13/03/18

Prendilo in berta e gaggalo


Tranne il culo e le mie stesse parole, nella mia vita ho venduto di tutto e, alla fine, tutto. Me ne intendo di trattative, piane o penose, deprimenti o fantasiose. Le compravendite sono state di casa per me sin dai primi giorni della tarda adolescenza; conosco bene le tecniche di depauperazione dell'oggetto da aggiudicarsi, il finto tono franco e onesto, le patetiche suggestioni ben studiate che vogliono il compratore mettersi dalla parte di chi vende, simulando di trovarsi anche lui nella condizione di poter comprare poco e nulla.
Quando mi sono fatto fottere o cuocere a puntino, significava che ero nella condizione -lucida e controllata- di dovermi far fottere per necessità. Per facilitare la velocità di vendite dolorose, ho spesso finto di essere un fesso, un tordo e uno sprovveduto. Guardavo solo alle banconote che l'avvoltoio di turno aveva portato con sé, ovviamente sperando di risparmiarne qualcuna.

Ho sempre assorbito il colpo di certe vendite necessarie. Cercavo di dimenticare in fretta e di guardare avanti. Perché vendevo? Per conoscere.
Tranne il culo, ho venduto di tutto pur di poter continuare a comprare dischi e libri. Anche quando non avevo nemmeno i soldi per le bollette e per riparare lo scaldabagno che la stronza della proprietaria del monolocale voleva addibitare solo a me, facevo in modo che ci uscisse qualche libro e qualche disco. Era come mettere il pane a tavola. Lo è ancora adesso.

Una volta, nel miglior monolocale che ho abitato venne una specie di gagà tutto sudato che fece incetta, sudando copiosamente e schiumando un po' agli angoli della bocca, di alcuni tra i migliori cd solisti di bassisti che possedevo. Ne prese due di Phil Lynott dei Thin Lizzy, quello di Alan Lancaster degli Status Quo, Tiran Porter dei Doobie Brothers, Bruce Foxton (The Jam), Geezer (Black Sabbath), Randy Meisner (Eagles)... man mano che accumulava cd predati sul mio tavolo Ikea difettoso, il tizio distillava nuove gocce di sudore e ansava pesantemente. Per qualche istante, ebbi addirittura il timore che potesse avere una polluzione durante quelle delicate operazioni.
Avevo voglia di prenderlo a calci e di dirgli la mia verità scostumata: “Senti stronzo, tu non capisci nulla di basso. Perché compri questi cd? Per smania del possesso? Li ascolterai fino a notte tirandoti delle raspette, pugnettaro? Confessalo. Confessalo, almeno...”
Alla fine ne prese una ventina e poggiò sul tavolo Ikea difettoso 300 euro, che erano quasi più bagnati della sua fronte. Simulai indifferenza e cordialità, ma appena chiusi la porta mi avventai come un rapace sulle madide banconote e divisai subito il loro strategico utilizzo: una stecca di Camel Lights, tutte le ristampe giapponesi di Jack Bruce, un raro vinile di Bugsy Maugh e uno di Tim Bogert, la ristampa Akarma di Bruce Palmer dei Buffalo Springfield, la bolletta della luce già scaduta e cinque passaggi in trattoria nelle pause del lavoro. Sapevo benissimo che comunque avrei rimpianto quei venti pezzi vita natural durante o quasi. Tant'è, che passati due minuti iniziai a urlare sotto lo sguardo stupefatto della gatta: “PENSI DI AVERMI FOTTUTO, CANE? NON È COSÌ, CANE DI FOGNA! PRENDILO IN BERTA, HAI COMPRESO? PRENDITELO IN BERTA E GAGGALO, COGLIONE! GAGGALO, GAGGALO, CAPISCI?”
Mentre mi scatenavo, bussarono alla porta. Aprii con cautela. Era ancora lui, il cane sudato. Mi guardava con un'espressione da ladro pentito.
Perdonami... prima che me ne vado... scusami, non è che potresti vendermi anche il vinile di John Lodge dei Moody Blues?”
Lo guardai con profondo disprezzo e gli scaraventai quasi il vinile in faccia, per altri quindici euro con cui avrei fatto la spesa sotto casa. I pensieri oltraggiosi, richiusa nuovamente la porta, si moltiplicarono, ma stavolta non urlai, mi limitai a sparare a volume indecoroso “Black Cat Moan” di Beck, Bogert&Appice, con quell'attacco di basso di Tim Bogert da infarto.

Molti anni prima, per acquistare dei vinili di Jack Bruce e una copia molto rara di “Twins” di Jaco Pastorius, avevo preso l'iniziativa di vendere un vecchio televisore in bianco e nero appartenuto a mio nonno. L'apparecchio non si vedeva quasi più ed era enorme. Oggi entrerebbe di buon diritto nell'oggettistica vintage più prelibata, ma all'epoca non pensavo ad altro che a Jack e Jaco e non avevo una lira in tasca. Feci entrare in casa, alla controra, un tizio untuoso che parlava solo in napoletano, il quale aveva risposto al mio annuncio su Bric à Brac. La trattativa fu brevissima e disgustosa, riuscii a farmi trentamila lire, mentre mio padre nel corridoio faceva sentire tutta la sua insofferenza, non rispondendo neanche al saluto dell'uomo, che pure aveva intravisto all'ingresso.
Dopo la vendita, mio padre mi raggiunse nello studio. Il suo sguardo era severo e seccato: “Luca, non far entrare mai più questi soggetti in casa, è uno schifo, te lo dico una sola volta: mai più”.
Adesso potrei rispondergli con dolcezza: magari papà, magari. Quella volta non risposi, tutto felice delle trentamila lire fruscianti che mi promettevano nuove e affidabili basse frequenze sovrumane, Jack Bruce e Jaco, cosa potevo volere di più e che cazzo me ne fregava di un vecchio televisore?

E così, sono cresciuto con il rock and roll e con un temperamento borderline che mi ha spinto a dare poco valore ad oggetti che invece vedevo solo come un viatico commerciale per arrivare a nuove conoscenze musicali e letterarie. Un approccio incomprensibile ai più e che mi ha procurato non poche grane, soprattutto con alcune delle mie prime ragazze, le quali -ma dalla loro ottica capivo lo spaesamento- non comprendevano uno che si rifiutava di spendere i suoi pochi soldi nelle pizzerie e nelle discoteche pur di comprarsi dischi e libri. Diventato adulto, qualche volta questo mio modo tetragono e devoto di agire mi ha addirittura precluso delle relazioni, ma io ero sincero fino al masochismo; segnalavo infatti che prendendo me avrebbero preso anche i miei dischi, i miei libri e la mia smania di andare sempre oltre il visibile e il conosciuto. Negando questo aspetto di me, avrei negato la mia anima e questa non è un'esagerazione.

Di qui a passare per un nerd maniaco però ne scorreva. Non sono mai stato un accumulatore, uno di quei palloni gonfiati che ti accolgono a casa loro e la prima cosa che ti mostrano, sapendo di impressionarti e di farti mangiare un po' di limone aspro, è la loro discografia o la loro fornitissima biblioteca o entrambe. Quasi sempre entrambe. Non mi sono mai sentito inferiore o sfortunato rispetto ai collezionisti. Non mi sono mai piaciute le gare a chi ha di più, e persino da ragazzo non gradivo -pur difendendomi- la classica competizione da doccia post-partita, in cui centimetro alla mano si stabiliva chi fosse Il Signore Della Fetta Lunga del team.
Ho sempre reputato la conoscenza (possibilmente profonda) e le emozioni molto più importanti di ogni tipo di accumulo. Per capirci, non ha nessun senso viaggiare per l'intero globo se poi sei uno che non si fa domande e che accumula solo maledetti souvenir e che passa il tempo a mostrare foto esotiche ai coglioni di turno. Allo stesso modo, non serve a nulla essere un grande amatore se oltre a scopare non fai altro che non sia fisico, di anima, di respiro, di fusione oltre i corpi. Ecco perché ho sempre disprezzato i vacui playboy de noantri. Se scrivi libri di successo e se vendi musica di consumo, ma non cresci mai dentro e non fai altro che masturbarti in potenza di te stesso, vali meno della merda e io non ti rispetto neanche un po'. Questo è il mio radicato e immodificabile pensiero sulla questione.

Ho da poco recuperato tutti i dischi di Glenn Hughes, indimenticato bassista e cantante di Trapeze e Deep Purple (nella loro incredibile fase funky), che avevo nelle prime edizioni e dovetti vendere per arrivare a saldare un debito imbarazzante, qualche annetto fa. La Purple Records, tramite fantastica distribuzione della gloriosa Cherry Red, ne ha ristampati sette con aggiunta di bonus tracks, in eleganti confezione bardate di viola. Un tripudio per me, dunque. Per potermeli permettere, ho venduto romanzi, altri dischi, persino un oggetto di casa. In fondo, il cane dell'inferno non ha mai smesso di mordersi la coda e a volte neanche ci credo, di trovarmi a quattro anni dai cinquanta con la stessa curiosità, anche se un po' ferita e tormentata, di quando ero ragazzino.
E pensare che hanno cercato di cambiarmi e guarirmi con proposte di viaggi in Kenia, in lande selvagge, a contatto con una natura presuntamente incontaminata ma sempre pagata a caro prezzo e con tasche capienti. No, non fa per me. Meglio in sacco a pelo a Foligno, il cuore gonfio e il domani sospeso tra due mostri marini, con il maremoto in mezzo a coccolare le occasionali speranze della calma.
Un viaggio in Kenia nelle mie condizioni è un atto immorale e sciocco; i dischi di Glenn Hughes invece vanno benissimo, è rock and roll. Saranno anche passioni da perdente, come mi disse una donna inferocita qualche lustro addietro, però quello che è rimasto giovane sono io, non i Bruce Chatwin in sospensorio o gli scrittori con la panza che narrano di fiori pensando solo alla vagina e al conto in banca. E non sono rimasti giovani nemmeno gli spasimanti erboristi animisti rabdomanti peltasti e pantografi che affollavano il mondo della mia noia fino a poco tempo fa. Potrò anche morire presto e dimenticato, ma un po' di polvere di Dorian Gray me la sono giocata bene.

©Luca De Pasquale 2018

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