31/05/18

L'ultimo volo notturno per Hvidovre


L'uomo è cosi superficiale, che anche dove ha la vera sicurezza della sua esistenza, dove lascia l' orma della sua presenza, cioè nel ricordo, nel cuore dei suoi amici, anche lì deve venir meno, deve sparire, prontamente sparire.
Goethe

Più o meno di questi tempi, sette anni fa mi trovavo in un aeroporto, di sera, ad aspettare di imbarcarmi sull'ultimo volo per Napoli.
Ero seduto da solo in una saletta molto pulita, con a fianco il mio bagaglio a mano e un sentimento importante, che si spingeva urgentemente dentro me fino a lacerarmi: dovevo mettere ordine nella vita.
Era disordinata, anarchica, irregolare, infedele, nervosa, oppositiva, autodistruttiva, compressa, equivocata, stracciona, randagia, assolutamente non conservativa, quasi elegante nella sua distaccata volgarità; vita impulsiva e scorticata della quale finivo per mangiare ogni volta la coda e qualche volta il cuore.

Ascoltavo una compilation che avevo assemblato da un punto di vista strettamente emozionale: tutti brani di Martin Schulte, al secolo Marat Shibaev, dub techno notturna, dal battito felpato e implacabile, adattissima per prepararsi alla meraviglia di un volo alle porte della notte.
Pensavo a varie cose, seduto in quella saletta deserta. Mi girava in testa una frase improba, impegnativa, ricattatoria: “Non hai reso secondo le aspettative”. E ancora, “non hai ottenuto i riconoscimenti che tuo padre ti aveva preconizzato, hai fallito”. Si andava anche peggio con l'ultima massima prima del buio: “Non hai voluto in nessun modo guadagnarti la quiete”.
Nel 2011, questo blog era aperto da poco più di un anno. Filava che era una meraviglia e io sembravo una valida promessa della scrittura. Non a me stesso, intendiamoci. Però funzionava. Attirava lettrici donne attratte dalla disperazione. Molte mi scrivevano in privato, incuriosite. Dopo l'adrenalina iniziale, tendevo a distoglierle dai loro propositi di accorciare le distanze. Non cercavo avventure e trovarle con la scrittura mi sembrava detestabile e malsano. Oltre che un pessimo, eventuale, punto di partenza: non puoi incuriosisrti di una qualche disperazione, ignorando da dove viene, cosa mangia, come e se riesce a dormire, se è in grado di amare.
Gli incontri tra disperazioni affamate sono sempre soggetti alla revisione del destino e alla legge oscura dell'impossibilità di una strada sgombra da agguati, demoni di fango e ponti malfermi.

Seduto in quella saletta con Martin Schulte che imperversava nella mia fantasia ferita ai fianchi e senza nomi di donna da conservare come impegni di costruttività, pensavo a tante cose e nessuna sembrava destinata a morire in quella riflessione estemporanea. Pensai a Patrizia, una donna che era passata a prendermi sotto casa in auto diversi mesi prima, così d'impulso, non sapendo nemmeno cosa dirmi. Quell'iniziativa, che pure poteva sembrare solleticante e di forte impatto, mi aveva spiazzato e confuso, tanto che fui impacciato e ridicolo nel descriverle una vita, la mia, in modo asettico e freddo, quasi sciatto. E così Patrizia, una bella donna, aveva desistito dal suo tentativo di conoscenza. Avevo anche perso una lettrice, perché quando la disperazione non risponde il fascino diventa una mutanda sporca, un equivoco, un bluff con gli occhi cisposi e la voce di un bambino scemo.
Non volevo tornare a Napoli. Proprio no. A Napoli non volevo tornarci mai più. Volevo lasciare il lavoro, il mio monolocale affumicato e caotico, il mio nome, e quanto alla famiglia avevo pensieri unicamente per mia madre, alla quale avrei tentato di spiegare perché un uomo ad un certo punto è costretto è fuggire anche da se stesso.
Desideravo innamorarmi, ma comprendevo di averne ormai una paura fottuta. Avevo imparato a giocare di sponda e a colloquiare informalmente con le diseguali puntate al gioco del mio sesso, di meglio non riuscivo a fare. Cercavo di innamorami e questa fissa rendeva disastro ogni mossa, ogni risveglio.

Avevo anche voglia di rassegnare le dimissioni, restituire il badge aziendale, la divisa, l'armadietto, la mia vita da schiavo potenzialmente lobotomizzato. Volevo sparigliare le carte. Mi avevano proposto anche di entrare in un partito politico di sinistra extraparlamentare, ma non mi interessava per niente. La verità è che non ho mai avuto dentro il fuoco della politica attiva, non faceva per me, ho bisogno di troppo silenzio per poter tollerare anche la più dimessa delle sovraesposizioni.
Sono sempre stato più coinvolto da una ricerca emotiva basata sull'interiorità mia e degli altri che da uno sfrenarsi pubblico su temi di fruibilità apparentemente collettiva.
Continuavo a rivolgermi domande nette, difficili. Per esempio, come mai sin dal quarto ginnasio avevo intuito che la strada sarebbe stata difficilissima? Erano anni pieni di speranza per chi mi stava attorno, ma non per me. A diciassette anni pianificavo di fuggire a Bergen, in Norvegia. A diciotto anni comprai delle dispense per imparare il finlandese. A ventun anni cercai di convincere una ragazza che mi piaceva a trasferirsi in Danimarca, precisamente a Hvidovre, città che mi dava un'idea di pace e di distanza dal passato. Napoli mi andava strettissima. Come i miei amici, la famiglia, il liceo. Solo musica e scrittura mi stimolavano al meglio.

Poi arrivò la chiamata per il mio volo. Spensi Martin Schulte e mi guardai attorno. Non sapevo se quello era un addio o meno, perché la città che lasciavo era legata ad una relazione instabile, visionaria e alla fine campata in aria, disegnata su una nuvola già quasi dissolta.
Tornato a Napoli, avrei dovuto chiamare un'altra donna, la cui curiosità nei miei confronti mi appariva ancora più fragile e volatile del primo caso, una curiosità decisa e determinata, ma ad un secondo sguardo inaffidabile.
Da quel dualismo, già lo sapevo, sarei uscito fuori con il numero zero sotto il braccio, custodendolo come un bambolotto senza occhi e con un cuore piangente.

Avviandomi al gate, incontrai altri pensieri fugaci, tra cui quello di dover assolutamente preparare un'altra compilation ambientale e serica della musica di Martin Schulte; poi, idealmente, confrontai le due protagoniste del dualismo in cui mi dibattevo solo interiormente. Nessuna di quelle due donne mi amava e io, a mio modo, le amavo solo in potenza, dunque no. Il sesso non avrebbe vinto a lungo, anzi aveva già perso da tempo. Il sesso è un episodio, ma non puoi lasciarlo sospeso nel vento come una ragnatela. Le ragnatele di notte cambiano coordinate. Come me, ragnatela dalla nascita, troppo distratto per divorare le prede, troppo innamorato della luce fuori per scendere tra gli uomini a convincerli di qualcosa, amore incluso.

Stasera sono alla finestra, la sigaretta accesa. Guardo lontano, in cerca di qualcosa da dimenticare con classe. Non c'è Martin Schulte a tenermi compagnia come sette anni fa, ma i Last Shadow Puppets con un brano che adoro, “Everything you've come to expect”. Il verso che mi piace di più è:

Hotel room Holy Bible
Hotel room free love revival
Baby it's a never ending spiral

Perché? Perché mi racconta dell'uomo che fingevo di essere, uno scrittore estenuato e incazzato, nascondendo quello che mi viveva dentro, un vecchio bambino innamorato dell'amore e della città di Hvidovre. Oggi è quel bambino che mi dice spesso “non hai reso come avresti dovuto” e io gli sorrido, languido come la canzone di Alex Turner e Miles Kane.

©Luca De Pasquale 2018












30/05/18

Il ricatto delle somiglianze utili

Siamo sempre a caccia di qualcuno che ci somigli. E che questa somiglianza, il più delle volte forzata, ci conforti e ci spinga in alto, lontani dal marasma, dall'abisso.
Siamo a caccia perpetua di persone e cose che ci facciano stare bene, che riescano a convincerci che valiamo, che il nostro percorso non si stia srotolando vanamente, che possiamo essere belli e dunque meritare la vita e qualche volta il proscenio.
Paghiamo beni e servizi per stare bene.
Partiamo e viaggiamo per stare meglio.
Ci circondiamo di amici che abbiano passioni simili alle nostre, che provengano dalla nostra stessa crescita, che conoscano (quasi) tutti i nostri difetti, convertendoli in bitcoin emotivi.
Ci innamoriamo per rifiorire e quando ci cadiamo dentro iniziamo ad essere ridicoli senza neanche accorgercene. Perché troppo spesso l'oggetto del nostro amore è una proiezione nevrotica e impaziente di quello che siamo certi di meritare come risarcimento, come nuovo carburante per affrontare il futuro.
Siamo continuamente esposti a delusioni di ogni tipo. Qualcosa ci dice che ce la caveremo sempre, perché siamo in gamba. Perché ci siamo laureati con il massimo dei voti, perché abbiamo un buon lavoro, perché abbiamo stabilito delle buone relazioni umane e ci piace pensare di essere stimati per quello che vediamo invece solo noi, nella maggior parte dei casi.

Ci portiamo dietro il nostro sacco di frantumi, credendo che riusciremo a sommergerlo con una cascata di fiori. Se qualcuno ci fa vibrare una corda diversa dalla nostra abitudine all'emozione, rischiamo di amarlo per sempre e buttarci nel fuoco e nel letame per lui/lei.
Ci emozioniamo per libri e canzoni ed ingenuamente crediamo di poter condividere con altri quell'impatto, quella particolare cifra di colore e di vita agognata.
Sogniamo di liberarci, di spezzare le catene, ci piace da morire scaldarci all'idea di un mondo migliore. Come rabdomanti, ci spostiamo a seconda delle somiglianze, senza capire che siamo nel mirino di un cecchino infallibile, l'illusione. Alle spalle dell'illusione, poi, c'è la foto mal riuscita della morte che dorme e sembra non vederci. Un pigro gatto fanfarone, sembra. Non è così. È invece una signora composta da vento freddo, il vento freddo che si alimenta con i nostri gesti a vuoto quando siamo in cerca dell'amore.

Non partecipo da anni al gioco delle somiglianze. Lo detesto. Lo trovo strumentale, triste e pure scomposto. Non cerco compagni di viaggio e nemmeno anime che mi ricordino la mia, che senso avrebbe?
Quando conosco qualcuno, mi sembra di incontrarlo in una stazione al calare della sera. Prima o poi dovremo salire sull'ultimo treno della notte, non sarà lo stesso, e se pure lo fosse qualcosa ci dividerà comunque, la vita accumulata in precedenza, quasi sempre.

Mi capita di incrociare persone che non ho mai visto prima. Nemmeno per sbaglio. La regola che mi impongo è quella di non avere aspettative e non darmi delle sciocche risposte anticipate. È facile che un bicchiere di vino su un tavolo diventi un'assenza; ancor più facile che dei corpi momentaneamente soli finiscano per costruire una baita di petali sulla tempesta. Errore fatale.
Mi capita anche di percepirmi come assenza, mentre stringo delle mani, incrocio uno sguardo, faccio una promessa a mezza bocca, “sì, ci sentiamo, ci vediamo”.

Al contempo, quasi mi intenerisco quando qualcuno viene dalla mia parte, in cerca di somiglianze. In quei casi, tengo garbatamente a freno lo scetticismo blu insonnia che mi domina e taccio.
Mi sembra di capire che politicamente la pensiamo allo stesso modo”
Non credo proprio. E comunque, non è certo il pensiero politico che mi avvicina alle persone. In genere, non vado affatto d'accordo con quelli che dovrebbero somigliarmi. E aborro qualsiasi tipo di affiliazione.
Anche se ti sembro confacente al tuo percorso, penso tante volte, non puoi prendermi. Non ce la fai, perdi tempo.
Anche a me piace tantissimo la musica”, mi dicono spesso. Bene. E con questo? Non è un valore, non è un indicatore di somiglianza.
Anche io, come te, ho sofferto tanto per amore”. Perfetto: allora è proprio il caso che ognuno se ne stia sulla sua riva a contare le nuvole che sembrano contenere messaggi di estenuazione e di rimpianto.
Lo sai Luca, anche io scrivo!”. E questo è il motivo principale per cui, salvo eccezioni, me ne scappo senza girarmi neanche con la vista periferica. Diffido di chi scrive e non mi interessano le confraternite di scrittori.

Semmai, può bastare un solo particolare, una sfumatura, a legarmi a qualcuno e a consigliarmi saggiamente che non sarebbe opportuno andare a scovare somiglianze, e invece farmi bastare l'attimo frazionato, l'incontro sospeso in una terra senza dei e senza nemmeno demoni ancora svegli.

Mi rendo conto di abitare involontariamente un castello, non sempre visibile, soprattutto quando c'è la nebbia del dubbio a spargere ombre e fili su ogni sentiero. Non si tratta affatto di essere aperti o chiusi, umani o non umani, socievoli oppure orsi. Queste sono categorie di estrema leggibilità, e dunque le rifiuto sdegnato e pure impaurito.

È difficile per un abbandono diventare pelle che cinga e protegga, in particolare se stessi. Se ad un uomo-abbandono viene imposto di pettinarsi, fare bella presenza, sedurre il vuoto accanto alle persone, lui lo farà. Ma se quell'uomo-abbandono capisce che può essere anche amato e riamato, allora è probabile che sceglierà come residenza un castello brumoso e considererà la maggior parte degli incontri come un esercizio giocoso del fato, nelle stazioni di notte. Gli uomini sono così presuntuosi da pensare che possono dominare le partenze staccando dei biglietti e organizzando dei viaggi. Le vere partenze prescindono dalle decisioni a tavolino, attuate più che altro per andare a caccia di chi ci somigli, proponendogli un patto di innamoramento teso al rimborso di un maledetto ladrocinio di partenza.

Nella sala d'attesa di questi anni randagi, violenti, i viaggiatori che ti sorridono sono ombre vestite di un qualche colore. I fantasmi non fanno l'amore con le ombre e non giocano a dadi con il tempo che passa, costruendo rughe e ponti sui troppi silenzi che ci hanno vestito.
Nasco come abbandono, sono cresciuto come una rivolta, ora sono un testimone, domani voglio decidere il colore e l'intensità della tempesta, e poi basta. Nessuna somiglianza mi corrompe e mi seduce, i migliori movimenti della vita non appartengono alle nostre calibrate speranze.

©Luca De Pasquale 2018

29/05/18

Weiland, Staley, Cornell&Sandman Blues


Your expiration date
Your expiration date, fate, date
Expiration date
This one is gonna last too, hate
Never gonna fuck with me again
Alice In Chains “Frogs”

L'odore di erba bruciata, i covoni di fieno che vedo passare veloci dal finestrino, il sole che mangia la strada; tutti elementi che mi fanno ripensare alle vacanze che facevo d'estate con i miei, da ragazzino.
Ogni volta che dovevamo raggiungere il Cilento o al massimo la Calabria, c'era sempre qualche collega di mio padre che ci accompagnava, magari restando nostro ospite per due o tre giorni. Mio padre non guidava, anche se vendeva auto. Un fatto incredibile. Quel che è certo, mi ha contagiato facilmente, perché sin da piccolo ho sviluppato un rapporto di ferma antipatia con le automobili e ovviamente con la guida.
L'amico che oggi guida dice una marea di cazzate e non ho nessuna voglia di ascoltarlo. Vuole per forza commentare la situazione politica attuale, verso cui provo un senso di totale repulsione e di incommensurabile distanza.
Le sue teorie su Cinque Stelle e Lega mi suonano più avverse di un peto, in quanto queste succitate entità politiche sono la mia totale nemesi. E non sono certo in debito con lui -nè con nessun altro- di spiegazioni al riguardo. Tanto lo so che Valentino mi considera un incrocio tra un anarchico e un comunista stile Stasi, dunque un pazzo; non gli devo nessuna spiegazione. Quelle che dovevo a me stesso le ho già formulate e poi ho dato fuoco a tutto, non sono una di quelle persone che ha bisogno di un'identità politica da vomitare sul prossimo per sentirsi minimamente sensato al mondo.

Non sento nessuna complicità e nessuna intesa con Valentino, anche se gli voglio piuttosto bene. Non sempre affetto e stima coincidono. Solo i fessi credono che le due cose possano andare di pari passo; invece no, c'è puntualmente qualcosa che sfalsa, una macchia di sugo sulla cravatta, un rutto mentre si parla dell'infinito, una stronzata informe sull'attualità può allontanare più di un tradimento.
Quello che provo per Valentino, il quale intanto mi dice che in auto non si fuma (d'accordo, vaffanculo a te e al salutismo, Valentino), si verifica quasi con tutti. Perché sono esigente, e anche solitario. Ipercritico con me stesso fino al massacro e insofferente verso la maggior parte delle cose che mi annoiano, quindi tanta roba.
Mi annoiano i vizi borghesi, le monomanie di liberazione degli utopisti, i circoletti letterari dei pavoni rustici, le canzoni emotive spacciate per capolavori intimisti del cazzo, mi annoiano i soldi, il loro felice investimento in attività ricreative, mi fa impressione il sudore delle palestre e non credo nel benessere fisico. Non ho valori religiosi e patriottici da sbandierare, non fingo di credere in qualcosa che nemmeno comprendo. Mi annoia Valentino, che mi parla del sesso con la sua nuova fiamma; ha una faccia da cretino quando si entusiasma per quello che sta raccontando. Immagino il rumore che fanno i loro corpi quando sbattono nel coito, con lui che suda da fare schifo e crede, povero illuso, di essere entrato a buon diritto nel segreto stesso della vita. Capita di provare questa sensazione, durante il sesso. Il problema è che dopo vedi il deserto ancora più affamato e senza confini, quando riapri gli occhi a tachicardia e saliva disinnescate.

Valentino dice che vuole provare una mozzarella della zona. Trattengo un conato di vomito. Perché cazzo ho accettato di accompagnarlo a comprare un basso elettrico d'epoca?
Mi sento un pezzo di merda. Davvero: un autentico pezzo di merda. Perché mi accorgo, non posso evitarmi ancora a lungo, di non apprezzare Valentino solo per la sua tragica distanza dai modelli di persona che mi seducono di più, quelli che naufragano, non certo quelli come lui, i maledetti compulsivi cercatori di benessere e di sollievo ad ogni costo. Ho problemi anche con chi parla continuamente di ideali e per questo crede di poter mortificare l'udito e la pazienza dei suoi interlocutori.
Cosa vorrei da questo povero Valentino? Che fosse un incrocio tra Scott Weiland, Layne Staley, Chris Cornell e Mark Sandman, tra i più belli dei miei eroi caduti? Perché oggi, su questa maledetta autostrada io penso anche a loro e vorrei divorare un nastro degli Alice In Chains fumando disordinatamente, non sottoposto al morigerato eloquio di Valentino, le sue dritte in punta di saggezza non comprovata, le sue fottute spiegazioni politiche senza senso.

Lo ammetto, preferirei che mi dicesse “sai, vorrei andare con una puttana”, piuttosto che questa edulcorata tranquillità fattiva che è cosi deprecabile, quando arriva negli occhi di quelli come me, quelli fuori strada da sempre.
Ma vaglielo a spiegare, a questo chiavatore borghese sudato e palestrato che mica gioco a fare il bad boy e la pecora nera, che non ho neanche avuto il tempo di scegliere cosa pensare che già mi piaceva il deserto, da bambino. Non posso interloquire con lui su questo punto, e allora fammi almeno fumare, salutista maledetto. E poi, cosa posso farci se me ne sbatto per chi voti? Ma fai come ti pare, solo che non devi cercare in nessun modo di coinvolgermi. Vuoi la verità, caro Valentino che devi comprare un basso d'epoca per spararti una posa con te stesso? Non credo nel nuovo che vedi tu, che poi di nuovo non ha neanche il cesso; e allo stesso tempo non credo affatto nelle glorie di un passato durante il quale io, semplicemente, non ero.
Questo, per quelli come te, è nichilismo. Credo tu abbia ragione e allora faccio ammenda senza chiedere scusa. Non devo scuse a chicchessia.
Se ti fa piacere, chiamami Buenaventura Durruti, immaginami nella Volkspolizei vestito di verde. Tutti abbiamo bisogno di mettere in cornice quello che non capiamo, per poter prendere meglio la mira quando decideremo di distruggere il quadro perché ci disturba.

Quando arriviamo a destinazione, Valentino, scendendo dall'auto, mi dimostra che per quasi due ore ha tenuto a freno un retropensiero che lo tormentava: per chi cazzo ha votato questo che mi ha accompagnato per farmi fare un buon affare?
Me lo chiede con simulata leggerezza, “così, per sapere”, puntualizza.
Non c'è problema, Vale”, rispondo, “ho votato per il Partito Minatori Dell'Anima, sezione Lou de Visser”
Mai sentito nominare... un partitucolo comunista?”
Troppo lungo da spiegare, informati”
Non serve a niente votare queste liste assurde e poi le ideologie sono morte. VOI vi ostinate a non capire che vi manipolano... Noi, invece...”
Basta, Valentino. Andiamo a comprare questo basso e poi ti potrai infilare una bella mozzarella in bocca. Ne porterai una anche alla tua donna”
Perché non sei Scott Weiland? Perché non sei vivo nel tramonto? Perché non cadi anche tu un po'?
Ecco perché non mi piaci, Valentino. Perché la tua fissa è conservarti.
NOI, come dici tu, invece, amiamo come pazzi, siamo pulci disgraziate, cadiamo sempre in errore, sopravvalutiamo le passioni, ci segreghiamo nella scrittura, facciamo cilecca nello scenario produttivo, ci trasformiamo in eroi di qualche silenzio lontano o di qualche sporadica, pigra fantasia sentimentale. Noi cadiamo nel blues mentre tu godi nella bella vasca della tua vita ordinata. Ho detto ordinata, non ordinaria. Stai attento, rifletti prima di replicare.

©Luca De Pasquale 2018









27/05/18

Il caso Karius e i vigliacchi da tastiera


Ieri sera ho guardato in televisione la finale di Champions League Real Madrid-Liverpool. Non mi è piaciuta. Devo solo salvare il gran gol di Gareth Bale, quello del momentaneo 2-1.
Più che un'elettrizzante finale, è stata la partita che ha sancito il dramma sportivo del portiere tedesco del Liverpool, Loris Karius, autore di due errori davvero madornali che hanno affossato definitivamente la sua squadra.
Alla fine del match, Karius è rimasto praticamente da solo a piangere, inginocchiato nell'erba e poi in piedi, barcollante, con il viso nascosto nella maglietta. Nessun suo compagno gli si è avvicinato; il primo giocatore sopraggiunto a consolarlo è stato proprio Bale, che si è così confermato come un atleta sensibile e una persona attenta.

Subito dopo il match, sui social si è scatenata una vera e propria caccia all'uomo, in cui il povero Karius è stato trattato come una macchietta, un pupazzo sul quale sparare tutta la frustrazione di vite inutili passate dietro lo schermo di un computer ad insultare. Il Napoli Calcio, seguito poi dall'Inter, ha postato un encomiabile tweet di solidarietà a Karius, che presto è stato fatto oggetto di commenti indegni, stupidi, selvaggiamente ignoranti e crudeli; un paio di esponenti della feccia social hanno addirittura preconizzato a Karius un suicidio a volo d'angelo. Naturalmente, il Napoli Calcio è finito nel mirino degli insultanti minus habens (in maggioranza degradanti membri del tifo juventino e ignobili razzisti dall'accento mentale nordignorantista), i cittadini napoletani sono stati accostati per l'ennesima volta al colera e al Vesuvio, il tutto con Loris Karius sbeffeggiato in modo sempre più raccapricciante (“muori”, “tedesco di merda”, “diventerai portiere del Napoli, bastardo”)

Sono perfettamente consapevole che scandalizzarsi per questa merda è inutile e anche ingenuo, in fin dei conti. Ma la mia, in questo frangente, non è ingenuità. Per nulla. La mia è sacrosanta e fiera indignazione. Detesto questo tipo di ignoranza, condita da una vigliaccheria infima che spinge ad accanirsi con chi ha sbagliato, perso, smarrito l'orientamento.
Secondo le leggi di questi minorati, noi tutti saremmo in diritto di insultare e sbeffeggiare qualsiasi persona che stia attraversando un momento difficile. Una delle parole che ho letto di più in quei commenti maleodoranti e insopportabili è stata “sfigato”.
Questo mi autorizzerebbe allora a definire sfigato chi ha perso il lavoro, chi si sta separando, chi ha avuto un lutto, chi ha avuto un suicidio in famiglia, chi è costretto ad andare alla Caritas per un piatto caldo. Di cosa dovrei stupirmi, del resto? In questo paese attraversato da correnti di razzismo di pancia siamo stati capaci di definire “sfigati” anche quelli che vengono in Italia (sopravvalutandola, è chiaro) per sfuggire alla guerra, alla miseria, alle malattie. Un paese capace di urlare agli “zingari” e agli “assassini” per ogni persona con un colore e un dialetto diverso. Un paese dove il peggior suprematismo ottuso e antistorico viene passato come messaggio di difesa del territorio e delle nobili origini enotrie. E allora, giù indecenze su un portiere tedesco di una squadra inglese del quale non si era quasi mai sentito parlare in precedenza.

C'è qualche coglione che ha insultato Karius associandolo alla Merkel e alla “maledetta Germania delle banche”. Mi chiedo come si possa essere così stupidi e limitati. Non dovrei stupirmi, ripeto. Siamo in un paese di allenatori visionari, commentatori politici in grado di carpire i più astrusi segreti statali, spie casalinghe con la panza che sanno spiegarci come funzionano i rapporti internazionali, veementi forcaioli delusi che si eccitano più per la parola “vaffanculo” urlata da un palco che per le gambe di una donna.

Oggi è Karius, domani sarà qualcun altro. Chiaramente, qualcuno che perde, che attraversa un dramma, che è sconfortato. Il gioco è sparare al bersaglio grosso nascondendo la verità più scontata: gli haters sono degli impotenti. In tutto, non solo a letto. Sono degli impotenti castrati che alzano la loro voce sordida sperando che risulti maschia e vera.

Conosco a sufficienza la storia di Karius, perché seguo con assiduità (in realtà sono un maniaco) il calcio internazionale; so della fiducia che gli ha dato l'allenatore Klopp, so del difficile dualismo con l'altro portiere titolato del Liverpool, il belga Simon Mignolet. Rispetto Karius, Mignolet, Klopp e anche il Liverpool. Karius non sarà Zamora o Dasaev, è tedesco ma evidentemente è lontano da Ter-Stegen e Neuer, questo non toglie che è un atleta pulito e un essere umano che va rispettato. Come tutti. Che sia tedesco o nigeriano, maori o napoletano, che abbia il codino biondo o una sospetta barba taliban.
Chi odia forse è stato odiato, probabile. Ma io non sono uno psicoterapeuta e non ho gli strumenti per costruire un profilo dei codardi con la bocca sporca che affollano la scena dei social network e non solo.
Mi limito a scrivere con sincerità quello che penso; in questo caso, posso solo dire che disprezzo chi odia e chi si accanisce. Che posso anche pasolinianamente amare l'ignoranza rustica e sincera, ma disprezzo dal profondo l'ignoranza che si fa tronfia e che urla le ripugnanze contenute nel suo stesso ventre.
Sto con Karius. Assolutamente. Ora lo seguirò anche più di prima.
Spero che ritrovi fiducia in se stesso. Se lo deve. È un ragazzo di venticinque anni.
Scrivere questi concetti mi qualifica come sfigato? Non c'è problema. Rischi del mestiere. Io sto con chi perde. È il miglior abbraccio che conosco, è il mio codice d'onore laico e senza bandiere, è la mia anima che non ha paura di venire fuori.

©Luca De Pasquale 2018





26/05/18

La spina nel cuore



Da ragazzino leggevo con foga e crescente curiosità i romanzi e i racconti di Piero Chiara, passione che condividevo con mio padre e mio nonno. A loro piaceva per lo spirito irridente e boccaccesco, per l'aneddotica brillante dal taglio grottesco. A me le pagine di Chiara seducevano per il dissimulato ma intenso erotismo e per la malinconia refrattaria e fatalista di stampo lacustre, un marchio di fabbrica. Soprattutto, Piero Chiara mi portava con forza e leggerezza sul mio grande sogno di sfondo esistenziale, il lago. In particolare, il Lago Maggiore.
Amo il mare, che mi inquieta e mi rovista dentro, ma alla fine credo di essere un uomo da lago. I miei sogni adolescenziali erano limpidi in proposito: finire a scrivere libri in un bell'appartamento con vista lago ad Oggebbio, Ascona, Luino o Stresa.

Ho letto tutti i libri di Chiara, del quale ho ancora bisogno in certe giornate difficili. Alcuni sono dei piccoli capolavori cesellati di letteratura nobilmente “provinciale”. Alcuni sono meno riusciti, considerata la copiosa produzione del nostro, ma non c'è una sola sua opera che non si riscatti in un momento di genio e di efficacissimo tratteggio dei vizi umani. Piero Chiara significa per me il lago; e il lago a sua volta è la mia grande fuga, l'hotel dell'anima, e chissà, forse il destino.
Il lago è probabilmente una delle poche dimensioni estetiche che porterebbero giovamento ai movimenti irregolari e capricciosi della spina che porto nel cuore. Una finta quiete, una madre che ti avvolge con le sue braccia d'acqua, con le sue lussuose dimore intrise di malinconia. Acqua solo apparentemente ferma e gelida.

Oggi, la narrativa di Piero Chiara è certamente trascurata dai più giovani. E anche da molti addetti ai lavori editoriali. Bollato come “calligrafico” e “leggero” da persone e lettori facili a giudizi conclusivi e superficiali, non gode della considerazione dovuta. Certamente lo scrittore luinese non era un demagogo, uno facile agli slogan; persino la sua raffinata erotomania aveva qualcosa di arcaico e oggi appare datata, forse troppo razionale, in tempi in cui piace leggere di gente che fotte in mezzo a una gamma di colori dozzinali e inventati di sana pianta.

Come tutti gli uomini di acqua dolce, Piero Chiara aveva costruito la sua abilità espressiva su una base malinconica e anche un po' decadente. Non era tanto un fustigatore di costumi scollacciati, piuttosto un arguto testimone di vizi più vecchi del suo sguardo e della sua sensibilità letteraria.
Sono molto irritato dalla supponenza che respiro tra scrittori ed editori circa la sua figura. Un oblio ingiustificabile, che del resto è caduto -pesante come la crassa ignoranza di un certo schematismo giubilante- anche su un altro felicissimo narratore di vizi, Ercole Patti.

Una volta un amico mi chiese: “Come fa a piacerti Piero Chiara, tu che ami gli spiriti liberi e gli scrittori violenti?”
Non seppi cosa rispondere. Non tanto da un punto di vista argomentale, avrei potuto provare a spiegare, ma proprio non capivo la natura della domanda. Che, alla fine, somigliava drammaticamente ad un'altra che mi è stata più volte rivolta con sospetto, “come mai leggi anche scrittori di destra?”
Sono domande che negano ogni forma di curiosità, di esplorazione e anche di separazione tra diversi aspetti della vita e della lettura. Non dovevo leggere Piero Chiara in quanto non era un conclamato ribelle, uno scorticato vivo di quelli nei quali finisco anche per identificarmi un po'? Oppure, dovrei leggere solo scrittori anarchici e marxisti attinenti alla mia formazione per non risultare ambiguo ed equivoco? Sono schematismi che vanno rispediti al mittente, insieme a tutta l'inquisitoria ignoranza che queste domande mal poste contengono, non senza una punta di pavidità intellettuale.

In questo periodo della mia vita, per esempio, mi sento legato “intellettualmente” a quattro figure diversissime tra loro, André Breton, Heinrich Heine, Jean Genet e Gèrard de Nerval. Non posso amare tutto quello che hanno scritto, dichiarato e pensato. Nessuna figura va amata ciecamente. Nessuno è un credo. La cultura è scelta, non fanatismo.
Tornando a Chiara, la sua inesausta perlustrazione sensoriale e sentimentale del lago come materia amniotica è per me ancora essenziale e preziosa. I suoi balordi, i suoi tozzi e squallidi calcolatori, le sue donne matronali e infedeli, le sue Matilde Scrosati in Berlusconi, sono figure che sono entrate a buon diritto nel mio immaginario letterario e non solo.
Oggi potrei essere Orimbelli, domani Vanghetta, dopodomani Tito Sborra. In genere, come più volte scritto, sono Marco Maffei a bordo della sua immaginaria Tinca. Quel che è certo è che Chiara mi ha portato sulle rive di un lago di un blu inaudito, dove posso parzialmente dimenticare la sopraffazione, la violenza, l'ineluttabilità del fato e delle svolte sbagliate, oltre che la poca avvedutezza altrui e la strabordante monotonia della superficialità.
Pazienza, poi, se quel lago è intoccabile, lontano e sulfureo come tutti i desideri che, dietro paraventi di fiori e lampi di tregua, ti mostrano un bisturi che dovrai presto usare al buio, senza sentire nemmeno il fresco della notte a rendere tutto più leggero.

©Luca De Pasquale 2018




25/05/18

Presentazioni di libri senza mutande



Su un giornale mi capita di leggere l’agenda delle presentazioni di libri che si terranno questa settimana in città. Non me ne interessa nessuna. Trovo che le presentazioni di libri siano un momento raccapricciante nella vita di uno scrittore; a volte lo sono anche per i lettori. La verità è che mi interessano pochissimo gli scrittori contemporanei. Quasi sempre, quando mi capita di avere accesso a quella che dovrebbe essere la trama di un libro, non riesco a non mettermi le mani nei capelli per l’estremo disinteresse che tale trama suscita in me. A volte si scade addirittura nella ripugnanza e nel fastidio fisico. Tutto ciò che afferisce a poliziotti, detective e investigatori in salsa italiana mi provoca un sussulto di tedio che sfocia poi in un atteggiamento, il mio, involontariamente spocchioso e chiuso. Per non parlare delle storielle divertenti slapstick, che pure tracimano qua e là costringendomi a fughe repentine. Quello che mi aspetto dai libri da cui voglio farmi cullare è qualcosa che non so spiegare. Passione (seria), violenza del vivere, degradazione per rinascere, nessun appartenenza a caste e pensieri simil-politici con stemma, quello che cerco nei libri è la lotta contro (e con) la disperazione; per questa ragione il 98% dei romanzi che escono oggi in Italia non mi interessano neanche un po’.
Non scrivo e non penso queste cose con alcun piacere. Trovo disgustoso chiudersi in una turris eburnea e scaracchiare fastidio sugli altri; è quasi sempre un atteggiamento da impotenti e non mi appartiene. Però, è dura ammetterlo, io sono alla mercé di un nuovo “Fame” di Knut Hamsun, o anche qualcosa che contenga Stavrogin, Myskin, Pecorin; sono annichilito dalla scomparsa di un modo di rendere il buio degli uomini dalla letteratura.
La maggior parte dei libri che si scrivono nella mia città di residenza sono figli della vanità, di un allegro e caleidoscopico nepotismo sdebitante che ha preso piede da tempo e che insozza di letame anche quei pochi che continuano a pensarsi immacolati. Gli scrittori di oggi non devono cacarsi addosso per la paura di non mangiare, di non amare, di suicidarsi: no, sono dei gentili borghesi imbottiti di buone relazioni, bonari, equilibrati, padri di famiglia tenerissimi o, nella peggiore delle ipotesi, dei giovani donatori di seme e di ego, tutti smarriti nella barba filodrammatica che la loro immagine dolceamara impone. Ci sono anche scrittori dotati e colti, ma alla resa dei conti umana –che pure conta- sono degli ampollosi coglioni con la fissa del profilo greco e dell’alloro non cotto.
Purtroppo, ho un serissimo problema con le presentazioni di volumi inediti. Non le sopporto. Non sopporto i relatori, nella loro fissità simpatica e dinamica; preferirei mille volte che si mettessero a slinguazzare l’autore davanti a tutti. Non sopporto le claques di dementi che applaudono per qualsiasi cazzata esca dalla bocca del vate di turno. Non ho mai sopportato me stesso durante le presentazioni, la mia ribelle brillantezza senza domani. In quei frangenti mi sono torturato i capelli, mi sono toccato il pene più volte senza libido alle spalle, ho avuto la tentazione irresistibile di dichiarare candidamente “ma che cazzo credete? Noi scrittori siamo tutti dei mezzi pompinari, come gli editori, gli agenti e anche parte del pubblico. Buonasera”

Alla fine delle presentazioni mi rendevo anche conto che in tasca non mi entrava niente. Qualcosa non quadrava. Io scrivo libri e non guadagno? Allora perché li scrivo? Per far scopare il mio ego malaticcio e provocatorio? Per trovare il bandolo della matassa e scoprire che appartengo anche io, anche io pecora nera intendo, ad un pensiero sociale, politicante, utopistico?
Di sicuro non scrivo per colpire l’altro sesso. In passato l’ho fatto e quando me ne sono accorto mi sono trovato rivoltante. Certo, fa piacere sapere che qualche bell’esponente dell’altro sesso ti trova seducente quando scrivi; fa bene all’orgoglio e sutura insicurezze. Eppure non basta.

La crisi è scrivere qui e ora. Per chi, come, con quale spirito?
Il disgusto è notare che gli altri, anche quelli che dicono di stimarti, si sono abituati all’idea che non scriverai più per pubblicare. I “meravigliosi casi persi” in fondo sono poco faticosi, bastano quattro paroline per archiviare la questione del loro disagio nei confronti di un mercato sempre più cieco e monotematico.
C’è troppa sana e consapevole disperazione di vivere nel mio cuore per pensare a orientare di nuovo la mia scrittura verso la rilegatura. Sono troppo fottuto per sorridere ad una piccola platea che pure mi accoglierebbe con curiosità e partecipazione. Ho troppo poco tempo per elaborare la storia che vorrei scrivere oggi e più in generale in questo periodo.
Ancora sento l’urgenza di raccontare. Non sono morto. Sono pieno di emozioni e di sensazioni su tanti temi che pure dovrebbero entrare nelle mie dinamiche espressive: l’assurda infelicità dell’amore, la povertà non desiderata nemmeno per scherzo, la scomparsa dei punti di riferimento, la ribellione così violenta da non poter essere partito, sezione, persino ideologia. Tanto per citarne alcuni.
Mi piaccio quando sono sincero e quando rischio. L’ho fatto anche in questo ultimo anno e quindi ho sofferto; l’equazione è instancabile e beffarda.
Non riesco ad andare alle presentazioni di libri. Ho paura che poi inizio a toccarmi i genitali sulle poltrone flosce, oppure mi tamburello sui denti con due dita. Non riesco ad essere ambizioso sulla mia scrittura. Se riuscissi ad essere ambizioso proprio in quello, verrebbe meno la verità che mi urge raccontare. Solo i pezzi di merda fingono di stare all’inferno. Questo è il mio pensiero. Solo le mezze tacche e gli ipocriti riescono a fingere di lottare contro un mostro definito sistema pur continuando a curare i loro interessi da latrina dello spirito. August Strindberg non fingeva di trovarsi all’inferno: Strindberg era il suo stesso inferno. Hamsun ha pagato a caro prezzo la sua sincerità. Dagerman non fingeva di percepire tutto il dolore del mondo: si è suicidato quando ancora sentiva nelle orecchie la voce degli altri, “genio, genio”. Bukowski è stato frainteso. Bjørneboe è stato dimenticato, una cosa atroce. Lermontov viene citato a sproposito. Djian non attecchisce in Italia, come del resto Espedal. Houellebecq è stato usato per masturbarsi. Huysmans è considerato un terzino dello Standard Liegi. Jens-Peter Jacobsen chi? Barry Gifford, questo sconosciuto.
Alla larga dalla disperazione che non è simpatica, si direbbe. Alla larga da chi paga in tempo, alla larga da chi non fa opinione.
Io non reagisco. Non ho nulla in comune con i geni che ho citato fin qui. Io sono uno scrittore al neon in cima ad una stella notturna che di solito si ama per qualche ora, ed è quello il suo preciso senso di luce.
Però alle presentazioni non ci vado, preferisco Ikea in bermuda, con la gomma in bocca e il cervello spento sul prossimo giro di ormoni dentati.
Qualcuno diceva che spesso la lotta si veste di rinuncia. No, questo non è un aforisma, non si può usare per colpire, lubrificare e giustificarsi.
Buonasera.

©Luca De Pasquale 2018

24/05/18

Il futuro anteriore del cuore autunnale


Giro per strade che non conosco, di cui ignoravo l’esistenza. Sorpasso palazzi gialli, ocra, lilla, verdi. Incrocio lo sguardo dei portieri. Alla ricerca di un cartello “Affittasi”, aguzzo lo sguardo e accendo la ricezione visiva dei contorni. Dalle case viene fuori odore di cibo, spesso nauseante, guardo vecchi affacciati a balconi pieni di piante, travolti dalla noia. Il giro dura due ore, che significa quattro sigarette e mal di piedi perché il timore della pioggia –che non è da me- mi ha indotto a calzare scarpe invernali. Compro una rivista musicale in un’edicola mai vista prima. Ad un certo punto, vedo le mie gambe muoversi ma il resto del corpo è come immerso nel cloroformio.
Sento addosso la voglia di trovare velocemente un balcone sull’infinito dove poter tornare a scrivere, a sfidare tutto quello che mi rallenta esprimendomi liberamente, sgombro da questo tipo di pensieri.
Se non avessi questi pensieri, queste urgenze, potrei dire che sto vivendo un futuro anteriore del cuore in autunno. So io cosa vuol dire questa affermazione, che è criptica quanto la mia anima in retromarcia. So quello che faccio.

Avrei bisogno di un balcone –non un terrazzo- sul mare per poter scrivere senza srotolare il cordone ombelicale nero che ho usato come sciarpa per decenni. Il mio petto in questa passeggiata forzata è come un imbuto che si carica e svuota, senza che io abbia il tempo di catturare un’energia più duratura, un poster dei desideri da mettere al muro per non dimenticare.
Scrivere non è sfogarsi. Questo è un vecchio e sciocco luogo comune. Quando scrivo non sfogo istinti, neanche quando ci vado giù pesante. Scrivere è invece riconoscere l’esatta utilità dell’infinito al centro della vita di un uomo.
Scrivere significa anche smettere di tenere al guinzaglio i rimpianti e anche qualche rimorso; e se pure il sapore in bocca è amaro e sfuggente, c’è sempre la forza di un’anelata libertà emozionale a salvare vita e pensieri.

Mi rendo conto di essermi chiesto pochissime volte che potenza hanno certe mie parole. Su me stesso, nell’eco di dentro, negli occhi degli altri; raramente mi sono chiesto se sono riuscito ad entrare, come il vento, nelle anime di altre persone. Entrare nell’anima di qualcuno con le parole vuol dire anche essere educati, accorti, rispettosi: indica un viaggio privo di arroganza, di bugie, di goffe macchinazioni pur di far quadrare le ossessioni.
Quando sono adirato a causa di appendici squallide che vorrei tanto evitare o quando sono a pezzi e dadini per mia stessa scelta, divento mezzo cieco e non mi chiedo più cosa voglio comunicare e dove vorrei arrivare.
Oggi sono integro e malinconico, criptico persino con me stesso nel dirmi che vivo il futuro anteriore di un cuore autunnale. Ma può bastarmi, perché riesce a condurmi dove non mi spengo, su un balcone sistemato quasi sulle onde, nel silenzio di discrete verità che fanno male anche se dormono, con alle spalle una stanza viola scuro in cui sarà più facile addormentarsi senza incubi e senza confusione.
Che forza hanno le mie parole quando non scelgo di nuotare nelle ferite?
Quanto mi sono perso oggi, tra i palazzi gialli e verdi, nell’odore di trippa e di benzina, appoggiato agli sguardi stanchi dei passanti?
Quanto sono riuscito a dimenticare di me e del mio futuro anteriore di cuore autunnale? Quanto ho dimenticato ancora del sogno della scrittura?
Domani sarà ancora diverso, domani potrei aver dimenticato il mare, l’autunno, le parole. Domani girerò ancora, vestito diversamente, con vecchi piedi e occhi di vento, sempre timoroso di entrare nell’anima degli altri per più di un lampo.

©Luca De Pasquale 2018

22/05/18

Il signor Suicidio a corte



Inconsapevole, nudo e insanguinato
sei venuto al mondo, amico,
sei uscito fuori dall’eterna oscurità.
E quel che è sempre accaduto
continuerà di nuovo ad accadere.
Per molti anni ti sei forgiato
una corazza da indossare,
qualcosa per coprirti
E ora giaci insanguinato, nudo
sul ciglio della strada in cui passiamo.
Ci sarebbe tanto da imparare,
ma questo è quel che sai:
Non c'è nessuna pietà qui
nessuna misericordia”
Jens Bjørneboe

Il mio ex cliente Corvinul Gommedo, libero professionista, mi telefona mentre sto distruggendo metà del mio passato con un'impassibilità che mi fa quasi tremare. Un'acquisita glacialità che saprei come spiegare, ma che non è di interesse per nessuno. Me per primo.

Corvinul Gommedo inizia subito a rompermi le palle con quel suo tono ridanciano e fatuo, tipico di chi i problemi deve inventarseli per sentirsi vivo. Mi racconta di un suo viaggio, non registro nemmeno la destinazione. Di lui ricordo poco. Poco e nitido. Che gli piace il rock classico e vetusto, pantano da cui non è mai uscito. Perché è limitato, dozzinale, cacasotto. Di lui ricordo che raccontava e raccontava gesta erotiche in quel del reparto dischi della Fnac Napoli, che in quei giorni imbarcava acqua dalle fogne e puzzava di merda e prigionia per i consapevoli. Altro che il bel negozio al centro del mondo Vomero. Altro che l'immagine laccata dei borghesi in transito, tutti convinti di assistere a chissà quali epocali presentazioni di libri, e invece erano le solite commediole cittadine in mano ai soliti quattro-cinque paraninfi.
Corvinul raccontava di donne che seduceva velocemente ed abitualmente, gli piaceva dare di sé l'immagine del maschio predatore ed epicureo. Non gli ho mai creduto. Se qualche oca andava con lui, lo faceva per approfittare dei bonus bella casa/viaggi/auto comoda/no problemi di reddito. Ho sempre pensato, di contro, che a Corvinul sarebbe invece piaciuto che un travestito ben sistemato gli venisse in faccia nella penombra del suo lussuoso appartamento collinare. Non sono io il perverso. Io lo vedevo, tenere per la parrucca uno sventurato peruviano transessuale e chiedergli di andare più veloce e con i denti controllati. Io lo vedevo, quel porco arricchito, godere della disperazione di creature che neanche poteva comprendere.

E ora, cosa cazzo vuole da me Corvinul?
Vuole sapere dove sono finito. Come “campo”, come “guadagno”.
Mi trattengo dal rispondergli ferale che io bocchini non ne faccio, non ne ho mai fatti. Che il mio idealismo lo sto pagando in prima persona, come la mia ingenuità, come il mio aver visto i demoni da bambino, quando gli altri sognavano il motorino e la prima sega concessa dalla fidanzatina.
Come sempre, sono invece morigerato e cordialissimo, al limite della farsa. Corvinul mi dice che ha bisogno di “stanare” alcuni vinili colorati dei Deep Purple. Costano tantissimo, dice, ma lui ne ha bisogno.
Tu sai come procurarli, lo so, non puoi nasconderti!”, ridacchia.
Puoi anticipare almeno metà della cifra che serve?”
Posso pagarti anche la cifra intera, ma mi servono fra tre giorni”
Tre giorni? E che devo fare, li fabbrico io?”
Non ce la fai in tre giorni?”
Ma perché ti servono in tre giorni, scusa?”
Ho una cena”
E allora?”
Voglio mostrarli ad alcuni amici fanatici del vinile vintage... sai com'è...”
No, non so com'è, drogato del cazzo, penso. E poi se sono colorati, maledetto drogato del cazzo, non sono vintage. Ignorante.
Non se ne fa niente”, sbotto quieto, “mi servirebbero almeno quindici giorni”
Che delusione!”, quasi urla.
Sapessi che delusione sei tu, drogato del cazzo. Devi mostrare le cose alla gente per sentirti al sicuro, borghese di merda. Siete abituati così, mostrare per vincere le paure, possedere per evitare l'inferno che avete dentro, viaggiare per dimenticare che siete più statici di una mammola ferita. Leggete pessimi libri di gente che si dichiara libera, libera soprattutto di prendervi per il culo con la menata della libertà dell'anima quando il corpo si muove. Corvinul, tu trovi un senso solo quando ti fai venire in faccia da un uomo vestito da donna. Da ragazzo ti toccavi andando a rovistare nell'intimo di tua madre, hai tante cose dentro di cui ti vergogni. Hai fatto due figli e pensi che questo ti metta al riparo da tutte le contraddizioni che ci dominano. Sei più fragile di me, sei esposto ai giochi dei demoni perché non hai stretto amicizia con loro.

Non ci accordiamo, chiaramente. Quando termino la conversazione con Corvinul, sento il vuoto muoversi dentro, come un serpente tra i cocci di un sogno. Capisco di che umore sono. Umore suicidio, ma non in senso negativo, anzi. Il suicidio c'entra, nella misura in cui sentirlo presente nel ventaglio di scelte della giornata mi aiuta a stuzzicare il pigro vitalismo che è ripiegato su se stesso, a sfogliare i petali di margherite di carta. Oggi è una giornata che andrebbe benissimo per suicidarsi.
Cos'è il suicidio nella percezione di un uomo come me, che ne conosce il sapore da sempre nonostante le bugie e le caritatevoli fughe di notizie?
Il suicidio è un gesto veloce, uno scatto duro in un giorno qualsiasi.
Oggi la giornata sarebbe adatta. Potrei scegliere un impiccagione alla Condé, oppure, se avessi una pistola, mi sparerei al cuore come il protagonista di “Fuoco fatuo”. Attraverso un cuscino ornato da amorevoli mani sconosciute. Non riuscirei a spararmi in bocca allo specchio come Patrick Dewaere; il suo suicidio mi ha segnato tantissimo, anche nelle modalità.
Cosa resta dopo il suicidio?
Nulla di chi lo compie. La disperazione di chi resta. L'aria ferma e maleolente di questa giornata sarebbe appropriata per rendere ancora più alienante il senso di oppressione di chi resta e sopravvive.
Potrei togliermi la vita all'improvviso, urlando a Dio che ha sbagliato i suoi calcoli con me. Sarei in questo caso un perfetto idiota. Potrei chiamare e cercare tutti coloro che ho amato e mi hanno amato per sentire le voci e portarmele all'inferno in una scatola di lacrime d'avorio. Sarei patetico e pomposo, scegliendo questo.
Potrei mettere fine ai miei giorni implorando il cielo di trasformarmi in un'ombra capace di proteggere le persone che non voglio si dissipino, ma non potrei ottenere una garanzia del genere.
La gente è sempre troppo semplicistica nei confronti del suicidio. Si pensa che uno possa suicidarsi perché al culmine della disperazione, oberato da debiti, indigenza, scardinato e umiliato da delusioni e rifiuti.
Io non credo funzioni così. Ci si può suicidare anche per l'evidenza di un discostamento dai propri scopi, o perché un granello di sabbia può sembrare all'occhio un gigante pronto a schiacciarti.

Oggi, allora, dopo la detestabile telefonata di Corvinul vedo il mio suicidio riflesso nello specchio, proprio come un'ombra, una macchia di colore, una visione fugace. Lo intercetto nello specchio e gli mostro il morso che mi porto nello sguardo, il morso di vita e disperazione proprio di chiunque sia rimasto.
Gli dico, mostrandogli la bocca sporca della mia guerra con il vuoto, che con me non funziona, non attacca. Non è una questione di eroismo o di bontà di sentimenti.
Chi si suicida non vuole guardare il nero vivo dei giorni. Ne ha paura, declina ogni responsabilità. Io, al contrario, ho scelto un mantello scuro, non affascinante come quello di Batman, e ogni giorno mi affaccio a quella porta dannata, il paradiso a testa in giù, nessun Dio che pianga per te e per la tua scenica dipartita.

Non credete ai finti tormentati. Quelli che giocano con il gotico e poi se la fanno sotto quando si nomina il convitato di pietra, il Signor Suicidio.
Chiunque sia tanto attaccato alla vita da conoscerlo bene, quel tristo signore vestito di appuntamenti deserti e amori dileguati, non lo esclude mai dalle sue feste. Se lo conosci, lo eviti. Se lo guardi negli occhi avrai vertigine e l'infinito ti tenterà nel modo peggiore, ma sarai abile, tu sopravvissuto a quello scatto secco ed insensato, a scorgere dietro il suo cappello la pigra maschera di una morte che vuole solo timbrare il cartellino e polverizzare l'energia degli uomini.
Sono forte abbastanza da uscire colorato, per quanto ferito, da quel gioco di sguardi vuoti. Il vuoto è una terra di frantumi, di addii e di equivoci dove i serpenti strisciano e i tuoi desideri diventeranno carogne del tuo tetro ed autoreferenziale cartone animato per bambino massacrato.
Guardia alta, gesti di fuoco e ghiaccio, amore ovunque, anche solo da guardare e proteggere.

©Luca De Pasquale 2018