05/02/18

Trattenuti



...il sogno è povero ed è la cauzione di un'assenza”
Roland Barthes

I nostri gesti sono trattenuti. I sentimenti, le angolazioni del cuore, le rivolte, le volontà di smarcamento, l'essenza dei nostri percorsi difficoltosi, quasi tutto è trattenuto, come per conservare una presentabilità, una decenza che venga poi interpretata come equilibrio.
Io stesso, che tanto invito alla libertà, sono un uomo trattenuto. È vero, cerco di scrivere e dire quello che penso, ma non basta. Non può bastare. Spesso mi sento trattenuto, vincolato a un oscuro patto di non violenza con l'espressione, con le relazioni, con l'immagine che mi porto dietro e quella, ancora più controversa, che vedo nello specchio. Mi capita di non dire la verità, soprattutto quando mi svincolo da qualcuno o qualcosa, senza dare spiegazioni. Riesco a tacere quando vorrei urlare qualcosa che somigli ad una liberazione. Riesco ad abbassare lo sguardo quando l'istinto diventa tiranno: abbasso lo sguardo e lui si distrae, così posso pugnalarlo con tranquillità.

È anche vero che chi urla è insopportabile. E che quelli che continuano a sbagliare diventano noiosi, dopo un'iniziale comprensione. Chi pensa di liberarsi nella rabbia e nella fuga è un illuso, che spesso finisce con il diventare molesto se non ridicolo. Si fugge da continuo. Da legami costrittivi, da lavori non scelti, dal proprio luogo di nascita e di residenza, si fugge credendo in una nuova vita, ma sono solo movimenti verso un esotico fisso che si vuole tinteggiare di interiorità.
La parvenza, l'illusione di ricominciare senza conseguenze, senza macchie”, cantavano i Bluvertigo in un brano cupissimo, “Troppe emozioni”, percorso da un basso così decadente da sembrare fasullo. Buona parte dei miei incontri avvengono con persone in fuga perpetua dalla loro vita; persone che ricorrono alle utopie, a permanenze molto costose in luoghi lontanissimi dalla propria geografia, a meccanismi di seduzione che rivelano molto presto la loro portata rovinosa, in quanto non spinti verso la libido bensì verso un'eterna liturgia degli inizi. Ogni inizio è bello, è così facile. La smania di vedersi, l'adrenalina, quelle stramaledette canzoni d'amore che funzionano sempre come un boomerang, i baci, l'emozione della pelle, la tentazione dell'eternità nascosta dietro i lampioni, nelle case immerse nell'oscurità, nel profumo della lenzuola prima del sesso. Durante e dopo quel profumo è già sparito, inghiottito dalla minaccia, quella sì perpetua, dell'estinzione, dell'equivoco, del tradimento più indegno, più sporco di una scopata al volo con sconosciuti, il tradimento delle promesse disattese per paura di vivere e confrontarsi.

Credo sia inutile tentare di liberarsi da questa condizione di individui trattenuti, attenti ai movimenti, timorosi delle conseguenze, infastiditi mortalmente dalle contraddizioni. Come si può arrivare a presumere di essere in grado di liberarsi sul serio? Scrivendo? Amando? Penetrandosi? Facendo soldi? Dedicandosi anima e corpo ad una causa? E tutto il resto dove finisce, che peso nuovo vogliamo attribuirgli, per non sentirci incompleti e stupidi?

C'è qualcosa che non torna, in questi tentativi di liberarsi dai propri fardelli personali, ganci e zavorre che sono diventati parte di noi, addirittura del nostro stile. E anche del nostro stile di fuga, che non è così elegante e innocuo come ci piace pensare e far credere. Nelle nostre ritirate, anche i più imbecilli tra noi riescono a seminare dolore, disagio, delusione e senso di vigliaccheria. Non esistono fughe nobili, pulite, addirittura affascinanti. La fuga nega l'idea di resistenza, è un asterisco, una distrazione più o meno lunga. Non è un reale cambio di prospettive e di sentire.

Nei primi anni della mia violenta passione per il basso elettrico, per esempio, il suono dello strumento era diventato una via di fuga estremamente funzionale. Se da una parte la mia storia personale mi opprimeva e mi costringeva a guardare nel buco del culo di un passato che avrei voluto rimuovere, dall'altra praticamente mi drogavo di suono, di groove, per rinascere altrove. Come molti bassofili della mia generazione, non posso negare che per anni mi sono portato i Level 42 nel cuore, con il titano Mark King. Ascoltavo fino allo sfinimento i loro brani, quelli con i giri di basso più impensabili e acrobatici, mi infondevano coraggio. Mi sembrava di poter compiere qualsiasi azzardo, sull'onda del suono. Davo degli appuntamenti a delle ragazze, che poi scoprivo non essere quelle che sognavo, oppure mi capitava di capire che ero io a non poter essere un loro sogno. Il tutto nasceva e moriva sotto le staffilate dello Status di Mark King, ma anche con altri demiurghi: George Anderson degli Shakatak, George Porter Jr. dei Meters, e moltissimo devo a Pino Palladino turnista con Joan Armatrading. Come non cercare di amare una donna, con quel basso infuso di “per sempre”?
Il basso è rimasto nel sangue, naturalmente. Ma quelle erano fughe. Fughe da qualcosa che odiavo e che rendeva limacciose, sporche, le mie giornate. E io lo sapevo pure.

Ci sono giorni che ho voglia di tenere le mani in tasca. E non parlare. È paradossalmente l'unico modo che ho per non sentirmi trattenuto. Sono giorni senza rabbia, senza rivendicazioni, in cui la lotta continua eccome e il senso di attesa si mescola al meticciato adulto di una disperazione che non ho mai cercato davvero di scongiurare, perché la reputo uno dei tanti aspetti del vivere. La pura, inspiegabile, disperazione di stare al mondo. Di essere sopravvissuto alle azioni e alle menzogne, ai rimpianti e alle santificazioni scomposte. La disperazione di amare senza il giudizio di una giuria che ricuserò sempre. L'acuta disperazione che metto nello scrivere, riducendomi a brandelli, tanti piccoli mostricciattoli in giro sulla carta o sulla tastiera del computer. La disperazione di un tempo a termine che mi fa correre quando mi innamoro, quando ho paura di soffrire e far soffrire, quando riconosco nella ribellione l'alto lignaggio di una sconfitta che non ho mai celato agli occhi dello specchio, la sconfitta di essere cresciuto scorticato, con pelle friabile, sensibile alla bellezza e alle stelle, selvaggio per consapevolezza di fragilità, ufficialmente senza dio ma sostanzialmente legato all'idea dell'anima in viaggio oltre la nascita e la morte.
Ogni tanto arriva qualche vecchio saggio, neanche tanto vecchio, che mi suggerisce di convertire la mia disperazione in bitcoin esistenziali, di impiegare la disperazione per costruire qualcosa che mi arrechi benefici di natura pratica ed economica. Un tempo avrei scritto che ad una persona del genere uno come me gli piscia in bocca, lo massacra verbalmente, ma non è niente vero, è una farsa. Queste sarebbero azioni da trattenuto, e io non le voglio più tra i piedi.
Credo che non risponderei più niente ad un consiglio del genere, proverei forse pena, forse mi tufferei in quell'abusata parola che si chiama “empatia”, fatto sta che non gli piscerei addosso ma gli sorriderei stanco.
Nella mia stanchezza sociale al cospetto dei consiglieri del nulla c'è l'ennesima forma di disperazione da affrontare, quella di non reagire puerilmente, con la schiuma alla bocca, lontano da quel silenzio più mani in tasca che oggi, invece, è la mia cifra, la mia salvezza senza paradiso, il modo che ho di dirmi “non puoi fare tutto quello che vuoi”.
Nascondendomi le mani, convertendo la mia voce in carta straccia, provo a non trattenermi più. Ad essere libero di cadere, di tramontare, di amare da fermo il movimento che non catturo.

©Luca De Pasquale 2018








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