11/06/18

La droga del '93


Non è il diventar puttana mestiere da sciocche.
Pietro Aretino

Nell'estate di venticinque anni fa impazzivo per un brano dei Brad, “20th Century”, che poi non ha mai smesso di accompagnarmi, fino ad oggi.
Il groove concentrico e tagliente del basso di Jeremy Toback e la voce incredibile di Shawn Smith coloravano delle giornate caotiche, spesso dissennate, improntate a un randagismo impulsivo totale.
Pessimo studente, perennemente in fuga da casa, non interessato in alcun modo a costruire un futuro canonico sotto l'egida della trimurti lavoro/moglie/figli, mi muovevo nervosamente, come nervoso era il pezzo dei Brad, in una Napoli incerta, in cui tutte le persone 'regolari' mi apparivano intollerabili e tutte le donne sembravano potenzialmente nate per essere amate senza alcuna regola di conservazione.

Mi sono sempre chiesto come mai all'epoca non sentivo il desiderio di drogarmi. La risposta è semplice: speravo in tante cose. Tantissime. Per quanto non volessi ammetterlo.
Respiravo una profonda, profondissima attrazione per tutto quanto mi risuonasse dentro decadente, contraddittorio, sporco, incerto, traballante. Mi abboffavo di roba musicale impegnativa, da Alan Vega ai Green Magnet School, dai Minutemen e fIREHOSE di Mike Watt ai Nomeansno, passando per Weather Report, Primus e Sergio Caputo.
Il mio cuore era grunge, al di là delle preferenze musicali; il verbo che mi interessava di più era come rendere stile di vita e di conquiste (di ogni tipo) la disperazione inguaribile di vivere.
Però Napoli non era Seattle. E così mi imbattevo nel mio ambiente, nella mia piscina sociale blandamente progressista, tutta accorta a mantenere privilegi che io nemmeno conoscevo empiricamente. Le ragazze non erano molto disposte ad essere amate con disperazione, preferivano legittimamente scopare con allegria.
La verità è che ero uno sbandato. Presentabile, ma non per questo meno sbandato. Avevo la data di scadenza sotto i piedi o tra le chiappe, cosa che mi avrebbe permesso di non leggerla mai. Ma ce l'avevo. Ero convinto che sarei crepato, di lì a qualche anno. Probabilmente lo desideravo.

Una ragazza che mi piaceva non poco, Naomi, mi aveva fatto un colloquio preventivo, prima di decidere se uscire con me o no. Voleva capire come la pensavo su certe cose. La delusi moltissimo. Si disgustò quando capì che tra i miei ideali non erano presenti concetti abusati come la sicurezza, la solidità, la buona impresa di se stessi, fare figli e crescerli con quel cipiglio fattivo che di quei tempi mi faceva orrore più della morte.
Ero convinto che avrei comunque fatto sesso con Noemi, che l'avrei fatta godere per poi perderla velocemente, come le mie stelle con i denti cariati mi recitavano ogni mattina.
Invece no, tra me e Noemi non accadde nulla: avevo esagerato con il mio nichilismo precoce. Pienamente comprensibile. Qualche sera dopo ci provai con la sorella di un amico/comparsa. Non mi piaceva come Noemi, ma aveva addosso un'aura di curiosità carnale che mi eccitava. Le chiesi, con un fare disinvolto ed impudico, se le andava di fare sesso in bagno a casa sua, con i genitori nell'altra stanza, mezzi vestiti. Non mi andava di aspettare. Mi disse che ero pazzo e mi concesse solo un bacio con la lingua. Mi bastò per vivere i giorni successivi in uno stato di alterazione permanente, nevrotico, iper-eccitato, distruttivo, volatile. “20th Century” era il brano che colorava quei giorni.

Il 1993 fu anche il mio primo anno di università. Avevo già ventun anni e non avevo voglia di fare un cazzo di costruttivo. Al liceo avevo perso tre anni, anche per motivi strettamente disciplinari. Ancora oggi mi intenerisco, quando penso a quante volte mia madre si è sentita dire “suo figlio è un teppista e un potenziale sociopatico”. Mia madre fronteggiava questi sterili assalti, spiegando che bastava capire come prendermi. Le dicevo che perdeva tempo inutilmente, che la scuola era un'istituzione fascista e retriva.
Le mie idee erano assurde e portate oltre, ma una punta di verità c'era: i professori sembravano davvero incapaci di avere a che fare con casi difficili come potevo essere io. Si limitavano alle reprimende e all'olio di ricino spirituale, attività per me smaccatamente fasciste e dunque da rispedire al mittente con energia. Dell'ordine di un certo tipo ho sempre avuto orrore, in più i programmi scolastici erano il trionfo del conformismo e della noia.

Da stamattina ascolto il disco dei Brad, “Shame”, che conteneva quel magnifico pezzo-manifesto dei miei ventun anni. Quello che ero mi appare oggi in parte sbagliato ed inaccettabile, ma ero vivo, cazzo. Vivo. Sporco quanto si vuole, ma vivo. Sopravvalutavo tutto: la mia intelligenza, il mio cazzo, l'intelligenza altrui, il fascino negativo che sognavo di costruire, sopravvalutavo la capacità della mia famiglia di comprendere la continua tentazione di farmi fuori da ogni consesso civile, sopravvalutavo i gruppi anarchici del tempo, ai quali volevo unirmi per rovesciare lo stato o quel che reputavo tale.

Il mio cuore era grunge. Fino in fondo. Cuore disperato, tenero e ruvido in una foga crescente che confondeva chiunque incontrassi. Mi sopravvalutavo. Forse pensavo, in fondo, di vivere in una Seattle italiana pronta a custodire i cuori stracciati dei suoi figli ingordi e selvaggi.
Godere molto mi sembrava una buona strada per morire velocemente, bruciandomi. Desideravo affrancarmi dal mio vissuto familiare, volevo cambiare nome, connotati, ora mi è ancora più chiaro. L'amore significava parruccare la morte, non spingere come un fesso sudato tra le gambe di una bella donna accogliente e calda.
I miei coetanei, anche se ufficialmente non ci pensavano, mettevano in conto di fare figli e io li deridevo; lo consideravo un modo per non sentire il puzzo della morte, della solitudine, dell'incoerenza, per non morire soli e abbandonati in un bivani, cacandosi addosso e pregando inutilmente Dio.
Non ho mai creduto a questa storia del martirio in vita per riscattarsi nel dopo. Purtroppo non ci ho mai creduto.
Così come non credo all'amore eterno, al lieto fine su Rai Uno, ai nuovi governi, non credo nelle frontiere, nei giardini sorvegliati, non credo al sesso pulito e dolce, non credo alla gentilezza dei commercianti e alle salviette umidificate per nettare l'anima come se fosse il sederino di un bambino.

L'età, le botte prese, le disillusioni al sapore di fiele e caramelle consolatorie, l'improvvida banalità degli astanti, lo scarsissimo appeal del mondo editoriale e di chi ci nuota dentro con la carnagione bronzea e il cazzo rattrappito, la banalità di amori che sembravano stelle e invece sono finiti a masturbarsi contro una porta chiusa per rabbia, tutta questa roba mi ha rinforzato e stancato al tempo stesso.
Ora mi sarebbe più facile dire e pensare che morirò presto e magari in solitudine, ma non è un pensiero che coltivo. Non mi sono spezzato. Mi avranno anche penetrato di sorpresa, ma io non ho goduto, anzi.
La mia vendetta più intelligente è non cambiare idea e atteggiamento, come mi è stato ripetutamente chiesto dai lenoni del bel vivere.
Scrivo lenone perché non ho cambiato idea nemmeno su un concetto che faceva innervosire tanto i miei interlocutori: siamo tutti, chi più chi meno, delle puttane. Tutti ci vendiamo, se non è per un piatto di minestra sarà per quel cazzo di lusso. Conosco uomini intelligenti che pur di pubblicare qualche libro si sono fatti spadellare il culo e invadere il cervello di cazzate sul marketing sostenibile. Ho conosciuto gente che per paura della morte ha iniziato a credere in divinità più sfuggenti di ombre cinesi. Alcuni vecchi compagni ribelli e anche i migliori delle cellule anarchiche si sono reinventati populisti, dissennati e farneticanti ambulacri umani convinti di essere più visionari di Orwell.
Sono rimasto abbastanza solo nelle mie battaglie, come mi aspettavo. Del resto, non avevo particolare fiducia nelle salivose comparse che si dichiaravano sodali siamesi. Diffido delle parole della gente. Diffido anche delle mie. Diffido del popolo quanto degli intellettuali, che il popolo più ignorante e intestinale attacca senza nemmeno comprendere.
Siamo nella decadenza più assoluta, ma io non ho le forze del 1993. Il pezzo dei Brad c'è ancora, ma non potevo prevedere, proprio no, che sarebbero sopraggiunte mattine in cui, invece di voler morire preferisco resistere.
A questo non ci avevo pensato, da perfetto stronzo randagio quale sono.

©Luca De Pasquale 2018



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