19/03/18

I dischi come resistenza



Sono costretto a partire da due considerazioni asciutte:

1- Sono cresciuto nei negozi di dischi e non nelle librerie (la libreria di famiglia era fornitissima, di dischi ce n'erano invece pochi);
2- Sono intransigente in genere.

Posto questo, posso iniziare. Da ragazzo avevo realizzato che il venditore di dischi era una delle pochissime figure sociali (sic) che potevano interessarmi. Mi affascinavano quelli che stavano dietro ad un banchetto, spesso di legno dozzinale, a spiegare perché acquistare un disco piuttosto che un altro (“piuttosto” in senso avversativo e non disgiuntivo, ci tengo a precisarlo).
Non so, è come se avessi intuito che i venditori di dischi in qualche modo facevano già una sorta di resistenza all'estinzione e all'oblio che li avrebbe ricoperti di lì a qualche anno.
Quindi, mettendomi in testa che sarei diventato uno di loro, mi diedi delle regole preventive. Non desideravo essere una specie di vigile urbano che dovesse indicare dove trovare il disco cercato; non desideravo vendere roba alla moda; non desideravo -giammai- lavorare in un luogo che fosse anche altro (bar, tabaccheria, pseudolibreria, pseudocartoleria).
Sono molto integralista su questa storia: un negozio di dischi deve essere un negozio di dischi. Punto. Dentro deve starci gente competente, non degli opportunisti velleitari, non dei monomaniaci di un solo genere, non dei ragazzini interessati solo a farsi qualche soldo. Solo da poco, nel giardino delle mie utopie, riesco a contemplare che si possano vendere anche dei libri; ma non altro e non oltre. I dischi sono cultura quanto i libri, e su questo, se si vuole andare d'accordo con me, non si discute. È vero, esistono dischi leggerissimi e imbarazzanti, ma quanti libri grotteschi e imbarazzanti popolano le classifiche di vendite e il passaparola ingenuo e stucchevole dovuto alla più infima massificazione di gusto degli ultimi decenni?

Ho conosciuto molti validissimi venditori di dischi, che in qualche caso mi hanno fatto anche da scuola. I migliori, con l'estinzione della vendita al dettaglio, hanno tutti fatto una fine non proprio gloriosa, costretti a svolgere altri lavori, mal pagati e senza un briciolo di creatività. I più scadenti, i più commerciali, i più confinanti con altre attività sono rimasti, aggiungendo al danno anche la beffa, in quanto molto propensi a farsi paladini di una “resistenza al mercato” che in realtà hanno solo aggirato con qualche marchiano stratagemma. Quasi nessuno dei venditori di dischi rimasti in circolazione fa davvero ricerca, un po' per superficialità, un po' perché non se lo possono permettere, altrimenti i mostri on line se li mangiano in cinque minuti e se li cacano pure.

Ora è tornato di moda il vinile, e molti cavalcano questa nuova sensazione; sono gli stessi che fino a qualche anno fa ne irridevano l'obsolescenza. Ma si sa come vanno queste cose. Oggi i negozi di dischi sono diventati, nella stragrande maggioranza dei casi, luoghi dove si perpetrano rituali asettici e borghesi di consumazione della musica. Commessi fighetti intrattengono clienti fighetti. Tra una bevanda, una sigaretta e una camicia eccentrica da sfoggiare, con un bel disco in sottofondo, magari etnico il giusto, magari alternativo/riccoide il giustissimo.
Già.
In fondo, qualcuno se ne chiava un cazzo di chi suona la batteria o il basso nel disco di quel cantante moderno che sa parlare di amore infelice come i vecchi cantautori?
E il cliente benestante, perché dovrebbe spendere venti euro per un disco dei Chicago prima maniera? Aspetta che finisca nel cestino delle offerte, a non più di 4 euro e 99. Non spenderebbe venti euro neanche per i Led Zeppelin, però i soldi per abboffarsi di cibo, comprare una cravatta nuova e un pensierino alla collega che vorrebbe insaponarsi ce li ha.
Soprattutto, oggi chi se ne strafotte della ricerca musicale, a ritroso, tra le pieghe delle copertine con la lente d'ingrandimento, tra la polvere? Oggi tutto è cotto e mangiato. Amazon ti manda il disco a casa in un giorno, tutto pulito, nuovo, facendoti pure credere che ti ha fatto un piacere a farti pagare meno di quanto tu credevi e potevi. Che ingenuità, e che pigrizia mentale e fisica.

L'acquirente evoluto di oggi è comunque un bradipo e spesso un passivo/bulimico/compulsivo. Si affida a qualche rivista specializzata, che idealizza e santifica, considerando le firme di punta di suddetta rivista come dei semidei da seguire ciecamente. Ogni tanto dissente dalle opinioni dei suoi leader, quasi vergognandosene. Molte firme musicali di quotidiani sono assolutamente sopravvalutate, perché tra loro aleggia una puzza di muffa che vuole spacciarsi per sapienza pronta al cambiamento, si tratta di baroni sprezzanti che da anni non comunicano un cazzo di nuovo e nemmeno di vecchio, troppo presi da se stessi per arrivare a spiegare decentemente perché sanno tanto e perché questo sì e quello no. Magari scrivono il cinquantesimo libro su Jimmy Page (che è Dio, chiaro; ma il mio resta John Paul Jones) con quell'atteggiamento da iniziati con doppia aureola: o li segui o non esisti. Nessuno che si occupi di musica attivamente dovrebbe avere questi atteggiamenti baronali obsoleti (ora sì) e irritanti; chiunque abbia a che fare con il rock in ogni sua forma non dovrebbe comportarsi da pavone e da mitomane. E invece...

Da veterano, il mio atteggiamento rispetto alla vendita dei dischi è effettivamente molto intransigente. Finiamola con questa storia che il negozio di dischi potrebbe (a differenza delle piattaforme multimiliardarie) darci quello di cui abbiamo bisogno; non è questo il punto. Un negozio di dischi dovrebbe anche essere “orientante” e indirizzare non tanto al possesso dell'oggetto già esperito, quanto alla scoperta e alla ricerca, non necessariamente del nuovo, anche del sommerso, dell'invisibile, del trascurato. Negli ultimi dieci anni della mia vita di “addetto ai dischi” ho lavorato in un posto dove si vendevano anche computer, macchine fotografiche, pacchetti weekend e televisori. Non è che uno si sentisse davvero al proprio posto. L'unica certezza, e in tempi come questi non è cosa che si poteva sottovalutare, consisteva nella busta paga a fine mese. In quei dieci anni ho rimpianto un'utopia, quella di non dover trattare la musica come quarti di bue, e anche quel senso di rischio e avanscoperta che solo un piccolo negozio può darti.
Più Shakira e compilation di X-Factor e Amici vendevo (anzi, indicavo), più mi asserragliavo in dischi di Paul Roland, Nick Cave, Scott Walker, e sognavo ad occhi aperti di poter essere libero di far girare, in un negozio di quaranta metri quadri, un vecchio vinile dei Blue Steel o dei Ramones.

Tutti quelli che si dicono naufraghi e in astinenza da piccolo negozio dovrebbero essere consapevoli che la materia rimpianta è evanescente, volatile e forse non bastevole a poter camparci sopra. Il rischio del fallimento, soprattutto se ci si rifiuta di salvarsi in corner con maritozzi e cocktail, è altissimo, e l'esito dell'impresa appare mestamente scontato. Nei vari colloqui che sto sostenendo per fare altro ed eventuale, il mio lungo curriculum come venditore di dischi viene accolto con stupore, con risatine sardoniche e con frasi insipienti di totale coglioneria. Ci provano, a trattarmi da dinosauro e da spiantato. Può anche darsi che io incarni alla perfezione questo doppio ruolo (e con me chi svolgeva la mia stessa professione), però l'adrenalina punk e rock'n'roll non ce la toglierete nemmeno a novant'anni. Noi lo abbiamo fatto, noi ci credevamo, ci abbiamo anche creduto, per noi la musica è il viaggio migliore, è il sogno, non basteranno dieci fallimenti a romperci le reni, e neanche le vostre lavande gastriche di saggezza commerciale e antropologica, ereditate da pessimi saggi intrisi di conformismo. Che si sappia, che si sappia chiaramente: non tutti vivono per piacere al prossimo e stendersi a zerbino sulle necessità di chi apre il portafogli. Di finti eroi della resistenza urbana e culturale ne abbiamo tanti, ed io personalmente credo che il buon cinquanta per cento di questi fluffer del commercio emotivo e fisico non valgano nulla come persone. Fregnacciari, strateghi da due soldi, stalloni dell'ingenuità popolare, falsi guardiani di una sensibilità al bello che non hanno mai posseduto. Hanno solo potuto comprarla, nelle librerie dove ti indagano lo sguardo per capire cosa rifilarti, e nei negozi (magari) di dischi, dove tu vai a chiedere una canzone e loro ti vendono chi la canta. Non è molto più di questo, carissimi amici borghesi e fruitori senza coraggio.

©Luca De Pasquale 2018





2 commenti:

  1. Appena condiviso sul mio profilo Facebook. Bellissimo articolo.

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    1. Grazie davvero Diego. Ne sono onorato e... facciamo resistenza. I dischi sono arte e bellezza.

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