02/04/18

Il valore commerciale degli uomini


Sento parlare continuamente del valore degli uomini. A noi esseri umani piace attribuire valori a qualsiasi cosa. Ne abbiamo bisogno, perché senza valori strippiamo, cominciamo a girare a vuoto, iniziamo a delirare.
In questi ultimi anni sto facendo i conti con la misurazione del valore umano, quella che faccio io e quella degli altri.
Non c'è da stare allegri. Per niente.
Mi sto rendendo sempre più conto che il valore di un uomo è legato alla sua apparente produttività, e non solo; anche alla sua capacità di astrarsi dai problemi, dalla merda, di ritagliarsi degli spazi in una specie di villaggio vacanze dell'anima, dove ritemprarsi e rigenerarsi.
Come a dire: sei bravo se produci, guadagni, hai un ruolo sociale e sei bravissimo se a questo ci aggiungi che sai come distrarti, come divertirti e sdrammatizzare.
E sei addirittura perfetto se ti piace quel pianista emozionante e poetico, quello scrittore così attento alla vita umana, e se ti emozioni profondamente davanti a un panorama mozzafiato o a un animale da compagnia.
Guai se non sei furbo. Guai se non ti accontenti di come funziona il mondo e osi percorrere altre strade. Guai, rischi di non avere più un valore o di finire nel cestino delle offerte che nessuno comprerebbe comunque.
Guai se non ti adegui a quanto il mondo studia per non collassare su se stesso; non ci si può permettere di essere eretici, svogliati di fronte alle formulette di felicità che ti sbattono in faccia un giorno sì e l'altro pure, guai se pensi di vivere con il lato in ombra in primo piano e se rifiuti l'ostia del buonsenso, l'elemosina dell'empatia, le innocenti poesie mondialiste, basate su un sentimento di accoglienza equivoco e indotto, recitate a bocca piene dai ricchi e dai burocrati dei buoni sentimenti.

Ostinato e probabilmente coglione, continuo a rispedire al mittente le esortazioni al facile bel pensare, gli inviti ad essere più furbo e accondiscendente quando serve. Non solo, mi ostino anche a pensare e perseguire idee impopolari e bannate come apostasie, come ad esempio quella inerente i mondi che passano tra le persone. Mondi non colmabili. Mondi non sovrapponibili. Mondi che finiranno, nella maggior parte dei casi, per farsi guerra.
Tra i ricchi e i poveri ci passano mondi e mondi. Accorciare le distanze è un gesto di buona volontà, ma è una forzatura. Non potrò mai essere amico, davvero amico, di un ricco. Sono io a non esserne capace, non (l'eventuale) lui. Sono io che amo gli scartati, i reietti, sono io che preferisco il fruscio delle ombre al rumore bianco e spesso sciocco delle buone abitudini.
Che peccato, che io non creda in Dio. Che sperpero e che beffa, non credere è una delle peggiori condanne che vivo. Perché di notte resto solo, e anche se sprango la porta e fortifico il cuore, so che i demoni, i miei e non solo, finiranno con il trovarmi, con il corrompermi, con il riempirmi il cuore e la testa di virus e specchi rotti.
Per anni e anni, di fronte ai ragionieri della società civile, quelli che lavorano al pallottoliere degli interessi e delle convenienze, io ho pregato -sbagliando momenti e parole- gli angeli dell'autodistruzione e ho davvero supplicato che facessero presto. Che mi buttassero in un motel di divorziati, disoccupati, alcolizzati; che mi impedissero di pubblicare libri. Che mi regalassero un pretesto per passare dall'altra parte, senza dovermi sorbire pure i miei stessi rimorsi.
Ho pregato senza pregare che la società civile mi segnalasse come indesiderato, una volta per tutte e senza ambiguità. Ho pregato di perdere per miracolo laico la fiducia degli altri, il loro credere che prima o poi avrei “messo la testa a posto”. La mia testa si trova laddove deve stare, su questo non ci sono dubbi.
Per tanta gente, mettere la testa a posto significa accettare che ti devi piegare, che in qualche modo dovrai conformarti, pena il diventare uno scarto della società che si muove, quella che funziona. Siamo sicuri che questa sia una punizione? Siamo sicuri che si debba percepire l'interdizione a vivere nella normalità come un'onta indelebile? Siamo certi che la colpa sia di coloro che non si sono messi al passo? O fa male alla coscienza considerare le cose da altri punti di vista?

Ogni tanto qualcuno si arrampica su discorsi che non mi interessano nemmeno: “Ma tu sei comunista o anarchico? E in ogni caso, perché ce l'hai con il mondo?”
Non ce l'ho con il mondo. Chi sono, per offendermi con il mondo? E poi è una perdita di tempo. Ce l'ho, e anche molto, con chi vuole smarrirsi e anestetizzarsi in visioni parziali, di comodo, ce l'ho con chi vuole salvarsi il culo. Ce l'ho con chi si vende, consapevolmente o meno. Ce l'ho con chi accumula e per questo si crede furbo e intelligente. Ce l'ho con chi finge di avere a cuore i problemi dell'umanità e invece se lo mena nell'ombra, circondato da profumi falsi e stordenti, da persone signorsì, da artisti che espongono il cuore al pubblico mentre si fanno leccare il buco del culo dagli epigoni e dagli apprendisti. Ce l'ho con chi va a messa la domenica e poi si spaventa per il colore della pelle del mendicante. Ce l'ho con chi mostra il suo apprezzamento per chi si “è fatto da solo” e “ha fatto i soldi”. Quante volte ho sentito la frase, per esempio, “Berlusconi dà lavoro a migliaia di persone”. E che significa? Dovremmo dunque ringraziarlo? Cos'è, un filantropo? Un messia disinteressato al capitale? Più probabile che io possa stimare il signor Berlusconi per come cantava melodie immortali sulle navi da crociera, milioni di anni fa. Ce l'ho con lavoratori, operai e manovalanze che hanno spostato il cuore a destra, irretiti dall'utopia ridicola di poter fare soldi e uscire dal budello della sopravvivenza. Ce l'ho con chi mi diceva che facevo parte della “grande famiglia” della grande distribuzione e che avrei dovuto baciare a terra perché mi avevano dato un lavoro, a me senza laurea, non ricco di famiglia, a me carattere difficile, polemico, socialista reale e per questo inviso a ogni tipologia di dirigenza. Ce l'ho con chi crede che io abbia difficoltà a tornare nel mondo del lavoro a causa di problemi caratteriali; è un'analisi parziale, superficiale, da latrina pubblica. Ce l'ho con editori, scrittori e letterati collusi con un sistema schifoso di conoscenze, favori, premi letterari sporchi di letame e nepotismo, perché sono dei vermi che giocano a fare gli eroi della cultura: non valgono niente, sono solo maggiordomi, sono marchette con bocca e occhi. Ce l'ho con chi continua a parlare di rinascimento napoletano senza comprendere che è proprio in città come questa che si deve fare resistenza, e che non bisogna calare le braghe in nome dell'accesso a privilegi che poi tali non sono. Non basta, anzi è fuorviante in questo senso, un sindaco che in nome di un inesistente zapatismo partenopeo strizza l'occhio ai centri sociali ma non ai lavoratori. Che farsa è mai questa? A me interessa la classe operaia, mica i centri sociali. Purtroppo sono due cose ben distinte, anche se molti fingono di non saperlo. E ce l'ho, chiudendo momentaneamente questo elenco involontario, con chi dice che “la classe operaia non esiste più”. Possono essere cambiati ruoli e mansioni, ma la classe operaia esiste: e io sono un'unità di suddetta classe. Altro che il raffinato borghese che scrive libri. Il mio grado culturale non è il mio valore: non valgo perché scrivo, non valgo perché conosco, non valgo perché posso sostenere qualsiasi tipo di conversazione senza crollare nell'insipienza. Non mi sono mai dato un valore per questi fattori, né l'ho mai dato ad altri per questioni simili. Il valore di un uomo è competenza dell'anima e del comportamento, non mischia puzzolente di apparenze e possessi.

Oggi è Pasquetta. Sono andato in chiesa da non credente. C'era un odore buono in chiesa, di semplicità, c'era odore di silenzio e non di rassegnazione. Mi sono detto, ancora, che è un peccato per me non credere e anche non sperare, e che lottare senza boe, senza stelle fisse, è un mezzo assassinio della pazienza, della volontà, dell'anima stessa.
In chiesa, mi sono chiesto perché non sono morto per overdose. Perché non mi sono suicidato. Perché continuo a scrivere. Perché mi piace lottare. Perché amo gli esseri umani, pur esecrandoli spesso, me per primo. Mi sono detto che gli affetti che ho perso non torneranno mai più, che sono le mie ferite, i miei fantasmi, la dolcezza che smarrisco, la pietà che mi pugnala quando sto per addormentarmi.
Ho sorriso a mezza bocca a un anziano che mi guardava curioso. Non ho fatto il segno della croce, mi sono sentito povero e violento come un addio continuo. Ho pensato alla musica, all'amore, al vento, all'autodistruzione che ho scongiurato senza pregare mai sul serio. Ho pensato che quando scrivo sono così vulnerabile, sognatore e pieno di buona volontà da farmi quasi schifo. Costa molto tenere a bada le streghe quando non puoi pregare niente e nessuno. Costa moltissimo non vendersi ai miglioramenti che ti annunciano.
Costa tanto vivere, al punto che ti incaponisci e lotti ancora di più.

©Luca De Pasquale 2018

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