18/03/18

Fantasmi nelle porte girevoli


Con gli anni, la scortesia è un qualcosa che mi infastidisce sempre più. Me ne accorgo e mi regolo di conseguenza, per cui cerco di essere sempre gentile, nei limiti del possibile. Gentile ma non fesso. Un tempo mi divertivo molto a deludere le persone, era una sorta di vendetta non si sa a che scopo e con quali eventuali effetti benefici, oggi deludere non mi interessa e illudere ancor meno.
Tento di essere gentile, mi pongo l'obiettivo di non lasciar cadere le parole e i comportamenti nel vuoto, ma so che devo essere fermo quando necessario.

Per questo, non riesco a essere scortese con l'architetto Argipopolo, che mi telefona per dei vinili giapponesi dei Colosseum che vuole procurarsi. Non l'ho mai sopportato, l'architetto Argipopolo. Lui, i suoi soldi, il suo ambiente tutto ovattato e distante dalle mie difficoltà pratiche ed esistenziali più di qualche galassia, e soprattutto non ho mai sopportato il fatto, lo confesso, che potesse acquistare tonnellate di vinili di classic rock anni settanta senza colpo ferire, quasi con distrazione, mentre io già al tempo facevo sforzi incredibili e rinunce per permettermene tre o quattro al mese, scelti dopo sfiancanti sessioni di pro e contro.
L'architetto Argipopolo possiede l'intera discografia dei Vanilla Fudge in vinile, edizioni giapponesi, e io questo -teoricamente- non posso perdonarglielo. La nostra conversazione pre-richiesta langue, capisco presto il suo desiderio che io gli procuri i vinili anticipando io i soldi, cosa impossibile. Gli spiego la situazione, ma lui non fa la mossa di chiedermi di quanto ho bisogno per procedere all'operazione e che percentuale prendo. Fino all'anno scorso, lo avrei mandato a fare in culo, magari facendo in modo che risaltasse la differenza proprio esistenziale tra me e lui, la differenza d'anima intendo. Invece traccheggio, continuando a mostrarmi gentile, discorsivo, tenue nel rifiuto, un atteggiamento inedito in cui non mi trovo proprio a mio agio.

Alla fine l'affare non si fa, come buona parte degli affari sconclusionati e velleitari che mi propongono da due anni a questa parte. Argipopolo mi ha chiesto per chi ho votato, e io quasi prosodico e saltellante gli ho risposto che non ho votato e che ci sono dei motivi che non sto a spiegargli; mi ha chiesto se ho letto i romanzi di Elena Ferrante e io, tranquillo, gli ho detto “non è il tipo di libri che mi piace leggere”, fermando la sua voglia oziosa di capire cosa mi piace. Tutto con calma, cortesia e distacco morbido. Una nuova realtà che fatico a capire e che mi trovo addosso, e che paradossalmente mi irrita molto. Tutta questa tranquillità mi puzza, non ci sono abituato, non ho nemmeno la propensione a considerarla un dono di una nuova, inedita, spiritualità. Ne prendo atto, mi confondo e poi mi zittisco.

È paradossale che tutto ciò si verifichi in un momento della mia vita in cui sento particolarmente urgente il bisogno di non uniformarmi nel modo più assoluto al pensiero dominante, alle abitudini che non mi solleticano, ai passatempi che trovo adulterati e sconci nella loro pochezza, nonché all'ossessione di “rimettersi in sesto” che oltraggia le nostre vite in modo pericoloso e scioccante, costringendoci a tutta una serie di nuovi rituali salvifici che sono anche peggio di quelli che vorremmo tanto abbandonare.
Quando qualcuno mi suggerisce di “rimettermi in sesto”, sono sempre tentato di fargli notare che preferisco sentirmi finito e fregato, perché è da quell'avamposto che posso guardare meglio tutto, la mia vita inclusa, e che è nella perdizione che il cimento si fa più interessante, la passione più degna di questo nome, la lotta meno sterile. “Rimettersi in sesto” è un sogno deforme, è olio di ricino spirituale, ne ho quasi terrore. Non mi farò rubare la notte dalle paure altrui e dalle smanie di rinnovamento e catarsi dei più deboli. Però devo restare un uomo gentile, possibilmente attento a quel che mi si dice, e devo ricominciare a sorridere quando qualcuno vuole accogliermi in qualche modo, anche sbagliando approccio.

Politicamente sono stanco, disilluso e nauseato, e non intendo abbracciare nulla di nuovo. Non aderirò a nulla perché intendo rispettare la mia condizione di confinato, di invisibile. Non fingerò di lottare insieme a persone che non capisco e non riconosco.
Come amico, come persona, come essere umano faccio una fatica immane a non lasciar trasparire il mio non condividere il buon ottanta per cento di quello che mi viene detto, rivelato, confidato. Non comprendo i tentativi di essere felici perpetrati nell'inconcludenza più assoluta, drogati di memoria corta, di approssimazione, di creduloneria che ai miei occhi è ingiustificabile. Resto sconcertato quando mi si chiede di abbracciare cose che ho sempre rifiutato, approcci alla vita che mi danno i brividi per quanto sono sfacciatamente arroganti e orbi, e lo sforzo va decuplicato quando ritrovo persone del mio passato che con qualche meditazione notturna, un nuovo amore dopo il divorzio, una rinnovata fede religiosa e i pantaloni nuovi credono di aver svoltato. E capisco anche che mi vedono magari immoto, impantanato nel mio assurdo amore per tutto ciò che è notte interiore e non solo; e invece io so, e qui ritrovo un'arroganza che detesto, che sono molto più in movimento di loro, perché muovendomi continuo a farmi molto male. Non c'è spostamento, considerazione, desiderio che non mi procuri almeno un po' di dolore da dover poi guarire con il rinnovamento dei suoi sintomi e la sua fusione con il mondo parallelo dei sogni, i sogni da portare avanti.

Non mando Argipopolo per le terre, eppure, puerilmente, vorrei tanto andare a casa sua, immobilizzarlo, narcotizzarlo, rubargli tutti i dischi e trasferirmi in Belgio con i suoi vinili, che neanche ha aperto perché è un collezionista compulsivo e dunque non è una persona che ami realmente la musica. Argipopolo ha anche tentato di provocarmi, chiedendomi un'opinione circa le trasmissioni televisive che hanno ricordato l'omicidio Moro; mi ha infatti chiesto che opinione ho dei brigatisti che hanno parlato. Me lo ha chiesto perché sa che ho studiato quel periodo, sa che ho cercato di capire perché e ha scambiato il mio interesse per tardiva affiliazione e per ideologia scomposta da fiancheggiatore.
Comprendo il suo tentativo di farmi uscire dal guscio e confermarsi che sì, Luca è un mezzo pazzo imbrattato di vecchia lotta politica estrema, un nostalgico degli anni di piombo, in sostanza un coglione esaltato. Ma in questo lo deludo e lo spiazzo, perché senza scompormi gli rispondo: “Non condivido nulla che abbia riguardato la lotta armata. Non mi sono mai sentito vicino a movimenti sfociati nel terrorismo. Tu dimentichi che sono un poliziotto mancato, anche se come dici tu sarei stato un poliziotto di sinistra. Non ho nessuna simpatia, anche per puro spirito vintage, verso le Brigate Rosse”
Ma... hai scritto una nota in cui ti definivi un terrorista rosso... io me la ricordo... due mesi fa o su per giù...”
Quindi se nelle mie note scrivo che mi sono fatto pagare per farmi orinare addosso da un pervertito, tu ci credi?”
Non dovrei?”
Non bisognerebbe mai credere del tutto a quelli che scrivono”
Mi stai dicendo che non si può avere fiducia nel narratore?”
Io non sono un narratore. Sono un testimone. Sono un fuoriuscito, e non certo dalle Brigate Rosse. Sono un solitario, la scrittura è un atto solitario, anche quando tenta la strada delle rivoluzioni e dei cambiamenti”
Sei un po' contorto”
Meglio che brigatista, venduto o famoso senza meriti reali”
Va bene. Allora non puoi procurarmi i Colosseum?”
No, mi dispiace”
Gentilezza. Sì, gentilezza.

Le urla, gli strepiti, le risse verbali, le dichiarazioni di autenticità fatte con l'ego in evidenza, i manifesti di originalità personale, tutto questo mi stanca, mi estenua, ne prendo le distanze senza alcuna esitazione. Le provocazioni non si salvano da questo diluvio, perché restano al provocatore e lo marchiano per sempre come un velleitario, un eccentrico imbecille con la fissa di farsi notare, di restare impresso, anche nel modo peggiore. Da anni rivaluto il silenzio, il percorso personale lontano dalle luci della ribalta, e valuto come merce preziosa il gioco dei margini, quel bel gioco senza troppi lieto fine che si pratica sotto cieli diseguali, di musica e sottrazione, persi negli odori, negli sguardi, nelle parole trattenute, nelle porte girevoli cariche di fantasmi rimasti senza promesse tra i vetri, come testimoni e non come registi di storie adulterate, ben studiate, modellate sulle crescenti ossessioni di “belle novità” della gente più agitata.

Quando dal treno vedo i palazzi a me familiari, lo scorcio di mare, quando sento che il ritorno avviene senza trionfalismi e senza troppe novità, sento l'inquietudine della vita che continua, che mi chiede di lustrare il timone e di non dimenticare che oltre l'orizzonte ce ne sono altri, troppo lontani, troppo larghi e inconoscibili per consentirmi di perdere tempo con cose che fanno rumore, pubblico e privato.


©Luca De Pasquale 2018





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