30/04/18

La necessità di un inferno privato



Approfitto del fatto che quasi tutti gli abitanti del parco abbiano deciso di andare al mare. Era prevedibile, se non scontato.
Io al mare non ci vado.
È per questo che ho trascorso dei memorabili mesi di agosto in città, con escursioni quasi morettiane, padrone della città e insonne nelle lunghissime e afose notti di recupero della memoria e della volontà.
Oggi approfitto dell'insolita quiete e ascolto tutto d'un fiato un disco che aspettavo con ansia, “Accumulate EP”, a nome di Deepchord&Fluxion presents Transformations.
Trasformazioni, appunto. Dub techno sognante che funziona meglio di una lavanda gastrica, cerebrale ed emotiva. In particolare, la seconda delle due tracce mi invade poco a poco, con il suo beat notturno ed ipnotico, mi ricorda cosa devo fare. Gli impegni, i tagli, le imprese, le ritirate, mi ricorda che esisto anche io e che devo pensare anche al mio, di benessere. E il mio benessere, quasi sempre, è lontano da dove mi consigliano di andare o restare.

Se non hai vinto qualche coppa, se non ti sei distinto troppo, rischi di essere travolto. Soffocato, zittito. Persino umiliato. Se non hai qualcosa da mostrare al pubblico e anche a te stesso, quando le lacrime e le paure si fanno largo nel tuo deserto, diventi carne da macello. Il meglio che ti può accadere, arrivato in quel punto del guado, è che inizi a pensarti come un marginale, un irregolare. Uno senza voce.
Mentre ascolto Deepchord&Fluxion mi dico qualcosa, qualcosa all'orecchio sinistro, quello che ci sente di più. Mi dico che la voce ce l'ho, eccome. Che nessun tracollo e nessuna delusione me l'hanno tolta. Anzi. Le botte, gli appuntamenti fallimentari, i colloqui grotteschi, i penosi equivoci relazionali, sono stati elementi che hanno rappresentato un'efficace funzione conativa per farmi uscire il residuo di voce che avevo inumato all'inferno. Il mio inferno, quella confezione di ceralacca e raggi di luna che fingevo di regalare in amore e dopo le peggiori confidenze.

Quando mi dicono che mi “vedono bene”, mi viene sempre da ridere.
Quando mi spiegano che è importante che io stia bene, prima di ogni altra cosa, io rispondo sempre che non è vero, e che non è così che starò meglio.
Sono lodevoli e sprovveduti tentativi di infilare in cornice il dolore di altre persone, questi.
Il benessere mica è come una manutenzione della caldaia. Non è una pomata lenitiva. Non prescinde dall'esterno. Non rinuncia al rischio del “lì fuori”.
Da sempre sostengo che in troppi scelgono, per stare bene o meglio, pratiche autocentrate che accentuano pericolosamente il senso di onnipotenza guaritrice che poi porta a recitarsi addosso una parte scomposta e anche abbastanza patetica.
Quando mi dicono che per “guarire” occorre rimuovere l'inferno da dentro, fingo di essere d'accordo perché mi fa comodo non creare nuovi attriti, tensioni e desolanti chiarificazioni destinate a finire, esanimi, in terre di nessuno dove Dio non si avventura.
Penso invece che l'inferno sia necessario come punto di partenza, e che vada riordinato, compreso, analizzato, non rimosso come un insetto molesto o un neo antiestetico.
La scrittura aiuta moltissimo a non perdersi nel grande mare dell'autopersuasione e delle formule da ripetersi allo specchio ogni qualvolta Satana riprende a bisbigliare le manie indecenti che ha scelto per noi.
Ma la scrittura non esclude l'inferno. Lo circonda, lo bracca, si fa catturare, e nella prigionia di un inferno privato sviluppa cellule e strategie di resistenza.
Tutto qui. Nessuna infallibile ricetta. Mai avuta una in vita. Mai avuto un motto preponderante.

La giornata scivola tranquilla, con movimenti rallentati e con intermezzi più o meno lunghi di lavoro. Deepchord&Fluxion funzionano alla grande nei giorni insperati di silenzio condominiale e telefonico.
È importante capire che anche la resistenza è un'impresa capace di stanare la voce.
La resistenza è la più veemente perversione che mi consento. Una perversione che alterna momenti di pulizia morale apparente a veri e propri spalanchi di crudeltà logica che alla mia età possono essere davvero fatali.
Vedo tutte le distanze. Quasi tutte, volendo essere modesti. Vedo chiara la mia doppia natura di individuo in progresso e di controfigura ostinata di demoni impossibili da rimuovere. Anche amando, anche andando al mare, anche abbracciando mia madre e i miei morti, anche scrivendo e parlando di musica, anche sorridendo ai bambini, agli anziani e a chi si incuriosisce di me per qualche minuto.

Ho avuto tanti desideri borghesi nella mia vita. Con me stesso, non con gli altri, mi vergogno moltissimo di questo. Vivere comodo e con il sole in faccia mi ha tentato tante di quelle volte che ho perso il conto. Ho desiderato di far parte del sistema che combattevo. Ho desiderato e cercato di sedurre donne che erano la mia totale nemesi. Ho cercato di dare da mangiare al mio inferno qualche azione ad effetto. Ho bisbigliato oscenità accattivanti a delle sconosciute che sembravano ignorarmi, sono entrato per caso e per poco in mondi che mi ripugnavano profondamente, ho finto di essere tranquillo e razionale per ottenere un aumento, un coito con la finestra aperta sul cielo in un bell'appartamento, un complimento che preludesse a un beneficio preciso, spesso monetario.
Il fatto che io mi esprima verbalmente in un italiano discreto non pulisce il mio inferno e non nobilita le mie contraddizioni. Ne sono consapevole. C'è una dualità eterna da considerare, migliorare e resistere. C'è la voce da recuperare, senza per questo abbassarmi i pantaloni e far entrare chiunque nello sfiatatoio della mia pur presente paura di fallire, anche come avamposto di una qualche verità personale.

Finisce il disco di Deepchord&Fluxion. C'è vento. Mi sento reattivo, sveglio, maledettamente contraddittorio.
Non mi dimentico di essere un addio. Però il segnaposto a tavola lo voglio. Lo esigo, per meglio dire.
Vedi un po' che stronzo.
Che arroganza di merda: esistere, resistere. Forse migliorare, anche se con l'inferno in tasca, come gli spiccioli che dovrebbero, oggi, farmi percepire come un perdente.
Accidenti, non è mai stata una questione di soldi.

©Luca De Pasquale 2018

29/04/18

Don't miss the deadline, darling


Sono quel ragazzo che ascoltava “Live Bootleg” degli Aerosmith nella sua cameretta, in cuffia, invece di fare i compiti. Sono quel ragazzo che ascoltava a ripetizione “Walk This Way” e faceva caso quasi solo al basso di Tom Hamilton. Battevo il piede a terra, poi mettevo le gambe sul tavolo, guardando fuori come in cerca di un'ispirazione per direzionare la mia vita.
Quando uscivo dalla mia stanza, trovavo mio padre nello studio -in quel periodo lavorava in casa- e mia madre in cucina. E la cosa mi provocava qualche scompenso. Che c'entrava quel quadretto familiare tenue con il rock'n'roll? Perché io mi sentivo dannatamente, in tutto e per tutto, un futuro uomo rock'n'roll. E i miei genitori, la mia famiglia, la mia stessa storia familiare estesa, tutto era fuorché accostabile al rock'n'roll.

Dai tredici ai sedici anni ho passato molte notti insonni ad ascoltare rock, sempre in cuffia e sempre attentissimo alle linee di basso. Mi faceva impazzire quella di “Deadline” dei Blue Öyster Cult, ancora oggi uno dei miei pezzi preferiti; mi studiavo quelle di Steve Harris negli Iron Maiden, che sognavo di imitare, imparai a memoria quelle di Francis Buchholz nel leggendario live “Tokyo Tapes” degli Scorpions. Un giorno di non ricordo più quale anno, accennai a mio padre dell'idea di acquistare un basso elettrico. Fu come se avessi chiesto di poter incendiare la casa: scandalo e paura. Mio padre pretendeva che in casa non volasse una mosca, che al telefono si parlasse quasi sussurrando, m aveva insegnato che dalle 14e30 alle 17 non si deve far alcun rumore per non disturbare vicini e confinanti, e oltretutto in casa vigeva una legge severissima che imponeva di abbassare (e di parecchio) il volume del televisore dopo le 22. Altro che basso elettrico...

Non è che non credessi nel sogno di diventare un bassista, tutt'altro; ma ero troppo curioso per mettermi con testa e cuore a studiare seriamente lo strumento. Volevo invece conoscere quanta più musica possibile e scrivere racconti e flussi di coscienza sull'onda delle scoperte musicali; così, decisi che lo spauracchio paterno sarebbe potuto bastarmi per distogliermi da fumosi sogni di gloria.
Per diversi anni, in questo senso, proprio “Deadline”, con la sua sinuosa linea di basso, fu una sorta di manifesto della persona che volevo costruirmi dentro e fuori. Giravo per la città, lunghe passeggiate e tragitti in autobus da un capolinea all'altro solo per osservare le persone e ispirarmi, in cuffia cassette con le mie canzoni preferite. Quasi tutte linee di basso “camminate” e cadenzate, per darmi energia e voglia di osare. Funzionava.
E quando mi capitava di incontrare qualche ragazza che mi piaceva, non potevo fare a meno di biascicare quello che era diventato il mio motto: “Don't miss the deadline, darling”.

Prendevo il 140 alla Riviera di Chiaia e arrivavo fino a Capo Posillipo. Mi fermavo lì un paio d'ore e poi intraprendevo il percorso inverso. Raccoglievo impressioni, scrivevo cose acerbe in prosa e mi sembravano dei mezzi capolavori solo da limare, parlavo con gli autisti fermi allo stazionamento e chiedevo loro di come si svolgevano i turni notturni. La notte è sempre stata una mia fissa.
Avevo un walkman verde che mi seguiva ovunque. Il mio faro letterario era Knut Hamsun. Avevo letto “Fame” e avevo davvero perso la testa per quella storia: cosa c'era di più affascinante di uno scrittore alle prese con la fame, persistente nel suo cammino di vita nonostante condizioni estreme?
Fame” l'ho riletto nel corso degli anni almeno quindici volte. Un libro di una potenza mostruosa. Come “Viaggio al termine della notte” e “I demoni”, per quel che riguarda il modo in cui mi hanno formato e anche devastato utilmente.

Qualche volta mi chiedevo se poi ero rock'n'roll come desideravo, imbrattato di letteratura com'ero. Mi rispondevo di sì; perché è innegabile che Hamsun e Céline possano essere considerati autori con una filosofia esistenziale molto poco accademica, scapigliata a dir poco. Quasi più di Bukowski.
Ricordo con tenerezza gli anni del mio randagismo adolescenziale, che mi hanno formato e hanno contribuito -contro le mie stesse intenzioni, alla fine- a munirmi non tanto di una corazza quanto di una pelle di riserva. Perforabilissima, nulla di superomistico, che disgusto il superomismo dilettantistico; però efficace e aderente in larga parte al mio sentire più profondo.

Mi ritrovo, alla mia età, ad affrontare altri tipi di randagismo, inclusa quella implacabile disperazione di esistere che da ragazzino mi sembrava seducente e funzionale a diversificarmi dalla massa. Una massa alla quale ero attento solo in parte, posseduto e mal consigliato da luoghi comuni e preconcetti coltivati disordinatamente e con eccessiva autoindulgenza.

Mi rendo conto, qualche volta tristemente, di non essere più in grado di scegliere la ribellione come partito preso. So quanto poco mi interessi il mainstream, certi vacui sommovimenti relazionali sotto i faretti del quotidiano, ma so altrettanto bene che non esiste (più, se mai è esistito) un teorema ribellistico in cui mi sentirei a mio agio e non un idiota.
So di non essere mai stato una macchina da soldi e mai lo sarò. Mi muovono altre cose, fermo restando che mangiare è meglio che emulare il demolito scrittore a zonzo per Christiania. Esistono le vie di mezzo, e per quanto grige e poco eccitanti è opportuno prenderne qualcuna. Magari con un walkman mentale, consapevole di essere ancora piuttosto simile a quel ragazzetto montato al contrario che pensava di essere molto antieroe decadente nel dire alle ragazze e agli adulti “don't miss the deadline, darling”.

Oggi lo dico a me stesso, a voce media, come sarebbe piaciuto a mio padre. Lo dico senza guardarmi allo specchio, senza sentirmi nemmeno più il fiore decadente che sognavo ridicolmente di lasciare nei letti e sulle tavole deserte di fine estate. Me lo dico e me lo ripeto senza amarmi, “don't miss the deadline, darling”.


©Luca De Pasquale 2018




28/04/18

Tagliare nel vuoto


Oggi un tizio mi ha cancellato dai suoi contatti di facebook.
Una notizia straordinaria, non vi sembra?
L'applicazione che ho installato da un anno -la curiosità è bestia dura a morire- mi ha rivelato subito l'identità del “traditore”.
Devo essere sincero: la prima cosa che mi sono chiesto è se si trattasse o meno di un bassista. In questo caso, quasi di default, mi sarebbe dispiaciuto.
Si trattava di un chitarrista. Ci saremo scambiati a stento gli auguri di compleanno un anno sì e tre no. Non ho provato alcun rancore. Mi sono limitato a cancellare il “mi piace” di pura cortesia che avevo messo alla sua pagina artistica.

Tra i miei contatti social c'è tanta gente che non conosco di persona. È chiaro che la virtualità ha le sue enormi falle e che io le ho accettate dopo aver strepitato a lungo. Magari con alcuni degli avatar dalla pelle lontana finirei a capelli: per questioni politiche, religiose, comportamentali e persino, paradosso dei paradossi, musicali e di gusto.

Per lungo tempo ho creduto ad una chimera incredibile: quella di avere, tanto nella realtà che nella virtualità, rapporti coerenti. Rapporti chiari, definiti, delineati. Siamo amici o non siamo amici. Siamo compatibili oppure no, per niente. Una visione in bianco e nero che portava a pagare un prezzo sproporzionato rispetto all'investimento, perché mi costava tempo perso in continui accertamenti, verifiche, oltre alla solita overdose di dubbi su tutto e tutti. Perché io sono terribilmente diffidente ed è davvero molto difficile che, fatte salve apparenze in cui neanche credo, conceda qualcosa in più della confidenza compresa nel pacchetto cognitivo di base.

La vita, però, mi ha seminato che è una bellezza. Mi ha costretto a cambiare marcia e visuale, ha smentito la mia rutilante inflessibilità, mi ha preso anche in giro per la presunzione che ho dimostrato nel dividere le persone in sottoinsiemi di compatibilità e di classi sociali.
Se dovessi essere ancora inflessibile come sono stato in passato, dei miei 1500 e oltre contatti social dovrei cancellarne intorno ai 1100. Senza colpo ferire.
Mi sembra una colossale perdita di tempo.

Come è una colossale perdita di tempo stare lì a fare le pulci a rapporti amichevoli, amicali, parentali e anche solo formali che hanno iniziato ad imbarcare acqua quando le strade si sono mostrate divergenti.
Quello inizia ad impazzire per i figli, io mi perdo nella rabbia sociale, quello vince un concorso e per garbo idiota non mi cerca più, quell'altro ancora ha preso una buona avviata con i libri e non vuole essere associato alle mie intemperanze da incanutito blogger. Basta poco per iniziare a considerarsi degli estranei e togliere le tende, spesso con nessuna eleganza.

Nella vita di ognuno ci sono dei momenti chiave in cui il mondo esterno e quello interiore sono duramente messi alla prova.
In quei momenti, bisognerebbe cercare di mantenere la rotta e ancor di più mantenere una decenza emotiva e affettiva. Impresa ardua.
Nei miei momenti bui, che potrei banalmente riassumere in eventi come la perdita di un genitore, un rovescio economico, un divorzio, la perdita del posto fisso, ho notato che alcune persone sono state magnifiche e altre hanno fatto davvero pena. Dopo un'iniziale sorpresa, ho capito che si tratta della normalità. Le reazioni possono essere sorprendenti tanto in bene che in male.

Io non sono stato da meno con altri, però.
In certi frangenti sono stato migliore di quanto potessi credere; in altri sono stato vergognosamente assente, ambiguo, contraddittorio, istintivo e per questo irregolare se non inaffidabile. Magari moriva la madre di un amico e io pensavo solo a una compravendita che mi desse adrenalina. È accaduto anche questo. Non è stato infrequente che mi scoprissi troppo preso da quella strana mania che era vivere il ruolo di personaggio tenebroso in un “non personaggio”. Come quando cerchi di piacere a qualcuno solo per sentirti meglio, per rinvigorirti, ma di come sta quella persona e delle emozioni che prova non te ne frega niente. Conta il tuo fabbisogno e il tuo gioco. È semplicemente orrendo. Se l'ho fatto, anche venti anni fa, anche quando non avevo rughe, sento di dover chiedere scusa. Non mi piace questa roba.

Intanto è arrivata, tracotante e caldissima, una primavera azzurra che va ad impattare contro il grigio delle finestre e le lenti fumè della mia stanchezza ondivaga; chissà se mi dedicherò o meno alle celeberrime pulizie di primavera, intese anche come taglio sostanziale del personale social. Un tempo mi dava una certa soddisfazione tagliare qualcuno, significava per me qualcosa di duro e riottoso, del tipo “neanche qui sopra ti voglio, amico”.
Ma l'ultima volta che ho effettuato dei tagli, a novembre dell'anno scorso, ho finito per sentirmi presto un cretino, intento a svolgere un'attività senza fascino e mordente ed anche discretamente antipatica.

Tagliando e rimuovendo, mi sono reso conto che ad ognuno di quegli avatar così piccoli corrispondeva un mio rancore, dal più insignificante a quello potente e radicato. Passavo da un'antipatia virtuale a pelle (connubio raccapricciante, ne convengo) a vere e proprie crociate catartiche che si rivelavano presto essere dei ballon d'essai per la mia coscienza, false notizie di cambiamento, equivoci tra me e la mia noia.

Tagliare contatti è uno sciocco gesto di fraintesa e accennata onnipotenza. Non puoi tagliare quello che il silenzio ha già ridotto a scherzo conservato nei cassetti di giorni senza annotazioni e senza brividi. I brividi non si inventano, anche e soprattutto quando si desiderano.
Tutte le volte che ho cercato brividi, mi sono trovato dozzinale, bolso, un passacarte dell'anima, un guitto imbrattato da refusi di romanticismo in dispensa. Quando i brividi li ho visti prima e poi sentiti, ho fatto in modo di equivocarli, di non poterli ricambiare, e di diventare stella lontana di una lontananza che presumevo di aver creato in prima persona.
Altro errore che costa caro. Perché fai presto ad accorgerti che dietro le curve dei brividi c'è un belvedere senza parapetto, che sembra chiamarti alla sua corte di fantasmi per celebrare un errore fatale, quello di considerare il tempo fermo nelle emozioni.
Il tempo ti taglia il cuore prima ancora che tu possa illuderti di tagliare qualcuno, dal vero o nell'etere. Dura lezione che fa bene.


©Luca De Pasquale 2018

27/04/18

Il resto di Urano



Sembra che l'Acquario vada incontro a grandi cambiamenti determinati dal grande suo dominatore, vale a dire Urano.
E allora non mi resta che sedermi, accendermi una sigaretta e preparare gli occhi per il tutto e per l'eventuale.
Mani e cervello sono in postazione, il cuore si muove blu nell'acqua viola del tempo consumato e da consumare, le lettere di congedo da certe vecchie abitudini sono state scritte e controfirmate pure dall'insonnia.
Ho costruito nuovi rifugi per il vento, ho controllato i serbatoi della pazienza, ho promesso fedeltà a quel poco che posso carpire dell'essenza. Non voglio sensi di colpa, non voglio rimorsi e rimpianti.
Come tutti quelli dell'Acquario, ricorro all'astrazione per rimuovere lacci e divieti, difficoltà reali e immaginarie, parentele non gradite, vecchi vizi comodi come il sonno dopo il dolore.
Urano arriverà, pare, e porterà scompiglio in quello che è da sempre scompiglio senza sconti, ci si augura solo che non si tratti di una battaglia inutile tra titani distratti.

Sono costretto a scrivere in un luogo dove i bambini urlano e gli adulti lasciano fare allegramente. Anche questo sarà presto un ricordo. Non amo posti che sembrano villaggi vacanze. Sono disposto a rinunciare alla visione del mare. Quando hai qualcosa dentro che deve venir fuori, non c'è bisogno di una bella visuale per sentirsi in grado di farlo, anzi. Magari la bella visuale porta pure fuori strada.
Tagliare per costruire. Rimuovere per rigenerarsi. Reagire compostamente per rivoluzionarsi. Non raccogliere provocazioni, non eccedere in spiegazioni, non fantasticare con il suggeritore. Quello mai. Chi accetta suggeritori ha perso sul serio.

Sulla mia scrivania ci sono quattro accendini. Due penne. Un pacchetto di sigarette. La scrivania è appartenuta a mio padre. Ci ha lavorato per più di venti anni. Me la porterò dietro anche all'inferno. Non m'importa di nessun altro oggetto in questa casa all'infuori di questa scrivania vissuta e anche un po' accidentata. Perché questa scrivania mi ricorda lo sguardo di mio padre, lo sguardo che mi rivolgeva sotto le lenti, dolce e veloce. Paterno e fragile, così fragile da convincermi che il vero genitore tra noi due ero io, così pronto, invece, a rischiare sempre tutto, a scavallare le recinzioni che sembravano voler delimitare un ignoto cui anelavo con tutto me stesso. Ricordo bene come abbracciavo mio padre quando fuggivo via di casa per tentare la vita; lo abbracciavo per comunicargli che sarei tornato, magari ferito, magari dilaniato da eccessi d'amore e speranze che mi sarebbero rimasti in gola come un'ostruzione terribile e temporanea.
Tutto quello che mi premeva davvero, in quegli abbracci maschi che lui spesso scioglieva con imbarazzo, era dirgli che prima o poi sarei tornato, con altra vita sul groppone, negli occhi, e nuove cicatrici. Volevo dirglielo con convinzione, perché mi accorgevo che la voglia di vivere qualche volta non si svegliava con lui. Soffrivo molto di questa consapevolezza. E allora mi lanciavo ancora più rompicollo in tante cose che non erano alla mia portata, imprese perdenti in partenza, tentativi sfocati ma veementi di urlare presenza all'improbabilità del bello.
Io, mezzo figlio della morte, piccolo cavaliere dannato senza alcuna credibilità adulta, irrequieto ed evanescente ragazzino contrariato, io mi nobilitavo molto ai miei occhi, nel gesto di rassicurare mio padre.

Se Urano governa l'Acquario, io sono governato da una notte interiore che per contrappasso è il più caldo invito a vivere che io abbia mai potuto ascoltare. I miei occhi sono abituati al buio e questo mi permette di distinguere fonti di luce rapidamente, sbocchi, crepe nell'oscurità, fenditure situate al centro della notte per far respirare anche quelli che non dormono e quando lo fanno sognano in modo bulimico, violento, destabilizzante. Il mio sonno è così: destabilizzante e raro. E la mia speranza di vivere, invece? Quella è una farfalla con le ali trapassate mille volte: da scorie, matite, sguardi, da raggi neri emanati da specchi coperti per anni, da fionde di bambini arrabbiati e infelici, dalla mia sciocca autoironia difensiva, dal pressapochismo emotivo di certi incontri.
Eppure, questa specie di falena color zirconia e ametista continua a decollare ogni sera dalla mia stanchezza, incurante dei rischi, delle delusioni archiviate, dal ronzio di predatori invisibili e anche ovvi. Vorrà pur dire qualcosa.

Oggi ho da fare, non avrei tempo per scrivere.
Accendo la sigaretta mentre i bambini urlano cose incomprensibili, giù nel parco. “Sono bambini, devono giocare”, mi hanno informato. Non ho avuto nulla da ridire.
Io sono adulto, sono Acquario, mi governa la notte, lo farà anche Urano, non ho mai trovato un vero equilibrio tra la farfalla di cui sopra e il peso incalcolabile di vecchi naufragi fraintesi più negli occhi altrui che dentro di me. Dentro di me naufrago sempre senza piacere, lo faccio per controllare le valvole, gli ingranaggi, le camere stagne, il mio cuore. Non mi piaccio che due volte l'anno.
Tocco il legno martoriato di questa scrivania, stringo gli occhi e ricordo quello sguardo veloce e tenero di mio padre, quella sua muta preghiera di resto, differenza e rimanenza, quell'eredità dolorosa di respiro che so continuare solo rischiando lo schianto ogni volta che accendo un desiderio lontano da occhi indiscreti.

©Luca De Pasquale 2018

26/04/18

Pulire l'anima è un gesto lurido


Mia madre ritrova tra vecchie carte e ricordi una poesia che scrissi nel 1986. Mi porge il foglietto con un'aria di dolce rimprovero che conosco bene e che non contesto mai, perché so da dove proviene e cosa significa.
Mi dice: “Sei sempre stato un tormentato, leggi”, e poi mi sorride.
Prendo il foglietto in mano con aria ironica, è scritto in stampatello.

Sto naufragando
i marinai della mia nave
sono scomparsi nell'acido verde mare
di sogni spezzati.
Forse neanche tu vuoi amarmi
forse stai ridendo
contro una luna silenziosa.
Sguardi, lame nel cuore
di un uomo stanco
al timone della sua follia.
Forse sto morendo e rido anch'io
nel pensare a te, a noi due
che non esistiamo.
A questi petali di notte
che giocano con il vento
con i vetri delle tenebre
e con le ombre della mia vita
appassita”

Mi esce un “mamma della saletta” spontaneo e scoppio a ridere. Ridiamo entrambi. Che dramma, nel 1987. Avevo solo quindici anni, penso, ma di chi ero innamorato? Cosa mi passava per la testa? Quale maledetto melodramma vivevo in quel periodo? All'epoca non avevo mai baciato una ragazza. Forse scrivevo quelle cose per tale motivo, ma mi sembra troppo semplice, come spiegazione.
Evidentemente, immagini di decadenza e di solitudine facevano proprio parte del mio bagaglio di bambino. Non mi stupisce che poi abbia preso una certa strada solitaria, leggendo quest'assurda e grezza poesia in prosa mi stupisco ancor meno.

Mi infilo una Camel in bocca. Oggi sono vestito completamente di nero. Mi sono pettinato, sbarbato e profumato senza un motivo valido. Per me stesso, credo. Non so perché, mi viene in mente una frase che ho sempre amato citare: “Le donne amano solo quelli che non conoscono”. È una meravigliosa e veridica frase di Lermontov, sempre lui.
Sarà per l'aderenza a questa frase che ho sempre cercato di non farmi conoscere troppo. L'incanto poi finisce, se mai c'è stato. Sin da bambino ho considerato più affascinante conoscersi poco che approfondire, e non certo per superficialità: semmai al contrario.

Ho scoperto molto presto di non aver molta voglia di attaccarmi al trenino delle conoscenze. Quando mi capitava di scoprire che una donna per la quale provavo qualcosa conosceva alcuni tra i miei amici, lasciavo perdere subito. Non sono un appassionato di collegamenti. Non ho nessun piacere nell'apprendere che A conosce B, e che io conosca entrambi, anche se con tempi e modalità diverse.
Sei del quartiere Chiaia? Allora conoscerai...
No.
Hai vissuto a Pozzuoli? Conosci dunque...
No.

Quando qualcuno mi dice, ad esempio, “sai, ho un amico che fa lo scrittore come te, forse lo conosci”, io inizio a ritrarmi, a cercare vie di fuga, non voglio nemmeno sapere di chi si sta parlando, perché so che poi farò delle libere associazioni, pericolosissime. Libere associazioni ovviamente a sottrazione, perché effettivamente non ho voglia di stipulare consorzi mentali, spirituali e altro. E trovo che il gioco delle somiglianze e delle conoscenze condivise sia anerotico, deprimente, patetico e provinciale.

Ricordo ancora una fidanzata di seconda fascia che una volta mi diede del “bastardo figlio di puttana” solo perché non avevo voluto conoscere il nome di un suo amico regista/pittore/avventuriero. Non lo volli sapere e non lo vorrei sapere nemmeno oggi, anche di più se possibile. Mi sono sempre stati sui coglioni questi uomini multitasking dall'anima finta trasparente, quasi sempre appartenenti a un mondiccio alternativo/profondo-qualunquista/democratizzante che trovo letale.

Non vedo perché dovrei interessarmi a uno che fa miliardi di chilometri per andare a fotografare un tramonto. Me ne sbatto dei suoi tramonti. Sono molto più attratto da scene urbane, da piazze di paese, da peccati di provincia, da donne sfiorite che si danno completamente nel sesso credendo di eludere la morte della carne e del piacere, sono attratto da impiegati con il vizio del gioco, mi incuriosisco di coppie rubizze e quasi analfabete che girano filmini caserecci in grandi letti matrimoniali con testiera in oro e si succhiano di tutto sotto il grande crocifisso di madreperla, non rendendosi nemmeno conto dell'oltraggio alla loro comoda e spaventata fede.
Mi attrae e mi ripugna la contraddizione dell'essere profondi e sensibili con i soldi, e per questa condizione sentirsi in diritto e in dovere di dare consigli di sopravvivenza esistenziale ai poveri. Fatevi i fatti vostri, prenotate un viaggio, comprate un libro di successo, fotografate tramonti e costruitevi una tana estetizzante da dove poter urlare che non avete più paura di vivere.
E concedeteci di leggere, di fottere, di pregare al buio, di uccidere la voglia di uccidere e di rivoluzione.

È finita. È finita completamente la voglia di una vita canonica, tranquilla, inquadrata. L'argine è slabbrato come il sesso di una vecchia professionista, il coraggio somiglia a un pessimo romanzo di cappa e spada. È finito il tempo in cui consideravo il cazzo come un marcatempo e il cuore come un segnalibro. È finita la pazienza sociale. Il tutto per il tutto, il niente per il niente.

Poi mia madre mi chiama perché ha bisogno di me, ancora. E allora mi rendo conto che sto scrivendo senza freni, come l'animale che sono, con i miei vincoli, le mie antipatie, la mia insofferenza. Non mi nascondo. Non riesco più a nascondermi da tempo. Può darsi che io lo faccia perché sono fottuto, ma anche per la ragione esattamente opposta: ovverosia che ho deciso di giocarmela fino in fondo.
E dovreste saperlo, che non si può fingere durante un arrembaggio.

È finito il giochino delle conferme. Attendere sempre conferme significa essere degli schiavi. Piacere è un gioco magnifico, ma tendenzialmente sporco e disordinato. Addirittura infantile.
È finita la mania di pulirsi l'anima attraverso le azioni mirate a spostare il problema da sotto gli occhi ad un sottoscala di disperati.
Voglio il cielo che mi piace, voglio la vita che so vivere e anche quella che mi sorprenderà, ma non dimenticherò mai di provenire da quel sottoscala che in tanti, soprattutto i sedicenti artisti, vogliono rimuovere dal vissuto e dalle probabilità. Per molti di loro pulirsi l'anima è necessario per poter avere un seguito, ma è solo un lurido gesto di affermazione e di predominio.

Io sono un osservatore. E stamattina l'ho visto, quell'orologiaio che tradisce la moglie con una domestica della zona. Parlavano fitto fitto dietro un muro, poi si sono tirati dentro la lingua ed io ero l'involontario voyeur. Ho avuto un brivido di schifo e di orrore, ma anche di curiosità narrativa. Altro che costosi tramonti del cazzo.

©Luca De Pasquale 2018

25/04/18

Umano, prima che vero



Dovrei tacere, dimenticare e tacere. Ma l'affascinante fiamma mi attira sino a che non mi precipiterò e perirò in essa, come la mosca”
Friedrich Hölderlin, “Iperione”

Per ritrovare parte del benessere, io devo dimenticare.
Dimenticare, non rimuovere. Sono due cose ben diverse.
Devo dimenticare parte della mia provenienza. Una larga parte. Devo dimenticare molto di ciò che desideravo e che ho desiderato, non importa per quanto tempo.
Devo dimenticare quello che avevo deciso tanto tempo fa circa le mie emozioni, e cioè che dovessero essere sempre pure, assolute e consequenziali. Devo dimenticare l'utopia della libertà, del cielo sgombro anche quando c'è tempesta, devo persino dimenticare quell'elementare assioma che facevo tra l'amore per la vita e quello per le persone.
Devo, e questo perché me lo devo sul serio, dimenticare la volontà di autodistruzione che mi ha guidato per anni e anni, quell'amante che ha sempre trovato troppo spazio nel mio cuore e nel mio modo di osservare l'orizzonte e il mondo che mi circondava.
Ho giocato così a lungo -e così bene- con l'autodistruzione al punto da averle conferito il ruolo di sirena e la valenza di riscatto. Il che è semplicemente mostruoso, anche se profondamente spiegabile.

Per affrontare la realtà ogni giorno devo anche dimenticare il significato di certe notti, troppo grandi per essere razionalizzate, troppo estreme nella loro bellezza per poter trovare continuità. Devo dimenticare l'arroganza di certe rivolte che nascevano solo per essere definite come tali. Nessuna rivolta ha senso, se non è orientata ad un progetto che non escluda le emozioni. Nessuna opposizione ha senso se è un atto solitario, muto e non comunicante con l'esterno. Nessun sogno ha senso se non c'è in ballo qualcosa che poi, è inevitabile, finisce per fare anche male.
La vita mi ha insegnato che amare, sognare, provare, riconoscere non sono solo verbi con valenza semantica costruttiva, sono azioni correlate all'esistenza proprio perché non escludono il dolore: lo contemplano, riuscendo addirittura a costruirci qualcosa sopra e a fianco.

Devo dimenticare la svogliatezza di lottare che mi ha preso alla gola in certe occasioni, lasciandomi ai margini della strada a guardare il cielo senza più parole, aspettando non si sa bene cosa.
Devo dimenticare tutto il tempo che ho perso contrastando la mia stessa natura, la mia voglia di smettere di fuggire; devo dimenticare tutti i rifiuti che ho imposto e mi sono imposto solo per quella malia contraddittoria di avvicinarmi a una condizione innaturale, quella di uno sciocco demone nostalgico, e tanto, della bellezza perduta.

Per andare avanti, devo dimenticare le illusioni che mi sono fatto suggerire.
Devo dimenticare le persone che ho creduto di amare solo per la paura di restare solo e di non poter sedurre il mondo dal basso, quell'emozione immensa e sporca che mi dava adrenalina, fermandosi sempre a metà del mio cuore come una freccia avvelenata. Devo dimenticare le consolazioni che mi sono costruito con la palta della sconfitta perenne. Devo dimenticare quella roba strana che mi sono detto quando sentivo di cadere, quella frase azzardata e parziale, “almeno tu sei autentico”.
Mica sono il solo a cercare di essere autentico. L'ho sempre saputo. A volte è stato rinfrancante pensarlo, ma che stolta arroganza mi prendeva per i capelli.
Chissà, forse mi piaceva pensare che l'autenticità si potesse misurare con la volontà di autodistruzione espressa. E che l'amore migliore, quello più emozionante, fosse misurabile con le pene, con il raccapriccio dell'addio, fermo sotto una luna ferita a pregare i colori per improbabili ritorni, colpi di scena, per un lieto fine che non avevo letto nemmeno nei migliori libri.

Come tutti coloro che per i più disparati motivi soffrono praticamente da sempre, mi accorgo che in potenza la mia fragilità è impressionante, un mondo inesplorato che per lunghi intervalli ho usato come cartina di tornasole per simulare forza di retromarcia e autonomia di percorso.
La mia non è autocritica, adesso. Per niente. Non c'è niente da esecrare e da rinnegare, anzi. È solo visione chiara, chiara di dolore in movimento, quindi atto di passione per il restante, l'inespresso ed il possibile.

Che fare?
Smettere di mandare corvi a profanare le chiese interiori degli altri, smetterla di attaccare quello che fa tremare solo perché diverso, smettere di darsi corda con questa storia dell'anima tormentata, alla quale tutto è concesso per empatia destinica e presunto libero arbitrio.
Non riuscirò, e forse non voglio, ad uscire del tutto dalla dimensione di uomo scorticato vivo, senza pelle, specchio d'acqua in mezzo al fuoco dei giorni, però è necessario rendersi conto di chi si è e che cammino si è scelto di fare.
Capisco che il tempo non è molto. Capisco che i sentimenti e le emozioni non sono momenti immoti ma sangue, fiumi, stelle notturne in movimento. Capisco che non ci si può accordare con la bellezza perché resti ferma ad aspettarti. Capisco anche che non si possono regalare fiori e parole a qualcosa che va oltre, che è remoto e indistruttibile, e cioè quell'arte difficile, dolente e più larga di ogni possibile addio che è il sogno associato al vivere.

Minuscolo, impolverato, in cambiamento, fragile e sveglio, scrivo queste note senza pensare mai a me stesso nell'atto di scrivere. Pagherei pedaggio mille volte nella stessa notte per evitare le strade del dolore, ma è un pensiero troppo puerile e consolatorio quello basato sugli stratagemmi per non soffrire.
Non mi resta che dimenticare quello che devo dimenticare per crescere senza un'ombra andata via, senza il mio sorriso indulgente allo specchio, senza la vanità indegna della scrittura, in cui pure sono cascato tante volte per confermarmi in vita e non in morte.
Non mi importa nulla di chi io sia e cosa otterrò interpretandomi fedelmente. Non mi importa del mio nome, non devo studiare quali labbra lo pronunceranno e chi vorrà tenerlo a mente, non importa la percezione che ho di me stesso. Mi importa essere umano. Se sono umano, non c'è bisogno che io mi preoccupi di essere vero.
Mi importa, e molto, dismettere i panni usati e comodi dello spirito inquieto, che mi servivano per attrarre falene e maledizioni a tempo. Mi importa conservare gli occhi, non perdere la capacità di sguardo, non smarrire il desiderio del giorno dopo, non insultarmi con l'impazienza e la commozione facile per le sventure annunciate. Mi importa scrivere e non morire. Mi importa amare, per non oltraggiare troppo quello che ho dentro.
Mi importa, infine, distruggere tutti quei sogni sbagliati che scambiavo per culle, per indistruttibile origine del vivere contro senza il senso dell'umanità.

©Luca De Pasquale 2018

23/04/18

Mi leggi ancora? Forse non dovresti leggermi più.


Quando ho deciso di aprire questo blog, alla fine del 2009, mi trovavo in una fase difficile della mia vita, fatta di rivoluzioni, abitudini stravolte, nuove consapevolezze. Dati importanti per quanto affermo, nel 2009 avevo trentasette anni e da sei lavoravo nella grande distribuzione. Avevo pubblicato il mio primo libro nel 2004 e avevo partecipato a tre antologie collettive (o collettanee, come diceva un mio collega scrittore di rara antipatia).

Mi si diceva, allora, che avrei potuto spiccare un notevole balzo in avanti nella mia carriera letteraria, che m aveva visto bazzicare dignitosamente tra le retrovie della notorietà. Solo che io non ci credevo affatto e mi sembrava pure che non mi andasse per niente. Lo so, è quasi incredibile, assurdo a spiegarsi.
Perché provenivo da un mondo interiore -e anche pragmatico- che con le squisitezze letterarie in salsa commerciale aveva poco a che spartire.
Non mi andava di diventare, questo vedevo in nuce tra le altre ipotesi papabili, il solito scrittore di sinistra/coscienza critica/grillo parlante/riscopritore di emozioni civili e lotte. E nemmeno un qualsiasi giallista epigono di chi non volevo assolutamente epigonare. Neanche per sbaglio. Per non parlare dei brillanti nuovi scrittori, all'incirca dieci anni fissi meno di me, che pure mi erano sembrati simpatici all'inizio per poi risultarmi indigesti e insopportabili nella loro smodata ed arrogante ambizione.
Insomma, senza girarci attorno, il mondo editoriale iniziava a farmi piuttosto schifo: almeno quello che conoscevo io, quello cittadino. Tra editori, scrittori e addetti ai lavori a stento ne salvavo due o tre. A dire tanto.

Oltretutto, il lavoro mi assorbiva molto più di metà giornata e mi sembrava assurdo continuare a scrivere di notte, occhiaie da onanista in pectore e asma da tabagista kamikaze, per scrivere dei libri a bassa tiratura che avrei dovuto propalare in prima persona come un maledetto piazzista. Ho sempre detestato l'autopromozione e sapevo di non possedere il minimo talento per quella bisogna. Quando mi parlavano di “sogno della scrittura” o di “progetto di costruzione del personaggio” mi veniva la nausea e non capivo neanche cosa di preciso mi stessero consigliando. Vedevo invece sbattersi e osare la maggior parte dei miei colleghi di penna. Si badi, non li stigmatizzavo affatto, ad ognuno le sue scelte: solo che non intendevo procedere in quel modo.
Il mio improvviso abbandono delle scene cittadine di creatività mi procurò il vuoto attorno e forse anche una parziale derisione. La mia riluttanza a presentare materiale nuovo a editori ed agenti venne interpretata come arroganza da torre d'avorio; e io non mi affannai a convincere nessuno del contrario.
Scrivi un libro su Napoli o ambientato a Napoli”.
Col cazzo.
Scrivi una storia divertente, hai dimostrato di esserne capace”.
Lo so che ne sono capace, ma non mi interessa. Non mi metto a scrivere roba che non sento per qualche copia in più e per intrecciare relazioni utili.
Sei poco furbo”
Esatto, sono sempre stato poco furbo. E allora? Per chi è un problema, se non per me stesso? Ho sempre pagato tutto in prima persona e senza sconti.

E così, nei primi mesi del 2010 iniziai a far filare il mio blog verso quelle che ritenevo zone di assoluta libertà espressiva e personale. Nient'altro. Nessuna affiliazione con altri scrittori, collettivi. Sempre stato una bestia solitaria.
Qualcuno, tra i miei amici e conoscenti, pensò che la mia decisione di gestire un blog “intimo” (???) dipendesse dalla voglia di conoscere e sedurre donne. Stimo molto l'intelligenza femminile e non da ora, non ho mai pensato che un blog potesse funzionare come fluffer emozionale e come afrodisiaco decadente; erano pazzi quelli che formulavano quest'ipotesi strisciante e plebea. E poi, seppure, l'entusiasmo per un solitario a mezza strada tra fantasmi, incazzature e abissi dura meno di una serata intima, questo è più che noto. Esistono tanti altri modi per scaldare il cuore a un'utopia, non c'è bisogno di gestire un blog.

Qualcuno arrivò anche a dirmi che non credevo davvero nei miei mezzi, prendendo una cantonata colossale cui, come mio costume, mi opposi solo debolmente, più che altro per inerzia.
La mia era nausea allo stato puro. Mi accorgevo, e soffrivo per questo, di non tenerci per niente a diventare uno scrittore di un qualche successo. E quindi mi chiedevo: “Ma in cosa vuoi avere successo, allora?”
Escludendo la mia folle passione per il basso, la risposta era semplice e devastante: in niente, grazie lo stesso.
Desideravo i bassifondi. Desideravo le austere emozioni delle rinunce, l'estenuante gioco dell'amore a fisarmonica destinato ad esplodermi nelle mani e nell'esatto centro di tutte le restanti notti della mia vita.

Gestire autarchicamente un blog virato al nero mi consentiva di non avere addosso pressioni di alcun tipo e di non rischiare di fare, per giunta malissimo, il piazzista di me stesso e delle mie parole.
Stamattina ho pensato che sono otto anni che questo blog va avanti. Mi è venuta spesso voglia di chiuderlo. Ci ho pensato seriamente e con quella severità inoppugnabile e stralunata che contraddistingue tutto quello che mi muove dentro, espugnandomi puntualmente.
Qualche volta l'ho anche disprezzato, questo “Fumo, inchiostro e basso”. Mi dicevo che non andava da nessuna parte. Che non mi offriva la possibilità di emergere. Erano appunti controproducenti, perché ero conscio che lo avevo aperto proprio (e anche) per evitare una parziale emersione, e per mettere alla prova la mia voglia di fare a modo mio, beninteso senza masturbarmi troppo.
Un'amica mi disse qualche anno fa: “La tua scelta di confinarti in un blog è controproducente e poco fruttuosa”.
Io le sorrisi dolcemente e le dissi che non mi confinavo affatto, anzi mi allargavo. E che questo blog mi sarebbe servito a smetterla di cercare confini, amori confinanti ai miei confini, dogane esistenziali, dazi atavici, limitazioni di convenienza spirituale, eccetera.
La mia era umiltà personale che finiva per risultare spocchia e alterigia intellettuale. Comico e tragicamente grottesco, ma non riuscivo in alcun modo ad evitarlo.

Sono tornato alla carta rilegata nel 2016, e ho provato un altro tipo di disgusto e di insaziabile fastidio. E pensare che non avevo neanche tanta voglia di farlo. Certamente non avevo la minima voglia di andare in giro con il mio libro in mano e con una gran faccia da cazzo semi-eretto a citare brani di me stesso, lo spezzatino della mia rabbia, il Bignami scompaginato della mia marginale provvisorietà.
Non capisco proprio quelli che sono felici di trovare il loro nome sulla copertina di un libro, senza guadagnarci niente, dovendo pure farsi il culo per far arricchire gli editori o i simil tali. Non appartengo a questa fazione esistenziale. Non solo non pago un centesimo per contribuire alla stampa, quando poi non mi assoggetto alle regole più insulse della piacioneria “pro domo mia”.
Quello che scrivo può anche non piacere, è legittimo ed anche opportuno ideologicamente per le tanti parti avverse, ma non può essere trattato come un giochetto di autostima che porti il mio volto annoiato in salette di librerie, a minimizzare la rabbia che mi guida, l'ammutinamento che mi domina, il fuoco immenso ed inutile del troppo amore non riconosciuto che continua a non farmi dormire di notte.

Non giocherò mai allo scrittore comunista con reddito borghese. Quella è roba per allegri e venduti. Non giocherò nemmeno allo scrittore dannato, che oggi è mercimonio tanto aristocratico quanto impraticabile, perché sono pure astemio, non mi drogo e non vado a farmelo succhiare da gente disperata nei cessi della stazione. Soprattutto, cerco di non succhiarmelo da solo, perché non mi piacerebbe e non mi porterebbe alcun arricchimento interiore.

Otto anni di questo blog. È tanto.
Potrei distruggerlo domani. Di me non resterebbe traccia on line, se non come intervistatore di bassisti e recensore. Sarebbe una scelta violenta, non sarebbe la prima della mia vita. Ma, in verità, non ne ho nessuna voglia, di ucciderlo. Alcune note non le rileggerei mai neanche sotto olio di ricino, perché mi ricordano quello che provavo per persone, emozioni e contesti che sono stati smembrati e ridicolizzati dal tempo e dalla crudeltà del giorno dopo.

Molti dei miei vecchi lettori non mi leggono più. Ed è giusto. C'è stato un ricambio e questo vuol dire vita che sconfigge la morte e anche certe mie asperità tenebrose che non ricuso. Sono convinto che alcuni non dovrebbero più leggermi, per tutta una serie di motivi. Il più rilevante è legato al fatto che alcuni lettori vedono in quel che scrivo la volontà di un percorso che mi porti a dei risultati concreti, foss'anche dopo mille tormenti. Profondamente sbagliato. Questo blog non è la Tachipirina e neanche un santone vestito di viola che dirige le mie emozioni verso una rinascita. Questo blog non sono nemmeno io, anzi. So che questo blog è sottosuolo che sogna solo di diventare onde, che cerca di sconfiggere, con armi spesso spuntate e inefficaci, il senso di morte che mutila e dilania tutti coloro che, nel loro piccolo, hanno giocato a fare Prometeo e hanno tentato di rubare il fuoco a una distesa di tenebre senza redenzione.

Mi sono arreso ai miei infiniti sbagli. Ai miei errori di valutazione. Alle mie passioni equivoche e basate su specchi rotti. Al puerile e scartato sogno di essere l'avamposto di me stesso al cospetto di demoni abili con le ombre cinesi. Mi sono arreso all'amore che non ho saputo dare, a quello che non ho saputo leggere ed identificare, mi sono arreso anche ai libri che non ho scritto e ultimamente ho alzato bandiera bianca alle frontiere di una pace che si annuncia da decenni e non arriva mai.
Mi sono arreso ad emozioni incoerenti, che non ero pronto ad accogliere, pur desiderandole fortemente. Mi sono arreso alla volgare discrepanza tra i miei sogni romantici e una realtà in cui se non ti muovi e non fai non conti nemmeno per il tuo respiro di notte.
Però mi sono arreso anche alla scrittura, come mi arrenderei ad un amore non trascrivibile, ed allora non chiudo il blog, continuo a scrivere.
Torneranno le fiere, le streghe, le fate distanti, le madri di porcellana, le mani del vuoto sul mio poco, tutto torna e tutto è marea per un uomo che scrive.
Torneranno e mi troveranno, fuori moda e titanico per gioco, a leggere Lermontov. Meglio di una corazza, meglio di una vera resa senza coraggio.

©Luca De Pasquale 2018

22/04/18

Cronache di possibili assenze


Decido di sbagliare apposta pantaloni e scarpe, stamattina.
Quindi non mi piaccio, come desideravo.
Non li indosso, ma è come se avessi addosso occhiali di sole giganteschi.
Percorro la strada che mi divide dal bar pensando a quante altre volte la farò: duecento? No, forse centoventi.
Mi accorgo sempre più che proprio non riesco a sacralizzare i luoghi, non fa parte del mio modo di sentirmi presente al mondo. Sono altre le percezioni che mi prendono al collo e al cuore.
È puntuale che io resti interdetto quando mi parlano con trasporto di luoghi del cuore, di mete che in qualche modo rappresentano un ponte, una boa, un punto fisso. Non che questa cosa mi faccia soffrire troppo: so che dipende dal mio sentirmi sempre e comunque in transito, mai fermo. La sindrome del commesso viaggiatore con tre sorrisi conservati nel portafogli e nessuna voglia di parlare del prima, dell'antico.
I luoghi sono per me come camere d'albergo; a volte non mi accorgo nemmeno di esserci già stato. Però sono capace di riconoscere un profumo, un'idea, un patto silente, il lampo di uno sguardo, meglio ancora se di delusione e di impossibilità. Così sono fatto e non starò lì a criminalizzarmi per non aver aggiornato il sistema sul bello fisso.

Nel bar si parla di calcio. C'è una bambina molto piccola e gli adulti cacciano fuori voci stupide e vezzeggiativi ridicoli. Non partecipo e non riesco ad intenerirmi. Potrei farlo per la bambina, ma gli adulti mi nauseano abbastanza. La radio manda una canzone de Le Vibrazioni che si intitola “Apri gli occhi”, tratta dal loro ultimo album. Il pezzo è bello e il giro di basso è importante. Mica ho la puzza sotto il naso e anche alcune vecchie canzoni della band mi erano piaciute. Qui Francesco Sarcina canta tra l'altro “Si sa che esser nudi a letto è più facile dell'esser sinceri”, sarà pure un'affermazione ovvia ma proprio per questo è verissima.
Non vedo l'ora di uscire dal locale, perché gli strilletti per le piroette della bambina sono diventati insopportabili, c'è una caciara tremenda. Mi mancano quei caffè alle sei del mattino in mezzo a gente assonnata e silenziosa, avventori complici accomunati dal principio di gentile non conoscenza. Qui fanno troppe domande e anche troppi commenti. E io non riesco a celare il mio educato disappunto, rispondendo vagamente, a morsi vuoti, strizzando gli occhi come un miope svogliato.

È una vita che fatico a rispondere a domande inerziali e oziose.
Quando non rispondo, sembra che io stia commettendo un delitto sociale.
Quando lo faccio, allora la mia risposta non basta mai e si finisce per costruirle addosso un mondo di servizio che non comunica con quanto appena spiegato. L'effetto è spesso comico e spiazzante.

Stanotte ho sognato che gestivo un'edicola notturna accanto ad un lago. Sono passate di moda le edicole notturne e sono passato di moda anche io, per fortuna. Non sento più addosso quell'obbligo di seduzione e compiacimento che mi ha imprigionato per più di mezza vita. Se pure mi capita di limarmi e modificarmi per un risultato veloce di consenso, finisco poi con l'ignorarmi e prendermi in giro. Non ci avrei mai sperato: il problema semmai è che ci sono arrivato attraverso il dolore e non con quell'esplosione di saggezza adulta che in molti mi preconizzavano per puro buon senso generico.

È vero, non mi affeziono mai troppo ai luoghi e alle strade. Però di ogni strada catturo un momento, uno scorcio, l'attimo mancante tra l'istante e il possibile. Quando capisco cosa una strada conserva e nasconde, sono già altrove e allora scatta l'istinto del ricordo da costruire e della narrazione di ciò che in quella strada non è avvenuto e non avverrà. O forse è avvenuto dentro di me. Cronache di possibili assenze. Questa roba mi piace molto e finisco con l'ubriacarmene spesso. Un vizio, un vezzo, una necessità? Nessuna delle tre ipotesi.
Forse, mi piace pensare, è solo la risacca delle onde che si avvicinano inconsapevoli, si uniscono senza troppo clamore nella conclusione di un percorso eterno e sempre differente, non hanno un nome da confessarsi e un futuro da promettersi. Onde che incontrandosi si sussurrano la prossima, possibile assenza.
C'è tanta inutile bellezza nel girarsi con quel lievissimo ritardo che innesca il sommovimento creativo del rimpianto controllato. Ma è vita, e come tale ha un suo preciso senso, pur contenendo il no come dolce saluto, sobrio inchino notturno all'imprecisione chirurgica del futuro.

©Luca De Pasquale 2018

20/04/18

Blu comando stellare


Da bambino parlavo molto ed ero disinvolto, un po' con tutti.
I miei genitori ricevevano molti complimenti per la mia precoce proprietà di linguaggio, che poi non era affatto precoce. È che leggevo tantissimo, tutto qui.
Parlavo, interloquivo, certo: però non esprimevo mai un desiderio. Mai.
Conservavo ogni desiderio dentro, ignoto a tutti fuorché a me, e compilavo idealmente la lista di tutte le voglie da realizzare con il tempo e la forza di volontà.
Non esprimevo i miei desideri perché pensavo che comunicandoli li avrei prima rovinati e poi definitivamente invalidati. In parte è così ancora oggi. Solo su carta riesco a far balenare tracce degli istinti reali, degli impulsi non trattenuti, delle carte nautiche ancora non sabotate. So di essere più a mio agio con le rovine che con le poche cattedrali che giocoforza gestisco nella distesa deserta di quella materia ambigua nomenclata esperienza.
Tra le rovine ho lo scettro, sono il viandante che domina la scena.
Di fronte ai desideri, invece, sono condannato ad essere uno dei tanti, timido, assediato dalla paura del naufragio, dalla stramba sensazione che volendo troppo mi costringerò a guardare il mio destino di spalle.

Taccio i miei desideri per riserbo, silenzio le mie sicurezze acquisite per decenza. Umile, ferito nei punti strategici e bello per breve scommessa, mi siedo e scrivo. Osservo, ascolto, analizzo quello che trattengo e anche quello che vedo chiaramente fuggire.
Sono sicuro di non aver utilizzato la parola “vorrei” per molto tempo, non ho comunicato sinceramente desideri in giro, solo supposizioni, solo frammenti con un odore, che comunque hanno inciso -e non poco- sullo svolgimento recente della mia vita.

Thomas Bernhard scriveva lucidamente: “La mia vita è fatta di tentativi per non essere scoperto”. So cosa significa. Parzialmente, solo parzialmente, so cosa riesco a nascondere e cosa no. Associo da sempre a ogni mio desiderio un colore, ma mi ostino a comunicare e scrivere quelli che virano verso le tinte che realmente padroneggio, il blu elettrico, il blu notte, il viola, l'ametista, l'antracite, il blu comando stellare, il blu oltremare, l'indaco, l'avio.
Gli altri colori sono presenti tanto nei miei occhi che nella mia coscienza, ma quando devo legarli ai desideri li rendo muti. In questo modo, per ovvio paradosso, diventano ancora più affascinanti e dolorosi, ma non riesco a comunicarli. Preferisco forse viverli negli occhi degli altri. Preferisco che me ne parlino, che me li raccontino. Come se fossi cieco.
Il ricordo dei miei lutti, delle persone che ho perso, è di color fuliggine stemperata, bistro.
La mia idea dell'amore è color fiore di granturco. È un colore bellissimo, che chiaramente non padroneggio.
Il desiderio di pace che ho e che mi massacra a giorni alterni è color rosso Falun. Un colore che osservo e che non riesco a conoscere sul serio.
Le emozioni che mi spaventano perché promettono troppo, quelle sono color terra d'ombra bruciata. Non ho mai scritto di quello che sento per i desideri color terra d'ombra bruciata. Quindi so essere un vigliacco quando serve. Vigliacco per mantenere il controllo: è un vecchio alibi che funziona bene al risveglio e quando vuoi sussurrarti di essere cresciuto.
I giorni che sto vivendo sono color uovo di pettirosso, un colore di cui non conoscevo l'esistenza e che non è ancora entrato nel mio linguaggio emotivo, per cui sono silenzioso e osservo, studiando in quali zone libere del mio petto spingere le nuove nozioni.
Una cosa è certa: posso controllare poco, posso tentare molto.

Non capirò mai quelli che credono di aver capito tutto. Non capirò mai come si possa concludere un discorso sostenendo di avere il pieno controllo di quanto detto, analizzato, ascoltato. Ogni incontro comunicativo è un ponte tra ombre e false rifrazioni, ci vuole coraggio per pensare di aver compreso e di sapere per giunta come muoversi poi.
Chi cerca definizioni per l'amore e per la libertà è, a mio avviso, completamente pazzo e fuori strada.
Devo continuare a rubare colori in giro e anche dentro di me, nel mio stagno in affitto con le finestre di fulmini, devo acquisire il coraggio necessario a dare voce anche all'inammissibile.

Taccio i miei desideri perché devo ancora imparare. Del resto, mi sembra di non aver mai parlato davanti al mare. Mai. Il mare mi chiede sempre di stare zitto e per convincermi mi bacia, quel bacio velocissimo che è un'informazione necessaria per me, “io sono quello da cui provieni e solo dentro di me imparerai a parlare di quel che vuoi”.
Anche quest'anno, quindi, non scriverò un giallo metropolitano. Del resto, le coordinate sarebbero troppo prevedibili: il mio poliziotto dolente sarebbe un uomo della notte, innamorato di una donna che non lo sa, amante di musica che non si trova e di libri che non si stampano, perso dietro la stella cometa di una felicità che sin da bambino sembrava disegnata nel cielo degli adulti solo per farmi dormire.

©Luca De Pasquale 2018