22/07/18

Il dolore mescolato al lusso


Per esempio, ho appena deciso cosa è per me l’onore: il rifiuto di relazionarti con gli altri esclusivamente secondo i tuoi termini, e il rifiuto di lasciare che essi si rapportino a te esclusivamente secondo il loro.
Tony Veitch

Scrivere della Napoli esoterica. Quale?
Scrivere di massoneria e misteri sotterranei, di faraoni del cazzo, scrivere per sollevare le coscienze, scrivere per risvegliare.
Scrivere di amore in modo profondo ma leggero, come piace alla gente.
Dare precisa connotazione geografica alla propria scrittura: sei o non sei napoletano? “Usa la tua nascita per emergere”.
E poi, ancora, usare le parole che gli altri hanno imprigionato alla bocca della stomaco o sulla lingua, come pastiglie del Re Morte.
Scrivere per dare di sé un’immagine pulita, corretta, coerente.
Che schifo, maledizione.

Nella sala d’attesa dello studio medico c’è una musica levigata da villaggio vacanze, da serata lounge, da festa esclusiva in terrazza. Una musica che ti cattura per qualche istante e ti arriva dritta sulla punta del cazzo. Una specie di disgustoso ed inevitabile brivido erotico. Mi domando se sono venuto qui per una visita o per un pompino in lingerie con luci basse e una gatta che mi striscia ai piedi chiamandomi “porco bambinone” e annunciandomi che si prenderà cura della mia erezione ingestibile.
Con questa musica o scopi, o te lo fai succhiare. Di certo non ci vai a cena, perché è musica da ricchi che neanche l’ascoltano, è come crema abbronzante da spalmare per poi, e qui ricasca l’asino, eccitarsi e riempirsi di panna calda e odio annunciato.
Solo che oggi non ho voglia di pensare a gatte ai miei piedi e l’idea di un pompino confligge con lo stoicismo degradato che porto avanti come un karma di stagnola.

Quando arriva il mio turno, sono estenuato da questo ciarpame elettronico per “dj che suonano” per stronzi cresi. Vorrei dirlo al personale, non mi aspetto gli Slayer ma questa merda è davvero offensiva. Ma si sa che il benessere o presunto tale deve essere accompagnato da cose concave, che accolgono, che ti convincano di quanto tu sia un privilegiato ad accedere ai miglioramenti di turno. Cose che non ho mai sopportato.

La visita serve a poco e ne prepara un’altra. Faccio visite per scoprire che devo farne altre. Scatole cinesi. Come in tanto altro, persone come scatole cinesi, amici come scatole cinesi, raccomandazioni come scatole cinesi.

L’estate è la stagione del mio letargo. D’estate divento puntualmente il conte di Montecristo e preparo il ritorno, sapendo che nemici e comparse sono distratti dalle chiappe nell’acqua, da discorsi futilissimi di leggerezza anti-suicidio, da cene a base di pesce; d’estate so che molti uomini quando raggiungono l’orgasmo credono di aver trovato un Dio tascabile, la quadra dell’esistenza. È facile credere a questo quando si eiacula, l’ho capito presto, a quattordici anni, quando abusavo della mano come tutti quella della mia età.
Ultimamente ho scritto molto di suicidio. Oggi non ci penso nemmeno.
Oggi sono un guerriero di giada che ha smarrito il silenzio in qualche strada affollata. Non è una bella sensazione.
Sono felice di poter tornare ai libri di William McIlvanney, che sto leggendo avidamente. L’unico giallista –termine per lui riduttivo- che trovo adorabile. Uno scrittore immenso, raffinato, non conforme e non convenzionale; il fatto che fosse scozzese forse può spiegare tutto. Il padre del Tartan Noir, un punto di riferimento non solo per giallisti e scrittori noir.
McIlvanney, a differenza di tanti mediocri e pompati giallisti italiani, non ha paura di sporcarsi le mani con la paura, la vera povertà, al di fuori di ogni grottesca retorica da finti perdenti e da terzomondisti in giacca scura.
Non uno scrittore provinciale, da campanile come quelli che sovvenzioniamo con la nostra debilitante mania di trovare stendardi e vessilli di paese. Non uno di quelli che si diverte a fare la voce grossa su twitter o su facebook, dandola a bere sull’essere autentico. William McIlvanney non era uno scrittore conforme.

Come conforme non mi sento io, in assoluto. E so di aver fatto una scelta precisa: stare fuori dalla mischia, continuando a sporcarmi, a contraddirmi, a rischiare di apparire reazionario per insofferenza, a rischiare di risultare sociopatico per un insulso incesto tra definizioni che non riescano a leccarsi in mezzo alle gambe. Sì, certo, capita che io mi senta solo (e non certo eroico) in questa corsa a scorticarsi, a perdere l’equilibrio, a smembrare la flottiglia della solidarietà indimostrata, la solidarietà sociale come abito mentale semivuoto, come vezzo linguistico e di apparenze.
Ho scelto il randagismo, uno stato intermedio tra il totale selvaggio e l’individuo sensibile confinato ai margini della società funzionante. Ho scelto questo e non piango nulla. Non mi sono portato un fischietto per richiamare i miei simili all’adunata. Il fischietto della paura me lo sbrano o me lo ficco nel culo, ma non lo uso per ottenere compagnia. Di questo sono certo.

Ho voglia di leggere altri trecento libri di McIlvanney, le avventure del suo Laidlaw, fino a quando non sarò invecchiato. Ma non è possibile perché la sua produzione non è sterminata e lui è anche morto.
Ho voglia di ascoltare i miei dischi di datato hard rock che nessuno acquista e nessuno, purtroppo, si degna di ristampare. Dischi che non sono Eric Clapton, Allman Brothers, Beatles, King Crimson, Talking Heads. Dischi che non fanno urlare al miracolo e non uniscono le persone in farfugliamenti da nerd.
Farò andare fino a sera roba dei Birth Control, dei Demon, dei Vengeance, dei Triumph, dischi che amo e non mi tradiscono mai. Dischi che ho cercato di far conoscere a volenterosi che poi, alla fine, sceglievano comunque la band più famosa, quella che serve per parlare e confrontarsi con gli amici.

Ecco, mi piacerebbe che negli studi medici facessero girare qualche disco dei Triumph, degli Uriah Heep, persino dei primi R.E.O. Speedwagon e naturalmente gli April Wine. Mi farei visitare più volentieri. E invece no, devo tollerare quella disgustosa paccottiglia artificiale che ti va a solleticare sotto i testicoli e ti spinge verso fantasie anali di scarsissimo rilievo.
Così come devo tollerare chiacchiere, tante chiacchiere, richieste d’aiuto forse, ma che finiscono per somigliare a degli aforismi vacui imbevuti di vanità e di strategico amore per il bello da conservare e di cui usufruire; in barba ai dolori esistenziali espettorati con la vanità dell’eccesso che caratterizza la figura umana.

L’estate mi rende ancora più selvaggio, randagio, probabilmente isolato ed esposto alle intemperie. Nelle mie strade migliori piove spesso, proprio come nella Glasgow affamata e cupa di McIlvanney.
Pizze e mandolini, zapatismi di facciata e nuove aperture di ristoranti mi lasciano indifferente, come il dolore quando si mescola con il lusso.

©Luca De Pasquale 2018



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