26/03/18

I servi, il groove di Alan Gorrie, i padroni, le sveltine, l'aria fritta degli artisti


Era una mattina di febbraio del 2002 quando entrò quel cliente che ci chiedeva sempre ristampe coreane in cd di progressive italiano. Arrivò a sorpresa poco dopo l'apertura, quel boia, quel tormento.
Eravamo in due, in negozio. Il mio collega Efrem era seduto al pc accanto alla cassa, stava cercando di vincere un gagliardetto del Napoli su ebay, una delle sue aste.
Io avevo messo su il vinile di “Person To Person” della Average White Band, il pezzo che girava era l'immortale “Pick up the pieces”, diciotto minuti di inaudita orgia funky groove, con un monumentale Alan Gorrie al basso. Una delle migliori prestazioni della band mai immortalate, e di sicuro una prova maiuscola del barbuto bassista e polistrumentista scozzese. Quando il boia del progressive italiano entrò in negozio, Efrem ebbe un moto di profondo disappunto, e quanto a me, beh, feci fatica a fermare l'ondeggiamento della testa, che muovevo ritmicamente come un cappone, e il piedino che batteva a terra mentre volteggiavo leggero ad aggiustare le vaschette dei vinili.
Che sfaccimma, n'ata vota stu strunz”, mormorò Efrem, continuando a guardare lo schermo del computer.
L'uomo allora si rivolse a me, un po' sorpreso perché comunque continuavo a muovermi, dominato dalla sezione ritmica Steve Ferrone/Gorrie. Quel cazzo di basso gommoso, saettante e caldo come il sesso, non me ne sarei mai liberato, per grazia di Dio.
L'uomo, che somigliava ad un castoro con il mal di denti, cominciò a enunciare la sua follia, nome dopo nome, in un inutile ed onanistico sfoggio di monomania discografica: La Pentola Di Papin, Blocco Mentale, Samadhi, Alphataurus, Città Frontale, eccetera eccetera. L'uomo desiderava ordinare, per giunta a poco prezzo, delle ristampe coreane dei suddetti gruppi e pretendeva di ottenerle nel giro di massimo dieci giorni. Una follia.
Dei Samadhi posseggo già quattro edizioni in vinile colorato e anche una pirata, credo di averla solo io in Italia”, volle informarmi l'uomo.
Ah, capisco, bravissimo”, dissi.
Efrem allora sussurrò, sempre guardando lo schermo: “Piazzatelo tra chiappe e palle, stronzo”
L'uomo non capì il biascicamento di Efrem, continuò a guardarmi interrogativamente, con un'ansia che mi faceva schifo. Eccolo lì, pensai, ecco il ricco demente che sostituisce i piaceri del coito con i dischi, eccolo lì, pronto a costruire una discografia eccentrica e completista atta a portare alla masturbazione rabbiosa i nerd adulti che gli somigliano.
Come le ho già detto, le ristampe coreane che ci ha chiesto tre volte nel mese non sono al momento ordinabili, sono spiacente”
Impossibile”, eruppe l'uomo, sdegnato, “nel negozio di Brescello del mio amico Tereso Mellotron quelle ristampe ci sono e sono anche economiche”
Mentre pensavo a come invitarlo a recarsi a Brescello senza offenderlo e insolentirlo, captai di nuovo la voce biascicata di Efrem: “Mettitelo in bocca, poi passatelo tra chiappe e palle, maniaco del cazzo”
Dovetti trattenermi, perché mi domandavo come fosse possibile che quell'uomo, per quanto strippato, non arrivasse a capire le oscenità che Efrem mormorava.

L'uomo stava per attaccare una polemica inutile e pretestuosa, quando dai solchi del vinile della Average White Band arrivò nitida la voce di Hamish Stuart che presentava la sezione fiati, i Dundee Horns... e da lì, dal minuto sei e qualche frattaglia, il basso di Alan Gorrie prese ancora più quota, arrivando praticamente a possedermi. Iniziai a volteggiare come una soubrette, e nel farlo accesi anche una Chesterfield.
L'uomo mi guardava basito, io non mi fermai e gli dissi anche “ma lei lo sente il groove pauroso di questi scozzesi? È come il sesso, oh Signore, è come il sesso, peccato che lei non sia una bella donna, questo è sesso puro, questa è roba dionisiaca, è funk eterodosso che gioca con i sensi!”
L'uomo non accettò di buon grado la mia esaltazione, e girò definitivamente sui tacchi quando riuscì -finalmente, direi- ad intercettare l'ennesimo insulto di Efrem: “Ma questo che può capire di sesso? Questo se lo spugna nel mellotron e la moglie si mangia il ragazzo della spesa nelle scale... vattene, vattene cane, e piazzatelo da solo tra chiappe e palle”
Felice della dipartita di quel rompicoglioni, continuai a muovermi come impazzito, finendo con il salire al piano di sopra facendo i gradoni delle scale interne a due a due, sempre con la sigaretta in bocca.
Quello era un negozio di dischi. Un vero negozio di dischi. Non pulivamo a terra, non rispondevamo bene ai collezionisti di pop italiano, ma lì dentro la musica aveva un senso e anche la nostra follia era calibrata ed adeguata alla struttura. Ci permettevamo anche il lusso di dare del tu a famosi giornalisti della Rai che ci venivano a chiedere stranezze varie, e io fumavo sempre durante le consulenze. La sigaretta era necessaria, così come spesso lo era la sovreccitazione, psicologica e sessuale, che mi inebriava quando il disco sotto macinava groove.
Quella vita un po' lercia e mal pagata somigliava assurdamente alla libertà, anche se non lo era per davvero e comunque non fino in fondo.

Ho in seguito rimpianto parzialmente quella trasandatezza e quella cronica mancanza di decoro (che non era però, per nulla, mancanza di professionalità, anzi), perché poi per più di dieci anni mi sono ritrovato vestito peggio dell'omino Michelin a dire sovente cazzate non veridiche ai clienti, trattandoli da portafogli e lavorando, per una paga da sopravvivenza e nemmeno, al soldo del padrone, che chiaramente non aveva una faccia sola ma si palesava attraverso tutta una serie tristissima di figure intermedie.
Sì, anche nel reparto dischi della grande distribuzione mi è capitato di muovermi come un polletto Amadori sotto le luci del groove, ma con meno entusiasmo e soprattutto sentendomi non più un animale libero ma un servo, un servo disegnato con una tutina. In più, va detto che nella grande distribuzione non ho mai avuto a mia disposizione una copia di “Person to person” perché l'aureo club dei perditempo di quartiere non faceva importazione, nemmeno quella banalmente europea. Sarebbe bastato pescare in Germania e Olanda, e avremmo potuto disporre di un catalogo rock e non solo davvero ragguardevole. Quando feci notare questa lacuna, mi guardarono come si guarda uno con poco senso pratico, uno che non “respirava il negozio” (e meno male) e che aveva scarsa, me lo ricordo, “perception du produit”.
E quanto al connubio musica-sesso, anche se nel grande negozio entravano in un giorno quantità di donne mai viste in un anno nel piccolo store, la voglia di amore e sesso mi era discesa nell'Ade. Arrivavo a concepire solo l'idea della sveltina e dello sbaglio, della seduzione inutile da concludere dietro la porta di un cesso, delle riposte evasive a stupide domande del tipo “ma tu sei anche quello che scrive?”
Sì, avrei voluto rispondere, sono quello che “anche” scrive, ma sono soprattutto un servo, un sopravvivente, non sono libero, mi è passata la voglia delle giornate di sole, dei bei libri letti in campagna sotto le querce (mai fatta una roba simile, troppi insetti), sono un servo che non dice messa e non paga oboli, per mille euro al mese sono venuto meno ai miei principi, me lo sono fatto sbattere in culo dai padroni, so di non essere davvero un servo e quindi non posso perdonarmi. E non posso perdonare voi e men che meno i miei colleghi, ignavi, arrivisti sulle molliche, omini diventati orifizi padronali e premiati con gli zuccherini e i viaggetti di formazione.
E mi sarebbe piaciuto anche aggiungere: “E tu, mi dici perché ti è venuta voglia di scoparti un impiegato in divisa? Pensi che potrei farti godere di più solo perché ho scritto un libro e gioco con le parole e con pensieri non sempre banali? Quanto conta il fatto che io abbia scritto un libro fetente nell'alchimia della tua curiosità? Voi donne avete questa fissazione, troppo spesso, per gli artisti o sedicenti tali. Io ti dico che un impiegato dell'Enel può farti godere più di me, ne sono quasi certo. Perché io sono un servo e anche quando scopo faccio dei pensieri amari che tu intercetterai, perché le donne capiscono tutto. Quando non lo fanno, significa che stanno giocando e allora vaffanculo anche a loro, a te, a tutti voi”

Era tanti anni fa.
Ora, teoricamente, sono un uomo libero; ma non lo sono per niente. Arriverà presto il mio prossimo padrone. Farò finta di niente o mi ribellerò ancora e ancora, fino a puzzarmi veramente di fame?
Mi capita ancora di sentirmi libero, magari mentre ascolto “Continuum” di Jaco Pastorius. Non leggo libri sotto gli alberi e non mi faccio bagni al lago al tramonto. Non scrivo di queste cose. Scrivo di schiavitù, spero senza retorica.
Non posso scrivere con l'aplomb dei fighetti che hanno le carte e le cose a posto, e che si aggiustano i capelli (se li hanno) quando leggono in pubblico le loro brodaglie alate, i loro fottuti unicorni del compiacimento.
Ho passato metà della mia vita a chiedermi se ero più un servo o una troia neanche di regime. Non ho trovato una risposta. Intanto, ho imparato qualcosa sulla scrittura e ho imparato ad ascoltare la musica sul serio, senza ignavia, senza pigrizia, senza quel maledetto collezionismo tra i piedi.
Sono soddisfatto, dai. È una sveltina con me stesso che posso pure concedermi.

©Luca De Pasquale 2018









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