17/04/18

N.C.C.S. Notte Chiara Cuore Scuro


Alberta mi parla diffusamente del giovane/vecchio scrittore napoletano Rondinino Torre. Lo fa con enfasi. Troppa enfasi. Mi dice che è un giornalista e giallista e io dovrei fare come lui. Solo che io non so affatto come fa lui.
E neanche mi interessa.
Però lei insiste e mi informa che Rondinino Torre è molto bravo, “è uno psicologo della narrativa”, e che piace molto alle donne anche se non è poi tanto avvenente. Buon per lui, ognuno si arrangia come può.
Alberta cerca disperatamente di capire cosa non ha funzionato nel mio presunto percorso verso il successo e la notorietà. Cosa mi manca. Quale tara mi disorienta. Quale passaggio non so interpretare e quindi applicare.
Quali fantasmi albergano nel mio cuore e nella mia anima. Alberta vuole capire, parafrasando Buffon, se al posto del cuore ho un bidone dell'immondizia o un demone sumero che determina la mia continua recalcitrazione, il mio sottrarmi agli angioletti della buona sorte.
Per farlo, usa l'esempio suasivo di questo Rondinino Torre, che non conosco e mai vorrò conoscere; questo Rondinino Torre che sembra l'abitante di un'altra galassia mentale, un altro universo narrativo ed espressivo, un altro che altro resterà per sempre.

Alberta mi dice che ho talento e che non faccio altro che sabotarlo. Ma lei non sa nulla di me, come buona parte delle persone che mi conoscono e anche quelle che mi leggono. Credono di sapere e invece non sanno, intuiscono qualcosa che è di comodo, veloce, incorporeo, senza sangue, senza sofferenza, senza storia che continui.
La verità scarna, scabra, è che non sono un mistero. Nemmeno per me stesso.
La mia storia personale è un filo che si interrompe continuamente, tra abissi e resurrezioni che non fanno più notizia neanche nella mia redazione della notte. Sono un individuo così tormentato da riuscire a nausearmi del mio stesso background, un'ora sì e l'altra pure. Sono un mosaico di tormenti autonomi, anarchici, senza fil rouge, senza editori di riferimento, senza templi e chiese da frequentare per darmi sollievo.
Sono il risultato di una storia familiare tribolata e anche deforme, fraintesa, usata per pulire il culo alla coscienza a scadenze annuali, come le assicurazioni.
Mentre Alberta continua a raccontarmi aneddoti su questo Rondinino Torre che ora è al quinto libro ed è molto acclamato in città, io mi rendo conto che con Alberta non ci siamo mai neanche baciati. Anche se un tempo fossimo stati a letto, come ama dire lei, non mi conoscerebbe comunque. E io non saprei niente lo stesso dei suoi più intimi desideri, che non collimano in alcun modo con i miei. Perché lei vuole credere, credere e disperatamente credere: credere in qualcosa che la faccia stare meglio, che la faccia sentire in pace con i suoi fantasmi, con le sue paure, con la sua storia personale e familiare.
Lei vuole il sole, la pace, l'abbraccio amoroso, le parole che commuovono, l'uomo che l'ami e che la faccia anche godere e liberare/librare sessualmente, lei vuole fare pace con i suoi nemici di incomprensione, vuole recuperare le amiche più cattive, ritrovare i suoi luoghi d'infanzia e pacificarli, lei vuole essere convinta dalla vita che vivere vale la pena.

Ai suoi occhi, e a quelli di molti altri, io sono solo un negatore. Uno che, non si sa per quale arcano motivo, sembra preferire la dissoluzione alle certezze, la caduta lunare all'arrampicata piena di forza di volontà. Per lei dopo il sesso c'è la felicità, il suggello, la coppia che si fa sigla, simbolo, piccolo paradiso da tasca. Per me, dopo il sesso ci sono le sirene del vuoto, la derapata, la sconosciuta che mi promette la morte in cambio di due baci, dopo il sesso c'è il sospetto che la vita sia altra, lontana e ancora da costruire.
Ecco perché Alberta riesce a parlarmi a lungo di codesto Rondinino Torre senza chiedersi quanto posso realmente recepire e quanta siderale distanza c'è tra il mio cuore nero e la sua bocca palestrata, piena di parole sagge, costruttive e formalmente ineccepibili.
Potrei darle ancora più fastidio se le dicessi che non conosco famiglia, non conosco Dio, non conosco scrittori che mi facciano reale simpatia, non conosco desideri di riscatto. Se le dicessi, anche, che le sue comitive di amici amanti del bon vivre mi fanno orrore, che sono la mia nemesi, loro ed i loro soldi usati con senso artistico del cazzo, le loro speranze standard con frasi ad effetto d'accompagnamento, usate come gemelli per la camicia giusta.
Un tempo sarei andato molto oltre. Le avrei detto che al suo Rondinino Torre mi piacerebbe sodomizzarlo con un fallo di ghisa nel cesso di una libreria per bene, tenendolo per i capelli e chiedendogli al contempo di cantare una canzone sdolcinata di Amedeo Minghi. Costringerlo ad un rapporto anale fasullo, come fasulla è la sua scrittura, trattandolo da puttana di classe, da valvassore dei borghesi annoiati, imbolsiti e pecorecci beoti da illuminazione.
Non arrivo più a questi eccessi. Sono diventato una smorfia quando mi parlano di questi personaggi. Una smorfia che non vuole specchi.

La luce mi interessa, penso mentre lei continua a parlare, mi interessa anche molto. Ma voglio arrivarci dal buio. Vorrei essere un'installazione di François Morellet o James Turrell. Chi mi chiede luce per poi potersi complimentare con me del mio talento finalmente sbocciato, che acquisti una lampadina con buona pace di tutti.

Sono gentile con Alberta, però; le lascio finire tutta la comunicazione agiografica della vita e delle gesta di Rondinino Torre. Non le dirò che non mi interessa perdonare chi ha partecipato alla mia storia familiare e personale. Non detesto e non perdono. Sono marmo a decorare fontane mute, dai tempi in cui una madre mi portava al parco pubblico per piangere all'aria aperta.
Non le racconterò che persino la mia storia politica è controversa, coerente e tormentata e ora zittita in una silenziosa guerra in cui la mia arma migliore è non perdonare chi si vende per una ciotola di cibo o per un appartamento.
Non le dirò che mi piacciono per paradosso le notti chiare, in cui il mio cuore scuro riprende a scalciare per stingersi, potersi presentare senza cavalli neri e levarsi il cappello per qualcosa che non sia sfizio o calcolo. Amo le notti chiare che sanno di legna bruciata, in cui l'odore prevalente è la pelle umana e non la rabbia delle idee, amo il caldo contrasto del nero d'uomo sulle scie illuminate delle strade e delle persone.
Non credo nei rimedi, ma negli incontri. Non credo nelle dottrine, ma riesco a credere al giorno seguente e alla verità, magari sommessamente bisbigliata e mai urlata come un pessimo slogan.
Come tutte le creature che credono in qualcosa loro malgrado, sono condannato a dannarmi per ogni momento di bellezza che non trattengo e che non percorro a testa alta.
Questo è. Non c'è posto per Rondinino Torre e i suoi libri, nella mia vita.

©Luca De Pasquale 2018

Nessun commento:

Posta un commento