03/06/18

La rivoluzione è il silenzio


Il caldo non lascia scampo. Siamo in giugno, ma la sensazione -per me orrenda- è quella di nuotare nel fango di agosto. Non mi piace l'estate e detesto l'afa. Il mare non è mai stato un rimedio, in questo senso.
Sì, perché il mare per me è un contenitore emozionale, la carta da parati dell'anima, non una vasca in cui immergermi e sentirmi libero. Non ho quel tipo di rapporto. Mai avuto.
Sono un tipo da terrazze estive di notte, quando se ne sono andati già quasi tutti, non un marinaio da infusione e da overdose di sole.
Nel parco dove vivrò ancora per poco c'è un'invasione di bambini che urlano e si rincorrono, impedendomi di lavorare serenamente; perché anche con le finestre chiuse si sentono lo stesso, se non amplificati dai vecchi legni e dal dozzinale alliminio di certi fasulli doppi infissi.
Amo molto il silenzio, invece. Il silenzio e l'estate non vanno d'accordo.
Non qui, non al mare, non per le strade. Pagherei invece per una notte attraversata da un temporale di fine estate, quando tutti gli alibi cadono e i sogni più lievi di ali di farfalla vanno in archivio come coraggiose utopie momentanee.

Mi barcameno nella corrispondenza con alcuni musicisti e case discografiche, ma sono lento e schematico nelle argomentazioni, a rischio di apparire svogliato dall'altra parte. Sul comodino mi aspettano tre libri: il diario veneziano di Zurlini (per l'ennesima volta, ma è come se fosse sempre la prima), una ristampa di Henning Mankell e una raccolta anni '60 di scrittori britannici. Me ne occuperò dopo la mezzanotte, affidandomi all'istinto.

Il paradosso di questo pomeriggio fiacco e quasi inoperoso è rappresentato dal fatto che ascolto un dj set di Janeret, musica che dovrebbe farmi saltare dalla sedia e indurmi una sorta di delirio trance degli arti e una lavanda cerebrale tonificante. Niente, non funziona nemmeno Janeret: e così, con la mia latitanza, la sua musica ipnotica e carica di groove concentrici sembra più adatta ad evocare corpi femminili disinvolti e seminudi, pronti a predisporsi nella condizione di spirito ideale per perseguire vacui epicureismi estivi cui non mi inviterò in alcun modo.

Qualcuno potrebbe allora dirmi che sto perdendo tempo con affastellamenti descrittivi di un pomeriggio inerziale. Può essere; la verità però è un'altra, e cioè che uno scrittore per scrivere non ha sempre e comunque bisogno di inviare un messaggio e di agitare le acque. Le persone che scrivono abitualmente sono più esposte di tanti altri a dover fronteggiare momenti di silenzio interiore, di calma ed inutilizzabile frammentazione del tempo, rimanendo invischiati nella depistante sensazione di avere qualcosa da mettere su carta che non vuole venire fuori, materia impigrita, intimidita, magari fraintesa.

Potrei farmi bastare, per esempio, il ribadire in altro modo che l'estate non è una stagione che mi si attagli; del resto, cosa differenzia l'utilità zero di questa mia tesi dalla descrizione di una serata al ristorante con la persona del cuore, dall'ennesima e irrichiesta dichiarazione di appartenenza, dal solito flatulente panegirico sul miracolismo culturale di un Sud che non si arrende?
Ci sono scrittori che impiegano circa tre romanzi per dire, finalmente, che amano compulsivamente la vagina, celando però la notizia più rilevante: che con quel mondo così complesso, e di certo non limitato a una sola parte del corpo, non sapranno mai e poi mai relazionarsi. E ancora, scrittori che si applicano tantissimo sui loro blog ruffianamente modesti (“sono solo un artigiano, ma amo che mi leggiate... grazie!”) nello spiegare perché hanno una qualche fiducia in una fazione politica e di come sognano la rivoluzione dalla loro scrivania, tra un tweet, un like, un tamarindo e una marchetta alla presentazione di un collega.
I rivoluzionari da attico e da casa di proprietà si sprecano ormai. Individui perfettamente inseriti nel tessuto sociale che fingono di voler prendere le distanze da un mostro senza testa, tutti dediti ad uno snobismo antropologico che sembra attrarre diversi polli.

Non ho mai letto uno scrittore che scrivesse una verità volgare e inutile: “Oggi avevo appuntamento con una ragazza che volevo sedurre con la mia arte narrativa; lei non è venuta e io mi sono masturbato su un sito porno digrignando i denti e rovesciando un bicchiere di limonata nella foga”.
O ancora: “Credo che il mio collega Yorgo Molla sia un imbecille privo di talento ma DEVO andare a fargli da relatore perché mi è utile”.
Napoli se ne cade di scrittori che sono capaci di darsi all'isterismo perché il loro libro è mal posizionato sullo scaffale di una libreria, dietro un saggio sul badminton o un ricettario. Gli stessi che vengono presi dalle coliche quando la recensione del loro libro -prontamente postata su facebook- non supera i venticinque pollici, cuoricini, wow e ammennicoli vari. E io non potrei consentirmi ora di scrivere due paginette per informare i miei lettori che detesto l'estate? Coraggio: inizierò a prendermi qualche licenza nei prossimi tempi, devo mettermi al passo...

Boutade a parte, qualcosa da dire scrivendo ce l'avrei eccome. Ed è questo: che anche nelle pieghe sonnolente di un pomeriggio apparentemente improduttivo un uomo, un uomo qualsiasi e non necessariamente scrivente, ha l'opportunità di mettere a fuoco qualcosa di importante. Può essere che si riesca, ad esempio, a non uccidere sul nascere un'idea laboriosa di rivoluzione personale, non quelle finte collettive da scrivania. Può darsi, anche, che si riesca ad ammettere “mi manca qualcosa che non conosco affatto, e dunque non riesco nemmeno a scriverne”, pensiero utilissimo per quanto un po' umiliante.
Oggi, chiudendo questa nota in cui avrei potuto dilungarmi anche sulle abitudini selvagge e starnazzanti dei bagnanti da giardino, raggiungo se non altro la consapevolezza di non avere voglia di parlare. Con chicchessia. Non è affatto un brutto gesto di chiusura e solitudine, piuttosto il contrario. Desidero il silenzio costruttivo, che aumenta la profondità di sguardo; desidero il letargo estivo, che prepara le strade interiori all'animale invernale e notturno che rivorrà il suo ruolo. Voglio il silenzio perché non mi piace parlare di cose che non conosco. Non ho un parere su tutto. Nessuno può essere così sciocco e improvvisato da formularsi giudizi su ogni elemento dello scibile.
Io non dirò mai “tu tradisci tua moglie perché da bambino ti hanno rubato il camion dei pompieri”, o anche “tu in una relazione cerchi una figura concava e sfaccettata che sappia anche fare l'amore forte come un nostromo”, semplicemente perché non credo in questo continuo cicaleccio che è l'interventismo vocale nella vita altrui.

Ecco, il silenzio è la mia rivoluzione. Ho detto quel che volevo, finalmente; il dj set di Janeret ha funzionato, ora posso alzarmi da questa sedia da ufficio, slacciare i pantaloni e ballare come un cretino per casa, facendo slalom tra pacchi e neri petali di vita, in attesa del grande letargo che tutto azzererà.
Finalmente.

©Luca De Pasquale 2018



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