23/04/18

Mi leggi ancora? Forse non dovresti leggermi più.


Quando ho deciso di aprire questo blog, alla fine del 2009, mi trovavo in una fase difficile della mia vita, fatta di rivoluzioni, abitudini stravolte, nuove consapevolezze. Dati importanti per quanto affermo, nel 2009 avevo trentasette anni e da sei lavoravo nella grande distribuzione. Avevo pubblicato il mio primo libro nel 2004 e avevo partecipato a tre antologie collettive (o collettanee, come diceva un mio collega scrittore di rara antipatia).

Mi si diceva, allora, che avrei potuto spiccare un notevole balzo in avanti nella mia carriera letteraria, che m aveva visto bazzicare dignitosamente tra le retrovie della notorietà. Solo che io non ci credevo affatto e mi sembrava pure che non mi andasse per niente. Lo so, è quasi incredibile, assurdo a spiegarsi.
Perché provenivo da un mondo interiore -e anche pragmatico- che con le squisitezze letterarie in salsa commerciale aveva poco a che spartire.
Non mi andava di diventare, questo vedevo in nuce tra le altre ipotesi papabili, il solito scrittore di sinistra/coscienza critica/grillo parlante/riscopritore di emozioni civili e lotte. E nemmeno un qualsiasi giallista epigono di chi non volevo assolutamente epigonare. Neanche per sbaglio. Per non parlare dei brillanti nuovi scrittori, all'incirca dieci anni fissi meno di me, che pure mi erano sembrati simpatici all'inizio per poi risultarmi indigesti e insopportabili nella loro smodata ed arrogante ambizione.
Insomma, senza girarci attorno, il mondo editoriale iniziava a farmi piuttosto schifo: almeno quello che conoscevo io, quello cittadino. Tra editori, scrittori e addetti ai lavori a stento ne salvavo due o tre. A dire tanto.

Oltretutto, il lavoro mi assorbiva molto più di metà giornata e mi sembrava assurdo continuare a scrivere di notte, occhiaie da onanista in pectore e asma da tabagista kamikaze, per scrivere dei libri a bassa tiratura che avrei dovuto propalare in prima persona come un maledetto piazzista. Ho sempre detestato l'autopromozione e sapevo di non possedere il minimo talento per quella bisogna. Quando mi parlavano di “sogno della scrittura” o di “progetto di costruzione del personaggio” mi veniva la nausea e non capivo neanche cosa di preciso mi stessero consigliando. Vedevo invece sbattersi e osare la maggior parte dei miei colleghi di penna. Si badi, non li stigmatizzavo affatto, ad ognuno le sue scelte: solo che non intendevo procedere in quel modo.
Il mio improvviso abbandono delle scene cittadine di creatività mi procurò il vuoto attorno e forse anche una parziale derisione. La mia riluttanza a presentare materiale nuovo a editori ed agenti venne interpretata come arroganza da torre d'avorio; e io non mi affannai a convincere nessuno del contrario.
Scrivi un libro su Napoli o ambientato a Napoli”.
Col cazzo.
Scrivi una storia divertente, hai dimostrato di esserne capace”.
Lo so che ne sono capace, ma non mi interessa. Non mi metto a scrivere roba che non sento per qualche copia in più e per intrecciare relazioni utili.
Sei poco furbo”
Esatto, sono sempre stato poco furbo. E allora? Per chi è un problema, se non per me stesso? Ho sempre pagato tutto in prima persona e senza sconti.

E così, nei primi mesi del 2010 iniziai a far filare il mio blog verso quelle che ritenevo zone di assoluta libertà espressiva e personale. Nient'altro. Nessuna affiliazione con altri scrittori, collettivi. Sempre stato una bestia solitaria.
Qualcuno, tra i miei amici e conoscenti, pensò che la mia decisione di gestire un blog “intimo” (???) dipendesse dalla voglia di conoscere e sedurre donne. Stimo molto l'intelligenza femminile e non da ora, non ho mai pensato che un blog potesse funzionare come fluffer emozionale e come afrodisiaco decadente; erano pazzi quelli che formulavano quest'ipotesi strisciante e plebea. E poi, seppure, l'entusiasmo per un solitario a mezza strada tra fantasmi, incazzature e abissi dura meno di una serata intima, questo è più che noto. Esistono tanti altri modi per scaldare il cuore a un'utopia, non c'è bisogno di gestire un blog.

Qualcuno arrivò anche a dirmi che non credevo davvero nei miei mezzi, prendendo una cantonata colossale cui, come mio costume, mi opposi solo debolmente, più che altro per inerzia.
La mia era nausea allo stato puro. Mi accorgevo, e soffrivo per questo, di non tenerci per niente a diventare uno scrittore di un qualche successo. E quindi mi chiedevo: “Ma in cosa vuoi avere successo, allora?”
Escludendo la mia folle passione per il basso, la risposta era semplice e devastante: in niente, grazie lo stesso.
Desideravo i bassifondi. Desideravo le austere emozioni delle rinunce, l'estenuante gioco dell'amore a fisarmonica destinato ad esplodermi nelle mani e nell'esatto centro di tutte le restanti notti della mia vita.

Gestire autarchicamente un blog virato al nero mi consentiva di non avere addosso pressioni di alcun tipo e di non rischiare di fare, per giunta malissimo, il piazzista di me stesso e delle mie parole.
Stamattina ho pensato che sono otto anni che questo blog va avanti. Mi è venuta spesso voglia di chiuderlo. Ci ho pensato seriamente e con quella severità inoppugnabile e stralunata che contraddistingue tutto quello che mi muove dentro, espugnandomi puntualmente.
Qualche volta l'ho anche disprezzato, questo “Fumo, inchiostro e basso”. Mi dicevo che non andava da nessuna parte. Che non mi offriva la possibilità di emergere. Erano appunti controproducenti, perché ero conscio che lo avevo aperto proprio (e anche) per evitare una parziale emersione, e per mettere alla prova la mia voglia di fare a modo mio, beninteso senza masturbarmi troppo.
Un'amica mi disse qualche anno fa: “La tua scelta di confinarti in un blog è controproducente e poco fruttuosa”.
Io le sorrisi dolcemente e le dissi che non mi confinavo affatto, anzi mi allargavo. E che questo blog mi sarebbe servito a smetterla di cercare confini, amori confinanti ai miei confini, dogane esistenziali, dazi atavici, limitazioni di convenienza spirituale, eccetera.
La mia era umiltà personale che finiva per risultare spocchia e alterigia intellettuale. Comico e tragicamente grottesco, ma non riuscivo in alcun modo ad evitarlo.

Sono tornato alla carta rilegata nel 2016, e ho provato un altro tipo di disgusto e di insaziabile fastidio. E pensare che non avevo neanche tanta voglia di farlo. Certamente non avevo la minima voglia di andare in giro con il mio libro in mano e con una gran faccia da cazzo semi-eretto a citare brani di me stesso, lo spezzatino della mia rabbia, il Bignami scompaginato della mia marginale provvisorietà.
Non capisco proprio quelli che sono felici di trovare il loro nome sulla copertina di un libro, senza guadagnarci niente, dovendo pure farsi il culo per far arricchire gli editori o i simil tali. Non appartengo a questa fazione esistenziale. Non solo non pago un centesimo per contribuire alla stampa, quando poi non mi assoggetto alle regole più insulse della piacioneria “pro domo mia”.
Quello che scrivo può anche non piacere, è legittimo ed anche opportuno ideologicamente per le tanti parti avverse, ma non può essere trattato come un giochetto di autostima che porti il mio volto annoiato in salette di librerie, a minimizzare la rabbia che mi guida, l'ammutinamento che mi domina, il fuoco immenso ed inutile del troppo amore non riconosciuto che continua a non farmi dormire di notte.

Non giocherò mai allo scrittore comunista con reddito borghese. Quella è roba per allegri e venduti. Non giocherò nemmeno allo scrittore dannato, che oggi è mercimonio tanto aristocratico quanto impraticabile, perché sono pure astemio, non mi drogo e non vado a farmelo succhiare da gente disperata nei cessi della stazione. Soprattutto, cerco di non succhiarmelo da solo, perché non mi piacerebbe e non mi porterebbe alcun arricchimento interiore.

Otto anni di questo blog. È tanto.
Potrei distruggerlo domani. Di me non resterebbe traccia on line, se non come intervistatore di bassisti e recensore. Sarebbe una scelta violenta, non sarebbe la prima della mia vita. Ma, in verità, non ne ho nessuna voglia, di ucciderlo. Alcune note non le rileggerei mai neanche sotto olio di ricino, perché mi ricordano quello che provavo per persone, emozioni e contesti che sono stati smembrati e ridicolizzati dal tempo e dalla crudeltà del giorno dopo.

Molti dei miei vecchi lettori non mi leggono più. Ed è giusto. C'è stato un ricambio e questo vuol dire vita che sconfigge la morte e anche certe mie asperità tenebrose che non ricuso. Sono convinto che alcuni non dovrebbero più leggermi, per tutta una serie di motivi. Il più rilevante è legato al fatto che alcuni lettori vedono in quel che scrivo la volontà di un percorso che mi porti a dei risultati concreti, foss'anche dopo mille tormenti. Profondamente sbagliato. Questo blog non è la Tachipirina e neanche un santone vestito di viola che dirige le mie emozioni verso una rinascita. Questo blog non sono nemmeno io, anzi. So che questo blog è sottosuolo che sogna solo di diventare onde, che cerca di sconfiggere, con armi spesso spuntate e inefficaci, il senso di morte che mutila e dilania tutti coloro che, nel loro piccolo, hanno giocato a fare Prometeo e hanno tentato di rubare il fuoco a una distesa di tenebre senza redenzione.

Mi sono arreso ai miei infiniti sbagli. Ai miei errori di valutazione. Alle mie passioni equivoche e basate su specchi rotti. Al puerile e scartato sogno di essere l'avamposto di me stesso al cospetto di demoni abili con le ombre cinesi. Mi sono arreso all'amore che non ho saputo dare, a quello che non ho saputo leggere ed identificare, mi sono arreso anche ai libri che non ho scritto e ultimamente ho alzato bandiera bianca alle frontiere di una pace che si annuncia da decenni e non arriva mai.
Mi sono arreso ad emozioni incoerenti, che non ero pronto ad accogliere, pur desiderandole fortemente. Mi sono arreso alla volgare discrepanza tra i miei sogni romantici e una realtà in cui se non ti muovi e non fai non conti nemmeno per il tuo respiro di notte.
Però mi sono arreso anche alla scrittura, come mi arrenderei ad un amore non trascrivibile, ed allora non chiudo il blog, continuo a scrivere.
Torneranno le fiere, le streghe, le fate distanti, le madri di porcellana, le mani del vuoto sul mio poco, tutto torna e tutto è marea per un uomo che scrive.
Torneranno e mi troveranno, fuori moda e titanico per gioco, a leggere Lermontov. Meglio di una corazza, meglio di una vera resa senza coraggio.

©Luca De Pasquale 2018

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