03/04/18

Dalla parte di Ian Hill



Sono giorni che giro intorno alla mia simpatia per il bassista Ian Hill dei Judas Priest.
Sono giorni figli di anni, perché ho sempre tenuto in considerazione il signor Hill, uno che in decenni di onorata carriera non ha fatto un assolo di basso che sia uno, è sempre stato nelle retrovie, nei video dei Judas quasi non lo inquadravano, i bassisti rock e metal di oggi tendono a non considerarlo un'influenza e spesso ne criticano spietatamente la remissività.
Mi dissocio completamente da questo tipo di valutazioni.
Fior di professionista, persona garbata, Ian Hill mi è sempre stato più che caro per il suo evidente e sincero anti-divismo.
Ho amato molto i Judas Priest e senza il suo basso molti brani granitici avrebbero perso una propulsione pulita e ordinata, mai superflua, che io apprezzo. E apprezzo maggiormente per lo spirito; al posto suo avrei cacciato la testa dal sacco e avrei rotto i coglioni a K.K. Downing, Glen Tipton e al grande Rob Halford, per cui surplus di stima.
Ian Hill sapeva stare al suo posto, ma quello era il suo posto. Non se ne può più di primedonne, ovunque. Ian, nelle numerose interviste concesse alla stampa specializzata, non giocava a fare la vittima, anzi spiegava il concept della band con dovizia di particolari e con sereno entusiasmo. Sembrava sempre voler dire “so che non apprezzate che non mi si veda e so anche di aver scritto poche canzoni, ma sono fatti miei e buon ascolto”.
Tutta la mia stima a Ian Hill, che naturalmente è assurto subito, nelle nebbie della mia adolescenza, a mio Judas prediletto.

Sono stato metallaro per anni e anni. Questo non si dimentica. È stato un imprinting di autoghettizzazione, almeno in quegli anni. Mentre i miei compagni di scuola cresi e figli di professionisti si dilettavano nella dicotomia tra Durans e Spandau, io macinavo metallo pesante e rabbia sociale. Mi è servito molto. E non rinnego. Non rinnego niente.
Ad una sgangherata e mal riuscita festa per i miei diciassette anni, consolai i pochi e annoiati invitati con un set musicale che partiva dai Rolling Stones e da Richard Hell per finire, appunto, ai Judas Priest e agli Aerosmith degli inizi. Mi chiesero di smetterla, nonostante fossi il festeggiato, e le giovani amazzoni rivolsero definitivamente le loro attenzioni altrove. Non mi importava, perché mi sembrava più importante dare una via d'uscita ad una rabbia che non capivo, piuttosto che cercare di piacere agli altri. Il rock'n'roll sporco e stradaiolo, i riff aguzzi di chitarra, erano un modo per ottenere una sorta di lasciapassare alla diversità.

Negli anni ho esplorato avidamente tutti i tipi di musica o quasi. Troppo curioso e affamato per bazzicare un solo genere. Però non dimentico mai quanto è stato importante, nella mia adolescenza, ascoltare hard rock ed heavy metal.
Riascoltando oggi quei dischi, mi viene il magone. Ricordo quante ballate ho consumato per ragazze che nemmeno mi conoscevano, e quante cavalcate sonore ho sostenuto per infondermi quel coraggio “di opposizione” che era un misto tra scemenza e trascendenza pura.
Poi ho iniziato a soffrire e a far soffrire, a sporcarmi di vita e di scelte, di addii e ritorni, ho cercato di essere uomo senza farmela sotto, ho cercato di essere una persona decente, di rispondere a una qualche coerenza esistenziale. Non sempre ci sono riuscito.
Maledettamente imperfetto, spartano a zig-zag e perfezionista più nelle cose nascoste che nei grandi progetti, ho giocato nel ruolo, senza averne il comportamento, di Ian Hill.
Sono cresciuto con il gusto amaro dei conflitti, dei confronti, del venir meno sul più bello o ripresentarmi in un clima di missione impossibile; ho idealizzato a lungo l'utilità delle vendette, fatto sta che la compostezza di Ian Hill io me la sono sempre sognata.

Oggi sono invecchiato, quel che serve, quel che basta. Da primadonna in malasorte esibita sono passato a viandante che si rifugia nei margini, che trova pace occasionale all'uscita di una pizzeria, di sera, senza una parola. Uno che rischia di trovare nelle partenze e nelle assenze altrui il senso della propria presenza. Un contrappasso con occhi, naso e bocca, uno scherzo non portato avanti.
Non sento grossi rammarichi addosso, anzi le questioni più spinose mi hanno visto risoluto e piuttosto rapido. Sento il peso di frasi che non ho pronunciato, di esitazioni fatali, di entusiasmi mal gestiti, ma niente che possa davvero somigliare a rimpianti, rimorsi o desideri di espiazione.
Ho fatto quel che potevo e ho protestato anche troppo, con chiunque, senza deferenza, senza timori.
Per fortuna, i veri eroismi sono altrove, certo non nelle tante esaltate spinte al cambiamento che sono entrate prepotentemente nel nostro modo di comunicare e di pensare. Il vero eroismo è banalmente diventato credere negli altri e nelle opportunità che la vita offre, dedicarsi a qualcuno senza chiedere danni e risarcimenti al primo ostacolo, l'eroismo è confondersi agli altri e non protestare per lo scarso rilievo delle nostre azioni.

Ma torniamo a Ian Hill, che è il punto focale di questa nota. Ian è grazie a Dio ancora vivo e suona ancora. Jaco Pastorius, Phil Lynott e Gary Thain sono morti. Vorrà pur dire qualcosa. Ian Hill è stato al suo posto e doveva avere le spalle larghe; anche un'ampia visuale di comprensione delle cose e degli equilibri. Non si possono amare solo i rompicollo e gli uomini straordinari. Mi piacerebbe iniziare a comportarmi un po' come Ian Hill, che forse si fumava una sigaretta per cazzi suoi mentre gli axemen e il frontman della band riscuotevano consensi e acclamazioni.
Ci sarà sempre qualcuno, quasi sempre, che si interesserà a te anche se non strepiti. Il Luca diciassettenne che ascoltava tutti i dischi dei Judas si attaccava alle casse del piatto antidiluviano per distinguere il basso di Hill, si emozionava per le tante e belle note profuse dall'uomo-ombra nel pezzo “Here come the tears”, e oggi scrive di lui a distanza di trent'anni da quei battesimi.
Mi sembra, a tutti gli effetti, la prova la mimesi può funzionare, così come un basso profilo che contenga in sé la dignità e la lungimiranza.
E dunque gloria a Ian Hill, nonostante la mancanza di assoli e quelle linee di basso che, se non ci sei abituato a quel suono, neanche distingui. I bassisti come lui non lavorano per l'adrenalina dell'ascoltare, lavorano per un progetto d'insieme, per un discorso generale e sfaccettato. Credo che nessuno dei miei coetanei abbia avuto in gioventù un poster di Ian Hill in camera. Ne sono certo: anche perché io li ho cercati a lungo senza trovarne mai uno.
Come metafora di una crescita nel vedere le cose e le persone, mi piace utilizzare lui, uno dei grandi “invisibili di sostanza”. Uno che ha scelto un posto di retrovia per svolgere al meglio il mestiere di vivere e di incollare i pezzi degli impulsi, propri e altrui.

©Luca De Pasquale 2014/2018














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