27/04/18

Il resto di Urano



Sembra che l'Acquario vada incontro a grandi cambiamenti determinati dal grande suo dominatore, vale a dire Urano.
E allora non mi resta che sedermi, accendermi una sigaretta e preparare gli occhi per il tutto e per l'eventuale.
Mani e cervello sono in postazione, il cuore si muove blu nell'acqua viola del tempo consumato e da consumare, le lettere di congedo da certe vecchie abitudini sono state scritte e controfirmate pure dall'insonnia.
Ho costruito nuovi rifugi per il vento, ho controllato i serbatoi della pazienza, ho promesso fedeltà a quel poco che posso carpire dell'essenza. Non voglio sensi di colpa, non voglio rimorsi e rimpianti.
Come tutti quelli dell'Acquario, ricorro all'astrazione per rimuovere lacci e divieti, difficoltà reali e immaginarie, parentele non gradite, vecchi vizi comodi come il sonno dopo il dolore.
Urano arriverà, pare, e porterà scompiglio in quello che è da sempre scompiglio senza sconti, ci si augura solo che non si tratti di una battaglia inutile tra titani distratti.

Sono costretto a scrivere in un luogo dove i bambini urlano e gli adulti lasciano fare allegramente. Anche questo sarà presto un ricordo. Non amo posti che sembrano villaggi vacanze. Sono disposto a rinunciare alla visione del mare. Quando hai qualcosa dentro che deve venir fuori, non c'è bisogno di una bella visuale per sentirsi in grado di farlo, anzi. Magari la bella visuale porta pure fuori strada.
Tagliare per costruire. Rimuovere per rigenerarsi. Reagire compostamente per rivoluzionarsi. Non raccogliere provocazioni, non eccedere in spiegazioni, non fantasticare con il suggeritore. Quello mai. Chi accetta suggeritori ha perso sul serio.

Sulla mia scrivania ci sono quattro accendini. Due penne. Un pacchetto di sigarette. La scrivania è appartenuta a mio padre. Ci ha lavorato per più di venti anni. Me la porterò dietro anche all'inferno. Non m'importa di nessun altro oggetto in questa casa all'infuori di questa scrivania vissuta e anche un po' accidentata. Perché questa scrivania mi ricorda lo sguardo di mio padre, lo sguardo che mi rivolgeva sotto le lenti, dolce e veloce. Paterno e fragile, così fragile da convincermi che il vero genitore tra noi due ero io, così pronto, invece, a rischiare sempre tutto, a scavallare le recinzioni che sembravano voler delimitare un ignoto cui anelavo con tutto me stesso. Ricordo bene come abbracciavo mio padre quando fuggivo via di casa per tentare la vita; lo abbracciavo per comunicargli che sarei tornato, magari ferito, magari dilaniato da eccessi d'amore e speranze che mi sarebbero rimasti in gola come un'ostruzione terribile e temporanea.
Tutto quello che mi premeva davvero, in quegli abbracci maschi che lui spesso scioglieva con imbarazzo, era dirgli che prima o poi sarei tornato, con altra vita sul groppone, negli occhi, e nuove cicatrici. Volevo dirglielo con convinzione, perché mi accorgevo che la voglia di vivere qualche volta non si svegliava con lui. Soffrivo molto di questa consapevolezza. E allora mi lanciavo ancora più rompicollo in tante cose che non erano alla mia portata, imprese perdenti in partenza, tentativi sfocati ma veementi di urlare presenza all'improbabilità del bello.
Io, mezzo figlio della morte, piccolo cavaliere dannato senza alcuna credibilità adulta, irrequieto ed evanescente ragazzino contrariato, io mi nobilitavo molto ai miei occhi, nel gesto di rassicurare mio padre.

Se Urano governa l'Acquario, io sono governato da una notte interiore che per contrappasso è il più caldo invito a vivere che io abbia mai potuto ascoltare. I miei occhi sono abituati al buio e questo mi permette di distinguere fonti di luce rapidamente, sbocchi, crepe nell'oscurità, fenditure situate al centro della notte per far respirare anche quelli che non dormono e quando lo fanno sognano in modo bulimico, violento, destabilizzante. Il mio sonno è così: destabilizzante e raro. E la mia speranza di vivere, invece? Quella è una farfalla con le ali trapassate mille volte: da scorie, matite, sguardi, da raggi neri emanati da specchi coperti per anni, da fionde di bambini arrabbiati e infelici, dalla mia sciocca autoironia difensiva, dal pressapochismo emotivo di certi incontri.
Eppure, questa specie di falena color zirconia e ametista continua a decollare ogni sera dalla mia stanchezza, incurante dei rischi, delle delusioni archiviate, dal ronzio di predatori invisibili e anche ovvi. Vorrà pur dire qualcosa.

Oggi ho da fare, non avrei tempo per scrivere.
Accendo la sigaretta mentre i bambini urlano cose incomprensibili, giù nel parco. “Sono bambini, devono giocare”, mi hanno informato. Non ho avuto nulla da ridire.
Io sono adulto, sono Acquario, mi governa la notte, lo farà anche Urano, non ho mai trovato un vero equilibrio tra la farfalla di cui sopra e il peso incalcolabile di vecchi naufragi fraintesi più negli occhi altrui che dentro di me. Dentro di me naufrago sempre senza piacere, lo faccio per controllare le valvole, gli ingranaggi, le camere stagne, il mio cuore. Non mi piaccio che due volte l'anno.
Tocco il legno martoriato di questa scrivania, stringo gli occhi e ricordo quello sguardo veloce e tenero di mio padre, quella sua muta preghiera di resto, differenza e rimanenza, quell'eredità dolorosa di respiro che so continuare solo rischiando lo schianto ogni volta che accendo un desiderio lontano da occhi indiscreti.

©Luca De Pasquale 2018

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