09/03/18

Estetica trascendente e teosofia del basso elettrico



Qualche anno fa un cliente mi chiese quali fossero i brani che preferivo nel repertorio dei Queen.
Risposi di getto: “Naturalmente Another One Bites The Dust e Cool Cat”
Cool Cat non lo conosco, dove si trova?”
Su Hot Space”
E perché ti piacciono questi due brani su tutti?”
Perché sono bassocentrici. Cool Cat è una specie di vessillo erotico di John Deacon”
Ma per te il basso viene davvero prima di tutto?”
In assoluto”
La tua è una fede. Io penso che la chitarra sia uno strumento più completo”
E chi se ne strafotte di quello che pensi, considerai.
Di appassionati di chitarra ne conoscevo a frotte, per non parlare di presunti pianisti passati dal jazz alla new age pur di espandere il consenso. Di clienti innamorati di altri strumenti ne avevo avuti fin troppi. Ne avevo fin sopra i capelli.

Sono sempre stato onesto con i miei clienti: sono bassocentrico e ve lo motivo pure. Non vi dico di seguirmi, dicevo, ma qualche piccola scoperta con me la farete.
Molti ragazzi venivano da me e mi chiedevano delle opinioni, dei dischi consigliati, spesso si avventuravano nello scivoloso territorio delle “differenze da notare” tra un bassista e l'altro. Io mi prestavo volentieri, e intanto, come un vigile, spedivo le persone più prevedibili nelle vaschette di Gigi D'Alessio e dei giovani artisti cittadini trendy, quelli con i quali ti puoi andare a bere pure una birra e ti fa tanto piacere. Del resto, oggi si fa così anche con gli scrittori.

I clienti ci restavano male quando non consigliavo per forza Marcus Miller o, naturalmente, Jaco. Soprattutto in tema di basso rock, molti erano spaesati e privi di informazioni e curiosità in egual misura. Era bello spingere dei ragazzi verso Jack Bruce e John Entwistle, era propedeutico magari per capire Les Claypool e Flea, tanto per citarne due dei più gettonati tra le giovani generazioni. Ed era persino tenero osservare le loro espressioni accigliate e sorprese quando introducevo gente come Mike Watt, quando mi scaldavo nell'argomentare su quanto fosse stato necessario e insostituibile John Paul Jones nei Led Zeppelin come Geezer nei Black Sabbath, e che non si può limitare lo stile visionario di Chris Squire al solo rock progressivo, che così facendo diventa solo una gabbia nomenclativa.
Non parliamo poi di quanto motivava una parte del mio lavoro -che a tutti gli effetti era piuttosto frustrante e routinario- il ripescare delle figure di bassisti che reputavo ingiustamente sottovalutati dalle masse: John Bentley degli Squeeze, Dougie Thomson nei Supertramp, Peter Cetera nei Chicago, Doug Stegmeyer con Billy Joel, Dee Murray con Elton John, Andy Fraser nei Free, Rick Grech nei Traffic, il grande Tim Bogert con Vanilla Fudge e Cactus, Kasim Sulton con Todd Rundgren, Paul Webb nei Talk Talk, persino Ron Wood nel Jeff Beck Group, etc etc.
Non sempre la mia buona volontà bastava, perché poi il ragazzo si presentava con un cd dei Dream Theater in mano e mi diceva ebbro: “Grazie dei consigli, qui però c'è quello che mi piace di più, John Myung, che suona un basso a sei corde!”
Io insistevo con la questione che il basso nasce a quattro corde, e che il senso principale si ritrova in un arnese a quattro corde.
Poi succedevano delle cose impreviste, tipo che mi arrivava una copia della ristampa del disco solista di Jimmy Lea degli Slade o di Jean-Jacques Burnel degli Stranglers e allora mi concentravo al massimo, dovevo scegliere un iniziato al quale vendere quella sparuta copia (che, per la verità, tenevo per me e acquistavo a fine turno...)

Credo di aver iniziato davvero presto a volermi occupare di frequenze basse. Ho divorato quintali di dischi, cercando di imparare dapprima a distinguere il basso, poi a comprendere a cosa serviva, quanto sosteneva e riempiva e quanto fosse assolutamente insostituibile. Ho sacrificato molti divertimenti giovanili allo studio esasperato dei bassisti più disparati. Ricordo come se fosse ieri una settimana spesa a studiare le differenze tra Dave Pegg dei Fairport Convention e Rod Clements dei Lindisfarne, con mio padre fuori la porta che mi chiedeva quand'è che mi sarei messo a studiare sui libri. Ricordo di come volavo nei giorni quando scoprii l'importanza di James Jamerson e Donald “Duck” Dunn, ricordo il mio avvicinarmi ad Elvis Presley solo per un certo Jerry Scheff, ricordo la sorpresa quando scoprii che le linee di basso di Rick Danko in The Band andavano molto al di là dell'oscura (allora) definizione di “folk” e “americana”. Andai ad inseguire un vecchio commesso di un negozio di dischi per ringraziarlo di avermi fatto scoprire John Martyn, e con lui il contrabbassista Danny Thompson, che poi divorai nei Pentangle andando a ritroso. Compravo i dischi di Sade per studiarmi le linee di basso di Paul S. Denman, che mi hanno perseguitato “sensualmente” per un buon decennio.

In realtà, in tutti questi anni ho costruito una sorta di estetica del basso che mi ha aiutato a esplorare tutti i tipi di musica con una curiosità che è ben lungi dall'essersi acquietata. Ho usato il basso in tutti i modi possibili, per scrivere, studiare, amare, viaggiare, conoscere persone, confrontarmi, condividere la passione. L'ho usato in tutti i modi tranne mettermene uno a tracolla, attaccarmi all'amplificatore ed esprimermi in modalità amatoriale. Devo dire che questo aspetto non mi ha mai interessato molto, vale a dire finire in un pub a suonare (male) i successi dei Police o degli U2. Quello che più mi seduce del basso (e naturalmente del contrabbasso, del basso tuba e qualche volta dello stick bass) è la filosofia che lo permea e lo esalta, si potrebbe dire quasi lo spirito.
Qualche volta mi è capitato di dire a qualcuno che ho l'anima del bassista. Mi hanno guardato come si guarda un eccentrico; sembrava quasi che avessi appena confessato che mi piaceva vestirmi da mondina e così conciato possedere delle settantenni su una lavatrice angolare. Non so se mi sono spiegato.
Oggi che ho superato la boa dei quarantacinque anni posso dire che quasi ogni giorno della mia vita è stato colorato almeno da una linea di basso.
Stasera è la volta, la citazione di qualche riga addietro non voleva essere casuale, di “Mr. Wrong” di Sade, Paul S. Denman al suo meglio.

Stasera questa particolare linea di basso, sensuale, calda, quasi peccaminosa, mi trova sulla mia sedia girevole, di fronte al pc, in procinto di andare a fumare una sigaretta sul balcone, un po' nascosto nel buio. Sono molto stanco e allo stesso tempo più vivo di sempre, più vivo di ogni previsione passata, più vivo delle cornacchie, degli incubi, dei tuffi al cuore e dei fallimenti. Se ho ancora voglia di parlare e scrivere delle mie passioni significa che non mi sono arreso. Se ho voglia di arrendermi alla musica e alle linee del basso significa che il mio cuore drena ancora, e che i fiori sono cresciuti sullo spaventapasseri e sui fili che mi separano dalle mie lune. Mi davano per morto, alle corde, ma qui le corde sono sempre quattro e sono amiche, le amanti comprensive e seducenti di una vita intera.

©Luca De Pasquale 2018



Paul Webb - Talk Talk


Ron Wood


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