05/05/18

Umbra fugax homines



Non è mia la realtà delle “belle cose da fare nel mondo che funziona”, ma allo stesso tempo non è roba mia la poderosa contestazione del “sistema sbagliato”, attraverso magari l'uso di slogan, formule provocatorie e tonitruanti levate di scudi.
Non è roba mia il compiacimento (invero piuttosto prevedibile e sconfortante) per successi professionali e posizioni di spolvero sociale, ma non è roba mia nemmeno il miserevole lacrimatoio del disagio, che sovente si nutre di puzzolente qualunquismo tutto generalizzazioni e odio schiumato, per giunta senza degni effetti speciali.

Passeggiando per Pozzuoli vecchia, in un'ambigua atmosfera di estate incombente, finisco con il fermarmi ogni dieci passi a guardare monumenti e palazzi ai quali, in ventuno anni, non ho mai fatto caso. Strano che presti attenzione a questi elementi -sotto i miei occhi da sempre- proprio ora che li abbandono. Mi fermo sotto le chiese, ma lo so che non ho un'aria da turista. Neanche un po'. Rimango buoni dieci minuti perpendicolare all'orologio di una chiesa che non ho mai considerato. Devo riflettere, e allora accendo una sigaretta. Del motto latino sottostante l'orologio mi colpisce la frase “umbra fugax homines”. Non è anormale che queste parole vadano a segno nel mio cuore. Non è anormale che io mi senta così distante dai rumori dell'estate come dalla presunzione di poter sostenere una rivoluzione. È perfettamente spiegabile come si possa finire nelle terre di mezzo, o in quegli istmi desolati che non appartengono in realtà a nessun continente e nessuna scelta di bandiera. Non sono un uomo da bandiere, e come me tanti. Creature sempre alle prese con fraintendimenti di varia natura, perché le non appartenenze si pagano sempre in tempo reale e ad alto prezzo. Questa è una nozione di sopravvivenza che si impara sul campo, negli anni.

Guardo la gente uscire dai bar, dalle patatinerie, dalle churrerie, dalle stuzzicherie che affacciano sul porto. C'è molto movimento. Alcune persone mi colpiscono più di altre. Per esempio, noto una donna bionda piuttosto giovane che cammina con stanchezza, si ferma davanti alle vetrine per pochi secondi e poi ricomincia il suo annoiato pellegrinaggio. Noto che porta la fede, lucente come fosse nuova. Non sembra felice. Forse ha solo delle ore di solitudine da impiegare. Forse il marito lavora anche il sabato mattina. Forse il marito è uno stronzo. Non sta a me indagarlo e nemmeno fantasticarlo.

Passando accanto ai bar, intercetto brandelli di discussioni e dinoccolate tavole rotonde tra opinionisti del nulla. Movimento 5 Stelle, Renzi, Salvini: mai fregato nulla di questa merda. Appartenenti al PD che quasi vengono alle mani con ferventi pentastellati. Molto più che deprimente: inguardabile. Non importa il contendere preciso, non è di mio interesse. Ormai mi rifiuto categoricamente di parlare di politica italiana e di sentirne arzigogolare. Non sono uno che si scalda per come la pensa. Preferisco andarmene, perché reputo di non aver tempo da perdere; non sono un pasionario, non lo sono mai stato. Inoltre, non mi piace ragionare a lungo su un malcostume che non cambierà mai. A confondere le idee politiche con l'apparenza confacente alle stesse si perde solo tempo, appunto, e soffio vitale. Mi tengo le mie contraddizioni, le mie ritirate e la risacca della marea.

Come ho detto ad un amico qualche giorno fa, io sono un “tecnico”. Non inteso in senso politico, naturalmente. Mi occupo di parole e di note. E chiaramente di emozioni. Basta. Posso occuparmene anche in modo freddo, distaccato, professionale. Lo sto facendo. Le arene discorsive mi repellono. Sono portato a respirare altre cose, per me è più importante intuire elementi che non sono visibili al primo sguardo e ai primi incontri con altri esseri umani. Sono portato a lasciarmi colpire, e forse ferire, da una massima latina che somigli alla mia consapevolezza. Sono portato ad ascoltare per cento volte lo stesso pezzo, se ne ho voglia. Ieri sera ho ascoltato a ripetizione il brano “Mizerable” del cantante giapponese Gackt, del quale ho già raccontato qualche volta. Mi piace quel pezzo. Per l'interpretazione vocale, per l'arrangiamento con tanto di violino, per il basso rampicante e soprattutto perché si tratta di un brano molto emotivo e teatrale. Funziona nel mio stomaco e funziona pure come carburante.

Chissà cosa non funziona nella vita di quella giovane donna dall'aria annoiata e anche un po' afflitta. Chissà perché mi interessa tanto di più la vita interiore delle persone che la ricerca spasmodica di situazioni distraenti, rasserenanti, collettive. No, proprio non riesco ad amare assembramenti e contesti estesi. Come non riesco ad amare il sentenziare pubblico, la bava alla bocca durante accesi confronti ideologici, e quelle massime smutandate che vagano nell'etere come apodittiche manifestazioni del proprio ego. Sembra che qualcosa di me rimandi vagamente a sentimenti d'onnipotenza, ma ho seri dubbi al proposito. Un onnipotente può tanto rimestare nei dubbi e nelle sensazioni di difficile definizione?

È molto probabile che io mi sia frainteso per anni, così come devo aver frainteso atteggiamenti e modalità altrui. Quel che è certo è che non posso fraintendere il tempo che corre più veloce dei sogni più rapidi, più veloce delle trasformazioni cui pure anelo, infinitamente più veloce dell'indugiare sotto i cancelli lussuosi del rimpianto. Il tempo è tempesta fissa, io posso esserne solo un'accidentale variante. Ogni movimento convinto verso qualcosa è la sistematica perdita di altre idee, emozioni, somiglianze, persino gesti di tenerezza. Meglio ascoltare quel pezzo di Gackt. Meglio vagare in posti dove ho risieduto senza nessun entusiasmo, puntualmente alle prese con quella sindrome dell'altrove che mi domina più di ogni possibile, inguaribile vizio.

La sindrome dell'altrove è la mia dannazione e anche la mia laurea esistenziale. Mi muove. Mi permette di vivere da ombra discreta nel continuo equivoco di un ruggente futuro di essere umano. Da buon fantasma, rifuggo le agitate conversazioni di mezzodì, la sistematica ripetizione dei propri malesseri e chiaramente amo le parole “umbra fugax homines”.

©Luca De Pasquale 2018

Gackt

Nessun commento:

Posta un commento