29/03/18

La scrupolosa vigliaccheria della borghesia


È preferibile morire in piedi che vivere in ginocchio”
Dolores Ibárruri

No, devo ammetterlo.
Non ho mai avuto l'ambizione di entrare (o restare) in un ambiente “alto”, non mi sono mai sentito realmente un borghese, anche se molti borghesi sono stati gentili con me e sembrava volessero accogliermi senza troppe riserve.
C'è sempre stato qualcosa che mi ha fatto sentire un'enorme distanza tra me e “loro”. Qualcosa che è difficile identificare con certezza, e anche comprendere. C'è voluto poco perché diventassi prevenuto, stizzito, lontano, lontanissimo. Ho diffidato della gente che vestiva bene. Eppure mio padre era molto elegante e sembrava (o era) uno di loro. Ho diffidato delle belle case, tutte tirate a lustro e popolate da cameriere fisse, tate e badanti. Ho diffidato di profumi femminili costosi. Ho diffidato dei profumi femminili per poche, delle belle auto, delle grandi collezioni, delle enormi biblioteche, delle creme di bellezza, dei voti a sinistra che mi sembravano incoerenti e di maniera, ho diffidato di estetizzanti scopate in bei letti laminati e con testiere molto raffinate. Non mi hanno mai fatto particolare impressione le professioni più sbandierate. Per me “libero professionista” non vale un soldo di più di panettiere notturno. Non ho mai sentito senso di vergogna o di disagio per non essermi laureato. Per uno come me, e parlo solo per me, prendermi una laurea inutile sarebbe valso come farmi una coccarda al pene il giorno di Pasquetta.
Come non avrebbe avuto il minimo senso fingere di credere in Dio e nelle sue sacre punizioni, pur di compiacere qualcuno in famiglia. Non credo, non ho mai creduto, difficilmente crederò. Non riconosco alla religione, quale che sia, la capacità di influenzare la mia esistenza. Non ho la testa e lo spirito per osservare comandamenti e prescrizioni. Sono un battitore libero nel limbo e prima o poi il conte Ugolino o chi per lui mi rosicherà la faccia fino a rendermi uno scherzo inservibile per gli altri esseri umani e per me stesso.

Cerco le contrapposizioni. Cerco l'argomento. Cerco la differenza, la negazione, la scorciatoia per la fine della verità, mi accorgo di cercare cose e persone scarne, non pompose, non enfatiche, non rituali. Non riesco a sopportare l'enfasi della meraviglia, non sopporto il rumore dello stupore a comando, gestito con la leva che nella nostra pancia decide cosa deve scuoterci e cosa no. Seguo l'istinto, che mi dice, ogni anno che passa, qualcosa di molto chiaro: la società civile mi piace poco. Non sono le persone a non piacermi (o almeno non sempre), è la società, come è conformata, organizzata, salvaguardata. Non mi piace la borghesia. Che è ancora, a tutti gli effetti, una classe molto larga, larghissima e bulimica, della società italiana. Sono talmente critico che sono il primo a farsi a pezzi; quando vedo, e lo vedo, che vorrei raggiungere qualcosa che penso di non apprezzare, ecco che allora mi azzanno, mi mordo, mi sputo nei capelli e mi zittisco. Istinto e coerenza devono andare d'accordo, altrimenti è meglio entrare nella Legione Straniera.

Io vedo negli occhi di chi dovrebbe darmi un lavoro tutta la vigliaccheria e l'opulenza di un sistema che divora la mente e la resistenza dell'uomo in nome di un tozzo di pane raffermo. Vedo la vigliaccheria degli intellettuali, degli scrittori di cassetta che scrivono puntando al culo e alla mente molle della gente, alla loro maledetta voglia di spensieratezza, di impegno civile light e indolore, alla loro paura di farsi male con la merda che lastrica le loro strade apparentemente pulite. Ma la merda non ha mai fatto male a nessuno, il massimo che può succedere è di scivolare. Poi, tutti -e dico tutti- hanno una chance per ripulirsi.
La borghesia è farinosa, codarda, arroccata su manie di benessere che arrichiscono furbi ed empatici; come codardo è credere attraverso il voto di espletare un diritto al combattimento reale. Pensate davvero che sostituendo una coalizione di governo con un'altra si possano apportare sostanziali miglioramenti? Credere all'asino blu senza genitali, che carezza i bambini e rispetta le minoranze, ecco un'altra bufala precotta della borghesia pigra, sbadigliante, desiderosa di mete esotiche, di famiglie perfette, di belle chiavate attorniati dai biscottini di Banderas e dai libri libertari di qualche coglione che richiama all'ordine dallo schifo generale, fingendosi ottimo emissario del perbenismo intelligente e controllato.
Nessuno con un minimo di sale in zucca potrebbe credere a quei falsi profeti che dicono di vivere in montagna, di mangiare bacche e rovi, e poi li vedi a sparare cazzate più borghesi dei peggiori borghesi in televisione. I freak sono un prodotto fetente della borghesia, come si fa a non capirlo? Come i narratori con il cuore in mano, sottoprodotto disgustoso di una voglia puerile e grottesca di recuperare lo strumento sacralizzato della lettura.
No, non credo agli scrittori, ai politici, ai nuovi politici ancor meno, non credo ai maghi del benessere, non credo in una società migliore. Questo è il mio peccato mortale, questa è la condanna che mi sono autoinflitto in società e per la quale rischio ogni giorno nuove esclusioni, che siano rumorose o meno.
Non credo che vedrò una società migliore. Lo dico, lo scrivo, lo dimostro con i miei comportamenti e le mie scelte. Quasi sicuramente sono un fesso, un utopista, uno che prima o poi sarà sopraffatto, e anche malamente, dai suoi demoni. Uno che sarà la brutta copia di David Johansen, in ridicola posa da cowboy metropolitano in un treno sporco, lordato di graffiti insensati e di assenze. Cosa ho da perdere? Non ho trent'anni. A trent'anni avrei rischiato meno, è certo. Oggi rischio. Per me questo “gesto immobile” vale oro, per molti è un suicidio neanche assistito. Non ci rivedremo un giorno tra le braccia di Dio per scambiarci opinioni del dopopartita esistenziale.

Seguo l'istinto. Seguo la primigenia smania di libertà che mi ha perennemente dominato e spodestato, sbaglio e sbaglio, mi infrango contro i vetri che non vedo, contro i silenzi che tollero, sfascio le barriere protettive tirate su da persone che neanche mi conoscono e non si capisce poi perché cazzo mi leggano, se è poi vero che non condividono nulla di quel che penso e dico.
Attrazione per la totale diversità? Diffidare di queste sporche suggestioni, prego. Lo dico per esperienza, per evitare quelle sfide inutili in cui si presenta solo l'arbitro, che poi resta disoccupato a guardare il vuoto.
Niente da perdere. E allora, fuori i codardi dal dopolavoro, giù gli ipocriti dagli scranni, e interrompiamo le preghiere di comodo che iniziamo a recitare quando i nostri conti, privati e borghesi, non tornano. Un po' di coraggio anche nell'essere umani e impauriti, diamine.
Se non avessi la fottuta paura che ho, insieme all'incoscienza, non potrei più ammutinarmi. Come potrei permettermelo, di questi tempi?

©Luca De Pasquale 2018

26/03/18

I servi, il groove di Alan Gorrie, i padroni, le sveltine, l'aria fritta degli artisti


Era una mattina di febbraio del 2002 quando entrò quel cliente che ci chiedeva sempre ristampe coreane in cd di progressive italiano. Arrivò a sorpresa poco dopo l'apertura, quel boia, quel tormento.
Eravamo in due, in negozio. Il mio collega Efrem era seduto al pc accanto alla cassa, stava cercando di vincere un gagliardetto del Napoli su ebay, una delle sue aste.
Io avevo messo su il vinile di “Person To Person” della Average White Band, il pezzo che girava era l'immortale “Pick up the pieces”, diciotto minuti di inaudita orgia funky groove, con un monumentale Alan Gorrie al basso. Una delle migliori prestazioni della band mai immortalate, e di sicuro una prova maiuscola del barbuto bassista e polistrumentista scozzese. Quando il boia del progressive italiano entrò in negozio, Efrem ebbe un moto di profondo disappunto, e quanto a me, beh, feci fatica a fermare l'ondeggiamento della testa, che muovevo ritmicamente come un cappone, e il piedino che batteva a terra mentre volteggiavo leggero ad aggiustare le vaschette dei vinili.
Che sfaccimma, n'ata vota stu strunz”, mormorò Efrem, continuando a guardare lo schermo del computer.
L'uomo allora si rivolse a me, un po' sorpreso perché comunque continuavo a muovermi, dominato dalla sezione ritmica Steve Ferrone/Gorrie. Quel cazzo di basso gommoso, saettante e caldo come il sesso, non me ne sarei mai liberato, per grazia di Dio.
L'uomo, che somigliava ad un castoro con il mal di denti, cominciò a enunciare la sua follia, nome dopo nome, in un inutile ed onanistico sfoggio di monomania discografica: La Pentola Di Papin, Blocco Mentale, Samadhi, Alphataurus, Città Frontale, eccetera eccetera. L'uomo desiderava ordinare, per giunta a poco prezzo, delle ristampe coreane dei suddetti gruppi e pretendeva di ottenerle nel giro di massimo dieci giorni. Una follia.
Dei Samadhi posseggo già quattro edizioni in vinile colorato e anche una pirata, credo di averla solo io in Italia”, volle informarmi l'uomo.
Ah, capisco, bravissimo”, dissi.
Efrem allora sussurrò, sempre guardando lo schermo: “Piazzatelo tra chiappe e palle, stronzo”
L'uomo non capì il biascicamento di Efrem, continuò a guardarmi interrogativamente, con un'ansia che mi faceva schifo. Eccolo lì, pensai, ecco il ricco demente che sostituisce i piaceri del coito con i dischi, eccolo lì, pronto a costruire una discografia eccentrica e completista atta a portare alla masturbazione rabbiosa i nerd adulti che gli somigliano.
Come le ho già detto, le ristampe coreane che ci ha chiesto tre volte nel mese non sono al momento ordinabili, sono spiacente”
Impossibile”, eruppe l'uomo, sdegnato, “nel negozio di Brescello del mio amico Tereso Mellotron quelle ristampe ci sono e sono anche economiche”
Mentre pensavo a come invitarlo a recarsi a Brescello senza offenderlo e insolentirlo, captai di nuovo la voce biascicata di Efrem: “Mettitelo in bocca, poi passatelo tra chiappe e palle, maniaco del cazzo”
Dovetti trattenermi, perché mi domandavo come fosse possibile che quell'uomo, per quanto strippato, non arrivasse a capire le oscenità che Efrem mormorava.

L'uomo stava per attaccare una polemica inutile e pretestuosa, quando dai solchi del vinile della Average White Band arrivò nitida la voce di Hamish Stuart che presentava la sezione fiati, i Dundee Horns... e da lì, dal minuto sei e qualche frattaglia, il basso di Alan Gorrie prese ancora più quota, arrivando praticamente a possedermi. Iniziai a volteggiare come una soubrette, e nel farlo accesi anche una Chesterfield.
L'uomo mi guardava basito, io non mi fermai e gli dissi anche “ma lei lo sente il groove pauroso di questi scozzesi? È come il sesso, oh Signore, è come il sesso, peccato che lei non sia una bella donna, questo è sesso puro, questa è roba dionisiaca, è funk eterodosso che gioca con i sensi!”
L'uomo non accettò di buon grado la mia esaltazione, e girò definitivamente sui tacchi quando riuscì -finalmente, direi- ad intercettare l'ennesimo insulto di Efrem: “Ma questo che può capire di sesso? Questo se lo spugna nel mellotron e la moglie si mangia il ragazzo della spesa nelle scale... vattene, vattene cane, e piazzatelo da solo tra chiappe e palle”
Felice della dipartita di quel rompicoglioni, continuai a muovermi come impazzito, finendo con il salire al piano di sopra facendo i gradoni delle scale interne a due a due, sempre con la sigaretta in bocca.
Quello era un negozio di dischi. Un vero negozio di dischi. Non pulivamo a terra, non rispondevamo bene ai collezionisti di pop italiano, ma lì dentro la musica aveva un senso e anche la nostra follia era calibrata ed adeguata alla struttura. Ci permettevamo anche il lusso di dare del tu a famosi giornalisti della Rai che ci venivano a chiedere stranezze varie, e io fumavo sempre durante le consulenze. La sigaretta era necessaria, così come spesso lo era la sovreccitazione, psicologica e sessuale, che mi inebriava quando il disco sotto macinava groove.
Quella vita un po' lercia e mal pagata somigliava assurdamente alla libertà, anche se non lo era per davvero e comunque non fino in fondo.

Ho in seguito rimpianto parzialmente quella trasandatezza e quella cronica mancanza di decoro (che non era però, per nulla, mancanza di professionalità, anzi), perché poi per più di dieci anni mi sono ritrovato vestito peggio dell'omino Michelin a dire sovente cazzate non veridiche ai clienti, trattandoli da portafogli e lavorando, per una paga da sopravvivenza e nemmeno, al soldo del padrone, che chiaramente non aveva una faccia sola ma si palesava attraverso tutta una serie tristissima di figure intermedie.
Sì, anche nel reparto dischi della grande distribuzione mi è capitato di muovermi come un polletto Amadori sotto le luci del groove, ma con meno entusiasmo e soprattutto sentendomi non più un animale libero ma un servo, un servo disegnato con una tutina. In più, va detto che nella grande distribuzione non ho mai avuto a mia disposizione una copia di “Person to person” perché l'aureo club dei perditempo di quartiere non faceva importazione, nemmeno quella banalmente europea. Sarebbe bastato pescare in Germania e Olanda, e avremmo potuto disporre di un catalogo rock e non solo davvero ragguardevole. Quando feci notare questa lacuna, mi guardarono come si guarda uno con poco senso pratico, uno che non “respirava il negozio” (e meno male) e che aveva scarsa, me lo ricordo, “perception du produit”.
E quanto al connubio musica-sesso, anche se nel grande negozio entravano in un giorno quantità di donne mai viste in un anno nel piccolo store, la voglia di amore e sesso mi era discesa nell'Ade. Arrivavo a concepire solo l'idea della sveltina e dello sbaglio, della seduzione inutile da concludere dietro la porta di un cesso, delle riposte evasive a stupide domande del tipo “ma tu sei anche quello che scrive?”
Sì, avrei voluto rispondere, sono quello che “anche” scrive, ma sono soprattutto un servo, un sopravvivente, non sono libero, mi è passata la voglia delle giornate di sole, dei bei libri letti in campagna sotto le querce (mai fatta una roba simile, troppi insetti), sono un servo che non dice messa e non paga oboli, per mille euro al mese sono venuto meno ai miei principi, me lo sono fatto sbattere in culo dai padroni, so di non essere davvero un servo e quindi non posso perdonarmi. E non posso perdonare voi e men che meno i miei colleghi, ignavi, arrivisti sulle molliche, omini diventati orifizi padronali e premiati con gli zuccherini e i viaggetti di formazione.
E mi sarebbe piaciuto anche aggiungere: “E tu, mi dici perché ti è venuta voglia di scoparti un impiegato in divisa? Pensi che potrei farti godere di più solo perché ho scritto un libro e gioco con le parole e con pensieri non sempre banali? Quanto conta il fatto che io abbia scritto un libro fetente nell'alchimia della tua curiosità? Voi donne avete questa fissazione, troppo spesso, per gli artisti o sedicenti tali. Io ti dico che un impiegato dell'Enel può farti godere più di me, ne sono quasi certo. Perché io sono un servo e anche quando scopo faccio dei pensieri amari che tu intercetterai, perché le donne capiscono tutto. Quando non lo fanno, significa che stanno giocando e allora vaffanculo anche a loro, a te, a tutti voi”

Era tanti anni fa.
Ora, teoricamente, sono un uomo libero; ma non lo sono per niente. Arriverà presto il mio prossimo padrone. Farò finta di niente o mi ribellerò ancora e ancora, fino a puzzarmi veramente di fame?
Mi capita ancora di sentirmi libero, magari mentre ascolto “Continuum” di Jaco Pastorius. Non leggo libri sotto gli alberi e non mi faccio bagni al lago al tramonto. Non scrivo di queste cose. Scrivo di schiavitù, spero senza retorica.
Non posso scrivere con l'aplomb dei fighetti che hanno le carte e le cose a posto, e che si aggiustano i capelli (se li hanno) quando leggono in pubblico le loro brodaglie alate, i loro fottuti unicorni del compiacimento.
Ho passato metà della mia vita a chiedermi se ero più un servo o una troia neanche di regime. Non ho trovato una risposta. Intanto, ho imparato qualcosa sulla scrittura e ho imparato ad ascoltare la musica sul serio, senza ignavia, senza pigrizia, senza quel maledetto collezionismo tra i piedi.
Sono soddisfatto, dai. È una sveltina con me stesso che posso pure concedermi.

©Luca De Pasquale 2018









25/03/18

La parata delle ossessioni



Dove è il dolore, là il suolo è sacro.
Oscar Wilde

Si vive di ossessioni, anche se non sono in molti ad ammetterlo.
A ognuno le sue. Che dipendono dalla storia personale, dai propri rifugi mentali e psicologici, dipendono dalle delusioni, dalle disillusioni, dalle emozioni bruciate, dai sogni infranti e certamente dalla percezione -quasi sempre sbagliata- che ognuno di noi ha di se stesso.
Le mie ossessioni sono sempre lì, a macinare strada, ad estendersi, a cercare nuovi ganci ed agganci, richiami, suggestioni, ovviamente dipendenze.

Credo di conoscere abbastanza le mie ossessioni. Come sono nate, come si sono sviluppate, che valenza esistenziale hanno, dove mi conducono e dove mi porteranno un giorno. L'uso che faccio dei social è sufficientemente speculare rispetto a ciò che domina i miei pensieri, la mia vita, in qualche caso anche la mia interiorità. Volente o nolente, i social riflettono quello che siamo e che vogliamo portare fuori, agli occhi degli altri.
Di me, appunto, so abbastanza. Dischi, dischi e dischi. Il basso elettrico. Il contrabbasso. La musica. Dischi, basso e contrabbasso superano di varie spanne le suggestioni letterarie e l'ostentazione della (mia) scrittura. Perché la scrittura è qualcosa che non mi piace condividere se non nel momento stesso in cui scrivo. Poi basta. Per me scrivere è come respirare, mangiare, dormire. E io non sono tipo che si spenda nel segnalare quando mangia, dorme o fa sesso. Inoltre, in qualche modo vivo la scrittura come un atto di dolore purificatorio suo malgrado, è una scissione, una separazione da me in atto di presenza a me stesso, è contorto ma è così. Invece la musica è sogno, bellezza, resistenza e ricerca. Una ricerca diversa dalla scrittura, che non mi costa notti insonni, desideri fatti a pezzi, impulsi castrati e censurati; la musica mi regala quel poco di libertà di cui posso disporre, sempre meno con il passare degli anni.

Non sono più libero come un tempo. Fuori e dentro. Sono costretto troppo spesso a fare l'appello in una classe piena di fantasmi, e questo è inutilmente quanto necessariamente doloroso. Sono ormai convinto che il mio dolore di stare al mondo sia inutile e necessario al tempo stesso. Inutile perché mi brucia il sorriso, ridimensiona le mie azioni, mi mette al muro e mi spinge a fare resistenza a tutto ciò che non riconosco come puro e davvero sentito; in poche parole mi fa sentire un esiliato in terra straniera, sempre, ovunque e quasi con chiunque. Però quel dolore mi è anche necessario come spinta vitale, è il sentimento più costruttivo che la vita mi ha insegnato, per paradosso. Il dolore dell'oggi contiene la speranza del domani e il relativo risveglio, che ci siano o meno delle spine ad accogliermi nel nuovo giorno.
Per questo non lo ricuso, non lo respingo, non lo nego. Non intendo sconfiggerlo fino in fondo, perché è inumano e stolto poter solo pensare di vivere senza senso del dolore. Chi passa la sua vita e impiega i suoi migliori anni nella vana ricerca di azzerare il dolore è una persona che non posso capire, frequentare, è una persona con la quale un dialogo sincero è impossibile, ogni tentativo sarebbe sterile e pure noioso. In fondo, mangio dolore da quando ero bambino, me lo sono fatto quasi amico, ne riconosco i difetti, i limiti, i meccanismi reiterati e qualche volta squallidi, e so benissimo quanto mi impedisca di saltare allegro e felice in contesti dove qualcuno, fraintendendomi completamente, mi darebbe più spazio.

Quando mi augurano il successo, soprattutto come scrittore o semplicemente uomo che scrive (definizione che preferisco nettamente), mi rendo conto che senza volerlo mi stanno augurando di uscire da una parte di me, di rinnegare non una vocazione alla sofferenza (troppo banale) quanto un approccio alla vita che lucidamente, ostinatamente, include il dolore della presenza tra gli aspetti da vivere senza ritrarsi.
Tra le mie ossessioni, ecco, c'è quella di affrontare il dolore a testa alta, con gli occhi aperti, senza la tentazione di invocare aiuto e senza la mania sciocca di bruciare le streghe. Quello è semplicemente impossibile. Se bruci una strega, quell'odore di carne e sentimenti bruciati ti perseguiterà tutte le notti della tua vita. È molto peggio.

E così, la musica è quell'ossessione che meglio fronteggia il dolore e i suoi picchi imprevisti, è un muro di suono che resiste all'urto e, perché no?, porta con sé un vero e proprio spirito di resistenza e rinnovamento che rappresenta una forza sincera da non dilapidare stupidamente.
Conoscere la musica, scriverne, confrontarmi con chi la padroneggia e la crea, è un atto di presenza costruttivo in nome del domani e forse anche del dopodomani, che in genere per me è già troppo da accettare.
La musica accompagna le mie giornate, la mia scrittura, persino la mia insonnia. Non importa se sto vivendo un periodo rock, jazz o chissà che altro. La musica è una parte fondamentale del colore delle persone, delle cose, del mondo. Senza sarebbe tutto molto più triste e deprimente. Anche scrivere e leggere può assumere un significato di affermazione della vita, per carità, ma sono troppo coinvolto in prima persona per considerare questo atto privo di controindicazioni. E poi la scrittura, molto più della musica, si presta all'ambiguità, alla farsa, alla menzogna, laddove chi scrive pensa di poter prendere in giro chi legge fingendo di creare roba che lo rappresenti e che ne traduca una presunta, molto presunta, bellezza interiore.

Non mi sono mai chiesto se sono bello dentro. Spesso penso di no. Troppe contraddizioni, troppi impulsi. E poi conosco la vendetta, il tormento come metodo di continuazione, quanto posso essere veramente bello?
Nutro forti dubbi sulla mia bellezza interiore e mi piace che sia così, mi sento a casa solo quando dubito, quando smonto, quando non mi accontento. Assisto sempre più sconcertato a una continua parata di ossessioni personali spacciate per proiezione dei migliori aspetti nascosti dentro; in presenza di questi tristi spettacoli finisco sempre con il dirmi che non voglio finire schiavo di questo orrore, fangoso incesto tra volontà di affermazione e grido d'aiuto con gli occhi puntualmente nascosti alle vere lacrime.

Sono inflessibile con me stesso quando, frequentando i social, mi imbatto in persone con l'ossessione, che so, dei cani, dei viaggi, della politica dibattuta, della cucina. Sono inflessibile perché sono consapevole di disgustarmi facilmente e di provare un'enorme, affilata, insofferenza che mi porta naturalmente in territori di dura contrapposizione personale. Mi dico che non posso permettermi di emettere sentenze, non sono io dalla parte del giusto, e chiaramente neppure gli altri. Nessuno è nel giusto quando si mostra, si tratta essenzialmente di una scelta e quello è il suo senso, punto.
Non esiste apparenza più sensata di altre.

È probabile che sia stato il rock'n'roll -inteso in senso più che esteso, come approccio, come sguardo- a salvarmi la vita in più di un'occasione. Ecco perché si tratta di un'ossessione, che ovviamente sfocia nell'oggetto disco e nella consumazione della musica, che accetto e incentivo senza sosta. Come mi disse una trentina d'anni fa uno dei miei maestri di conoscenza, “il rock è strafottenza e resistenza insieme, ed è pure lucidità”.
Quanto aveva ragione, quanto gli sono grato per questa dritta.
E adesso, in questa domenica grigia e bianca che promette poco ma manterrà il giusto, largo a “Glamour profession” degli Steely Dan, un viaggio notturno tra i lidi dell'insonnia, del vinile e di un domani che sfugge a qualsiasi previsione, in bene e in male.

©Luca De Pasquale 2018

24/03/18

Cinquanta fortunati che si fiutano il culo a vicenda



Vanna (o Wanna) mi parla con enfasi. Il nostro caffè è un incubo, perché lei parla sempre, per giunta con quel tono di perpetuo stupore che ho sempre trovato intollerabile, in tutti. Lo stupore enfatizzato, l'aria trasognata e vaticinante di chi sembra ti stia raccontando continue meraviglie.
Vanna (o Wanna) mi parla di un “nuovo” cantante napoletano di spessore.
Vanna (o Wanna) mi parla di un “nuovo” scrittore napoletano sensibile e attento anche (e qui si sdilinquisce) ai “temi sociali”.
Vanna (o Wanna) mi parla di un “nuovo” imprenditore giovane napoletano che è entrato con successo nel business redditizio dei bed&breakfast. Altro stupore, altri sospiri a stento trattenuti. Se chiudessi gli occhi, potrei anche pensare che Vanna (o Wanna) ha voglia di fare l'amore e di assaporare il mio maschio cinismo di retrovia.
Vanna (o Wanna) mi parla di un giornalista napoletano (non nuovo) che è talmente bravo da poter scrivere di musica, teatro, letteratura e naturalmente gli immancabili temi sociali.
Vanna (o Wanna) mi accenna con sussiego a un giovane napoletano che si è specializzato in rapporti tra la meditazione ipnagogica e il benessere del corpo e forse dell'anima, quando quest'ultima risponde all'appello.
Da come ne parla potrei dedurre che hanno giocato al medico e all'infermiera, tra una stronzata e l'altra.
Ma certamente lui dev'essere un falso, un mezzo ricottaro, uno che non ha neanche il coraggio di mostrare la sua reale bramosia sessuale: un affarista senza scrupoli, un simulatore, un rabdomante del nulla.
Vanna (o Wanna) è così su di giri nel raccontarmi di tutti questi splendori cui ha accesso che non si rende conto di quanto sto soffrendo e di quanto riesca a trattenermi a stento.

Luca, non capisco perché ti ostini a non prendere coscienza che non ci sono solo stronzi in giro...”
Non ho mai detto una cosa del genere, Vanna”
Eppure io la percepisco”
Mi dispiace”
Dovresti, prima o poi, fare pace con te stesso”
Mi dispiace anche di questo”
Ho letto un libro di uno scrittore napoletano emergente che ti piacerebbe, lui è uno riservato...”
Dovrebbe piacermi solo perché riservato?”
Fammi finire! Lui ha studiato alla Normale di Pisa, poi è andato a lavorare in Nuova Zelanda come editor, poi, pensa, è tornato a Napoli a dare una mano alla sua famiglia che stava perdendo l'azienda...”
Vanna, ti prego...”
... e allora sai che ha fatto? Lui, che poi è un uomo di lettere, un consulente editoriale, un avvocato, un notaio, ebbene lui ha comprato l'azienda dal padre e l'ha salvata! E poi, pensa, sta scrivendo un libro sulla scena musicale e teatrale napoletana insieme al grande giornalista Scipione Cowbell... e un suo racconto inedito o forse edito sarà recitato in teatro da un noto attore televisivo... cioè lui si è dato davvero da fare... ed è un uomo gentile e riservato”
Ascolta, Wanna. Sai cosa penso? Te lo dico. Parlo della nostra città, d'accordo? Tutto è in mano, a livello chiamiamolo 'culturale', a un manipolo di persone, diciamo una cinquantina o poco più, che non hanno nessuna qualità evidente se non quella di aver creato cricche e sottocricche, insiemi dozzinali di paventate ed esagerate competenze, piccoli circoli nautici del sapere e del tramandare dove non fanno altro che fiutarsi il culo a vicenda, e grazie al vento della creduloneria lo fanno ancora meglio”
Ma che cosa vorresti insinuare? Ti rendi conto di quello che stai dicendo?”
Tutte queste storielle che mi stai raccontando, tutte proprio, afferiscono a persone che si muovono da privilegiati in ambienti privilegiati. Persone che non hanno problemi economici o lavorativi, persone che si affiliano per convenienza, comodità e anche pigrizia intellettuale. Persone che, per fartela breve, se lo succhiano a vicenda da anni e ci vogliono dare a bere pure di stimarsi, di fare collettivo, di operare per il bene comune. Personcine ammodo che scriveranno il sessantesimo libro, uguale ai primi cinquantanove, su Pino Daniele o Troisi, che per essere chiari ho amato moltissimo. Personcine dabbene che scrivono rime in napoletano per apparire trasversali, multiclasse e anche sfiziosi. Figli della buona borghesia che ci romperanno il cazzo ancora a lungo con le loro saghe familiari spacciate per recupero di improbabili unicità narrative e dinastiche. Persone che non ci raccontano certo dei loro drammi di carne tremula, di coiti, di conti in banca, di stitichezza, di compensi chiesti e richiesti; no, loro ci raccontano di una Napoli che rinasce, che si compatta attorno alla cultura, di una Napoli che si ingegna, loro usano questo verbo perché quello giusto, 'riciclare', non conviene menzionarlo...”
Luca, io non pensavo”
Cosa Vanna, dolce Vanna?”
Che tu fossi una persona così orribile e anche profondamente invidiosa”
Questo è il tracciato psicologico da gineceo che scegli di percorrere?”
Sei una persona orribile, perché in te vedo il disprezzo”
Non ti piace il disprezzo, Vanna? Non lo trovi anche un po' eccitante?”
Tu fai come la volpe con l'uva”
E i tuoi amici che rossetto mettono quando se lo succhiano? Parlo per immagini, so che non se lo succhiano per davvero, ma forse sarebbe meglio per tutti, per noi, per loro”
Da dove proviene tutta questa violenza, Luca?”
Tono drammatico. Tono anche pieno di buona volontà che non voglio dilaniare.
Non è violenza, è semplicemente colorito dissenso”
Tu vuoi farmi credere che davvero pensi non ci sia una fase rinascimentale a Napoli? Abbiamo, parlo di cultura, delle eccellenze!”
Di eccellenze ne abbiamo a iosa, Vanna. Ma non sono quelle che si vedono in giro e nemmeno quelle di cui parli tu. È questo che mi fa orrore, alla fine”
Ah, capisco. E l'eccellenza saresti per caso tu? L'isolato? Lo scrittore arrabbiato ed esistenzialista che usa la fionda dalla torre d'avorio?”
Io un eccellenza? Mai e poi mai. Io sono un venditore di dischi”
Non sei uno scrittore? Non pensi di avere talento?”
Non importa. Io sono un venditore di dischi e tutti quelli di cui mi hai parlato sono dei falsi, dei vecchi tromboni o degli abili strateghi di marketing”
Chi sei tu per giudicare?”
Quello che dico vale per me”
Ripeto: chi sei tu per giudicare?”
E chi sei tu per pensare di potermi aprire gli occhi sul bello? Io vedo solo cricche. Cricche di ex sinistrati, cricche frocie sessiste al contrario, venditori di napoletanità da lupanare, amici di consiglieri comunali, mediocri scrittori portati in palmo di mano dal desiderio di poter vantare delle eccellenze, editori improvvisati che scimmiottano male i grandi ormai stravenduti e compromessi da anni, vecchi cantanti da balera che fanno hip hop in napoletano e parlano di rifiuti tossici e di Scampia, oltre al finto mondo 'alternativo' che si chiama dentro all'impegno civile solo perché ci si incontra al centro storico...”
Con queste tue parole sciagurate, sessiste, sporche, invidiose, ti qualifichi per quel che sei. Sono delusissima da te. Ti pensavo un uomo sensibile e tormentato, invece sei solo un uomo che odia per stare meglio”
Hai letto queste cose su qualche fascicolo di psicologia a 1,99?”
Sei una persona orribile. E, so che ti ferirà, ti dico anche che sei un perdente e un fascista”
Perdente è un complimento detto da te e da voi tutti... quanto all'altra cosa, non dovrei essere io a risponderti, ma un grande caratterista romano che non ho mai dimenticato”
Mario Brega, dove sei? Che cosa avresti detto, Marione?
A me fascio? Io fascio? A zoccolè, io mica so’ comunista così, sa’! So’ comunista così!”
La verità è che tutto è stato già detto. Meglio, e con più onestà.

©Luca De Pasquale 2018

22/03/18

Foto notturna delle curiosità lasciate perdere

Don't worry I'm not lookin' at you
Gorgeous and dressed in blue
Don't worry I'm not lookin' at you
Gorgeous and dressed in blue
Morphine “Whisper”

Molte cose mi stanno scivolando di mano e da dosso. Credo sia giusto, opportuno, inevitabile.
Ogni cambiamento porta, anche quando eventualmente peggiorativo, un alleggerimento, una trasformazione. Cominci a riconoscere solo alcune delle cose che hai, delle persone che ti circondano, persino dei tuoi vizi.
Non me lo ha chiesto nessuno, ma se dovessi rispondere a quale penso sia in questo momento il paesaggio della mia anima, direi uno degli scatti notturni del grande e compianto Luigi Ghirri.
Questo non perché la mia anima sia qualcosa di grande o meriti la grandezza di un Ghirri, tutt'altro; unicamente perché nelle foto di Ghirri la notte viene catturata mentre, regalmente ferma, si smuove con una lentezza quasi impercettibile verso il giorno dopo, o un'altra notte.

Resto dell'opinione che si discetti troppo di anima, per giunta male e schermandosi dietro un ventaglio abnorme di illusioni da scegliere a turno. Resto dell'opinione che parliamo e scriviamo troppo, che ci confidiamo posseduti dalla scomoda volgarità di una bulimia comunicativa che ci rende vulnerabili, disordinati e contorti. Troppe citazioni avveniristiche, risolutive. Troppi oggetti di distrazione mista a speranze di salvezza. Troppi oggetti. Troppi spostamenti in fondo studiati appositamente per non morire di noia, o restare con se stessi quell'attimo in più che può significare sconforto, mania, recriminazioni varie.
Troppe ciambelle di salvataggio disseminate nei nostri percorsi quotidiani. E quanto ci stiamo facendo schiavizzare, anche, dalla mistica degli incontri? Abbiamo l'arroganza di pensare che dietro ogni incontro si possa nascondere qualcosa di meraviglioso che temiamo di perdere per insipienza, o perché, come piace ripetere a molti in questi giorni, “tu non ti vuoi abbastanza bene per prendere il bello della vita”.
Come ci piace, analizzare continuamente i massimi sistemi della nostra interiorità. E come ci piace non risolvere niente per aggiornare il malessere e assestarlo nelle nuove coordinate del destino, vero?

Ho scritto tanto, soprattutto in un passato recente e carico di vecchie rabbie defluite, sulla mia interiorità e ora sono stanco. La mia priorità quotidiana non è certo essere uno scrittore e ancor di più dimostrare di esserlo. Sono consapevole di non tenerci affatto a fare lo scrittore/imprenditore di se stesso, il piccolo scrittore che pubblica due libri ogni cinque anni e che deve organizzarsi delle presentazioni, elemosinare prenotazioni di copie e tutto l'apparato che ben conosciamo. Non ci tengo a guadagnare simpatie e connessioni attraverso i social, il presenzialismo spinto, la simpatia. Non gioco nemmeno sul fatto -che funziona, ed è quanto meno inquietante- che sono napoletano. Non faccio parte della new age o new wave napoletana, ne sono fuori. E fuori ne rimarrò, da queste etichette. Non sono uno scrittore con coloritura politica in cima alle parole; ho le mie idee sociali, che sono piuttosto palesi, ma non voglio bandiere e drappi sulle spalle. Non mi dilanierò e non mi lancerò dal balcone per una pubblicazione in meno, non mi sentirò inadeguato a vivere se i grandi numeri non sono dalla mia parte. Non sono disposto a mangiare merda e farmi in quattro per vendere cento copie di un libro che la maggior parte degli acquirenti finirebbe per dimenticare dopo meno di un mese. Non mi illudo affatto di poter arrivare ovunque, e di essere uno “squassante” comunicatore di emozioni, capace di torcere lo stomaco e l'anima dei lettori. Ho bisogno di scrivere altrimenti muoio, e morirei malissimo, ma sono fatalista circa i risultati. Tutto ciò che potrebbe farmi sentire in qualche modo un frustrato e tardivo arrivista è scartato a prescindere. Lascio a branchi di egotisti e di finti misteri in forma di parole lo sforzo immane di essere credibili e pensosi, non dirò mai a nessuno “io sono molto profondo”, perché trovo che sia una delle dichiarazioni più stupide che un uomo possa rilasciare. Si finisce per convincersi della propria presunta profondità; l'inizio di una fine ingloriosa.

Mi accorgo che ogni giorno, ogni settimana, ogni mese, sono costretto a lasciar perdere tutta una serie di cose che hanno suscitato il mio interesse, di pancia o di anima non importa, e che non posso permettermi di trattenere grandi quantità di bellezza da spolverare e conoscere con calma, con pazienza, con presenza. Ad una certa età, e in certi contesti, il concetto di “presenza” diventa poco praticabile e questo spiega perché tanto del vivere scolorisce, sbiadisce, passa via. A prescindere dai rimpianti.
Chi urla la necessità di un vitalismo polipale, costituito da continui tentativi, dal senso dell'avventura come matrice primaria di ogni azione, non si rende conto che pensa e parla in questo modo perché può permettersi un'impostazione del genere. Se fai cinquanta cose, la legge delle probabilità dice che almeno quattro o cinque andranno a buon fine e potrebbero sovvertire la sorte o quel che è. Ma quanti possono permettersi, interiormente, economicamente, come tempo, di poter aprire continui ventagli di possibilità e nuovi scenari? Ecco uno dei più assurdi difetti del pensare positivo, una totale mancanza di senso pratico nell'esortare il prossimo a mettersi in linea con l'ossessione del rinnovamento da incentivare.
A volte penso che il rinnovamento stia diventando, pericolosamente, un concetto legato all'agiatezza, non solo economica. Come lo scrivere, il viaggiare, il collezionare. Il confine tra volere e potersi permettere è stato violato dalla faciloneria e cancellato per comodità concettuale. Triste.

Stanotte ho dormito un po' più del solito. Alle sei del mattino ero in piedi. La luce mi ha ricordato alcune bellissime foto di Ghirri. Ho aspettato che facesse giorno, senza darmi pressione. Ho pensato che sono tante, troppe, le cose che devo lasciar perdere e che non potrò in alcun modo recuperare, perché il tempo non è poi così tanto e le priorità sono di un pragmatico angosciante che sembra dimezzarti il tempo reale quanto quello interiore.
Ho preso le cuffiette, mentre faceva giorno, e ho ascoltato a ripetizione una delle mie canzoni-specchio, “Whisper” dei Morphine. Ho una devozione disperata verso questa canzone che mi ha accompagnato per tanti giorni e tante notti della mia esistenza. Ho una vera e propria dipendenza dall'incedere slabbrato e denso del pezzo, dalla voce esistenziale e lasciva di Mark Sandman, dal suono sabbioso e malato del suo basso a due corde, una specie di angelo cieco che canta brevemente su un filo di equilibrista, con sotto un oceano di nausea e di guerra silenziosa, squallida, monotona. Una canzone che vorrei si suonasse al mio funerale, ma che andrebbe bene anche per un momento di gioia, per una dose di sesso silenzioso in una stanza d'albergo, per accompagnare un addio, da una persona o da una vita precedente con i pidocchi.
Ascoltando ripetutamente “Whisper” il pensiero più sciocco che ho fatto è che sono nella straniante condizione di non fregarmene che di pochissime cose; tant'è che mi sono ritrovato a sussurrarmi una frase quasi sorridendo: “Cosa dovrei fare? Non fregarmene un cazzo”.
Non voglio diventare un assassino di vecchi momenti, nella smania puerile e magari indotta di darmi abiti esistenziali nuovi. Alla mia anima piacciono le stanze spoglie, le donne vestite di malinconia dignitosa, la musica che arriva negli interstizi polverosi dei fallimenti della fede, alla mia anima piacciono i personaggi che seguono la loro traiettoria pur sapendo di andare a schiantarsi.
La nuova categoria lavorativa ed esistenziale di “maestri d'anima” non merita neanche un briciolo di attenzione. Ai maestri d'anima mi piace sputare in faccia, fare in modo, anche con il silenzio, che per una volta riescano a guardare il buco di culo della vita, i suoi fiori marci, i suoi amori falliti e poetici, ai maestri d'anima vorrei dire che l'interiorità non è qualcosa che si possa servire di formule, frasi a effetto e forme di allontanamento dalla ruggine del male. Ed è normale, allora, che mi venga da dire, ai maestri d'anima e relativi discepoli, “vedi un po' se ti piace la mia perdizione o magari il mio cazzo in erezione, e no, non sono associato con un editore, un locale che fa reading letterari et similia, un movimento politico, e non rispondo al citofono quando Dio mi cerca”.
Alla mia anima piacciono da morire i Morphine, la voce di Mark Sandman, le cose che si lasciano andare fingendo che non faccia male.

©Luca De Pasquale 2018








21/03/18

1985: funicolari, vinili, sigarette e un innamoramento al giorno


Il 1985 è stato un anno fondamentale per la mia formazione. Molte ossessioni sono nate in quell'anno, per poi prendere forma in seguito. Che fosse un anno particolare ce lo dicono anche gli annali calcistici, considerato che il campionato 1984-85 lo vinse il Verona del grande Osvaldo Bagnoli, che al di là di grezzi campanilismi, era squadra verso la quale era impossibile non provare un'innata simpatia.

Nel 1985 avevo tredici anni. Vestivo quasi sempre con gli scarti di mio padre, per cui avevo inevitabilmente addosso un'aura da vecchio commenda; baffetti e pelurie malamente esibite non facilitavano la questione estetica. Non avevo ancora baciato una ragazza. Scrivevo molto, moltissimo. Leggevo molto, moltissimo. Non avevo ancora scelto un eventuale migliore amico, ero particolarmente solitario. Avevo già da qualche mese iniziato a rubare le Muratti Ambassador dai pacchetti che mio padre lasciava in giro ovunque, sperando che non se ne accorgesse (anni dopo scoprii con orrore che mio padre era uno che le sigarette le contava).
A gennaio del 1985 feci un salto di qualità notevole: mio padre iniziò a darmi con regolarità la “settimana”, che consisteva in quindicimila lire contanti e sonanti. Lo consideravo un passo quasi decisivo verso l'età adulta e per questa novità inattesa mi sentii improvvisamente potentissimo.

Altro dettaglio da non trascurare, mi innamoravo ogni giorno o quasi. Di ragazze e donne che vedevo per strada. Le inseguivo con grande discrezione fin sotto casa. Scoprivo dove abitavano e decidevo di lasciarle in pace da subito. Ho sempre rispettato la privacy delle donne e non sono mai stato particolarmente avvezzo a propormi o a insistere. In compenso, scrivevo molte lettere d'amore, genuine, precoci, passionali, titaniche, inutili. Non le consegnavo mai. Le conservavo per qualche mese e poi inscenavo “la notte del fuoco”; sceglievo una notte temporalesca e romantica per bruciare tutto quanto prodotto sull'ampio balcone di quella che era stata la camera da letto dei miei nonni.

A tredici anni, il mio libro preferito era senza dubbio il Notturno di D'Annunzio. La ferita, l'estenuazione sensoriale, il titanismo decadente, la sensualità barocca e tonitruante, le tenebre: tutto mi seduceva in quel tomo che mio nonno aveva maneggiato sotto i miei occhi così frequentemente. Avevo letto anche “Il fuoco”, che pure mi piaceva. Avrei pagato per potermi chiamare Stelio Effrena e non Luca De Pasquale, con tutto il rispetto per il mio cognome. In seguito, mi sarei morso il palato per il dispetto di non chiamarmi Des Esseintes, e poi Kirillov, Drogo, Raskolnikov, Pecorin, Bras Cubas e naturalmente Bernardo Soares.

Inutile specificare, però, che il mio pensiero principale si divideva esattamente a metà tra dischi e ragazze. Non c'era altro che mi attraesse in quel modo così scomposto e febbrile, era già tanto da portarsi come fardello a soli tredici anni. Con la paghetta, considerai velocemente che tutti i sabati pomeriggio avrei potuto acquistare un vinile da Top Music, il negozio di dischi che si trovava al Vomero, a via Merliani. E così, ogni sabato alle 16 partivo da casa, il palazzo del cinema Alcione a Chiaia, passavo accanto al liceo Umberto, percorrevo via Carducci, via Vittoria Colonna, superavo piazza Amedeo e andavo a prendere la funicolare di Chiaia, che mi avrebbe portato al Vomero in massimo una decina di minuti. Quel tragitto mi vedeva sempre in preda ad una forte euforia: che disco avrei comprato? Cosa avrei scoperto? In cosa mi sarei imbattuto? Di quante ragazze mi sarei innamorato all'istante per strada, per poi scrivere di più e meglio?

Da Top Music trovavo Armando, il commesso di fiducia, la prima vera “guida” musicale (eccetto mio padre, che mi aveva trasmesso la curiosità per Bill Evans e Piero Piccioni) che ho avuto nella mia vita. Lenti fumè, capelli brizzolati corti, Armando mi dava l'idea di somigliare a qualche caratterista di lusso del cinema americano; da dietro sembrava James Coburn, almeno mi piaceva pensarlo. Gli facevo ogni volta una marea di domande, le più fantasiose e persistenti, all'epoca lui era la mia unica fonte, Internet non c'era, compravo Ciao 2001 ma di certo non poteva bastarmi.
Quell'anno comprai una sessantina di vinili in tutto, utilizzando anche i bonus costituiti dai regali di compleanno, Pasqua e Natale. Tutti i soldi in dischi e tutta l'anima dimidiata tra l'attesa dell'amore e la percezione sanguigna e tormentata di musica e scrittura. Non si può dire che fossi molto popolare tra le ragazze; stavo sulle mie, quasi sempre assorto, silenzioso, in costante elaborazione emozionale. Altro che la famigerata leggerezza dell'età.

Il mio modello di uomo e di artista era Bryan Ferry, del quale avevo comprato “Boys and girls”, che mi aveva praticamente cambiato la vita, investendomi di dandysmo elettrico, estetizzazione dei sensi, oltre a farmi prendere una fissa per la ciocca di capelli che avrebbero dovuto cadermi su un occhio, proprio come a Bryan in copertina. Ma i miei capelli non vollero prestarsi al gioco, erano un insulso misto tra riccio e ondulato, tendevano a prendere forme di fungo e non di tirabaci decadente. Dannazione.

Ogni vinile acquistato mi arricchiva di qualcosa e modificava in qualche modo, seppur impercettibile, i miei comportamenti e le mie aspirazioni.
Prendiamo per esempio “Shamrock diaries” di Chris Rea, lavoro di classe, sentimentale, rauco di seduzione: mi permise di innamorarmi della stessa idea dell'amore, al di là delle visioni stradali.
Brother where you bound?” dei Supertramp mi consentì di apprezzare la chitarra di David Gilmour anche al di fuori dell'icona Pink Floyd; “Fly on the wall” degli AC/DC e soprattutto “Go for your life” dei Mountain rinforzarono sostanziosamente l'amore mai sopito per l'hard rock. Dei Killing Joke e dei Marillion ho scritto diffusamente in passato, ma sono stati fondamentali per motivi diversi, per non dire addirittura contrapposti. Il 1985 mi regalò anche “How to be a zillionaire?” degli ABC, un gruppo che mi è entrato nel sangue andando all'indietro e scoprendo così la gemma “The lexicon of love”. Senza dilungarmi in elenchi, ogni disco che ho comprato in quel particolare anno ha per me un valore esistenziale che si è mantenuto inalterato o quasi. In certi casi, qualche disco dovrebbe ricordarmi le fattezze di una fata incrociata per strada e seguita per poterla dimenticare, ma la mia memoria -e forse è una fortuna- non arriva a tanta eccellenza e scintillio.
Fin dal 1985 e anche prima, infatti, vivo nel costante desiderio di dimenticare, rimuovere, allontanare, e capita che io mi convinca pure di esserci riuscito alla perfezione. Tutto quello che considero dimenticato, invece e per somma beffa, mi vive dentro, con una valenza ambigua, un misto tra uno sprone e una perdizione. Troppo complicato anche da scrivere. Si invecchia comunque, dunque meglio non perdere tempo a capire l'idraulica farneticante dell'anima/falena.

Stanotte non ho chiuso occhio. Non c'è stato un particolare motivo scatenante. So solo che alle quattro del mattino ero seduto al tavolo in cucina e guardavo la tempesta fuori. C'era solo una luce accesa, in un appartamento distante. Una camera da letto. Mi sono chiesto se si trattasse di una veglia funebre o di una coppia che stava facendo sesso con la luce accesa. Non se ne esce in nessun modo, dal binomio amore/morte. Per quanti sforzi si facciano, amore e morte giocano a rincorrersi, a sbiadirsi e a riaccendersi la coda, soprattutto quando gli uomini dormono.
Ho fumato metà sigaretta sul balcone, quella luce è rimasta accesa per un'altra ora buona. Ho ripensato alla paghetta che mi dava mio padre, al fatto che mi innamoravo di tutto incluso il mio silenzio, ho ripensato alla smania di somigliare a Bryan Ferry e a quel percorso, quel cammino di speranza che facevo per andare a comprare i dischi da Armando di Top Music. Ci ho lasciato giovinezza e cuore, in quelle strade. Quelle strade mi fanno soffrire tutte le volte che le percorro, sono così crudeli con la mia memoria e con gli occhi, che come molti vinili ho conservato abbastanza integri da non poter evitare la predazione accanita di una nostalgia carnivora che non mi piace, ma dalla quale in qualche modo dipendo, e dipende ciò che esprimo anche in queste note scorticate.

Quel ragazzo che vestiva con le magliette e le camicie del padre è un punto focale del ricordo di una storia, ma è anche un nemico che non riesco mai ad affrontare con tutto il coraggio esistenziale che pure mi sbandiero dentro troppe volte.
Che peccato.

©Luca De Pasquale 2018