24/06/18

La febbre migliore


Abbandonarsi ai propri pensieri per un'ora, ogni giorno, senza scopo: basta questo per rimanere qualcosa che somigli a un uomo.
Elias Canetti

Sin da bambino, amo i luoghi abbandonati. I luoghi che mi sanno parlare degli addii, di quel che è stato, e che sono rimasti in piedi, pur feriti, a testimoniare momenti lontani.
Ogni spazio abbandonato è per me un regno da conquistare con stupore, con indulgenza. Umilmente, prima lo sguardo e l'olfatto, poi il cuore.

In questi giorni in cui ho spesso la febbre e dunque il mio sguardo è velato ma profondo come in ogni alterazione di equilibrio, mi manca non poter incontrare sulla mia strada luoghi abbandonati. Porte scrostate, ambienti dominati dalla luce bianca del niente e dalle tinte scure dei ricordi, prospettiva di polvere, volo basso della fantasia curiosa, rifugio senza alcuna garanzia, come dovrebbe essere ogni rifugio, luogo o persona.

Con la febbre sempre addosso tutto è diverso, tutto si dipana senza sovrastrutture, a sottrazione. E allora non si ha bisogno della vista piena, gonfia di oggetti e di comodità, no; si ha bisogno invece di prendere possesso di quel che è stato lasciato, trascurato, infine dimenticato.

Con la febbre sempre addosso non vedo il trucco sul volto delle donne, scavalco le chiacchiere, eludo le mie vecchie ambizioni, travolgo le resistenze dei metodi sperimentati, evito di leggere nelle parole quella che seguirà, mi attengo ai fatti emozionali e non vado oltre.

È strano avere la febbre tutte le sere, è come precipitare in un mondo parallelo in cui la stanchezza delle membra, l'estenuazione, i brividi, tutto sembra premiarti in vista di una visione diversa, più completa.
Non so perché ho la febbre tutte le sere, però so quello che cerco: osservatori abbandonati da tutti, finalmente a mia disposizione e senza domande di sorta.

Oggi faccio fatica a scrivere però guardo dentro qualcosa che non finisce in una sera, in un eccesso di stanchezza, in un momento umorale.
Come da bambino, sono a caccia di posti abbandonati con ancora tracce del precedente vissuto. Questo è essenziale. Chi se ne frega dei luoghi puliti, pronti ad essere abitati, strutturati per dare conforto?

Non sento vincolo di spiegazioni, non sento amore di coerenza. Ho la febbre e cerco ambienti che a tanti altri fanno tristezza, impressione, in un'aggressione di malinconia. La finestra da cui mi affaccerò non avrà i vetri. Il bambino che suonava di mala voglia quel pianoforte rotto non c'è più e io posso avvicinarmi allo strumento monco, amputato, eppure non morto.
L'odore delle stanze in cui ci si amava, come si fa a descriverlo compiutamente? Solo un cacciatore di abbandoni con la febbre potrebbe tentare l'impresa, ma stasera non ha la forza di farlo.

Dove un addio evapora e sbiadisce senza morire mai, ci saranno i miei occhi, la fusione e l'empatia che non mi costano nessuno sforzo. Quei posti non mi scacciano via, non possono farlo. Sono un abbandono come loro e del loro destino farò stimolo fedele di narrazione, eco nell'acqua ferma, coreografia non abbellita a un nuovo silenzio.

Stasera, proprio stasera che non ho forze, posso sedermi a quel pianoforte senza gambe, caduto prima della memoria degli uomini, incapace di dimenticare le dita svogliate di quel bambino; mi siedo e aspetto che la febbre mi metta in comunicazione con la pace che nessuno scorge in posti del genere, ma che a me è necessaria.
D'estate il mare non mi interessa. D'estate non faccio foto.
Non solitudine, ma libertà.
Chi ha paura degli abbandoni vive male, peggio di me. Io basta che accendo una luce in una stanza e tutto mi è chiaro, tutto si srotola davanti ai miei prossimi passi, come scriverne, come sentire, come elaborare.
La mia utopia, o almeno una delle più dolci, è ridare vita a quello che si è abbandonato, deciso di lasciare.
Per vivere da abbandono devo avere lo sguardo della febbre, per andare a caccia di luoghi che mi somiglino devo smettere di chiedermi come può apparire all'esterno la caccia rispettosa a mondi sbiaditi, evitati da persone impressionabili e uomini fissati con il miglioramento estetico dell'Inferno.

Al pianoforte rotto, che fossi io o meno il bambino che lo suonava quando era integro, chiedo di trovare pace in mezzo ad oggetti ed idee che anche io, un tempo, sognavo di abbandonare.
Voglio abbandonarmi agli abbandoni, solo così ritroverò la linea del mare. Non quello in cui tuffarsi con il nuovo costume; invece quello interiore, la bilancia scura del mio Dio fuggito via quando ero bambino.

©Luca De Pasquale 2018





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