20/07/18

Il demone dei gelsomini

Nelle sere d'estate le persone si sistemano sui balconi a parlare, dal vivo o al telefono non importa.
L'aria puzza di pesce fritto, di carne alla griglia, di fiori invisibili che non sono più alla portata dei sognatori reali. L'idea del sesso non è ristoro o sigillo, è un colpo di arpione arrugginito su ghiaccio secco che rimarrà al suo posto.
C'è anche odore di vanità e noia mescolate, qualcosa di orrendo, di stancante, molto più vecchio di me.

Mi manca il vento freddo delle notti invernali, quando per fumare devo nascondermi dietro la caldaia e muovere continuamente le gambe. Probabilmente mi manca lo stupore che ho sempre inseguito, sostituito da un glaciale cinismo en travesti, come il silenzio che nasconde gli orridi dietro vecchie case di montagna.

L'odore di gelsomini è fortissimo. Bello e insopportabile. Fumo per coprirlo, e anche per dimenticare la voce del vicino che continua a raccontare non si sa a chi fatti intimi non a lieto fine, “io a quella cessa la denuncio, hai capito... non mi fotte... io la conosco a quella cessa, apre le cosce solo a chi dice lei... ma io non sono nato ieri e tu lo sai bene...”

L'odore di gelsomini, non so spiegarne il motivo, lo associo a qualcosa che riguarda, neanche troppo velatamente, il suicidio. Un suicidio algido, onorevole, senza lacrime. Un castello della mente, qualcosa che non ho visto e non ho in mente di eseguire, ma presente e violento nelle sensazioni che mi raggiungono.
La stessa sensazione che avevo da ragazzo quando mi piaceva qualcuna; dopo averla vista pensavo che avrei potuto chiudere bottega senza disonore, e tornando a casa in piena notte camminavo coraggioso, indifferente alla pioggia, al freddo, ai fulmini.

E allora mi dico, caro scrittore, com'è vivere con il profumo del suicidio cucito addosso come una camicia su misura per una bella festa dei sensi?
Com'è, respirare e persino costruire senza riuscire a sottrarsi a questo aroma dolciastro, sessuale, fradicio come la peggiore promessa infranta, sognante come tutto quello che avviene prima dentro e poi nella realtà?
Vivere con onore, morire con onore. Parlando poco. Costruendo il più possibile.
Puoi fare quello che vuoi, uscire, partire, conoscere, amare e diffondere la musica, sorridere ai bambini, raggiungere al buio baite e malghe, perderti nella risacca marina in autunno, dipingere, dichiarare amore senza stendere la mano: quell'odore resterà sempre, magari nell'angolo di una stanza, nella voce di uno sconosciuto, nel cielo chiaro delle notti estive. E tu ci devi fare i conti, senza fingere che sia scomparso o che tu lo abbia superato. I deboli fingono di superare i mostri sulla corsia di sorpasso. I deboli, i cretini.

Mi arrivano anche profumi femminili, stordenti, mescolati al sudore, alla voglia di accoppiarsi per dimenticare la grande stanchezza delle prospettive condivise. Li filtro subito e li trasformo in passato proiettato solo sui muri.
Maledetti bastardi, è una vita che aspetto che mi assegnino una missione definitiva e ufficialmente senza speranza. Che maledette perdite di tempo.
Anni e anni ad aspettare che un Dio/temporale mi dicesse, “ehi tu, piccolo samurai. Ora devi lottare contro un drago lungo quanto il mondo, dal ventre profondo come il tuo abisso interiore, crudele come la tua voglia di piacere”.
E invece no. Solo questi profumi persistenti, occasionali, equivoci. Intrisi di cibo, fiato caramellato, un misto tra rossetto color agonia e la proiezione indefessa e idiota dei propri tempi migliori nello sguardo del domani.

Partite per dimenticarvi.
Volete piacere per rassicurarvi.
Cercate chi vi convinca che siete bravi e vi salverete.
Volete essere amati perché così si porta da quando è nato il mondo.
Vi allenate ad ignorare il dolore.
Il vostro Dio giustifica facilmente il fallimento, il sacrificio, l'oltraggio da convertire.
La morte dei bambini ha per voi il colore bianco. Il suicidio ha un colore che non sarà nei vostri armadi. Le morti sul lavoro hanno il colore rosso perché così le archivierete meglio, dopo l'iniziale pietismo di maniera.
Mi piacerebbe rivelarvi, anche se non ve ne importa e vi capisco, che colore ha la vitalità che non dimentica mai la morte e l'onore. Ancora non lo so, per cui ondeggio, mi arrampico, cedo per ferirmi a puntate, amo a salve quando nessuno mi vede, mi compio in sottrazione e intanto costruisco.

Non è tanto difficile morire, fallire o rinchiudersi nel silenzio.
Il difficile è trovare equilibrio tra la tempesta e l'unicorno dei sogni, tra l'essenza e l'apparenza, tra la farsa teatrale del dolore da guarire e la smania erotica e seducente dell'autodistruzione senza perdono e senza epitaffio.

In queste notti estive di tatuaggi, scopate davanti allo specchio, indignazione civile che si riproduce vacuamente all'infinito, foto consolanti, lingue sudate in bocca fino a soffocare il desiderio, in queste notti di soldi, di rimedi, di libri di merda scritti per illusi e borghesi creduloni, in queste notti in cui se pensi troppo cingi il vuoto al ventre e lo penetri senza mai venire, si compie l'incanto alla rovescia, percepire un odore dolciastro, nebbioso e crudele, quello della rinuncia a vivere. Non la propria, sarebbe troppo facile. Quella di chi non ha voce. In queste notti compiaciute, pornografiche a pochi passi da salvifici sagrati, io sono il demone dei gelsomini.
Un demone che non si disegna e non si ricorda, composto di aria rarefatta, voglia d'amore insidiata per definizione dal potere ipnotico della fine.
Posso fumare quanto voglio, quel cazzo di profumo è sempre lì.

©Luca De Pasquale 2018

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