25/06/18

Valga questo come ottimo congedo


Silenzio.
Un concetto ormai sconosciuto. Uno stato interiore che viene combattuto stupidamente.
Anche oggi lo cerco, dentro e fuori.
E allora non vedo l'ora che i vicini vadano a dormire, che il telefono la smetta di trillare, e che il mio cuore recuperi le chiavi della città.
Una città silente, dove al posto della parola e della tonante affermazione ci sia un fruscio, sotto alti drappi blu che sostituiscano schermi sempre accesi.

Il cielo è nuvoloso, il vento si rincorre nelle stanze senza mai catturare altro che la mia momentanea attenzione.
Vado in bagno, mi guardo allo specchio velocemente, ho bisogno di acqua in faccia, senza asciugare niente. Sono in piedi, ma devo sedermi dentro, calmo, tranquillo, in attesa.

C'è chi pensa che le fasi introspettive siano noiose e basate su fantasticherie. È falso. Introspettivo non significa necessariamente incentrato su se stessi; quando vivo fasi del genere, per paradosso, raggiungo lo zenit della mia empatia con il mondo. Però sto zitto. Questa è la sostanziale differenza con la prassi comune.

Qualche nota fa scrivevo di persone come chiese abbandonate. Adesso invece parlerei di trasparenze. Lo spettro e l'aura di chi incontro non mi sfuggono, perdo volentieri tutto il resto, chiacchiere, confronti forzosi di realtà, aspettative bistrattate dalla fretta e dalla necessità quanto meno discutibile di avere sempre un'opinione su tutto da sfornare prontamente.
Cos'è che perdo?
Il deprecabile rodeo degli incontri organizzati.
Le tavolate confuse dove parlano tutti, tenendosi d'occhio come cornici di quadri vuoti, deprezzati e parzialmente fraintesi.
Perdo la collezione di amici, tra una bottiglia di vino e un'ipotesi sessuale, perdo l'accumulo di punti e di bonus con la frase giusta, quella che serve a colpire in prospettiva. Una pratica esecrabile e di inaudita volgarità, renderci disponibili alle illusioni altrui cavalcando le nostre.
Non voglio essere il cavaliere idiota, il Cyrano fasullo, il misuratore di sospiri annunciati. Meglio essere un appeso, menestrello di vento, infingardo Faust di cieli neri invecchiati ad arte, non più usabili come coreografia sentimentale.

Mai come in questi giorni ho cercato il silenzio: anche nei discorsi, nelle brevi conversazioni anche sincere, e negli sguardi, che nel silenzio riescono ad essere pieni e non caricati di quel che è da venire.
Si può fare narrativa con il silenzio?
Ho sempre creduto di sì, ci ho investito mezza vita e anche la quasi totalità della mia faccia. Sono le parole che devono cercare il silenzio e non viceversa. Questa per me è una regola, una delle pochissime che accetto senza ribellarmi, una regola che è sobria fiducia nell'attimo dopo, la conservazione del silenzio per accentuare gli indizi di verità tra le persone e con se stessi.

Scappo dal rumore. Le navi partono lo stesso. La gente si innamora comunque, spesso sbagliando. Manca sempre qualcosa o qualcuno. C'è sempre una ferita a regolare la luce dei risvegli e il colore delle azioni, ma in quelle ferite, invece di buttarci sale e rabbia, dovremmo scoprire dei mondi, lunghissimi corridoi per mete davvero diverse, noi senza noi.
Finalmente.
E per questo serve il silenzio, che stasera mi abbraccia come un vecchio amico che non ha mai avuto il coraggio di trattenersi a lungo nella mia vita.
Stavolta l'invito parte da me, non sarà un sacrificio guardarlo prendere spazio mentre dormo e sogno.

©Luca De Pasquale 2018

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