06/02/18

Spiritualità in metropolitana (Summer madness)


La città è assonnata, mi accoglie con una bordata di pioggia. Non vedo l’ora di tagliare i capelli. Sento di avere troppi capelli e troppi pensieri. Un capello per ogni pensiero.
In metropolitana, evito di guardare le persone negli occhi. Anche e soprattutto quando incrocio il loro sguardo, ma non posso impedirmi di fantasticare su vite che non conosco, modi di dire che ignoro, espressioni del volto che non ho visto in nessuno dei miei amici e conoscenti. Cose che non ho mai visto, e magari neanche intuito.
Durante il tragitto in metropolitana mi vengono a trovare gli Avion Travel, tre album in particolare: “Bellosguardo”, “Opplà” e “Finalmente fiori”. Tre dischi bellissimi, con musiche raffinate e testi superlativi. Sono anni che questi tre album mi tengono compagnia, non tanto a casa quanto durante gli spostamenti, piccoli o grandi che siano. Ricordo che “Finalmente fiori” mi ha preso completamente durante un Napoli-Milano in aereo, e anche in quel caso non guardai nessuno negli occhi. Mi limitai ad ascoltare voci e percepire profumi.
Passano le stazioni, Bagnoli/Agnano Terme, Cavalleggeri Aosta, Campi Flegrei, Piazza Leopardi, Mergellina. Sono tranquillo finché riesco a vedere fasce di mare, che oggi è furibondo. Quindi significa che da Bagnoli in poi inizio a soffrire e a muovermi inquieto, io e i miei Avion Travel interiori.
Il treno ha il suo ritmo, anche io. Ma ogni sguardo che dirigo a terra per evitare occhi è come olio che cola lento e pigro in un pozzo senza fondo. Ho preso questa metropolitana da pendolare per anni e anni, ora è diventata solo un treno corto e sporco bianco e verde, un treno singhiozzante, che non prende velocità neanche nei tunnel. Proprio come alcuni rapporti. Se non si prende velocità neanche al buio allora significa che non c’è nulla che alimenti la trazione, la spinta, lo scopo del percorso stesso.
A Campi Flegrei salgono dei ragazzi neri. Sono più di dieci. Qualcuno si scansa, c’è una donna accanto a me che stringe al petto la borsa. La metà di questi ragazzi ascolta musica con dei walkman, due di loro si muovono a tempo. Non riesco a capire cosa stanno ascoltando. Mi viene in mente di dir loro che mi considero un negro da sempre, musicalmente parlando. Ho sentito troppe battute stupide nella mia vita, che mi costringono intanto a pensare e a chiarirmi che anatomicamente non ho alcuna caratteristica negra. Ecco, così per induzione divento rapidamente grossolano.
Si diventa volgari per conformarsi al modo di sdrammatizzare (?) degli altri.

Dopo Mergellina devo prepararmi a scendere. Gli Avion Travel mi hanno salutato, ora è il turno di Erykah Badu con “Sometimes”, grandissimo pezzo, mutuato da un altro gigante, Mr. Donald Byrd (“I feel like loving you today”, al basso Ronnie Garrett).
Devo incontrare un tizio per un lavoro che lui non mi darà ed io non prenderò. Prenderò un caffè con lui chiacchierando inutilmente, rinuncerò alla tazza fredda perché in certi situazioni non mi va di dimostrare una mia abitudine, anche la più insignificante. Dovrò recitare il rosario laico e ammorbato delle mie precedenti esperienze, atto obbligato che non servirà a nessuno dei due. Sarebbe preferibile che gli dicessi da subito che tifo per la Fiorentina e che venerdì ci tocca sfidare i perfettini a strisce, sarà il solito martirio. Nonostante lo sciopero della Fiesole, mi piacerebbe essere lì a sgolarmi e magari a morire per una marcatura di Gil Dias o un tiro da novanta metri di Falcinelli. Oppure, invece di ascoltare le cazzate che il tipo mi dirà sulla “produttività proagente” e i suoi inviti a considerare che “noi produciamo spugne piuttosto che panni” (a quel punto io gli direi “quindi producete solo spugne? Questo mi sta dicendo, vero?” e lui quasi certamente non capirebbe la natura della mia obiezione), dovrei prendere l’iniziativa e spiegargli perché in questo periodo ho ritrovato Marvin Gaye e Curtis Mayfield. Forse perché in questo periodo sono più spirituale del solito. Ma una dimensione spirituale non può sposarsi alla definizione di “solita”.
Semmai sono spirituale in modo ondivago, quasi ai limiti dell’incoerenza. È certo che sono molto spirituale quando ascolto Marvin Gaye e anche Donald Byrd.

Scendo a piazza Amedeo. La “mia” zona. Eccola qui, sonnacchiosa, indolente, quasi avvolta in una strana nebbia, comunque bella. Qui giravo da ragazzo, con il mio carico di sogni e utopie più o meno rimovibili. Non ci vivo più da ventitré anni. Donald Byrd l’ho scoperto quando abitavo ancora qui,  nella casa dei miei nonni. È grazie a mio nonno se ho iniziato a leggere e se non so giocare a tante cose. Non so nemmeno dove è seppellito mio nonno, ci penso mentre attendo il tizio. La mia famiglia ha avuto uno strano rapporto con la morte, non c’è mai stato il culto del cimitero, dei fiori, delle visite. Pezzi interi della mia famiglia sono scomparsi e nessuno è andato a trovarli. Vivrei –si fa per modo di dire- la stessa sorte, se non avessi già scelto di farmi cremare in una bella anfora viola insieme a un pacchetto di Camel e ad un distintivo vintage della Fiorentina. Purtroppo, nell’anfora viola non posso pretendere che ci si cremi anche un basso o un contrabbasso.
Il tizio mi telefona mentre guardo la pioggia a via Vittoria Colonna. Mi dice che è in ritardo per il traffico, perché aveva un impegno grave ma non urgente. Non capisco cosa voglia dire, ma non gli chiedo spiegazioni. Non chiedo più spiegazioni a nessuno e su niente, davvero su niente. Non pretendo spiegazioni per presenze, assenze, comportamenti, idee, preconcetti, inviti, prediche, osservazioni, equivoci, aspettative, minacce, promesse.
Il treno non c’è più, guardo per terra alle strade in cui sono cresciuto, diventato uomo. Ho addosso un sentimento di vaga nostalgia e anche di colpa per qualcosa che non ho commesso. Che beffa. Forse dovrei chiudermi in casa e scrivere per un anno di fila, fino a morire di parole che non riescono a trovare una degna spiegazione.
Il mio jukebox interiore cambia ancora: “Summer Madness” dei Kool&The Gang. Posso dirlo: quel pezzo sono io in persona. Parte languido, persino datato, e poi arriva quel basso incalzante che non si capisce cosa vuole e dove porti. Quell’entrata di Robert “Kool” Bell dimostra due cose nettamente: che i Kool&The Gang non erano affatto solo il gruppo danzereccio che molti puristi irridono, e in second’ordine che mi piove dentro, senza che io possa intuire il mio fondo, cosicché gli sguardi diventano olio scuro che finisce per far scivolare la mia stessa presenza.


©Luca De Pasquale 2018





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