29/06/18

La mistica degli incontri a saldo zero


La mistica degli incontri è andata finalmente a saldo zero.
Ci sono voluti mesi, anni, lustri, secoli per arrivare a questo saldo.
Occhi aperti, anima accesa, orecchie sensibili, senso d’orgoglio per sconfiggere la decadente immanenza di aspettative autocostruite e destinate ad uno scacco eterno.
La mistica degli incontri è un clamoroso errore in cui sono precipitato più e più volte nel corso degli anni, nonostante la lucidità e lo sguardo severo sulla realtà che credevo di avere.

Con la mistica degli incontri entravano in gioco diversi elementi: il sentimento di sovvertimento del destino, la seduzione di sponda, il sogno dostoevskiano, l’affermazione dei colori caldi sulla noia e non ultima la necessità di sentirsi artefici e maniscalchi del proprio destino.
Uno sport perverso che si nutriva di idealizzazioni, di assurda ostinazione e di una colossale incapacità di dimenticare il turbamento.
Anche il turbamento di un giorno, di una notte, una sera.

Quei momenti, incandescenti e tanto anelati, scardinavano tutto il resto grazie ad un potere spaventoso, quello di diventare realtà conclamata. L’attimo che diventa promessa. La chimica, magari timida, che si tramuta in presagio da onorare e da conservare nel cuore. Incredibile.

Mi sono divertito masochisticamente per lungo tempo nel dichiararmi che poteva capitare tra capo e collo un amore della durata di dieci minuti, di un’ora, di una fantasia. La mia mistica degli incontri mi ha fatto scrivere pagine di cui sono andato poi stupidamente fiero. Proseguivo ad onorare ricordi e fulminazioni anche mute, scolorite: perché quei momenti di coinvolgimento erano le verità che desideravo di più in assoluto.

Il guaio è che mi sono sempre amato troppo quando ho perso il controllo; mi sono amato in assenza di equilibrio, perché forse riuscivo a sovrappormi ai miei dannati eroi romantici, quelli che considerano l’amore come trapezismo sotto un bellissimo temporale. Mi sono innamorato di donne che non mi avevano neanche parlato. O di quelle che accettavano il mio stupore mangiandone la parte più interessante, quella della lusinga. Ed io stupido a continuare a pagare il tributo all’attimo, al lampo, alla novità.

In questi giorni sto pulendo casa, anima, vizi, ricordi, idee. Ho le ruspe dentro, e si sa che quando le ruspe scavano possono uscire fuori diverse cose imbarazzanti. Ne sto affrontando diverse. Non rinnego nulla, non è nel mio carattere. Anzi. Però che imbarazzo nell’osservare quanta ingenuità mi sono portato dietro come portafortuna, pur di scongiurare i miei demoni. Quanta creduloneria autofagocitata ho spinto all’eccesso per convincermi che le fate sono più importanti degli spettri?
Ho amato sinceramente delle persone per qualche ora, per il tempo necessario a dimenticarle, e magari sono stato scorretto e inaffidabile con chi mi amava davvero. Distratto, sentenzioso, trascurabile e facilone con chi mi aveva concesso il suo regno e le sue speranze. Sarà stata la mia mania dell’altrove e del possibile (sempre altrove, sempre dove io non ero) a portarmi quasi sempre fuori pista.

Tutte le inconsapevoli delusioni –ma non per questo giustificabili- che infliggevo, me le andavo a riprendere come vittima nell’altrove che tanto sentivo come mio e come potenzialmente eterno. Mi illudevo che in questo modo soffrire e far soffrire potessero bilanciarsi. Ero un egoista e un idiota.

È semplicemente incredibile il numero di ambiguità e deviazioni che oggi mi ritrovo davanti nell’affrontare questo repulisti interiore che suona come un monito tardivo: “sii degno nelle tue passioni, uomo. Sii uomo nella tua dignità, con passione”. Non mi sono mai piaciuto in questa roba, mai per davvero.
Non mi piace aver desiderato quello che contestavo e sostenevo di detestare.
Non mi piace, e forse mi offendo con me stesso per questo, aver amato delle istantanee e non delle persone.
Non mi piace aver dato acqua e cibo a vie di fuga trascurando le mani che mi carezzavano e gli occhi che mi scrutavano. Sono anche io un ingrato, tante volte mi è capitato di pensarlo.

Questo è certamente l’effetto di una crescita difficile, solitaria, in cui le verità le trovavo nei libri e nei film e non negli abbracci e nei baci, che invece mi sembravano delle farse. Ma non è l’unica spiegazione valida. Perché l’uomo è di per sé ambiguo, sfuggente, sognatore a perdere e soprattutto stupido soprammobile nella stanza di un trono inesistente, quello del proprio cuore.

Oggi pulisco. Tante parole le ho usate male. Tanti sentimenti sono stati bistrattati e messi a raffreddare come equivoci. Ci si difende come si può.

©Luca De Pasquale 2018

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