14/05/18

Il sogno più vero è dei perdenti



Come si fa a tifare per chi “deve” vincere sempre?
Non ci si annoia, ad aspettare puntualmente una finale di Champions League, l'ennesima Coppa Italia giocattolo, il torneo degli Emirati Arabi dove vinci un grattacielo?
E l'essenza del calcio dov'è, dove sarebbe? Il risultato a sorpresa, la variabile, la folle prestazione, il dissidio tra patron ed allenatore, il secondo portiere che fa lo sciopero della fame perché non avrebbe giocato nemmeno in Intertoto?

Decisamente, non ho il problema di vincere sempre. Tifo per la Fiorentina con tutto me stesso, e tifare per la Fiorentina significa avere a che fare con una perpetua variante di traguardi tutto sommato piccoli, con qualche occasionale cresta di notorietà, come durante l'era Batistuta/Rui Costa. L'ultimo scudetto lo abbiamo vinto nel 1969. Mio padre andò a Firenze tutta la stagione a vedere le partite giocate in casa. Io sarei arrivato nel mondo solo tre anni dopo, già con il cuore viola scuro.

A parte la fede viola, sin da ragazzo ho sviluppato strani amori collaterali per squadre estere non particolarmente famose o gettonate tra i miei coetanei. E così, adesso posso dire di tifare per una squadra in ogni campionato estero, anche quelli che nessuno considera.
E quest'anno, questo maledetto 2018 che ha visto la morte del mio capitano Davide Astori, è stato anche quello che mi ha deluso con le retrocessioni del mio adorato Amburgo, retrocesso in Bundesliga 2 dopo una stagione disastrosa. L'Amburgo non era mai retrocesso in seconda divisione in tutta la sua storia. Sempre in Germania, accuso il colpo della retrocessione dello storico -e da me amatissimo- Eintracht Braunschweig in 3 Liga, una vera e propria onta. Dalla tormenta non si salva nemmeno lo Swansea, facendo così tramontare il mio utopico sogno di assistere al derby gallese con il Cardiff, appena promosso in Premier League, l'anno prossimo. Un crollo, quello dello Swansea, che ho sperato di vedere scongiurato fino all'ultimo.
Retrocede in Olanda anche il Twente Enschede, altra mia vecchia passione. Restando nei Paesi Bassi, in seconda divisione il “mio” Volendam si classifica mestamente quattordicesimo. Un'ecatombe che non risparmia l'Italia, considerato il triste destino dell'Akragas in Lega Pro e la quasi sparizione di altre squadre che seguo da sempre, il Derthona, il Città Di Castello, il Legnano e la Rhodense.

Insomma, sembra quasi fatto apposta: tifare per chi perde o non se la passa bene. E invece, lo confesso, mi piacerebbe ricevere qualche soddisfazione dallo sport che amo di più insieme al pugilato. Proprio per quell'amore mai svanito per la sorpresa, per la prova d'orgoglio, per il pronostico rovesciato contro il chiacchiericcio dei tromboni, dei troppi commissari tecnici sparsi per il paese e dei tifosi da bar, sempre pronti a vomitare sull'ignaro interlocutore fiumi di fantascienza di serie Z, come nel caso di quel tizio toccato che mi sottopose una tesi farneticante sulla morte di Astori (avvelenato a cena dai poteri forti, ma cazzo, torna a leggere pessimi romanzucoli di genere e silenzio!).

Per me il calcio è quello, anche da leggere, di Beppe Viola, Osvaldo Soriano, Nick Hornby, Giovanni Arpino. Devo percepire il sudore, la necessità dell'impresa. Il calcio che amo è quello di Ezio Vendrame, Dino Pagliari, George Best e Jean-Marie Pfaff, tanto per rendere l'idea. Non sono mai guarito dalla follia amorosa per la grande e incompiuta Olanda, ancora mi danno per non aver potuto gustare la meravigliosa Ungheria del 6-3 all'Inghilterra e il mio cuore, in assoluto, è sparso su campi sterrati, stadi gallesi immersi in abissi di verde e quiete, campetti nelle Isole Far Øer, dove tutte le squadre sono abbreviate in IF, B e altre lettere solitarie. Che sfizio c'è a vincere sempre, a parteggiare per personaggi da copertina? E ancora, chi se ne frega delle giunoniche wags che mostrano ogni secondo della loro vita su Instagram? Non è più bello celebrare stravolgimenti cui non crede nessuno?
Chi avrebbe mai pensato, il 21 ottobre del 1987, che il Turun Palloseura andasse a vincere 1-0 a Milano con l'Inter, gol della leggenda “minimal” Mika Aaltonen? Chi avrebbe speso un euro di scomessa sul recupero della mia viola, e conseguente filotto di vittorie, dopo la morte del Capitano Astori?
E il miracolo dei Les Herbiers, dignitosamente sconfitti dal multimiliardario e irritante Paris Saint Germain quest'anno nella finale di Coppa di Francia?
Questo è il calcio che mi piace. Questa è una regola di vita che mi attrae, quella delle incognite al potere della fantasia e al timone del cuore.

E allora ci sta, che la Fiorentina non ce la faccia ad andare in Europa League e che retrocedano tutte nella stessa stagione squadre che seguo da bambino, Amburgo, Eintracht Braunschweig, Swansea e pure il Twente Enschede.
Naturalmente continuerò a seguirle con passione vera, passione che prescinde dalla gloria e dai risultati stupefacenti. Ogni lunedì continuerò a spendere un'ora del mio tempo per informarmi del campionato lussemburghese, della Coppa di Gibilterra e altre stranezze. Quello è il calcio di cui ho bisogno, quello fatto dagli uomini e non dalle stelle.
Come nella vita vera, il mio sguardo non sarà mai rivolto verso il podio. Mille volte i campetti di provincia e i giocatori/falegnami.
Le piccole realtà non puzzano mai di sogni teleguidati. Chi tifa per i vincenti ha qualche evidente problema di autostima, alla fine.

©Luca De Pasquale 2018












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