15/04/18

Take hold of the flame


Non ho più l'età e la voglia di andare a caccia di nuove sensazioni musicali. Ci sono certi generi che non mi sono mai piaciuti particolarmente e che non inizieranno certo a piacermi adesso.
Ammetto di non aver mai amato la musica etnica in genere, il reggae, il cantautorato italiano, il pop alternativo “napol-italiano”, il country, oppure quella che ho sempre definito come “elettronica abbronzata da petting”.
Io sono quello degli estremi, dall'heavy metal al jazz a/r, passando per scelte sconcertanti come la deep house e la minimal house di notte, con una matrice di fondo prevalentemente rock.

Da molti mesi sto andando a ritroso e ascoltando tanta della musica che colorava i miei giorni di adolescente. Qualche volta mi capita di trovare ripugnante quello che un tempo mi appassionava, ma più spesso si tratta invece di riscoperte annunciate e graditissime. Così, dedico magari un mese ai contrabbassisti e quello successivo all'hard rock e all'heavy metal old school.
Passo da Scott LaFaro agli Iron Maiden, da Jaco Pastorius agli Accept, ma è tutto regolare, c'è il marchio di fabbrica del mio gusto. Non c'è dubbio.

Dall'inizio dell'anno la musica a casa è quella con cui mi sono formato il gusto e anche l'involucro tre decenni fa: Blue Öyster Cult, Deep Purple, Rainbow, Rush, Saga, Judas Priest, Scorpions, Slayer e via dicendo. Mi sembra di tornare a casa. Mi sembra di ritrovare ogni volta dei vecchi amici. Mi accorgo che conosco a memoria i testi e la musica ancor di più; naturalmente conosco a perfezione, a volte anche con qualche abbellimento fantasioso, i giri di basso delle canzoni.

Le ultime due settimane le ho dedicate ai Queensrÿche, dei quali ho scritto più e più volte. Con loro il discorso è diverso, perché hanno davvero rappresentato un mondo interiore, carico di significati occulti, di speranze, dandomi in un certo senso un'impronta esistenziale. Gli arpeggi di chitarra dei pezzi più drammatici sono un icastico esempio di quello che sostengo, tant'è che per molti anni ho definito un certo tipo di arpeggi decadenti e suggestivi come “effetto DeGarmo”, da Chris DeGarmo, uno dei due chitarristi della band di Seattle. Per anni e anni ho inseguito gruppi che avessero tra le loro fila un'ugola melodrammatica come quella di Geoff Tate. E quanto al bassista Eddie Jackson, lui è stato responsabile di un vero e proprio modo di percepire il basso da parte mia; la performance in “I don't believe in love” è stata un punto fermo per la mia ricerca del suono nel basso metal.

Le strane e creative ballate dei Queensrÿche hanno segnato tanti eventi della mia vita, al punto che non saprei nemmeno dire quanti eventi siano stati poi influenzati da quell'accompagnamento musicale, innamoramenti in primis.
Massimo rispetto per chi mi dice che la sua vita è stata decisa dagli U2 e da Springsteen, da Bowie o De Andrè, nel mio caso la mia vita non sarebbe stata la stessa senza i Queensrÿche, i primi quattro lavori su tutti e “Rage For Order” una spanna su tutto.

Negli anni mi sono equamente diviso tra la ricerca musicale in senso stretto, la conoscenza, e la ricerca di musica che mi accompagnasse con una valenza emotiva.
E allora, giocando con quest'ultima tipologia, mi sono divertito a scrivere su un foglio i “momenti” clou della mia gioventù emotiva in musica. Li trascrivo, senza alcuna censura, in questa nota.

  • The lady wore black” dei Queensrÿche per misurare la mia distanza dalle stelle;
  • gli ultimi venti secondi di “I dream in infrared”, sempre Queensrÿche, come simbolo della disperazione di amare;
  • e ancora Queensrÿche con “Take hold the flame” per lo stupore degli sguardi tra due persone destinate a non potersi amare;
  • Revelations” degli Iron Maiden, sia nella versione studio di “Peace Of Mind” che in quella live, magnifica, di “Live After Death” a rappresentare la passione per tutto quello che è ignoto e non prevedibile;
  • In Trance” degli Scorpions per la bellezza delle notti passate a camminare da solo;
  • Cries In The Night” degli W.A.S.P. come simbolo della ribellione a scuola e in famiglia;
  • Here Comes The Tears” dei Judas Priest per l'idea di come amare un'altra persona;
  • I still love you” dei Kiss per lo struggimento in assenza;
  • Lonely days, lonely nights” degli Whitesnake per lo stile di vita dopo i vent'anni;
  • Is this love” e “Looking for love”, ancora Whitesnake, per i primi amori;
  • Broken heroes” dei Saxon per i viaggi in sacco a pelo e tenda nei primi anni '90;
  • Retribution drive” di Greg Lake per i primi attacchi di gelosia;
  • Middletown dreams” dei Rush come manifesto della voglia di conoscere ed esplorare tutto e anche di più;
  • Showdown” dei Thin Lizzy per tutte le volte che ho mandato a fare in culo le cose troppo facili da fare e da seguire;
  • Suitcase Blues” dei Triumph per la scelta di evitare il lusso anche quando me lo potevo permettere;
  • Nightmare” dei Venom per simboleggiare la brevità della quiete e anche della bellezza, considerato quanto poco dura uno degli arpeggi più suggestivi del metal;
  • Aftermath” degli Armored Saint per sfidare la complessità della vita e degli eventi, che non andrebbero mai valutati in una sola ottica.

Tenero, no? Tessere di un mosaico che fa parte della mia crescita. E sì, per buona parte della mia vita non ho fatto altro che inseguire il famigerato effetto spirituale “DeGarmo”, la ballata romantica e disperata che non ti aspetti, l'arpeggio elettrico e magniloquente in un'atmosfera un po' gotica e un po' sensuale, che all'epoca avevo definito in un tema “avellare”, avendo letto per curiosità un vecchissimo dizionario di parole in disuso.

Oggi sono estraneo all'effetto DeGarmo o ci sono ancora dentro fino al collo?
Propendo per quest'ultima ipotesi, visto che qualche giorno fa mi sono involontariamente smarrito in un brano dei Primal Fear, “The Healer”, che mi ha ricordato qualcosa dei Queensrÿche, quella grande band che raccontava di donne vestite di nero e di ombra, del vento come avvertimento, di stanze vuote dove contemplare la grande utopia dell'amore per poi poter urlare al mondo “io non credo all'amore ma lo voglio, fosse l'ultima cosa che faccio”.
Una volta tanto è bello poterlo dire: signori, che nostalgia.

©Luca De Pasquale 2018





















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