21/05/18

Importante in rinuncia (La lince)


La mia ossessione per i film di Jean-Pierre Melville mi prende di sorpresa in pieno pomeriggio. Perché quello che vedo e sento non mi piace. Troppo chiasso, troppa gente, troppe chiacchiere. E allora mi raggiunge quella voglia di essere il silenzioso samurai impersonato da un Alain Delon al massimo del fulgore fisico e iconico.
Quel contegno, quel silenzio. Quella professionalità livida e piovosa che dentro nasconde un mondo di sentimenti differiti, fraintesi, mandati a sperdersi in mezzo ad animali affamati.
La sindrome del samurai urbano mi avviluppa spesso, quando sono in compagnia. Inizio a sentirmi dapprima calmo e distaccato, poi sporco come una scintilla abituata ad appiccare fuochi lontani dallo sguardo degli amici.
Posso anche essere affabile e conversatore finché si vuole, non sono tipo da sottrarmi al dialogo. Però quasi sempre non ne ho voglia, e mi verrebbe tanto da chiedere silenzio. Non un silenzio triste, quello mai. Un silenzio costruttivo, in cui gli uomini, me compreso, riescano a fare i conti con se stessi.

Il silenzio mi piace. Non sono snob sugli argomenti degli uomini. Non pretendo di spostare il baricentro comunicativo su campi nei quali mi sento ferrato, sicuro, addirittura entusiasta.
Non voglio infatti parlare di basso elettrico. Neanche di scrittura. Non ho mai parlato di sigarette e di fumare in generale. Della Fiorentina parlo solo a Firenze, per ovvi motivi. Detesto gli argomenti politici, soprattutto adesso che tutti si sono scoperti analisti, teorici, teoristi, teorizzatori, in nome di una democrazia partecipativa solo a livello utopistico, l'ennesima cazzata passata per rivoluzione di pochi illuminati. Parlare di sesso mi ha sempre fatto schifo. E non certo per moralismo. Perché parlare di sesso? Se sei un uomo, non avrai la mia complicità virile. Non me ne frega niente di sapere come ti funziona bene l'uccello; in più il suddetto volatile mi ripugna e non intendo immaginarmelo in azione. In aggiunta, non ti parlerò mai di come funziono io sessualmente, e non perché sia un gran mistero; semplicemente, sono uno di quegli uomini che nel sesso inserisce sconsigliate dosi di anima, non sono mai stato uno scopatore cosparso di olio e di ego abbronzato.
Da quando ho scoperto che la maggior parte degli uomini che conosco si guarda il deretano mentre esegue il missionario, ho deciso recisamente di non parlare mai più di pratiche sessuali con loro.
Devo anche aggiungere che quando mi è capitato che un maschio mi dicesse “sai, lei mi ha fatto questo e quello”, ho puntualmente avuto il desiderio di fargli del male. Non raccolgo confidenze sessuali da mitomani e da coglioni. Già fatico ad ascoltare, riottoso e ipercinetico, quelle di certi amici.

Di cosa vorrei parlare, allora?
Di poco e buono. A volte sono io a fallire l'impostazione del desiderio, mettendo in mezzo discorsi che non possono essere raccolti. Dipende dal mio sistema di priorità, con il quale non si va molto lontano in quanto ad empatia. Perché non riesco, proprio io che dovrei avere il dono della parola, a spiegare che sono un cacciatore di fulmini. Di attimi. Di spiegazioni che non possono essere confermate. Da ragazzo mi piaceva provocare, mi sentivo protetto in un territorio che credevo di abitare da solo. Dicevo che mi interessava scoprire perché le persone si suicidavano. Volevo comprendere ogni cosa, compenetrarmi, struggermi e infine ribellarmi all'orrore restando in vita. Molti mi presero all'epoca per un originale, per non dire un pazzo. Non c'è nulla da fare. Sento ancora oggi il richiamo, quando dei dolori sono inespressi. Quando le ombre rischiano di battere i progetti. Allora riesco a muovermi in modo empatico. Viceversa, quasi sempre mi annoio e allora vorrei che vincesse il silenzio.

Molte persone che mi cercavano (anche) per dirmi quanto guadagnavano bene, come erano riamati e felici in situazioni à la Mulino Bianco, hanno smesso di cercarmi. Si sono arresi. Immagino non sia bello avere a che fare con uno che ti risponde in serie “certo”, “come no”, “chiaro”, “so quanto sei valido, figurati”.
Tutte risposte che nascondevano un pensiero spiccio e volgarissimo: “Chiudi questo cazzo di telefono. Vantati con qualcun altro, con me non funziona. Ma ti hanno mai detto che sei un verboso maledetto?”
Da vicino, invece, il mio pensiero era anche più corto: “Vattene”, sussurrato, sibilato, come facevo con i clienti più molesti nei negozi di dischi. Sibilavo un ancestrale “vattene” continuando a sorridere, facendo in modo ovviamente che non se ne accorgessero.

Dico e faccio solo il dieci per cento di quello che vorrei e che desidero. Il restante novanta è fuorilegge. Ne sono consapevole. Molto meglio che io scriva. È opportuno che io non faccia danni, e che segua l'istinto solo dopo che la testa si è accesa come un mappamondo luminoso per bambini.
Che fatica dannata. Che maledetta fatica non far uscire fuori l'animale. Non ho sogni di ricchezza e non ho più sogni codificati di realizzazione personale, che ho convertito in un alfabeto selvaggio foriero di grandi imbarazzi e anche di qualche pesante fraintendimento.
Oggi, per esempio, mi sento una lince a caccia. Sento di essere predatore, ma proprio oggi non mi è chiaro di cosa. Mi aggiro per le mie strade con passo felpato, in rigoroso silenzio. Non mi sento interessato alle cose che non ho e alle sensazioni cui sembra mi sia negato l'accesso. Sento invece l'odore di quello che mi si compie accanto o poco lontano, e la mia fame devastante è quella di capire, di percepire i non detti, e il mio sogno più osceno è quello di essere presente in assenza, importante in rinuncia. Un sogno osceno che non ha nulla di egoistico o demenziale, anzi. È un sogno lucido e pulito, che vuole tenere a bada la banalità, la mistificazione, l'egotismo e l'orrore delle emozioni come utilità.

Da un appartamento poco distante viene fuori una tremenda musica dance. No, non è l'elettronica soffusa ed erotica che uso per scrivere, è roba commerciale per gente che forse sta fottendo con le finestre aperte perché altrimenti si suda troppo. C'è gente che fotte perché sente di doverlo fare? C'è gente che fotte per confermare i rapporti? Temo di sì. Infilare microscheletri d'anima nel sesso è una roulette russa. Forse fa bene chi si guarda il culo mentre è all'opera. I miei amici non dovevano confessarmi questo schifo, mi hanno nauseato.
Oggi sono una lince. Caccio quello che non vedo, cerco di capire quello che accade lateralmente e alle spalle. Sono inquieto e maldestramente pacifico nelle apparenze. Mi sento addosso questa pretesa di essere importante anche nella marea di assenze che affronto da sempre. Non mi piace la pretesa di dare importanza alle mie rinunce spirituali ed emotive, eppure so di condurre questa bestia per mano fino al sonno della mia stanchezza.
Chiudo questa nota mentre in quella casa scopano. Non mi elettrizza, non mi eccita neanche un po'. L'uomo lancia un grugnito che la musica dance non copre, lei è stata più discreta ma sembrava recitasse.
Io lo so che si sarà guardato il culo, lui. Non voglio incontrarlo mai. Altrimenti lo uccido.
Quando una lince incontra un copulatore palestrato, costui è un uomo morto.

©Luca De Pasquale 2018

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