16/06/18

I dischi esistenziali


Ricordo bene l'estate del 1997 per l'uscita del disco dei New Wet Kojak “Nasty International”, che mutò di parecchio l'equilibrio di quel periodo, ovviamente un equilibrio precario e febbrile.
Conoscevo molto bene le capacità del cantante Scott McCloud e del bassista Johnny Temple, che avevano militato negli amati, sulfurei Girls Against Boys.
Quel disco dei NWK, il loro secondo dopo il debutto omonimo del 1995, ebbe la capacità di stregarmi.
Atmosfere ovattate e malate, innervate da un mood sognante e definitivo, angoscia gassosa e perversa, la voce salmodiante di Scott McCloud, sempre a proprio agio nei panni del coordinatore di tenebre insondabili. Il basso angoloso, sfuggente di Temple. La mia voglia di oltrepassare qualsiasi limite per uscire dal cono d'ombra delle aspettative altrui, di una vita regolare e incastonata, prevedibile persino nelle tempeste: c'erano tutti i presupposti perché “Nasty International” diventasse la mia bandiera.
E così fu.
L'album, notturno, sinuoso, dannato, mi teneva compagnia da una certa ora della notte e mi aiutava a comprendere dove cazzo stavo andando.
Race to nowhere”, avevano cantato Ric Ocasek e il grande Alan Vega qualche anno prima. Di quello si trattava. Decadenza anticipata, giocata in punta di boutade, ma pur sempre decadenza.

La voce di McCloud sembrava provenire proprio dai fiumi scuri della mia anima, da quelle zone solitarie che iniziavano a diventare progetto di panorama esistenziale e non più sfondo allegorico.
Dovevo molto a quel disco, in termini di movimenti, di ideali scaldati prima che svanissero, dovevo molto a “Nasty International” anche in termini di compagnia notturna.

In questi giorni ritrovo il cd tra le cose che devo conservare come parte del piccolo ma insostituibile bagaglio dell'ennesimo addio.
Lo sistemo sulla pila dei cd che definisco esistenzialisti, quelli cioè che per me hanno una valenza interiore, di stile di vita, trama sonora di un disegno ribelle, altre strade, altre galassie, molti addii e vaffanculo alle lettere d'amore e alle stupide domande sul futuro.

Tra i cd esistenzialisti ci sono Morphine, Oceansize, Killing Joke, Swans, Scott Walker, O'Rang, Girls Against Boys, The Cure, Nick Cave&The Bad Seeds, Rubicon, Long Fin Killie, June Of 44, Don Caballero, Mark Lanegan, Mike Johnson, Overhead, Suicide, Robin Guthrie e Harold Budd, Tuatara, Stan Ridgway, Bill Evans e molti altri.
Musica con cui ho costruito regni di polvere, scene d'amore, sacche di scrittura resiliente, utopie e vagheggiamenti di creature, musica che mi è servita per scardinare la storia, gli ammonimenti alla quiete, soprattutto le bugie e i bluff, un'accoppiata che non ho mai sopportato.

Adesso ritrovo questi dischi a 46 anni suonati e quasi consumati. Dico la verità, me ne frego di lasciarli a un figlio. Non devo costruire nessuno a mia immagine e somiglianza, non ho la pretesa di continuarmi, non sono così disperato da dover trasferire i miei sogni infranti su una creatura più giovane e che magari la vita la giocherebbe in casa e non in trasferta come me.

Un giorno, che desidero momentaneamente immaginare lontano, questi dischi finiranno in qualche mercato delle pulci, con buona parte delle mie emozioni brucianti prigioniere nel booklet, minuscoli fantasmi fluorescenti incapaci di spaventare il progresso ma perfettamente in grado di cristallizzare un sortilegio una volta per tutte: quello dell'amore che, impaurito da violenza e coraggio, finisce per diventare stilizzata smorfia disincantata.
Ogni mia azione veemente, liberatoria, cupa e tagliente, è nata infatti sotto i cieli imperfetti dell'amore da distribuire. Questa è la dannazione degli uomini, sparare l'amore nelle tenebre più assolute per fretta di conseguire lo status di creature realmente vive.

A chi mi rompe le scatole con tutte quelle puttanate sulla solitudine e la socialità, sulla necessità di fare squadra con sconosciuti e prezzolati, rispondo che è sempre preferibile ritrovare l'origine degli errori, lo scandalo osceno della dissipazione emotiva, piuttosto che inseguire la calda saliva di chi potrebbe tenerci compagnia con nuove menzogne articolate.
Io solo ora ho capito quanto maledetto amore ho portato sotto le scarpe, come la merda, e quanto ne ho sparato al buio, sotto le insegne di una necessaria e seducente comunicazione suicida di sé, sotto le insegne sportive e penitenti del sesso, nell'acquosa ambientazione di viaggi, vacanze e serate trasgressive per impiegati.

Mi tengo i miei dischi esistenziali, so quanto contengono, so quanto invecchiano, li ritrovo ancora caldi quando ho freddo per la consapevolezza della mia età e di certi sogni rimossi come poster dai muri della stanza di un ragazzo troppo agitato per essere regolare.
Stasera ascolto i New Wet Kojak, Scott McCloud canta dagli sgabuzzini della mia anima, ancora una volta riempiti di scatole e nastro adesivo.

©Luca De Pasquale 2018



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