30/06/18

Par far fortagia bisogna rompar i vovi


Scrivere per hobby è di tantissimi.
Scrivere per professione e per avere successo è di pochi, invidiati dai tanti di cui sopra.
Scrivere per vivere, sopravvivere e rinnovarsi è certamente mio. E anche di altri, certamente, anche se non ho il piacere di conoscerli.
Scrivere per pubblicare, per arrivare a quante più persone possibili è oggi un compito più lussuoso che improbo. Bisogna avere le spalle coperte –è più realistico- e tanta buona volontà, se non un’ostinazione di ferro, che possa permettersi il lusso, appunto, di trascurare buona parte del resto.
Per scrivere oggi ci vogliono mezzi, volontà, contatti, insistenza, faccia di tolla, autostima gonfiata a piombini, pseudosciamanesimo in pectore.
Mi mancano quasi tutte queste caratteristiche, per cui scrivo tranquillo. Non per il piacere di scrivere, che suona un po’ sinistro e autoreferenziale; lo faccio per respirare. Non per respirarmi. Per respirare. Tutta un’altra cosa.

In questo momento mi interessa di più vivere. Capire. Osservare. Bere quello che mi accade e soprattutto ciò che mi si nasconde. O che mi nascondo da solo.
Mai come in questo momento non cerco compagni di strada, perché ci sono diverse questioni che devo risolvere da solo e con le mie forze, senza quel sostegno immaginario che pure riempie le vite di tanti uomini.
Non covo progetti taciuti per scaramanzia o addirittura per alterigia malcelata.
Non è questo un momento in cui posso trasformarmi in libro. Non ora e nemmeno domani. Forse dopodomani. Ed ecco che questo blog ritrova la sua strada maestra (che in ogni caso ricuserò, prima o poi), uno spazio di assoluta e più che dubbiosa libertà personale, emozionale, prospettica.

Qualcuno voleva il blog arrabbiato? Lo scrittore marginale che perde lapilli di saliva urlando contro il mondo e additando la luna in un crescendo di onnipotenza ridondante?
Non se ne parla.
Qualcuno mi suggeriva di sviluppare temi politici, ribadendo all’infinito il mio credo estremo e anti a prescindere? Orbene, perché dovrei arrivare a sessant’anni gridando assurdità e ripetendo che non ho una collocazione in questa società?
Ma che noia.
Mi sono esposto abbastanza, mi sono incazzato il giusto e anche di più, resto in uno spazio senza bandiere e sull’onda di questa atavica scelta non voglio essere molestato con idee precotte e slogan di calibrata indignazione.
Oggi scrivo del perché scrivo. Domani potrei scrivere di hard rock americano o di jazz danese. O della Fiorentina, del calcio nelle isole Comore, del basso a due corde di Mark Sandman o di Goldrake. Ma non voglio sbavare saliva, agitarmi, sbattermi, diventare rubizzo a comando. Voglio essere come lo Spider di Giancarlo Giannini in “La prima notte di quiete”: sospeso tra vizi radicati e una crescente attenzione per il mondo e per gli esseri umani. Punto.

Ogni volta che ho scritto qualcosa di veemente, di socialmente aggressivo, soprattutto in questi ultimi tempi, sono rimasto insoddisfatto, spiazzato da me stesso e in realtà infastidito dall’essermi fatto prendere la mano.

Perché mi sono reso conto che mi innamoro ancora di tante cose. Come e più di prima. Che la resa interiore e quella sociale non sono tanto collegate come credevo, anzi. Infatti, più le prendo, più annaspo, più riesco per clamoroso paradosso ad esplorare il mondo sognante che precede e segue i dolori. Non me ne faccio niente di uno che si metta a strepitare insieme a me contro le ingiustizie, le possibilità che ci vengono negate, la superficialità.
È vero che l’unione fa la forza, ma non sempre; qualche volta la rabbia di più individui crea un sottoinsieme di slegati retori deliranti. Non intendo in alcun modo diventare la macchietta animata dei miei inevitabili fallimenti.

Mi innamoro ancora. Eccome se mi capita. Dell’alba, delle idee, anche di certi precisi fatti, del tramonto, del vento estivo quando la gente tace, dei viaggi cui ho dovuto rinunciare per becere questioni di tasca. Della musica, dell’arte, del cinema, della letteratura sono sempre innamorato e non semplicemente invaghito. L’arte e la curiosità intellettuale ed emotiva mi hanno tenuto in vita. Dato di fatto incontrovertibile. Per riappropriarmi completamente della mia capacità di amare ed innamorarmi ho bisogno però di solitudine e di una data luce che non è di tutte le ore. Nel letargo costruisco i miei sogni più veri, nel sogno vissuto smantello il mio demoniaco edificio di dolore, nel tentativo di amare e non morire mi piaccio senza neanche dovermi guardare. Punto.

Io sono destinato a ballare da solo per lunghe stagioni. Sono destinato a guardare le ombre nelle notti dei lunghi coltelli. Sto leggendo Rousseau quando sono confuso. Serve. Non entro nelle chiese degli altri per urlare e sono stufo di demolire amori altrui solo per trovare conferme della mia presenza al mondo. Quel gioco al massacro è finito, mi ritiro da quella competizione così iniqua e beffarda. Se proprio devo distruggere, devo iniziare dai miei depositi di rabbia e approssimazione, dai blocchi di cemento delle paure più antiche.

Come Spider osservo, mi muovo nelle sere in cui bisogna sempre organizzare qualcosa di caduco pur di non morire, gioco sporco per conoscere meglio chi prima di me ha scelto l’autodistruzione e la vanagloria al rovescio. Accompagno l’amico spericolato e indeciso tra amore e morte ad un punto di quiete, un luogo dove gli specchi finiscono di mentire e riconoscono i sosia come scadimenti di un vecchio grande sogno, quello di emozionarsi.

©Luca De Pasquale 2018

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