24/05/18

Il futuro anteriore del cuore autunnale


Giro per strade che non conosco, di cui ignoravo l’esistenza. Sorpasso palazzi gialli, ocra, lilla, verdi. Incrocio lo sguardo dei portieri. Alla ricerca di un cartello “Affittasi”, aguzzo lo sguardo e accendo la ricezione visiva dei contorni. Dalle case viene fuori odore di cibo, spesso nauseante, guardo vecchi affacciati a balconi pieni di piante, travolti dalla noia. Il giro dura due ore, che significa quattro sigarette e mal di piedi perché il timore della pioggia –che non è da me- mi ha indotto a calzare scarpe invernali. Compro una rivista musicale in un’edicola mai vista prima. Ad un certo punto, vedo le mie gambe muoversi ma il resto del corpo è come immerso nel cloroformio.
Sento addosso la voglia di trovare velocemente un balcone sull’infinito dove poter tornare a scrivere, a sfidare tutto quello che mi rallenta esprimendomi liberamente, sgombro da questo tipo di pensieri.
Se non avessi questi pensieri, queste urgenze, potrei dire che sto vivendo un futuro anteriore del cuore in autunno. So io cosa vuol dire questa affermazione, che è criptica quanto la mia anima in retromarcia. So quello che faccio.

Avrei bisogno di un balcone –non un terrazzo- sul mare per poter scrivere senza srotolare il cordone ombelicale nero che ho usato come sciarpa per decenni. Il mio petto in questa passeggiata forzata è come un imbuto che si carica e svuota, senza che io abbia il tempo di catturare un’energia più duratura, un poster dei desideri da mettere al muro per non dimenticare.
Scrivere non è sfogarsi. Questo è un vecchio e sciocco luogo comune. Quando scrivo non sfogo istinti, neanche quando ci vado giù pesante. Scrivere è invece riconoscere l’esatta utilità dell’infinito al centro della vita di un uomo.
Scrivere significa anche smettere di tenere al guinzaglio i rimpianti e anche qualche rimorso; e se pure il sapore in bocca è amaro e sfuggente, c’è sempre la forza di un’anelata libertà emozionale a salvare vita e pensieri.

Mi rendo conto di essermi chiesto pochissime volte che potenza hanno certe mie parole. Su me stesso, nell’eco di dentro, negli occhi degli altri; raramente mi sono chiesto se sono riuscito ad entrare, come il vento, nelle anime di altre persone. Entrare nell’anima di qualcuno con le parole vuol dire anche essere educati, accorti, rispettosi: indica un viaggio privo di arroganza, di bugie, di goffe macchinazioni pur di far quadrare le ossessioni.
Quando sono adirato a causa di appendici squallide che vorrei tanto evitare o quando sono a pezzi e dadini per mia stessa scelta, divento mezzo cieco e non mi chiedo più cosa voglio comunicare e dove vorrei arrivare.
Oggi sono integro e malinconico, criptico persino con me stesso nel dirmi che vivo il futuro anteriore di un cuore autunnale. Ma può bastarmi, perché riesce a condurmi dove non mi spengo, su un balcone sistemato quasi sulle onde, nel silenzio di discrete verità che fanno male anche se dormono, con alle spalle una stanza viola scuro in cui sarà più facile addormentarsi senza incubi e senza confusione.
Che forza hanno le mie parole quando non scelgo di nuotare nelle ferite?
Quanto mi sono perso oggi, tra i palazzi gialli e verdi, nell’odore di trippa e di benzina, appoggiato agli sguardi stanchi dei passanti?
Quanto sono riuscito a dimenticare di me e del mio futuro anteriore di cuore autunnale? Quanto ho dimenticato ancora del sogno della scrittura?
Domani sarà ancora diverso, domani potrei aver dimenticato il mare, l’autunno, le parole. Domani girerò ancora, vestito diversamente, con vecchi piedi e occhi di vento, sempre timoroso di entrare nell’anima degli altri per più di un lampo.

©Luca De Pasquale 2018

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