16/07/18

Hotel Assenza


Perché le stanze degli alberghi più infimi sono state per me più rassicuranti delle case, dei bei posti?
Perché in quelle stanze, e solo in quelle, sono riuscito a gestire la mia ombra in fuga. E i fantasmi.
Nella familiarità c'è qualcosa che mi disturba, che mi avvilisce. Che mi disinnesca.
Non è vero che un balcone pieno di piante può darmi serenità. Per niente.
Non è vero che la vista del mare mi mette in pace. Semmai è il contrario.
Non è vero che un sorriso amorevole mi risarcisce. Dura poco, poi la rivolta perpetua riprende il sopravvento abituale.

L'amore ricevuto, che amo a mia volta e non potrebbe essere altrimenti, spesso mi imbarazza e rappresenta una macchia su una coscienza girevole e bastarda.
La lettura non è un gesto rilassante. La lettura scoperchia la scatola dei demoni anche quando mi sistemo sulla sdraio con pantofole e sigarette, sorridendo come un coglione. Le letture migliori sono sale sulle ferite aperte e richiuse mille volte, sempre con meno spago e meno pazienza.
Amo le stanze luride degli alberghi fuori mano, dove l'abat-jour illumina pochissimo o non funziona. Dove posso fumare guardando un soffitto ingiallito e dove il passato non è moneta corrente, non vale niente. Vale meno della mia ombra, che tengo al guinzaglio come un nobile decaduto e masochista.
Amo le stanze di sordidi alberghetti dove il portiere allude chiaramente alla possibilità di poter pagare a poco una compagnia basata su sesso e commercio, una stretta al basso ventre, un'operazione di sdrammatizzazione delle pulsioni più animalesche e per questo senza idee al centro.
Voglio poter dire no alla prospettiva di un rapporto orale nell'oscurità per quindici euro, inclusi colpi di tosse e cattivi odori corporali. Forse ho avuto per troppo tempo il vizio di farmi principe nel lerciume.
Nelle micragnose e pidocchiose stanze d'albergo faccio accomodare la mia ombra a terra, come un cane che si piscia addosso e non abbaia più alla luna da secoli. In quelle stanze il quadro è chiaro, sono un dannato che si porta avanti: nessuno può rompermi i coglioni con il sentimento del miglioramento, della pulizia morale da esibire, eccetera. È tutto più semplice.

Nelle case, nei corridoi dell'amore reale, questo gioco al massacro mi è vietato e allora impazzisco, vado in corto circuito, divento io stesso una camera d'albergo vuota, forse distrutta.
I meccanismi più oliati della mia autodistruzione fuori moda trovano degli impedimenti spesso insormontabili. Sono costretto a rifiatare, a umanizzarmi in presenza e non in fuga. Un'attività che ho sempre cercato di scongiurare.
L'enorme controllo che ho avuto nei confronti della mia incapacità di affiliarmi e di sognare insieme agli altri mi ha portato velocemente a non poter avere nessun Dio e non poter neanche abbracciare concretamente un'ideologia nella quale ho comunque speso molte delle mie istanze sociali. Ho perso, o forse non ho mai avuto, la capacità di fomentare illusioni e dare cibo alle migliori utopie. Qualcosa di violento, oscuro e sensato mi ferma puntualmente alle porte di una fede, di un'ideologia cieca, di un modo più rumoroso e allegro di cercare la complicità degli altri. Mi piace l'idea di una rivoluzione, ma non ci credo. Non ci ho mai creduto. Credo che esista qualcosa di impensabile nel cosmo, ma non ci crederò mai. Tangibilità, empirismo costellato di spine e silenzi, pragmatismo nichilista, non so cosa sia. Non cavalco illusioni. E non mi invento di avere fiducia negli esseri umani per essere più attraente come scrittore e come persona.

Nelle case percepisco l'odore del dolore che c'è stato o verrà. Ho la sensazione che le vite e il circolo degli affetti sono regolati dalla morte, dalla riorganizzazione dopo le scomparse. Le piante che mio padre annaffiava ogni sera con il sorriso tutto a sinistra e la sigaretta pendula in bocca oggi non hanno più senso, sotto i miei occhi, a pochi passi dalle mie mani. Le innaffio anche io, ma è come se fossero morte nell'istante in cui mio padre comprese che non avrebbe potuto più sollevare un innaffiatoio.
Forse le annaffia la mia ombra, che ancora dà cibo alla nostalgia per mio padre, mentre io continuo a pagare stanze a gente che non conosco, figuranti, figuranti che mi servono.

Le conversazioni mi costano carissime, ultimamente.
Basta un attimo e dalla pazienza educata si passa al paradosso del silenzio assenso, o peggio alla garbata pigrizia che sutura la bocca come una ferita di cui si può solo intuire la sfregiata giovinezza.
Le conversazioni sono degli agguati e il killer non sarò io. Mai più. Faccio il testimone, difficilmente sarò accorato, e se tenterò la strada della brillantezza sarà solo per il gusto atavico e perverso dell'effetto onda nel cuore dell'interlocutore: “fammi vedere dove arriva la mia onda nera, se pure gli piacerà io sarò già lontano”. Abbastanza lontano per non causare dolore o per respirarne mio malgrado.

Sono giorni strani, come mi piace dire ogni tanto.
Intermittenza. Alternanza. Arancione e nero, sorrido poco. Il mio corpo si muove lentamente mentre l'anima fa trapezismo sull'abisso. Scrivo solo quando mi va e senza intenzioni precise, gesto anarchico senza cui non potrei nemmeno pensare di scrivere ancora. Scrivo quando la notte mi trabocca da tutte le parti. Non c'è nessun mistero intellettuale da svelare. La mia semplicità è quasi idraulica, a mio modo sono di sconcertante prevedibilità.

Ho parlato con un tizio di tintarella senza nemmeno capire cosa mi stesse chiedendo e cosa volevo dire io. Non ho guardato negli occhi una ragazza che mi ha sfiorato con il suo cane. Mi sembrava di non avere occhi, e di avere troppo cuore per evitare di essere disastro e rovina. Sono in tanti, in troppi, a cercare il modo migliore per affermarsi. Per riscattarsi. Per trovare adepti, compagni, compagnia, salvagenti, fiancheggiatori, persone come muri di pelota, tu dici una cazzata e loro te la restituiscono integra. Sei salvo. Vero?

Entro nelle case delle persone e provo disagio per la bellezza educata e disponibile che finisce per investirmi. Non chiedo bicchieri d'acqua, le belle piante mi mettono i brividi, come le foto di figli e nipoti e come quella calma che finisce nel grande insieme dell'amore urlato con la a minuscola.
O almeno così appare a me.
La regola dell'amore disperato, in qualsiasi contesto, ha messo radici dentro di me mentre contavo ancora i miei robot giocattolo; ora sono adulto e consapevole, anche del dolore certo, ma i miei occhi sono diventati una fotocopia di una notte di pioggia, apparentemente profondi e assetati di nuova luce, in realtà semplici indagatori di un durissimo contrasto, quello tra la vita compromessa del giorno e l'eternità che mi sposta a suo piacimento sulle caselle delle azioni e dei sentimenti.
L'unica reale utopia in cui ho creduto mi ha fatto a pezzi.
E questi errori vanno scontati solo nelle più oscure stanze d'albergo, quelle che evitano anche gli amanti bulimici e lubrificati a prescindere.
Tristezza? Giammai. Solo Impero.

©Luca De Pasquale 2018

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