08/07/18

La grande prostituta tascabile


Il passato come fata morgana. Trasformare i ricordi in miraggi, favole, sogni di favole.
Gesualdo Bufalino

É iniziato il deserto estivo. La gente va a mare. Perfetto. Le strade stamattina puzzavano di merda, piscio, dell'olio delle scatole di filetti di sgombro lasciate sui muretti, puzzavano di precarietà, di pazienza stanca, di cicli e ricicli della vita, quelli più banali e prevedibili.

Insieme a questi odori nauseanti, ho avvertito l'assenza del mio passato dalla testa e dal cuore. Non è una notizia positiva, perché dagli errori del passato (errori miei e soprattutto altrui) sono riuscito sempre a ricostruirmi. Solo che ora non lo sento, quel passato-piombo che mi arrugginisce, mi porta tetano, vendetta e disgusto assoluto per ogni convenzione sociale e amorosa.
Dov'è il mio passato?
Ci ho pensato mentre compravo il giornale, mentre prendevo il caffè evitando di parlare con la gente; ci ho pensato anche seduto sul cesso vestito, così, per riflettere e fumare.
Da chi o da cosa si sta facendo sbattere il mio passato difficile? Perché io lo so che il mio passato è una gran puttana, pronto a cambiare prospettive a seconda di chi lo carezza e chi vuole comprarlo per illudersi di poterlo cambiare ed abbellire.

Niente, assente. Non ci sono abituato. Sono piuttosto abituato a non considerare nessun futuro, o meglio ad avvertirlo come una scommessa a perdere, un azzardo, un oltraggio alle pagliuzze troppo corte lanciate nelle ore più cupe delle speranze obbligatorie.
E allora l'ho cercato, nelle mie idee, nella mia voglia di scrivere per dimenticare, nella mia ribellione a prescindere. L'ho cercato negli odori schifosi della strada, ai quali si sono aggiunti gli effluvi di creme abbronzanti, i profumi da supermercato spruzzati sui genitali caldi e depilati, oltre al mastodontico odore delle assenze che sa sempre un po' di Satana anche se ti rifugi nella preghiera.
Ho sempre trattato il mio passato da zoccola. Un rapporto di laida dipendenza regolato da commerci e tariffe variabili. Quanto vuoi per tenermi compagnia con le gambe spalancate? Quanto vuoi per aprire la bocca ai futuri piaceri? Quanto vuoi per alitarmi in faccia l'illusione del cambiamento?
Quanto vuoi per farti sussurrare senza opporti che la tua presenza dannata è il mio fascino maggiore? Puttana.

Me lo sono portato dappertutto. Agli appuntamenti di lavoro, nelle missioni punitive, a letto con le donne. Quando qualcuna si è incuriosita del mio destino contraddittorio, è lui che ho lasciato vedere, come un coniglio uscito decapitato da un cilindro.
Quando ho cercato di scaricarlo agli angoli di una strada come un drogato, sono stato io a trovarmi ai margini di me stesso e dei miei desideri. Mi ha seguito come un cane rognoso quando ho cambiato città, quando ho strappato le foto della mia famiglia e dei miei amori, persino quando ho creduto di godere dopo aver coperto tutti gli specchi. É stato lui, il pessimo consigliori, a suggerirmi di comportarmi con le persone con i crismi precisi della comparsa, persino con i veri amici. Quel cane rognoso nonché vecchia bagascia mi ha anche obbligato a non considerare mai la quotidianità con nessuno, salvo rare eccezioni. La quotidianità è noia, abitudine, trattative, compromessi. Uno con un passato ciclone non può essere quotidiano per nessuno, neanche per se stesso. A maggior ragione.

Salgo verso casa, tra mille afrori insopportabili, primo fra tutti quello dell'estate, stagione che detesto sin da bambino. La detesto alla follia. È solo un contenitore di liquami e passatempi, non accade mai nulla di realmente profondo. Anche leggere d'estate è meno appassionante, non ne parliamo del sesso, che diventa una fontana di sovrastimata levità animale.

Insomma, dove cazzo è finito il mio passato? Mi è caduto da una tasca ed è precipitato in una fogna intasata di blatte? Sarebbe una fine poco nobile, per un losco figuro idealizzato al rovescio, usato come alibi, vibratore, pistola da suicidio orario, rogo di sensi, assassino di madri ombre cinesi, stupratore di nuove ingenuità che sarebbero state tanto belle da vivere.
Vuoi vedere che mi sento perso senza le mie maledizioni? Vuoi vedere che sono così cretino e prevedibile, proprio io che detesto la prevedibilità?

No, non è possibile.
La verità, come ho detto e scritto tante volte, è che questo mare -vivere- è troppo grande per mantenere la rotta. Se ti hanno convinto negli anni migliori che saresti stato un grande affascinante naufrago, ora è incredibilmente dura accettare che potrei diventare un capitano, un ammiraglio o addirittura un armatore.
Credo che questa sparizione sia un trucco, un colpo a sorpresa per tornare più carico ed espressionista di prima; magari quando sto per addormentarmi, finalmente riposare o sorridere ad uno specchio prima che ad un altro essere umano.
Non devo fidarmi di chi mi ha convinto di essere una prostituta da motel, quando invece ero solo un principe indeciso, travolto dai dolori degli altri, strumentalmente usati (i dolori) per lavarsi la coscienza.
Più taglio i ponti con quello che mi ha distratto per anni, più quel mostro si ribella, urla, protesta, torna sotto sembianza di sogno o bella donna, bella come una lavanda gastrica senza demoni apparenti. Ora ricorre anche alla sparizione per sedurmi.
Non c'è posto per tutti e due nella mia vita e nella mia scrittura.
Uno dei due dovrà morire. Con onore, magari.

©Luca De Pasquale 2018

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