22/03/18

Foto notturna delle curiosità lasciate perdere

Don't worry I'm not lookin' at you
Gorgeous and dressed in blue
Don't worry I'm not lookin' at you
Gorgeous and dressed in blue
Morphine “Whisper”

Molte cose mi stanno scivolando di mano e da dosso. Credo sia giusto, opportuno, inevitabile.
Ogni cambiamento porta, anche quando eventualmente peggiorativo, un alleggerimento, una trasformazione. Cominci a riconoscere solo alcune delle cose che hai, delle persone che ti circondano, persino dei tuoi vizi.
Non me lo ha chiesto nessuno, ma se dovessi rispondere a quale penso sia in questo momento il paesaggio della mia anima, direi uno degli scatti notturni del grande e compianto Luigi Ghirri.
Questo non perché la mia anima sia qualcosa di grande o meriti la grandezza di un Ghirri, tutt'altro; unicamente perché nelle foto di Ghirri la notte viene catturata mentre, regalmente ferma, si smuove con una lentezza quasi impercettibile verso il giorno dopo, o un'altra notte.

Resto dell'opinione che si discetti troppo di anima, per giunta male e schermandosi dietro un ventaglio abnorme di illusioni da scegliere a turno. Resto dell'opinione che parliamo e scriviamo troppo, che ci confidiamo posseduti dalla scomoda volgarità di una bulimia comunicativa che ci rende vulnerabili, disordinati e contorti. Troppe citazioni avveniristiche, risolutive. Troppi oggetti di distrazione mista a speranze di salvezza. Troppi oggetti. Troppi spostamenti in fondo studiati appositamente per non morire di noia, o restare con se stessi quell'attimo in più che può significare sconforto, mania, recriminazioni varie.
Troppe ciambelle di salvataggio disseminate nei nostri percorsi quotidiani. E quanto ci stiamo facendo schiavizzare, anche, dalla mistica degli incontri? Abbiamo l'arroganza di pensare che dietro ogni incontro si possa nascondere qualcosa di meraviglioso che temiamo di perdere per insipienza, o perché, come piace ripetere a molti in questi giorni, “tu non ti vuoi abbastanza bene per prendere il bello della vita”.
Come ci piace, analizzare continuamente i massimi sistemi della nostra interiorità. E come ci piace non risolvere niente per aggiornare il malessere e assestarlo nelle nuove coordinate del destino, vero?

Ho scritto tanto, soprattutto in un passato recente e carico di vecchie rabbie defluite, sulla mia interiorità e ora sono stanco. La mia priorità quotidiana non è certo essere uno scrittore e ancor di più dimostrare di esserlo. Sono consapevole di non tenerci affatto a fare lo scrittore/imprenditore di se stesso, il piccolo scrittore che pubblica due libri ogni cinque anni e che deve organizzarsi delle presentazioni, elemosinare prenotazioni di copie e tutto l'apparato che ben conosciamo. Non ci tengo a guadagnare simpatie e connessioni attraverso i social, il presenzialismo spinto, la simpatia. Non gioco nemmeno sul fatto -che funziona, ed è quanto meno inquietante- che sono napoletano. Non faccio parte della new age o new wave napoletana, ne sono fuori. E fuori ne rimarrò, da queste etichette. Non sono uno scrittore con coloritura politica in cima alle parole; ho le mie idee sociali, che sono piuttosto palesi, ma non voglio bandiere e drappi sulle spalle. Non mi dilanierò e non mi lancerò dal balcone per una pubblicazione in meno, non mi sentirò inadeguato a vivere se i grandi numeri non sono dalla mia parte. Non sono disposto a mangiare merda e farmi in quattro per vendere cento copie di un libro che la maggior parte degli acquirenti finirebbe per dimenticare dopo meno di un mese. Non mi illudo affatto di poter arrivare ovunque, e di essere uno “squassante” comunicatore di emozioni, capace di torcere lo stomaco e l'anima dei lettori. Ho bisogno di scrivere altrimenti muoio, e morirei malissimo, ma sono fatalista circa i risultati. Tutto ciò che potrebbe farmi sentire in qualche modo un frustrato e tardivo arrivista è scartato a prescindere. Lascio a branchi di egotisti e di finti misteri in forma di parole lo sforzo immane di essere credibili e pensosi, non dirò mai a nessuno “io sono molto profondo”, perché trovo che sia una delle dichiarazioni più stupide che un uomo possa rilasciare. Si finisce per convincersi della propria presunta profondità; l'inizio di una fine ingloriosa.

Mi accorgo che ogni giorno, ogni settimana, ogni mese, sono costretto a lasciar perdere tutta una serie di cose che hanno suscitato il mio interesse, di pancia o di anima non importa, e che non posso permettermi di trattenere grandi quantità di bellezza da spolverare e conoscere con calma, con pazienza, con presenza. Ad una certa età, e in certi contesti, il concetto di “presenza” diventa poco praticabile e questo spiega perché tanto del vivere scolorisce, sbiadisce, passa via. A prescindere dai rimpianti.
Chi urla la necessità di un vitalismo polipale, costituito da continui tentativi, dal senso dell'avventura come matrice primaria di ogni azione, non si rende conto che pensa e parla in questo modo perché può permettersi un'impostazione del genere. Se fai cinquanta cose, la legge delle probabilità dice che almeno quattro o cinque andranno a buon fine e potrebbero sovvertire la sorte o quel che è. Ma quanti possono permettersi, interiormente, economicamente, come tempo, di poter aprire continui ventagli di possibilità e nuovi scenari? Ecco uno dei più assurdi difetti del pensare positivo, una totale mancanza di senso pratico nell'esortare il prossimo a mettersi in linea con l'ossessione del rinnovamento da incentivare.
A volte penso che il rinnovamento stia diventando, pericolosamente, un concetto legato all'agiatezza, non solo economica. Come lo scrivere, il viaggiare, il collezionare. Il confine tra volere e potersi permettere è stato violato dalla faciloneria e cancellato per comodità concettuale. Triste.

Stanotte ho dormito un po' più del solito. Alle sei del mattino ero in piedi. La luce mi ha ricordato alcune bellissime foto di Ghirri. Ho aspettato che facesse giorno, senza darmi pressione. Ho pensato che sono tante, troppe, le cose che devo lasciar perdere e che non potrò in alcun modo recuperare, perché il tempo non è poi così tanto e le priorità sono di un pragmatico angosciante che sembra dimezzarti il tempo reale quanto quello interiore.
Ho preso le cuffiette, mentre faceva giorno, e ho ascoltato a ripetizione una delle mie canzoni-specchio, “Whisper” dei Morphine. Ho una devozione disperata verso questa canzone che mi ha accompagnato per tanti giorni e tante notti della mia esistenza. Ho una vera e propria dipendenza dall'incedere slabbrato e denso del pezzo, dalla voce esistenziale e lasciva di Mark Sandman, dal suono sabbioso e malato del suo basso a due corde, una specie di angelo cieco che canta brevemente su un filo di equilibrista, con sotto un oceano di nausea e di guerra silenziosa, squallida, monotona. Una canzone che vorrei si suonasse al mio funerale, ma che andrebbe bene anche per un momento di gioia, per una dose di sesso silenzioso in una stanza d'albergo, per accompagnare un addio, da una persona o da una vita precedente con i pidocchi.
Ascoltando ripetutamente “Whisper” il pensiero più sciocco che ho fatto è che sono nella straniante condizione di non fregarmene che di pochissime cose; tant'è che mi sono ritrovato a sussurrarmi una frase quasi sorridendo: “Cosa dovrei fare? Non fregarmene un cazzo”.
Non voglio diventare un assassino di vecchi momenti, nella smania puerile e magari indotta di darmi abiti esistenziali nuovi. Alla mia anima piacciono le stanze spoglie, le donne vestite di malinconia dignitosa, la musica che arriva negli interstizi polverosi dei fallimenti della fede, alla mia anima piacciono i personaggi che seguono la loro traiettoria pur sapendo di andare a schiantarsi.
La nuova categoria lavorativa ed esistenziale di “maestri d'anima” non merita neanche un briciolo di attenzione. Ai maestri d'anima mi piace sputare in faccia, fare in modo, anche con il silenzio, che per una volta riescano a guardare il buco di culo della vita, i suoi fiori marci, i suoi amori falliti e poetici, ai maestri d'anima vorrei dire che l'interiorità non è qualcosa che si possa servire di formule, frasi a effetto e forme di allontanamento dalla ruggine del male. Ed è normale, allora, che mi venga da dire, ai maestri d'anima e relativi discepoli, “vedi un po' se ti piace la mia perdizione o magari il mio cazzo in erezione, e no, non sono associato con un editore, un locale che fa reading letterari et similia, un movimento politico, e non rispondo al citofono quando Dio mi cerca”.
Alla mia anima piacciono da morire i Morphine, la voce di Mark Sandman, le cose che si lasciano andare fingendo che non faccia male.

©Luca De Pasquale 2018








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