente. Come sarei al mare? Ma che quesito è?
E come sarei se una volta nella vita avessi votato a destra?
E come sarei se non mi fosse piaciuto troppo il rock duro?
A questo punto dovrei anche immaginarmi padre, omosessuale, prete, politico, tennista, musicista, pantografo e chissà quant'altra roba. Non mi piacciono queste fantasticherie. Solo le fantasticherie sessuali hanno un senso preciso, mirato ad un possibile risultato. Il resto è materiale di risulta e fa male all'anima, come tante altre soluzioni che ci sembrano a portata di mano.

La strada dei piedi sporchi e marci è passata, ora penso alle fotografie di Antoine D'Agata. Mi attraggono molto. Sono sordide, disperate e forse definitive. Mi attraggono, sembrano parlare una lingua mezza muta che mi sembra di conoscere anche troppo.
Droga, sesso, perdizione, abbandono e autodistruzione: ecco di cosa narrano le foto di D'Agata. Ma a me non procurano un sentimento di orrore e di desolazione, per niente. Forse perché non ho mai collegato le visioni scarne e cupe alla reale disperazione, e forse anche per il mio ostinarmi a non considerare le percezioni negative come un difetto di fabbricazione.
Forse perché so che il gusto, alla fine e senza limitarsi alla bocca, è un po' amaro. Molto amaro, anzi. Queste strade deserte richiamano il sesso, veloce e sporco, violento e senza futuro, accumulo di fantasmi che gioca animale in mezzo a fiori rapidi e ingannevoli. Avrebbe senso se in queste strade la gente fottesse contro il muro, sputando e maledicendo Dio una volta per tutte, ricordandosi di quanto siamo degli involucri di rabbia adatti a prendersi in giro.
Dio è in queste strade, ci sorveglia? Non so, non lo saprò mai. La bellezza è a tempo, ma salva. La sporcizia si nasconde nei sogni, parassita indistruttibile. Non guardo dall'altra parte. Non mi salvo con regole ideologiche di sorta. Non scrivo mai per lavarmi l'anima: la scrittura non è il mio bidet esistenziale, quando smetto sono sporco, insozzato, corrotto, sono vendetta allo specchio e uomo che saltella su una gamba declamando versi inesistenti.

Mi fermo sotto un palazzo a fumare. Se chiudo gli occhi, posso sentire il mare dentro, oscillante tra braccia e testa, esattamente come il dolore. Sono un bicchiere in frantumi con il mare dentro. Eppure non perdo niente da dosso.
Guardo le finestre chiuse, le tapparelle abbassate: il senso di sporcizia è ancora lì, negli occhi, nella misurazione delle distanze, ed io sono più un ladro che un osservatore, a conti fatti. Se fossi un figlio di puttana, potrei farmi pagare il coraggio che mi porto sotto il braccio come una baguette troppo corta per diventare una qualsiasi bandiera.
Potrei infondere coraggio a chi non crede più in un cazzo di niente. Potrebbe risultarmi anche facile, dopo tutto. Perché io mi alzo sempre, anche al cospetto della fine, e dico la mia. Da sempre. Ma è coraggio che non mi riconosco e non ambisco a vedermi riconosciuto.
Non è neanche uno stile di vita, è il modo di respirare e vivere che nessuno mi ha insegnato, quando tutti piangevano e si raccontavano sciocche storie di doglia e sopravvivenza.
Non posso farmi pagare per il mio modo di salvarmi e di amare l'esistenza in mezzo ai rovi. Non posso vendermi, facendo finta di aver acquisito competenze afferenti al superamento di ogni male. Posso scrivere, vagabondare, sentire per queste strade la potenza animale di quanto si evita per scongiurare l'autodistruzione e la tristezza senza strumenti di approfondimento.
L'estate promette poco, ma custodisce la bellezza dell'autunno.
La mia giovinezza prometteva poco, ma custodiva l'onore come una risorsa al riparo da agguati e mistificazioni.
Questa è, ancora oggi, la migliore vacanza della mia anima inquieta.

©Luca De Pasquale 2018



Nessun commento:

Posta un commento