02/06/18

Il mare del non accaduto


Questo invito di ogni istante
che il mare ci fa di evadere!
Questa disperazione di voler partire
e dover rimanere!
Jorge Barbosa

Aveva ragione Valerio Zurlini. Sono più le cose e gli eventi che non si compiono, i progetti che vanno in fumo, le idee che sbiadiscono, le emozioni che si cristallizzano per restare poi prigioniere nello specchio senza fondo dei rimpianti.
La vita vissuta, i bei momenti, ci sono e contano moltissimo: ma sono la minoranza.

Sarà per l'età, sarà per il momento storico, sarà anche per propensione caratteriale, ma da un paio d'anni per me è tempo di stringenti bilanci, di contabilità dell'anima. Come uno zelante ragioniere all'opera su vecchie carte, mi imbatto in ciò che non ho fatto, nei pessimi buoni propositi di una notte, nelle mie note stonate, in apodittiche quanto insensate dichiarazioni di resistente onnipotenza, soprattutto sono costretto, come un avventuriero travisato da scherzo vivente, ad addentrarmi in tutte le azioni di reazione e nei movimenti di sponda causati dalla mia personale notte interiore.

Sono uno specialista in traslochi catartici, che poi davvero catartici non sono mai. I residui restano sempre ad infettare una parte consistente del nuovo; i residui sono più vecchi della mia persona, sono la mia storia in preparazione, il volenteroso spaesamento dei miei genitori, le deliranti attenzioni morbose di chi pretendeva di guarirmi da un modo di guardare la vita e il mondo.
Tutte le volte che si trasloca, come è risaputo, rispuntano le vecchie cose, e non si parla solo di oggetti. Gli oggetti, se vogliamo, sono la parte meno consistente della zavorra infiammabile di un uomo.

È così anche stavolta, pure più del solito. Mi saltano agli occhi cose, ricordi e atmosfere che non appartengono solo a me, per cui la fatica è doppia se non tripla. Maneggio oggetti appartenuti a mio padre, e non hanno neanche più la magia retroversa del lutto fresco, hanno perso quella trascendenza carica di dolore che troppe volte aiuta a vivere uomini come me. Ritrovo vecchi racconti che ho scritto quando ancora sognavo di diventare uno scrittore adeguatamente stipendiato: infatti i racconti sono datati 1992 e 1993. Li leggo. Acerbi, provocatori, ingenui eppure veri. Inutilizzabili. Non li straccio per rispetto dei vecchi momenti, non per rispetto verso me stesso.
Provo a riordinare anche il mio archivio musicale, che tra pezzi fisici e liquidi conta più di cinquemila unità, anche se per uno onnivoro e melomane come me è praticamente nulla. Mi chiedo dove sono finiti gli altri trecentomila dischi che ho amato. La risposta è semplice e cruda, nella memoria e dunque nella conoscenza, certo non nel nozionismo. Qualcuno se li starà godendo alla faccia mia, ma non m'importa più.

Ricordi amorosi non ne ho mai conservati. Mi sono sempre detto che in casa di un uomo che si fa a pezzi ogni mattina è inutile accumulare roba tagliente, apparentemente disinnescata ma sempre pericolosa. Dietro la pagina di un quaderno si possono infatti nascondere lacrime che non ho mai versato, o una mia immaginifica foto di felicità brevissima, rimasta intrappolata nel silenzio degli anni successivi. Guardando forzosamente alla mia vita fino ad oggi, mi accorgo con cauta soddisfazione che sono scomparse le pur minime tracce di compiacimento e di arrogante spiritismo emozionale, di cui pure sono stato accusato in momenti di bassa fortuna. Quando ho creduto di amare, in un certo qual modo amavo davvero. Quando ho sperato di dare pace a chi mi voleva bene, rassicurando con frasi malmostose di progettualità neanche testata a dovere, a modo mio ero sincero e speravo davvero di svellere dal cuore di quelle persone l'atroce dubbio di un cammino troppo complicato.

Mi piacerebbe buttare tutti i miei capi d'abbigliamento.
Stracciare il diploma di liceo classico, il congedo militare, le cedole degli stipendi ricevuti, le ricevute degli elettrodomestici pagati a rate.
La tentazione di distruggere tutte le foto di me bambino c'è sempre, non è un dramma. Non mi piacciono quelle foto. Non mi piaccio mai in foto e poi in quelle mi sembra di vedere un essere inerme che in seguito ho violentato, trascinato in un certo fango, imponendogli di guardare sempre lo stesso programma, quello della distruzione di ogni punto di riferimento possibile.

In questo processo implacabile di riesame e di scarto freddo e asettico, m accorgo di aver vissuto molto e anche di aver perso tantissimo, probabilmente troppo. Ma è chiaro, in ogni caccia alla felicità -pur velocissima e impalpabile- le energie profuse sono incalcolabili e i gesti a vuoto o fallimentari sono alla fine sovrastanti.
Mentre straccio con gesti meccanici le ricevute d'affitto di almeno dodici case fa, ripenso a quante persone si perdono nel corso di una vita come la mia, che ha superato abbondantemente la metà della strada. Un numero imprecisato, altissimo. Che, nel mio caso, per natura non ho nessuna intenzione di recuperare, nemmeno con quella vergognosa storia del caffè riassuntivo con qualche anno di ritardo.
Per come sono strutturato dentro, in quella malga al neon nascosta nella famosa notte interiore, quel che passa è passato. Può vivere dentro, vivere eccome e anche mangiarmi; ma negli atti ufficiali è passato e basta.
Non ho mai tollerato le inversioni di marcia. Non credo nei recuperi, se non in quelli inerenti a dischi e libri; appunto per questo, risparmio le persone da queste operazioni pilotate dai rimpianti, dalle frequenti nostalgie e da un congruo numero di ossessioni con ancora un devastante potenziale.

Potrei concludere questa nota con un salomonico “allora è vero, sto invecchiando sul serio”, ma non lo scriverò. Né tantomeno lo penso. Credo solo che dovrò mettere ordine, e molto, in quegli spazi dove passato, presente e futuro comunicano riottosamente, utilizzando codici che non posso decrittare e che potrebbero farmi impazzire. Da bambino avevo una gran voglia, sempre, di salire su un treno che dopo un lungo percorso mi avrebbe portato al mare. Questo accadeva anche se il mare lo avevo praticamente sotto casa.

Mi sento più o meno così. In fondo, sereno. Sono clamorosamente fottuto su più fronti, forse ancora violento i miei vecchi sogni, però sono integro. Non mi sono venduto al dimenticare e nemmeno al dolore. Ho retto l'urto, pur uscendone male. Mi avrà salvato la musica. La scrittura meno. Avrà attutito gli urti tutta la pelle bruciata che non riuscivo a togliermi di dosso.
Sono uno scrittore e perdo sempre.
Non so se è previsto il mare dopo il doloroso viaggio, con tante stazioni chiuse e saltate e i fantasmi che non passavano neanche a salutarmi nelle brevi soste.
Non so se avrò ancora modo di entrare in una stazione piena di fiori color malva e fuxia, con il mare a strapiombo e il cuore che batte per un'idea che non vuole arrendersi, respirare vita e non morte.
Chissà se sentirò ancora quel profumo estivo di gelsomini che legavo alle carezze dei miei genitori. Chissà se dimenticherò mai gli occhi di mio padre, quando silenziosamente mi chiedeva scusa perché stava morendo in mia presenza.
Strade compiute e mancate stasera sobriamente tacciono, sono ruga d'espressione e nota scritta per essere velocemente dimenticata.

©Luca De Pasquale 2018

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