12/02/18

Vita dromedaria (con un bouquet di rose tattiche)



Anni, anni e anni del mio spirito nell'affrontare la vita, i suoi spaventosi alti e bassi, le disillusioni, gli equivoci, i flirt assurdi e spinti oltre ogni livello di logica (di conservazione), l'inaffidabilità delle speranze, le notti insonni giocate tra tabacco e carta, ebbene tutti questi elementi hanno avuto un grande cantore in Sergio Caputo.

Se è vero che la mia canzone bandiera è stata per anni e anni “Spicchio di luna”, è anche vero che tantissime altre mi hanno tenuto compagnia in modo avvolgente, descrivendo delle vere e proprie traiettorie del mio karma, e non solo del mio.
La musica di Sergio Caputo era adattissima ad uno spiantato che cambiava più monolocali che pullover; musica adatta per il mio maledetto tabagismo, per le notti sveglio alla macchina per scrivere con l'insegna al neon del supermercato a illuminare malamente la stanza, per le infatuazioni elette ad ultima spiaggia, per esaltare (e ridicolizzare) quel ciclo che non sembrava avere mai fine: incontri sbagliati, flirt emotivi, ancora incontri sbagliati, sguardi da non dimenticare e poi l'oblio, lettere spedite o stracciate, veglie d'amore non ricambiato, veglie d'amore da distruggere, confessioni poi rimasticate in piccole Waterloo, romanticismo male in arnese, maree di chiodi e petali finite in pagine ingloriose di scrittura rifiutata o non presentata.

Una manciata di dischi di Sergio Caputo assolvevano al loro compito, e cioè quello di illanguidire la materia dei tormenti e allo stesso tempo a metterla in circolo ancora di più, come una maledizione agrodolce senza lieto fine, ma non per questo meno vera del resto.
E insomma sto andando a vomitare nel retro di un pessimo locale”, da “Ai confini della realtà”, spiegava molto meglio di mille altre parole l'atmosfera di quegli anni di caos, di amori da fachiro, di esperimenti destinati a rivelarsi presto o tardi degli errori colossali da non dimenticare.
E che dire di “Sarò più frequentabile, sfuggirmi non dovrai”?
E ancora, “frenesia di rivederti subito”, “io e te braccati dall'effimero”, cosa poteva esserci di meglio per credersi al centro di un grande quanto sterile gioco ad amarsi sotto le insegne dell'impossibile?
Le canzoni di Caputo avevano un altro enorme pregio: riuscivano a evitare il lato oscuro della sofferenza, rendendo quest'ultima quasi come un vezzo, un passatempo eccentrico, una conseguenza stralunata delle idiosincrasie di un'anima votata agli “abissi imperscrutabili”. E poi, tutta la musica di Sergio Caputo, eccettuata una piccolissima tranche della sua produzione, è ascrivibile a un filone nobile, quello del pop jazzato, elegante, colmo di richiami imperscrutabili e imprevedibili (in “Spicchio di luna” la citazione di Ahmad Jamal è palese).
L'aria notturna, da disfatta sentimentale in papillon e contrabbasso, tra Fred Buscaglione e lo swing, delle sue canzoni è una cifra che è stata rarissima nella musica italiana a seguire.

Qualche anno fa mi sono imbattuto in un topic in cui si diceva dei trascorsi di Sergio con movimenti di destra, all'alba degli anni ottanta se non prima. Ebbene, sorprenderà, ma questa “notizia” trascurabile non ha cambiato proprio nulla, rispetto alla devozione che portavo alle sue canzoni. Secondo questa logica infame, con paraocchi polifemici perennemente in funzione, non dovrei leggere Céline e Hamsun, che invece adoro, e non avrei dovuto passare metà della mia vita a perdermi nei film di Chabrol e di Melville, che per chiarezza era un anarchico di destra. Non dovrei guardare film con Alain Delon, che invece è uno dei miei attori feticcio. I dischi di Sergio Caputo sono come una categoria a parte, nella mia esistenza. A quelle canzoni ho affidato alcuni momenti topici, tante ossessioni e una parte consistente del mio spirito preferito, quello del “niente da perdere, buttiamoci”.

Il primo verso di “Spicchio di luna”, dove si allude a “piccoli sogni in abito blu” e spicca la poesia incredibile e gaglioffa di “mentre tu mi proponi discoteche inquietanti e amici naif... io speravo in un incontro galante cheek to cheek” non ha prezzo. Nella stessa canzone si fa riferimento anche ad una condizione mutata: “Spicchio di luna, ormai non navigo più da molto tempo in quelle stesse acque tempestose dove tu mi trovasti tanto male in arnese da scappare via”. Questo verso si sposa alla perfezione alla mia condizione attuale; non sono più le stesse acque, certo, se possibile il maremoto è anche aumentato e le onde sono altissime, ma io sono sempre al centro della tempesta, naturalmente in piedi. Ed allora significa che il cuore non è finito sotto i piedi e che la musica di Sergio Caputo è ancora attualissima e icastica, per quanto mi riguarda.

Se le canzoni all'idrofobina vegetale di Caputo non sono invecchiate, è purtroppo vero che quel che mi attornia sente il peso degli anni e delle maratone per niente decoubertiniane che hanno portato più retrocessioni che trofei. Molti amici si sono imbolsiti, ridotti a contraddizioni viventi che non fanno altro che interpretare il mondo secondo i loro vecchi crismi; salvati dai figli e da un nome presentabile, ormai si spaventano di tutto quello che sfugge alle loro antenne emotive. È molto triste, per non dire penoso. Io sono invecchiato in alcune parti di me. Mi fido poco delle persone e pochissimo di me stesso. Se sogno, lo faccio di nascosto; principalmente di nascosto dai miei occhi, compreso il terzo. Sono politicamente disilluso, in aperta e dichiarata crisi non di idee, ma di applicazione delle stesse. Sono un ibrido pericoloso tra un individualista sfrenato (in quanto a pulsioni, mai a beni e privilegi) e un combattente mezzo suonato, perché “la notte è un pazzo con le mèches”.
Non sono più il giovane virgulto che immagina la scrittura come una donna da sedurre nella notte più blu che esista. Sono diventato malinconico, lo scrivo sempre: non è facile accettarlo. Tutte le volte che mi concedo dei languori finisco con lo sputarmi in faccia come un teppista, apostrofandomi oscenamente, punendomi con una logica squadrista da reduce. Mi pongo domande inquietanti: non è che preferisco la marginalità a proclami di rivoluzione? Non è che dalle posizioni defilate si guarda meglio tutto, e dico tutto? E ancora: perché mi piace tanto quel che non accade? Perché credo di riservarlo per un secondo momento come un qualsiasi vigliacco? E se è vero che sono intelligente, perché dormo così poco? Perché odio discutere? E a cosa devo attribuire la tendenza ad annoiarmi a morte quando si parla di politica, di religione, di calcio e persino di sesso? Forse mi piacerebbe parlare di Protagora o Hume? Nemmeno per idea. Forse mi piace il silenzio, più di ogni altra cosa. Perché odio il telefono? Non certo per le bollette troppo care.
Perché detesto i social e poi sono presente con almeno un account su ogni piattaforma simile? Perché continuo ad avere un blog personale, a chi voglio arrivare e per quale motivo?
Ho davvero rinunciato a scrivere fuori da quest'isola deserta?
Perché mi sento braccato ogni volta che qualcuno vuole annettermi a qualcosa che mi presenti un'organizzazione già stabilita in precedenza? Ed è vero, come sosteneva quel professore di italiano che votava Democrazia Cristiana, che sono uno senza ambizione?
E, per concludere, perché questa smaniosa preoccupazione di essere amato in un modo che non potrei gestire? Forse ho sognato per troppi anni che nessuno si accorgesse di me, di modo che potessi incazzarmi per qualche motivo tangibile.

Sono roso dai dubbi ogni giorno, è il mio modo per non essere un pulcino spaurito. Mi sottopongo a dei veri propri interrogatori emotivi per migliorare la percezione emozionale dei fatti, delle idee, dei richiami silenziosi, persino dei sogni di nascosto.
Non vivo di certezze come tutti quelli che appassiscono, alla mia sinistra e alla mia destra. Se chiudo gli occhi, riesco ancora a captare quel sogno quasi erotico che mi voleva protagonista di una vita dromedaria, naufrago da snack bar, affabulatore in una mecca degli estranei.
Sono certo e felice di una cosa sola: uno spicchio di luna basta ancora ad un lupo per ululare mesi e mesi, e forse di più. Le piccole (e uniche) facilitazioni di una vita dromedaria.

©Luca De Pasquale 2018





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