10/05/18

Tu dormi, il resto della notte lo sorveglio io


Appartamento di persona sconosciuta.
Senso di soffocamento. Attesa della fine del piacere. Attesa che passi la voglia e che il futuro diventi rapidamente passato da far riposare.
Abat-jour acceso. Magneti souvenir sul frigorifero: Atene, Copenhagen, New York, Matera, Capri. Vaga nausea. Bicchieri colorati nello sgocciolatoio.
La mia storia personale e familiare sempre lì ad accompagnarmi. Fastidiosa, pesante, contraddittoria e bugiarda. Mi trovo in questa casa per cancellare altri pezzi della mia storia personale. Per pisciarci sopra, stracciarla ancora un po’ e farla cadere nel water per poi scaricare.
Per dire alla persona sconosciuta che non si possono amare uomini che hanno la mia storia personale e familiare. Per far capire alla persona sconosciuta che non ci si può reinventare dall’oggi al domani. Sono marchiato come un maiale dalla mia storia. Mi hanno presentato delle famiglie, ma non erano le mie. Mi hanno dato in pasto degli amori e degli amici, ma era come soppesare opzioni di un catalogo obbligatorio e anche piuttosto povero.

Appartamento di donna sorridente in piena notte. Il maiale marchiato sorride anche lui. Quando il piacere è impiccagione. Impiccagione alla Condé con calze autoreggenti, per giunta immaginate solamente.
Da dove vieni, chi sei, perché ami e cosa ami?
Quasi mai stato in grado di rispondere a domande del genere.
Come mai non ti sei mai suicidato?
Perché ti piace il buio?
Perché ti interessa il dolore della gente? Perché non scacci via il tuo con un bel romanzo? Perché ti ostini a scrivere di cocci, di abbracci che non sono fusione ma sovrapposizione di mondi balbettanti?
E perché nel piacere tu ti impicchi e il sole è solo un souvenir, un poster, una fotografia incorniciata?

Appartamento di donna speranzosa e da non maltrattare mai, al centro della notte. Non la mia, la notte di tutti.
Nessun uomo può pensare che la notte appartenga solo a lui. Nessun uomo dovrebbe mai pensare che una donna possa appartenergli. E del resto, io so di appartenermi solo in tratti poco illuminati, quando gli altri non mi vedono, quando dimentico i figuranti che mi hanno presentato per fingere di avere famiglie, cortigiani, fiancheggiatori e quant’altro.
Prima e dopo il piacere, l’imbarazzo di un peso storico sulle spalle. Ali giganti di pipistrello su tenerezze mai portate a reale compimento.
L’impossibilità di addormentarsi in pace. L’impossibilità di non sentirsi in colpa quando ti danno delle lenzuola pulite e ti sorridono pure.
Da ragazzino, quando sentivo salire la rabbia, mi masturbavo velocemente. Non avevo neanche immagini sessuali in mente. Era un intervento sull’anima e su quel grumo di malessere che non scioglievo mai, un intervento che passava per la mia mano e il mio cazzo. Non c’era piacere. Non c’era fantasia da celebrare. Non potevo pensare ad una donna, perché pensavo che avrei offeso le donne se le avessi mescolate con la mia rabbia. Questo l’ho sempre pensato e non me ne sono mai compiaciuto. Non sono mai riuscito a compiacermi per qualcosa che avesse a che fare con la mia moralità.

Appartamento di donna quasi sconosciuta sul calare della notte. Come si fa a baciare qualcuno sperando di scoprire che sei stato usato? Come si fa ad augurarsi di non avere spazio? Che giustifica ci si può inventare per accettare che la spinta all’amore certe volte è un monolitico atto fantasma  incapace di includere in sé la parola “domani”?
Ogni volta che sono stato un pavone mi sono disprezzato fino quasi a zittirmi del tutto. Zittirmi dentro. La vanità negativa non vale di più di altre forme apparentemente più costruttive e vacue. La vanità negativa è solo vanità con un altro vestito, magari scelto a caso. Tutto ciò che somiglia alla vanità non può avere nulla di nobile ed affascinante.

“Posso presentarti una persona alla quale tengo molto?”, mi chiede la donna che vive con me nel centro di una notte lunghissima, chilometrica. Me lo chiede mentre penso che allo sportello dei reclami spirituali ed emotivi c’è la solita interminabile fila di ombre. Ombre che fumano, si spingono, si fanno guerra per una postazione, ombre allungate di eventi non accaduti, di bugie portate per le lunghe, di tradimenti inaccettabili spacciati per scelte impulsive.
Mi verrebbe da risponderle un “no” secco e cortese, perché presentarmi ancora gente significa ravvivare un rituale che non mi interessa più da tanti anni. Soprattutto in giorni in cui, come sosteneva Valerio Zurlini, certi esseri umani sono costretti dal passato ad avere rapporti di morte con altre persone.
Ho dovuto gestire un numero sconsiderato di rapporti di morte, con persone che mi piacevano sul serio. La mia sfrenata voglia di vivere si nutriva di sedimenti di morte e di schemi fissi modellati sulla programmazione della delusione. Ho amato delle donne con addosso il sentimento della fine e la puzza di morte sui vestiti e sulla pelle. Più sentivo quel lezzo infernale, più mi ostinavo ad amare, senza naturalmente chiedere di essere contraccambiato, senza neanche immaginare di poterlo pretendere.
Alla fine le rispondo di sì, può presentarmi quella persona alla quale dice di tenere tanto. Le credo e non riconosco in lei il senso di morte che invece mi ha guidato per anni, come un fedele cane per ciechi.

Se ami davvero qualcuno, ti renderai conto che il massimo piacere non sarà nel sentimento di possederla spiritualmente o carnalmente; ti accorgerai del tuo amore dal desiderio impellente che proverai per vederla dormire accanto a te, mentre la vegli e la proteggi. Come a dire, serio e responsabile, “tu dormi, la parte più dura della notte me la prenderò io”.
Questo, ora che sono uscito da certi incubi, è un modo che ho di intendere l’amore. Non sacrificio, ma vigilanza sull’anima dell’altro. Attenzione, capacità di carezzare senza mani, e nel mio caso capacità di sopravvivere al senso di morte senza desiderare la morte. Il senso di morte non è un qualcosa che puoi assottigliare con una dieta di sole e divagazioni, o non mangiando più il buio per un certo lasso di tempo. Il senso di morte, anche nell’amore, è un vecchio, sordido e fortissimo nemico che subdolamente può ricordarti la tua stessa nascita, i tuoi genitori, la catena di delusioni che scegliesti inconsapevole su quel catalogo di farse congegnate, come mogli per procura, come incubi a dispense.
A chi mi chiede di scrivere di società e costume, di fenomeni pop da analizzare con brillantezza e di idee politiche da propalare con arrogante veemenza, rispondo che sono figlio di altre chiese, di altri tormenti, e che ho imparato a camminare e desiderare in assenza di sovrastrutture, con una casa di marzapane sotto il braccio, tutto preso dall’orgoglio di non piangere mai nonostante tutta la morte che avevo dentro.
A ciascuno il suo. E il mio è anche poter e voler dire “tu dormi, il resto della notte lo sorveglio io”, senza per questo sentirmi un eroe titanico.
L’amore e il titanismo non si conoscono e troppo spesso finiscono per elidersi.
Non è più tempo per questo.


©Luca De Pasquale 2018

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