08/03/18

Le verità si dicono di notte


Una volta lessi in un romanzo che quando ti piove dentro sei più bello. Secondo questo assunto, dovrei essere un uomo bellissimo, da molto tempo.
Si leggono tante cose nei romanzi, che uno cerca puntualmente di cucirsi addosso su misura, fino all’ultima piega della più piccola cicatrice.
Non succede solo con i romanzi. Succede anche con le persone. Le cerchiamo per vestirle di noi, delle nostre necessità e, perché no?, della nostra smisurata voglia di rifiorire in qualche modo.
Un meccanismo perverso che cerco di evitare dalla notte dei tempi. Perché il rischio di essere stupidi, in questi casi, è altissimo. Sento di prediligere il cinismo, non mi perdonerei una miopia, uno svolazzo, non mi permetterei una consolazione sconosciuta al mio cuore/rovo.
Non ho permesso alla religione di sistemarmi in un percorso di speranze e nonsense punitivi, non lo consento –a maggior ragione- ad altri esseri umani. Non sento il bisogno che qualcuno mi indichi il più vicino punto luce. Certe preghiere fanno solo paura, come certe illusioni con le spine.
Cerco di essere razionale anche se so di essere un pazzo e un rompicollo. Sembra una contraddizione. Mi lascio andare nella scrittura, nei pensieri, nei sogni, mai nello spostamento da un miraggio all’altro. Trovo che i miraggi siano roba spaventosa e ingiustificabile.
Non cerco madri negli occhi degli altri. Non cerco il senso di familiarità negli abbracci, nelle telefonate, nel sesso, nelle conversazioni. I confronti migliori avvengono negli specchi rotti. Quelli più sinceri, intendo.
Le verità più scomode si dicono di notte. E se non si dicono, ci pensano gli sguardi a raccontare tutto e di più. Non leggo libri per stare bene, questo indegno equivoco di lettura che si propaga come un virus di dabbenaggine e timidezza verso le proprie scissioni interiori.
Non ascolto musica per guarire. Da cosa dovrei guarire?
Non stringo amicizie per poter contare su qualcuno che apra il paracadute al mio posto.
Non scrivo per farmi dire che sono bravo, efficace, comunicativo. Non scrivo per insegnare, per suggerire, per farmi parabola, ipotesi, teorema, spiaggia di riserva. Forse scrivo perché so che morirò. Non è vero che tutti sanno di dover morire. Molti non lo sentono come fatto urgente, come scintilla. Io sì. La fine per me è come un mobile dove ho appeso i miei abiti. È a portata di mano, ci convivo. È vitalismo anche questo e anche se ai benpensanti non piace è comunque una parte scomoda e non confutabile della mia verità personale.

Sono giorni e giorni che giro per la città più di sera che di mattina, mi nutro delle luci artificiali, soprattutto se confliggono con i cieli scuri di questo periodo. Mi guardo intorno come se non conoscessi affatto la mia città. Guardo i balconi, le fioriere, gli ingressi dei negozi, gli oggetti che si intravedono nelle finestre illuminate delle case: lampade, divani, sedie, persone appoggiate ai vetri, tricicli di bambini, palloni. Tutto mi è estraneo e tutto mi coinvolge. Come le persone.
Non mi piacerebbe partecipare a una festa nostalgica di compagni di classe. Di parenti. Di vecchi amici di università. Non sento nostalgia e non desidero rinsaldare rapporti disciolti come aria pigra. Credo di aver bruciato tutto quello che dovevo bruciare, tutto quello che mi serviva bruciare. Ricomincio da uno zero e qualche mollica. Ricomincio dalle mie canzoni e dal vento della sera, quel tipo di sere che svuotano le strade e anche la memoria.
Ascolto “Children of the sun” dei Dead Can Dance e mi chiedo quanta roba ho ancora da bruciare. Sono stufo di una memoria che somiglia a una vecchia puttana sfatta e lucida, rossetto sulle labbra rovinate, mani adunche a vellicare fantasmi di sesso e di sciocchezze ottimistiche sulla durata del piacere della seduzione. La seduzione, ammesso che sia entità esistente e individuabile, è un lampo, un brivido. Dopo, si crepa sempre di cinismo, hanno voglia a dire quei gagà dementi che giocano a fare i Bryan Ferry di quartiere. La seduzione compartecipa sempre di qualche dolore, e quando è una strada sbarrata è anche peggio, è una provocazione, un bicchiere di vino tossico all’inizio di una notte bianca e agitata.

Per anni ho preso atto di una memoria selettiva, crudele. Una puttana che mi intralciava il domani, l’oggi e forse l’altroieri. Una puttana che, come ogni meravigliosa creatura di malaffare, faceva sentire me il suo lenone, il suo portatore insano, dietro una faccetta di ragazzo per bene stordito dai maremoti. E così ho fatto ricorso al fuoco, ho cercato di bruciare tonnellate di carta da cuore, ho bruciato la mia storia a pelo d’acqua, come un illusionismo, coraggio titanico quanto inutile.
Ho bruciato i giochi della puttana e parzialmente me stesso. Forse oggi mi guardo tanto attorno perché dentro ho meno roba che mi sbarra la strada dello sguardo, può darsi. Tutto va bene, purché non sia illusione, trucco guaritore, restauro dell’indimenticabile passato sbagliato, il troneggiante alibi nelle nostre vite.

Ogni tanto qualcuno mi informa che si è innamorato. Che ha scritto un libro. Che ha trovato un lavoro migliore. Che ha tradito, ma ha goduto sul serio. Che si è iscritto a qualche maldestra associazione specializzata goffamente in miglioria spirituale. Io sorrido sempre. Come un ebete, senza una parola. Forse emetto dei versi di assenso, che per fortuna non percepisco. Quando mi dicono queste cose, finisco con il chiedermi quanto il mio interlocutore abbia incendiato dentro per liberare spazio. Poi non mi rispondo, mi mando a quel paese, continuo a sorridere come un ebete.
Non sono fatti miei. Non è il mio percorso. Io miglioro solo quando scendo a patti con il vuoto e mi industrio. Non mi posso stampare un sole in petto e inventarmi qualche hobby risolutore. Non funziona, lo so. Qui funziona invece sparigliare, raccogliere gli stracci e incendiare il mare. Più o meno. Funziona ricordare come si comportava la mia memoria fino a poco tempo fa, come una geisha da due soldi, truccata e provocante, disinibita e stronza fino a farmi venire ogni volta addosso, come un adolescente, come un coglione. Ricordare le emozioni per abbracciare il nero. Davvero roba da puttane e da idioti. Ricordare i desideri impossibili per struggersi meglio. Roba da canzonette insulse. Ricordare le speranze infrante per accettare che sia un dio qualsiasi a decidere della tua decadenza, roba da pessimo romanzo d’appendice.
Ricordare le parole proprie e altrui per dimostrarsi fatti ed eventi, questa poi è la topica peggiore. La vita non è un principio matematico e si dicono tante cazzate emotive che non tengono mai conto del ciclo della luce, dell’energia interiore e della capacità di non guardarsi allo specchio.

Ognuno è testimone della propria vita. Rimanere lucidi è un diritto/dovere. Seguire la propria strada è una scelta di campo. Come scelta di campo è quella di non partecipare alle continue olimpiadi (ben poco decoubertiniane) del benessere, in cui ci si passa la staffetta nell’illusione assurda di fare gruppo per ritrovarsi poi dei risultati personali.
Ognuno è testimone della propria vita, ed è libero di scegliersi lo stordimento che preferisce, che sia leggere, fottere, navigare, sedurre, fotografare animali o inventarsi nuovi credi colabrodo. Ognuno usa le armi che ha in dotazione. Io maneggio il fuoco quando posso, quando non mi vedono, quando l’orologio interno mi dice che è giunto il momento di squagliare un po’ di letame sotto lo sguardo assonnato di un dio frainteso e di seconda fascia, quello personale, incomunicabile, buono da evocare solo quando ci sono troppe streghe da bruciare.
Ma non voglio vedermi più nello specchio a montare la mia memoria come una bambola gonfiabile che dovrebbe riempirmi il cuore di souvenir e magari il pene di tacche irreali e insignificanti.
Le verità si dicono di notte. Vivrò allora più di notte.


©Luca De Pasquale 2018 

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